Posts Tagged ‘canzone popolare’

NICOLÒ PICCINNI & GLI INTERNAUTI, “AUTREMENT” (INDIEPENDENCE)

‘Autrement’, ovvero ‘altrimenti’: il secondo disco lavoro del cantautore torinese Nicolò Piccinni, qui accompagnano dai cinque

musicisti degli Internauti è una riflessione sul ‘guardare oltre’, cambiando magari punto di vista rispetto a modi di pensare consolidati nell’affrontare dal quotidiano, dal ‘personale’ all”universale’.

Una riflessione che in molti hanno / abbiamo fatto nel corso dell’ultimo anno e mezzo e passa, costretti, specie nei periodi più duri, a rivedere le proprie abitudini.

Sette i pezzi, durata contenuta (attorno alla mezz’ora): lo scorrere del tempo, i rapporti sentimentali al di là di genere ed etnia, il rapporto con la natura (con una dedica all’orso M49, simbolo appunto di quella natura che l’uomo vorrebbe sempre tenere sotto controllo), la casualità che crea differenze tra gli uomini anche solo per il luogo di nascita, gli amori violenti e le tossicodipendenze i temi affrontati.

Ballate di ispirazione ‘popolare’ (con qualche reminiscenza di Dalla), episodi che ora flirtano col dub, ora puntano decisamente verso il rock, con un esito che, sia per la vocalità, sia per l’attitudine in cui emergono disincanto e un pizzico d’ironia può ricordare a tratti Ivan Graziani.

MANUELA CIUNNA, ‘CUI TE LO DISSI’ – SINGOLO (ROUGH MACHINE / MAQUETA RECORDS)

Merita qualche riga a parte questo singolo della cantautrice, siciliana di Augusta, che ne anticipa il nuovo lavoro – “Nzuccarata”, in uscita in autunno – all’insegna della rilettura di vari episodi del canzoniere tradizionale della propria regione.

Il brano in questo caso fa parte del repertorio della cantautrice di Licata Rosa Balistreri, simbolo della musica siciliana del Ventesimo secolo, forse un po’ dimenticata.

Un coinvolgente – e a tratti, quasi travolgente – mix di canzone popolare, jazz e ritmi sudamericani (con qualche prevedibile sentore di Bossanova), questi ultimi da tempo il ‘territorio d’elezione’ di Ciunna, che ha dedicato i suoi due dischi usciti finora proprio alla musica del Sudamerica, brasiliana in particolare.

Ora il ‘ritorno’ a casa, ad officiare un ideale matrimonio tra le proprie origini e le proprie passioni: questo primo assaggio è senz’altro un ottimo viatico.

CRISTIAN GRASSILLI, “PRESENTE” (AUTOPRODOTTO)

Cantautore e psicoterapeuta, Cristian Grassilli ha unito passione e professione, spesso usando la musica per far meglio conoscere la malattia mentale.

“Presente” è il terzo (mi pare) disco di un percorso che ha portato il cantautore bolognere a collaborare anche con Guccini, per il suo “L’Ultima Thule”.

I dieci brani che compongono “Presente” costituiscono in gran parte un inno alla vita, a vivere il ‘presente’ senza tante recriminazioni per il passato o paure per il futuro, a volersi bene, all’insegna di una ‘Leggerezza’ (per citare uno dei titoli) che nei tempi attuali è più che mai necessaria.

La seconda parte del disco si apre anche ad altre tematiche: i rapporti padre – figlio, lo sfruttamento dell’Africa, l’ossessione per la ricchezza…

Un lavoro inserito nei binari più canonici di un cantautorato svolto il più delle volte in ballate dal sapore di canzoni popolari, con qualche vaga concessione pop.

A tratti si avverte la mancanza di qualche variazione in più, sia nelle scelte sonore, sia nel ‘tono’ dei brani, che talvolta sembra un po’ troppo ‘paternalistico’.

LA SERPE D’ORO, “IL PANE E LA SASSATA” (SIBERIA RECORDS)

Tornano i ‘Toscani randagi‘ (citando il titolo del loro primo lavoro, uscito quattro anni fa) capitanati da Igor Vizzaz e per questo progetto che rilegge Il canzoniere popolare toscano.

I 18 brani presenti (includendo anche i vari ‘stasimi’ di ‘Sotto il ponte della Sieve’, una sorta di ‘progetto nel progetto’, nato dalla collaborazione di Vazzaz con il chitarrista jazz Claudio Riggio e Stefano Giannotti di OTEME, estratto di una registrazione originale di 70 minuti) attraversano dunque un repertorio prettamente ‘popolare’, fatto di ballate d’amore, ninne nanne, filastrocche ‘licenziose’, arrivando a al Boccaccio di ‘Amor la vaga luce’, tratta dal “Decamerone” (forse inevitabile il riferimento all’opera, ambientata ai tempi della peste fiorentina, in un disco in parte realizzato nei tempi della ‘clausura’ dello scorso anno), ma che vive anche di riferimenti contemporanei, tra lo Jannacci di ‘Sfiorisci bel fiore’ e la rilettura del ‘Folsom Prison Blues’ di Johnny Cash, qui trasferito nel carcere di Marassi.

