Posts Tagged ‘canzone popolare’

GIANCARLO FRIGIERI, “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE” (NEW MODEL LABEL)

 

Giunge all’ottavo capitolo la biografia discografica di Giancarlo Frigieri, già attivo con i Julie’s Haircut.

“La prima cosa che ti viene in mente” è titolo non casuale: la volontà, nelle parole dello stesso cantautore era quella di dare vita a un disco immediato, istintivo, con poche ‘costruzioni’ e ‘ripensamenti’, specie sotto il profilo sonoro.

Il risultato, va da sé, è un disco all’insegna dell’essenzialità, per lo più giocato sulla ‘cellula’ chitarra – voce, cui si aggiunge una sezione ritmica che agisce con discrezione, a tratti quasi sotto traccia: compagni di strada i soli Cesare Anceschi e Simone Gazzetti.

Un cantautorato dalle tinte fortemente folk, che rimanda spesso e volentieri alle melodie popolari, con echi dei canti dei braccianti, che però non disdegna qua e là di dare spazio a venature più marcatamente rock.

“La prima cosa che ti viene in mente”scrive un ulteriore paragrafo nella già ampia ‘biografia dei tempi correnti’ che i cantautori italiani – specie quelli meno conosciuti – stanno ormai scrivendo da qualche anno: a cominciare dal pezzo che dà il titolo all’intero disco, ritratto dell’ossessione del giocatore d’azzardo la cui mente va sempre lì, alla prossima giocata, al nuovo pretesto da trovare per entrare in un bar e infilare gli spiccioli nella fessura di una slot machine.

Brano che, posto a metà dei dieci che compongono il disco, ne costituisce così una sorta di ‘fulcro’, attorno al quale ruota il resto dei temi affrontati: le fabbriche che chiudono, l’incertezza per il futuro e la conseguenze ostilità nei confronti dell’altro, i diritti negati, la fine degli ideali… e l’amore, che inevitabilmente finisce per essere una sorta di salvagente cui aggrapparsi: forse non casuale che in più di un episodio si abbandonino certe riflessioni social / esistenziali per tornare a parlare di rapporti sentimentali, non sempre tutti rose e fiori; più in generale, e in ‘Rischiatutti’ Frigieri lo dichiara esplicitamente, c’è sempre una luce a patto di cercarla e a patto di conservare quell’umanità che spesso, paradossalmente ma non troppo, ci rende impauriti di fronte alla prospettiva della ‘vera felicità’.

Un lavoro che può convincere, nonostante a tratti, forse proprio per il suo essere disco ‘istintivo’, trasmetta una vaga sensazione di ‘incompiutezza’, come se mancasse qualcosa, specie sotto il profilo strumentale, come se la scelta di ‘togliere’ riducendosi all’essenziale avesse privato qualche brano di parte delle proprie potenzialità.

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IL COLLE, “DALLA PARTE DELLO SCEMO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati”, disse una volta Bertold Brecht; ai tempi di Internet e dei social network, in cui torti e ragioni si mescolano in un calderone spesso indistinto, l’unico posto disponibile è quello riservato allo ‘scemo’, a chi si sottrae al ‘dominio della tecnica’ per continuare affidarsi alla passione, all’autenticità e all’immediatezza dei rapporti umani.

Il Colle parte da qui e dalla provincia fiorentina, dove circa cinque anni fa si forma il nucleo di una band che col tempo è diventata quasi una ‘banda’: sette gli elementi che hanno partecipato alla realizzazione del disco d’esordio.
Non che “Dalla parte dello scemo” sia una lavoro di denuncia dei guasti prodotti dall’imperante presenza dei ‘social’ e di Internet, anzi: qui non se ne parla proprio; l’arma migliore, negli undici brani presenti, è proprio ‘parlare d’altro.

