Posts Tagged ‘canzone popolare’

GASPARAZZO BANDABASTARDA, “PANE E MUSICA” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Giungono all’ottavo disco gli scavezzacollo della ‘Banda Bastarda‘ che in tempi complicati sembrano voler andare al ‘nocciolo’ alle cose iMportanti: “Pane e Musica”, appunto e tanto basta.

Lo fanno coi loro consueti modi scanzonati, ludici ma senza lasciare a casa l’impegno.

Un disco che ci riconsegna la solita scorribanda tra i generi: reggae, spezie balcaniche, la canzone popolare italiana, funk e calypso.

I sei musicisti che coprono lo Stivale, dalla Puglia all’Emilia passando per l’Abruzzo, omaggiano Scola e il calciatore antifascista Bruno Neri, scrivono odi alla ‘O’ (intesa come vocale) e alla ‘Patata’ (intesa come tubero, ma anche altro volendo) inni allo za’vov, un tributo al poeta curdo Hisam Allawi

Un disco solare e dai colori vivaci, che invita al movimento, coprendosi improvvisamente di nubi minacciose sul finale, quando il preoccupato sguardo sulla realtà quotidiana di casa nostra prende il sopravvento.

GRAN BAL DUB, “BENVENGUTS A BÒRD” (AUTOPRODOTTO / SELF DISTRIBUZIONE)

Secondo lavoro per il progetto creato Sergio Berardo, conosciuto soprattutto per il suo lavoro coi Lou Dalfin e Madaski, poliedrico musicista con un’interminabile lista di esperienze all’attivo, a comInciare da quella, storica, con gli Africa Unite.

I due sono a capo della folta ciurma di un’ideale ‘aereo pirata’, una band(a) sbandata, forse più interessata a ‘far casino’ e bisboccia che non ad arrembaggi e razzie, mentre la ‘nave volante’ sorvola le terre dell’Occitania…

Giova infatti ricordare che i Gran Bal Dub si esprimono nella lingua d’Oc, portando avanti la tradizione millenaria delle terre al confine tra Francia e Piemonte; tradizione di parole e di suoni, attraverso il recupero di strumenti tradizionali – ghironde, corni, dulcimer tra gli altri – affiancati a fiati, archi, fisarmonica, banjo, ukulele, ‘addensati’ dal ricorsi alle sonorità sintetiche del dub, con una consistenza ‘liquida’ e dilatata, ma che in più di un episodio alza il ritmo, sfociando talvolta in serrati ritmi da dancefloor.

Il risultato è un viaggio rumoroso e sguaiato, con tanto di cori da taverna, 12 pezzi (4 dei quali sono brevi intermezzi) dai colori sgargianti, all’insegna dell’improbabile quanto riuscito matrimonio tra il folk delle feste di Paese e i ritmi delle serate dub.

ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI” (NEW MODEL LABEL)

“Vincanti”, ovvero: i ‘canti del vino’: il sesto disco di quella che più che una band è una vera e propria ‘banda’ – i componenti sono una dozzina, senza contare gli ospiti – è dedicata alla bevanda ‘regina’ della storia degli uomini (almeno, quelli affacciati sul Mediterraneo), oggetto di molteplici celebrazioni, da Archiloco a Piero Ciampi.

Una celebrazione in 14 brani, ripercorrendo idealmente l’eterno ciclo del vino, dai filari ai bar o alle enoteche, offrendo naturalmente il pretesto per parlare d’altro: la convivialità, la capacità del vino di far cadere certe ‘maschere’, la vite come esempio di resistenza…

Il vino, insomma, come metafora di un modo di vita più ‘genuina’ e ‘vera’, meno condizionata.

Me, Pék e Barba lo fanno ovviamente in modo allegro, scanzonato e non poteva essere altrimenti, come in quelle feste di Paese che celebrano la vendemmia, ma non senza un retrogusto malinconico, come il calore del sole di ottobre, mitigato dai primi freddi (o almeno, così era prima del riscaldamento globale che rende ottobre più simile a luglio).

Si ricorre talvolta al dialetto (da nord a sud), a ricordare come il vino sia un prodotto soprattutto locale, ma che finisce per essere reso globale dalla somiglianza delle tradizioni che lo circondano…

Un disco impregnato di folk e canzone popolare, tra fisarmonica, banjo, ghironda, bouzouki e l’aggiunta di armonica, archi, mandolino; memore della lezione di Modena City Ramblers e Gang (Mario Severini ha scritto l’introduzione al booklet); folto il numero degli ospiti, a cominciare da Omar Pedrini e Puccia degli Apres La Classe.