L’operazione non si limita comunque a una ‘rilettura calligrafica’ del materiale originario: per loro stessa affermazione, i componenti de La Serpe d’Oro “Non suonano come contadini”, ma riportano la propria formazione personale, dando al tutto una veste ora blues, ora country, ora – negli episodi forse più riusciti – quella di un folk crepuscolare e vagamente ‘sghembo’ che può ricordare certe analoghe sperimentazioni condotte, ad esempio da un Cesare Basile.

Ispirati dall’opera dell’etnomusicologa Caterina Bueno, “La Serpe d’Oro” assemblano un disco variegato, che si presta a offrire qualcosa di più ad ogni ascolto.

“Il pane e la sassata” vuol dire più o meno che le cose possono andare nel migliore o nel peggiore dei modi: in questo caso, tutto scorre per il verso giusto.

INNOCENTE, “#IOSONO” (CINICO DISINCANTO / PEZZI DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Disco d’esordio per questo giovane cantautore pugliese, classe 1991 e formazione accademica.

#Iosono è la prima tappa di un percorso che finora ha visto il cantautore partecipare a vari progetti, accompagnati da una certa attività dal vivo.

Otto brani dalle tinte variegate: cantautorato e jazz, soprattutto, senza disdegnare una certa attitudine pop e qualche vago accenno rock.

Il pianoforte come strumento d’elezione, con qualche travolgente scorribanda swing e all’opposto episodi più evanescenti, ad accompagnare brani in cui prevale il vissuto personale, anche sentimentale; chiusura affidata alla popolare ‘Bella ci dormi’ per un lavoro convincente.

ROSSELLA SENO, “PURA COME UNA BESTEMMIA” (AZZURRA MUSIC)

La bestemmia in effetti è un atto istintivo, catartico, spesso un grido d’aiuto che vale più di tante preghiere; gesto ‘puro’ perché privo di filtri…

Non che ci siano bestemmie nei tredici brani di questo lavoro, a tutti gli effetti il primo sulla lunga distanza di Rossella Seno, veneziana di nascita, romana d’adozione, una carriera ultradecennale da ‘cantattrice’, divisa tra microfoni, palchi e telecamere, con una vocazione per Piero Ciampi.

Un disco dedicato agli ‘ultimi’, alle vittime, nei fatti e nelle parole, del pregiudizio; alle donne innanzitutto, che la cantautrice rappresenta fin dalla copertina, in cui è lei stessa a mettersi in croce in un’immagine dal sapore pre-raffaelita.

Suoni per lo più acustici, con costanti rimandi alla tradizione popolare: l’unica osservazione è che forse un filo di elettricità da un lato e la corposità di un piano dall’altro avrebbero accresciuto la potenza di alcuni episodi.

Interpretazione solida, in cui l’impostazione attoriale si fa sentire, senza sfociare nell’accademia ma mantenendo immediatezza.

Aiutata da un manipolo di compagni di strada, tra cui Pino Pavone, storico collaboratore di Piero Ciampi, Rossella Seno dà voce ai ‘sommersi e ai salvati’ dei naufragi (con le parole di Erri DeLuca) e delle galere (con la dedica a Stefano Cucchi), alle ‘principesse’ e alle ‘streghe’ in quella che da bestemmia diventa, come avrebbe detto De André, una ‘smisurata preghiera’.

TARSIA, KRIKKA REGGAE, THE UNIKORNI: SINGOLI

Tarsia

Passi

Maqueta Records / Artist First

Singolo di anticipo per il disco di esordio di questa cantautrice di Policoro (Matera) con un’esperienza già solida alle spalle.

I ‘Passi’ del titolo sono quelli che si compiono in relazioni sentimentali talvolta complicate in cui non si procede assieme, ma è necessario compiere i propri passi singolarmente per raggiungere la felicità…

Vocalità convincente, ma una scelta interpretativa e sonora forse un po’ troppo ‘di maniera’, per un’artista che dichiara influenze, oltre che pop e popolari, anche funk, soul e jazz.

Krikka Reggae feat. Sud Sound System

Confusione

Libellula Music

Nuovo singolo per questa band che negli ultimi anni si è segnalata nel panorama della musica del Mezzogiorno.

Realizzato in collaborazione con gli storici Sud Sound System, ‘Confusione’ è un riuscito mix di reggae e funk, discretamente coinvolgente, anche se qua e là vagamente scontato nel testo; apprezzabile comunque l’invito, in tempi in cui la confusione regna appunto sovrana a tenere viva l’attenzione, contro ogni tentativo di limitazione di libertà e diritti.

The Unikorni

Latte Color Plastica

Libellula Music

Singolo che anticipa il disco di esordio di questo duo torinese, in cui Fabrizio Pan (già nei Melody Fall) incontra la batterista Giorgia.

Una struttura che ricorda i White Stripes, coi quali il duo appare in effetti avere qualcosa in comune anche sotto il profilo sonoro.