Una galleria di personaggi, narrati o che parlano in prima persona, ripresi di fronte all’incertezza del presente e del domani, forse alla mancanza di punti di riferimento, al ‘tirare le somme’ che inevitabilmente conduce al momento del ‘come sono arrivato qui’?; ‘donne fatali della provincia’, i buoni propositi che rimangono sulla carta, ‘Case del Popolo’ che, senza dirlo esplicitamente’, diventano forse l’alternativa concreta al ‘virtuale’; spazi riservati ai sentimenti e una semiseria provocazione dedicata alla droga…

La band toscana si inserisce per sua stessa ammissione nel prolifico filone di certo rock / folk regionale (vedi alle voci: Bandabardò, Ottavo Padiglione), con l’immancabile ombra di Piero Ciampi ad allungarsi nelle retrovie.
Ironia condita di amarezza e un certo sarcasmo, sottotraccia forse la poetica di “Amici Miei”, la vita troppo breve per essere presa troppo sul serio, una risata ad accompagnare le riflessioni più amare e nel contempo un filo di malinconia a circondare i momenti apparentemente più leggeri.

Un disco i cui suoni si mantengono in territori rock / pop, mescolati a influenze folk e ‘popolari’ (fa capolino anche un fisarmonica), parentesi quasi punk e momenti country western.
Un lavoro che convince, per i colori vividi e lo spiccato dinamismo.

KAMAL, “ABORIGENI ITALIANI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Dalla Val Camonica all’Australia, passando per la Spagna e l’Inghilterra: un’esistenza decisamente movimentata, quella di Carlo Bonomelli, classe 1982, giunto al secondo capitolo lunga distanza della propria biografia musicale, a quattro anni circa dal precedente “La bacchetta magica e altre storie…”, i due lavori intervallati da un paio di EP; nel frattempo, la ‘canonica’ attività dal vivo, sul palco, tra gli altri, con Bugo, Mannarino e Marco Giuradei, qui anche co-produttore.

Una ‘raccolta’, nella quale sono stati raggruppati brani risalenti al 2007 – 2009 e pezzi più recenti, posteriori al ritorno dai tre anni trascorsi in Australia, nel 2013.
Il titolo, oltre a rimandando direttamente a quell’esperienza, sembrerebbe evocare un parallelo: come se nei complicati ‘tempi moderni’ gli italiani col loro campionario di luoghi più o meno comuni fossero condannati all’estinzione in un mondo sempre più globalizzato… intendiamoci, non siamo di fronte a rivendicazioni più o meno ‘sovraniste’ o leghiste – nulla di esplicitamente ‘politico’ – ma forse nei continui rimandi, specie sonori, al corpus tradizionale della musica popolare italiana – dalle canzoni da osteria o balera, ai cori degli alpini, passando per la canzone popolare più largamente intesa e per la sua più o meno diretta discendenza cantautorale – si avverte una sorta di malinconia, di ‘nostalgia’, in parte forse di mantenere ‘vivi’ certi riferimenti storici, anche sonori, ad esempio col frequente uso del violino e l’intervento della fisarmonica.

Kamal – nome d’arte scelto dopo un viaggio in Nepal e abbracciato definitivamente nel 2017, essendo nel frattempo diventato il suo soprannome nel quotidiano – di certo non si risparmia: 17 brani e circa 70 minuti di durata sono decisamente una rarità, specie per artisti che militano nelle retrovie, che spesso scelgono strade molto più ‘brevi’ per offrire saggi più rapidi e ‘immediati’ della propria proposta. Bonomelli / Kamal invece spariglia, offrendo un disco di durata extra – large, la cui ‘prodigalità’ è apprezzabile, ma che porta con sé il rischio del cali d’attenzione, del disorientamento: la ‘sfida’ di un disco così corposo tende a trasformarsi in una sorta di ‘prova di resistenza’.

Il disco offre comunque una certa varietà di stili e umori: oltre al campionario ‘tradizionale’ di cui sopra, la proposta sonora di Kamal / Bonomelli contiene riferimenti alla musica d’oltreoceano, dal country western al folk e suggestioni più ‘moderne’, rock e varie derivazioni, all’insegna di un variegato ensemble strumentale, cui ha contribuito il manipolo di ospiti intervenuti a sostegno del cantautore.
Varietà anche nelle tematiche affrontate: tra autobiografia e scenari immaginati, vicende sentimentali più o meno fugaci o complicate e donne fatali; riflessioni sociali, dal valore del tempo libero all’ossessione per i farmaci, i luoghi comuni legati alle ‘nazioni’ (nel caso specifico, la Svizzera)… il tutto all’insegna di un tono costantemente ironico, tra ironia e disincanto, che mostra spesso il gusto per il gioco di parole.