Più che un disco, una festa.

P.S. La ‘Legge del Contrappasso’: quasi del tutto astemio, ma con un padre che il vino lo fa pure ‘per diletto’, che mi ritrovo a recensire un disco sul vino…

ENZO BECCIA, “PER CHI VIAGGIA LEGGERO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un’ordinaria storia di disagio, fuga e ricerca di se’ stessi: dalla Puglia all’India, passando per Milano, tornando per poi di nuovo ripartire, verso dove forse non importa nemmeno granché…

Il cantautore pugliese Enzo Beccia (un corposo curriculum di studi musicali e già qualche disco all’attivo, con vari riconoscimenti), prende le mosse dal breve racconto di Fiorenza Sassi (inserito nel booklet, alternando narrazione e testi delle canzoni), snodando la storia su otto pezzi (incluso lo strumentale in chiusura).

Cantautorato abbinato a sonorità pop mai troppo ammiccanti, rock senza esagerare, una spruzzata di blues, qualche vaga reminiscenza jazz (che larga parte ha avuto nella formazione di Beccia), spezie sudamericane, accenni alla canzone popolare; strumentazione ‘canonica’ con vari inserimenti, tra cui mandolino, fisarmonica, violino.

Indole vagamente disincantata, che non rinuncia a un pizzico d’ironia.

Lavoro che conserva una certa compostezza formale, tanto che qua e là si avverte forse la mancanza di un po’ istintività, di un maggiore lasciarsi andare.

TEO HO, “I GATTI DI LENIN” (NEW MODEL LABEL)

Matteo Bosco: poeta e cantante di strada, tra il Friuli e Milano; una carriera tutta vissuta nella dimensione ‘live’, che ora giunge al primo capitolo discografico.

Immediato nella forma sonora: dieci pezzi per voce, chitarra, spesso armonica e poco altro, all’insegna di una produzione essenziale, quasi del tutto priva di aggiunte.

Criptico nella scrittura, come ci si può almeno in parte aspettare da chi le parole le ‘maneggia’ da una vita: testi in cui prevalgono le metafore, le allegorie, il flusso di coscienza, un susseguirsi di immagini apparentemente sconnesse.

Emerge tra le righe l’esperienza di chi si definisce soprattutto come un osservatore: personaggi ai margini, la paura dell’altro, del ‘diverso’ il rischio delle ‘guerre tra poveri’; sparuti i riferimenti diretti alla realtà, tra il G8 di Genova e Bobby Sands.

De Gregori è un riferimento manifesto e dichiarato; per estensione si guarda a Dylan e lo sguardo agli ‘ultimi’ non può non ricondurre a De André. Canzone popolare, folk, un pizzico di blues.

“I gatti di Lenin” è il classico disco ‘prendere o lasciare’ di un autore che non si preoccupa di risultare comprensibile a tutti i costi, né di risultare gradevole nell’esecuzione:il cantato è spesso gridato, a tratti quasi sguaiato, l’atteggiamento vagamente irridente, conservando l’attitudine ‘stradaiola’.

Non un disco ‘facile’: questo essere ‘senza filtri’ potrebbe essere interpretato come pura ‘emergenza espressiva’ e, all’opposto, come ‘arroganza’: ‘prendere o lasciare’, appunto; resta comunque una certa curiosità per i possibili sviluppi, comunque non scontati, vista l’indole dell’autore, più incline all’esecuzione pubblica che non alle sale di registrazione

DANIELE MAGGIOLI, “LA CASA DI CARLA” (HOOLLAPEPPA MUSIC / LIBELLULA MUSIC)

I territori meno ‘battuti’ della scena musicale italiana offrono spesso l’occasione di imbattersi in casi singolari; prendete ad esempio Daniele Maggioli, classe ’77, attivo in quel di Rimini: sconosciuto ai più e nonostante questo giunto al quinto lavoro solista, cui se ne aggiungono altri sei coi “Duo Bucolico”; qualcuno dirà che oggi ‘farsi un disco’ è molto più facile di un tempo, ma il caso di Maggioli è comunque emblematico di un mondo musicale che anche in Italia va ben oltre i soliti ‘tre o quattro noti’, se si è un minimo curiosi di non fermarsi a ciò che si trova accendendo la radio.