L’attitudine non manca: il fatto di essere in due spinge a dare il massimo in fatto di energia e ne esce un brano (dedicato alle difficoltà dell’avvio di un rapporto amoroso) in cui la distorsione delle chitarre raggiunge livelli quasi industriali, accompagnata dalla voce gridata, iraconda di Giorgia.

Un brano promettente, in attesa del primo lavoro sulla lunga distanza.

GASPARAZZO BANDABASTARDA, “PANE E MUSICA” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Giungono all’ottavo disco gli scavezzacollo della ‘Banda Bastarda‘ che in tempi complicati sembrano voler andare al ‘nocciolo’ alle cose iMportanti: “Pane e Musica”, appunto e tanto basta.

Lo fanno coi loro consueti modi scanzonati, ludici ma senza lasciare a casa l’impegno.

Un disco che ci riconsegna la solita scorribanda tra i generi: reggae, spezie balcaniche, la canzone popolare italiana, funk e calypso.

I sei musicisti che coprono lo Stivale, dalla Puglia all’Emilia passando per l’Abruzzo, omaggiano Scola e il calciatore antifascista Bruno Neri, scrivono odi alla ‘O’ (intesa come vocale) e alla ‘Patata’ (intesa come tubero, ma anche altro volendo) inni allo za’vov, un tributo al poeta curdo Hisam Allawi

Un disco solare e dai colori vivaci, che invita al movimento, coprendosi improvvisamente di nubi minacciose sul finale, quando il preoccupato sguardo sulla realtà quotidiana di casa nostra prende il sopravvento.

GRAN BAL DUB, “BENVENGUTS A BÒRD” (AUTOPRODOTTO / SELF DISTRIBUZIONE)

Secondo lavoro per il progetto creato Sergio Berardo, conosciuto soprattutto per il suo lavoro coi Lou Dalfin e Madaski, poliedrico musicista con un’interminabile lista di esperienze all’attivo, a comInciare da quella, storica, con gli Africa Unite.

I due sono a capo della folta ciurma di un’ideale ‘aereo pirata’, una band(a) sbandata, forse più interessata a ‘far casino’ e bisboccia che non ad arrembaggi e razzie, mentre la ‘nave volante’ sorvola le terre dell’Occitania…

Giova infatti ricordare che i Gran Bal Dub si esprimono nella lingua d’Oc, portando avanti la tradizione millenaria delle terre al confine tra Francia e Piemonte; tradizione di parole e di suoni, attraverso il recupero di strumenti tradizionali – ghironde, corni, dulcimer tra gli altri – affiancati a fiati, archi, fisarmonica, banjo, ukulele, ‘addensati’ dal ricorsi alle sonorità sintetiche del dub, con una consistenza ‘liquida’ e dilatata, ma che in più di un episodio alza il ritmo, sfociando talvolta in serrati ritmi da dancefloor.

Il risultato è un viaggio rumoroso e sguaiato, con tanto di cori da taverna, 12 pezzi (4 dei quali sono brevi intermezzi) dai colori sgargianti, all’insegna dell’improbabile quanto riuscito matrimonio tra il folk delle feste di Paese e i ritmi delle serate dub.

ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI” (NEW MODEL LABEL)

“Vincanti”, ovvero: i ‘canti del vino’: il sesto disco di quella che più che una band è una vera e propria ‘banda’ – i componenti sono una dozzina, senza contare gli ospiti – è dedicata alla bevanda ‘regina’ della storia degli uomini (almeno, quelli affacciati sul Mediterraneo), oggetto di molteplici celebrazioni, da Archiloco a Piero Ciampi.

Una celebrazione in 14 brani, ripercorrendo idealmente l’eterno ciclo del vino, dai filari ai bar o alle enoteche, offrendo naturalmente il pretesto per parlare d’altro: la convivialità, la capacità del vino di far cadere certe ‘maschere’, la vite come esempio di resistenza…

Il vino, insomma, come metafora di un modo di vita più ‘genuina’ e ‘vera’, meno condizionata.

Me, Pék e Barba lo fanno ovviamente in modo allegro, scanzonato e non poteva essere altrimenti, come in quelle feste di Paese che celebrano la vendemmia, ma non senza un retrogusto malinconico, come il calore del sole di ottobre, mitigato dai primi freddi (o almeno, così era prima del riscaldamento globale che rende ottobre più simile a luglio).

Si ricorre talvolta al dialetto (da nord a sud), a ricordare come il vino sia un prodotto soprattutto locale, ma che finisce per essere reso globale dalla somiglianza delle tradizioni che lo circondano…

Un disco impregnato di folk e canzone popolare, tra fisarmonica, banjo, ghironda, bouzouki e l’aggiunta di armonica, archi, mandolino; memore della lezione di Modena City Ramblers e Gang (Mario Severini ha scritto l’introduzione al booklet); folto il numero degli ospiti, a cominciare da Omar Pedrini e Puccia degli Apres La Classe.

Più che un disco, una festa.

P.S. La ‘Legge del Contrappasso’: quasi del tutto astemio, ma con un padre che il vino lo fa pure ‘per diletto’, che mi ritrovo a recensire un disco sul vino…