Diciassette brani sono certo tanti, ed è naturale che vi sia qualche passaggio a vuoto, episodi meno riusciti rispetto a brani più efficaci, col rischio che le potenzialità e le doti del cantautore ne escano in una certa misura indebolite, un filo annacquate, pur restando comunque apprezzabile lo sforzo di offrire all’ascoltatore un pasto decisamente abbondante.

STATO BRADO, “COSA ADESSO SIAMO” (NEW MODEL LABEL)

Seconda prova sulla lunga distanza per i livornesi Stato Brado, che raggiungono il traguardo a circa quattro anni dall’esordio, avendo nel frattempo pubblicato un EP.

“Cosa adesso siamo”: un ‘punto della situazione’, si potrebbe dire, affidato alla galleria dei protagonisti dei dieci brani presenti, spesso – anche se non sempre – fotografati in momenti particolari della propria esistenza: c’è chi è allergico alle responsabilità e sogna una fuga ‘definitiva’; chi quella fuga l’ha tentata, non avendo il coraggio di portarla fino in fondo e se ne sta tornando a casa, con più dubbi di prima; il chiamato alle armi che decide di opporsi a un destino già scritto.

Chi di spezzare le catene di un’esistenza apparentemente ‘normale’ non ha saputo immaginarlo, fino ad arrivare al ‘punto di rottura’ che l’ha portato nella cronaca nera dei giornali; lo scommettitore incallito che a uscire dalla sua situazione non ci pensa nemmeno, alla continua ricerca dell’emozione della vittoria.

Aleggia un’atmosfera di rimpianto, il filo conduttore di un tempo che passa senza fare sconti, al quale può resistere solo chi sa prendere realmente in mano le redini della propria esistenza; ma di fronte al quale l’uomo comune il più delle volte desiste. Un’amarezza che trova il suo compimento nel brano finale: l’attesa di una ‘svolta’ che non arriva mai che porta a perdere di vista le vere occasioni che capitano lungo il cammino, apparentemente trascurabili.

Gli Stato Brado sfruttano la loro consistenza ‘bandistica’ – sono in sette – per dare vita a un lavoro che se nelle parole induce a una riflessione agra, nei suoni spesso e volentieri si colora di toni luminosi e sgargianti, mentre il cantato volge spesso e volentieri il tutto verso l’ironia, il sarcasmo: non è un caso se nel lavoro trova spazio anche una dedica a Ivan Graziani, uno che del continuo contrasto tra la riflessione e lo sguardo ironico ha fatto un’arte.

Folk semiacustico e tradizione popolare, momenti di raccoglimento cantautorale e accenni da marching band jazzistica nel lavoro di un gruppo già rodato che fa pensare, con un sorriso.

LONTANO DA QUI, “LONTANO DA QUI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio discografico per il trio dei Lontano Da Qui, alias la cantate toscana Elisa Castells e i romani Matteo Uccella e Michele Bellanova, già attivi da qualche anno nella scena live romana e non solo.

Un lavoro all’insegna di un folk in cui a radici locali – il classico stornello romano è dietro l’angolo – profumi mediterranei, spezie iberiche, una spruzzata di sudamerica. Intelaiatura sonora che fa da cornice a una vena cantautorale attraverso cui sono narrate storie da minimo quotidiano e una galleria di personaggi che lungo i dieci brani presenti passa attraverso loschi figuri che popolano lo Stivale, suore alle prese con travagli sentimentali, personaggi ossessionati dall’organizzazione di ogni minuto della propria esistenza, soggetti incatenati ai social e all’opposto, coloro che per caso o scelta si sono ritrovati a vivere ai margini ( ‘Il barbone’ è dedicata al personaggio di Mezza Piotta, scomparso l’anno scorso, che più o meno tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno abitato nei quartieri romani del Portuense e di Monteverde hanno conosciuto bene).

Il risultato, se vogliamo, è quello abbastanza ‘tipico’ di questi casi: un lavoro la cui efficacia nasce soprattutto dal contrasto tra il clima solare creato da suoni a tratti sgargianti e tematiche spesso serie, tra storie che veleggiano tra l’indignazione per un’omertà fin troppo diffusa e quella per l’altrettanto diffusa emarginazione, lasciando però spazio per la leggerezza, l’ironia dissacrante e il sarcasmo nei confronti di fissazioni e ‘dipendenze tecnologiche’.