Le cinque tracce di “La casa di Carla” nascono come colonna sonora dello spettacolo teatrale “Approssimazioni”, dedicato alle complicazioni dei rapporti di coppia, all’incomunicabilità, al ricordo, spesso travisato dalle emozioni, dei rapporti finiti.

“La casa di Carla” però vuole essere anche il ritratto di una città e dei rapporti sociali che la animano: l’esito è un lavoro a due facce, che ondeggia tra un intensità drammatica, e una giocosità dai tratti ironici.

Si evocano spazi urbani desolati, architetture cadenti, forse metafora di storie finite, e repentinamente ci si ritrova in mezzo a chiassosi aperitivi, di fronte a ‘donne fatali’ per lo più rifatte; si passa dalla ‘title track’, in cui la città che per una ‘runner’ diviene estensione del proprio spazio domestico, a una metafora gastronomico carnale, sfociando in un finale in cui il ricordo e la mancanza si traducono in toni quasi epici.

Daniele Maggioli è capace di giostrare tra intensità e ironia; accompagnato da un manipolo di compagni di strada costruisce scenari sonori cui il piano offre profondità e sostegno, sottofondi sintetici contribuiscono in quanto a suggestione, mentre nei capitoli più ‘leggeri’ l’attitudine vagamente orchestrale lascia spazio a toni banda di paese, magari con l’intervento occasionale di un ukulele.

Un pugno di brani, più che sufficiente a mettere in luce le capacità di un autore già maturo.

GIANCARLO FRIGIERI, “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE” (NEW MODEL LABEL)

 

Giunge all’ottavo capitolo la biografia discografica di Giancarlo Frigieri, già attivo con i Julie’s Haircut.

“La prima cosa che ti viene in mente” è titolo non casuale: la volontà, nelle parole dello stesso cantautore era quella di dare vita a un disco immediato, istintivo, con poche ‘costruzioni’ e ‘ripensamenti’, specie sotto il profilo sonoro.

Il risultato, va da sé, è un disco all’insegna dell’essenzialità, per lo più giocato sulla ‘cellula’ chitarra – voce, cui si aggiunge una sezione ritmica che agisce con discrezione, a tratti quasi sotto traccia: compagni di strada i soli Cesare Anceschi e Simone Gazzetti.

Un cantautorato dalle tinte fortemente folk, che rimanda spesso e volentieri alle melodie popolari, con echi dei canti dei braccianti, che però non disdegna qua e là di dare spazio a venature più marcatamente rock.

“La prima cosa che ti viene in mente”scrive un ulteriore paragrafo nella già ampia ‘biografia dei tempi correnti’ che i cantautori italiani – specie quelli meno conosciuti – stanno ormai scrivendo da qualche anno: a cominciare dal pezzo che dà il titolo all’intero disco, ritratto dell’ossessione del giocatore d’azzardo la cui mente va sempre lì, alla prossima giocata, al nuovo pretesto da trovare per entrare in un bar e infilare gli spiccioli nella fessura di una slot machine.

Brano che, posto a metà dei dieci che compongono il disco, ne costituisce così una sorta di ‘fulcro’, attorno al quale ruota il resto dei temi affrontati: le fabbriche che chiudono, l’incertezza per il futuro e la conseguenze ostilità nei confronti dell’altro, i diritti negati, la fine degli ideali… e l’amore, che inevitabilmente finisce per essere una sorta di salvagente cui aggrapparsi: forse non casuale che in più di un episodio si abbandonino certe riflessioni social / esistenziali per tornare a parlare di rapporti sentimentali, non sempre tutti rose e fiori; più in generale, e in ‘Rischiatutti’ Frigieri lo dichiara esplicitamente, c’è sempre una luce a patto di cercarla e a patto di conservare quell’umanità che spesso, paradossalmente ma non troppo, ci rende impauriti di fronte alla prospettiva della ‘vera felicità’.

Un lavoro che può convincere, nonostante a tratti, forse proprio per il suo essere disco ‘istintivo’, trasmetta una vaga sensazione di ‘incompiutezza’, come se mancasse qualcosa, specie sotto il profilo strumentale, come se la scelta di ‘togliere’ riducendosi all’essenziale avesse privato qualche brano di parte delle proprie potenzialità.