I due chitarristi capitolini costituiscono il nucleo di un insieme sonoro al quale si aggiungono al quale si aggiungono di volta in volta archi, fiati, pianoforte, nella forma della classica ‘orchestrina’ / banda di paese. Elisa Castells interpreta con personalità (coadiuvata nel succitato ‘Il barbone’ da Rosso Petrolio), una ‘toscanaccia’ influenzata dal disincanto tipico dell’Urbe.

“Lontano da qui” è un lavoro efficace, frutto del lavoro di musicisti esperti – i tre sono del resto tutti diplomati al Conservatorio – che tuttavia rischia di scontare l’appartenenza a un genere ormai decisamente sovraffollato, a Roma e non solo tra ‘orchestre’, ‘orchestracce’, cantautori popolari più o meno indie: le potenzialità ci sono, ma per farsi largo tra la concorrenza servirà una buona dose di personalità e forse un filo di originalità in più.

LUCA BURGIO & MAISON PIGALLE, “VIZI, PECCATI E DEBOLEZZE” (NEW MODEL LABEL)

Il nome dato alla band di accompagnamento, ‘Maison Pigalle’, e il titolo del disco suggeriscono già molto riguardo le ambientazioni del lavoro di esordio di Luca Burgio, agrigentino di nascita, poi a Madrid e in seguito stabilitosi a Palermo.
Atmosfere notturne, bassifondi e ‘localacci’ frequentati da individui ‘poco raccomandabili’, ma poi in fondo nemmeno tanto peggiori di quelli che animano il mondo ‘di giorno’… Tutto innaffiato con l’immancabile – quasi proverbiale – ampia dose di alcool…

Nove canzoni, in cui spezie rock e pop vanno ad arricchire una ricetta frutto per la gran parte di ingredienti presi dalla dispensa del folk, delle tradizioni popolari, a cavallo tra Italia e Spagna, dalle sagre paesane al tango, con una spruzzata di jazz, tradotti in un insieme sonoro in cui si mescolano mandolino e contrabbasso, fisarmonica, e percussioni varie, l’irrinunciabile chitarra.

L’esito appare ambivalente: nella forma, più ineccepibile: Luca Burgio e i suoi compari ci sanno fare, costruiscono efficacemente microstorie, caratteri, suggestioni, con un effetto sonoro a cavallo tra la banda di paese, la musica da strada, i piccoli gruppi da club cui si aggiunge un cantato ‘caratteristico e caratteriale’, talvolta perfino un po’ sopra le righe; all’opposto si ha però l’impressione che il disco si inserisca in un filone che, specie negli ultimi anni, è stato ampiamente percorso ed esplorato, senza aggiungere molto a quanto già detto da altri.

LE3CORDE, “NA!?” (NEW MODEL LABEL)

Il nome è una citazione da “Il berretto a sonagli” di Pirandello; il titolo del disco è un’esclamazione di stupore in dialetto tarantino… E questo invito a ‘stupirsi’ rappresenta il filo conduttore dei sette pezzi presenti (cui si aggiunge in chiusura la cover di Ma che freddo fa di Nada) nell’esordio del trio proveniente da Taranto: uno stupore che diventa meraviglia di fronte alla bellezza del mondo, ma anche – e per certi versi, soprattutto – indignazione , di fronte a tutto quanto nel mondo c’è di ‘sbagliato’ e contro cui non bisogna perdere la volontà di combattere.

Le3corde cantano (attraverso l’interpretazione vocale di Giù Di Meo, una personalità ‘forte’ senza mai diventare arrogante) più di una volta del non arrendersi a seguire e indossare le ‘convenzioni’ come un abito preconfezionato solo perché è questo che gli altri si aspettano; dell’aprirsi al mondo, alla natura e agli altri, cambiando e facendosi cambiare in meglio la vita; omaggiano Peppino Impastato e dedicano un brano (se non è la prima volta nella musica italiana, è sicuramente un caso raro) alla Costituzione.

Tutto questo utilizzando una formula a cavallo tra pop e rock, che con un’impronta fortemente cantautorale da’ ampio risalto alle parole, ma che non dimentica mai le proprie radici, con un costante respiro folk (i la tradizione popolare a fare costantemente capolino nello svolgersi del disco.

Un esempio abbastanza riuscito (pur certe inevitabili insicurezze, legate all’esordio) di ‘canzone civica e civile’.