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NATURA SURF, “CONTRO NATURA” (NEW MODEL LABEL)

Prima prova discografica per il progetto nato dall’incontro del batterista Davide Miano e del trombettista (anche se qui di fiati non c’è traccia) Andrea Collini, poi rapidamente divenuto un quartetto.

Un mix di rock – dalle venature indie – e pop, sonorità sintetiche e sferzate elettroniche ad accompagnare testi dalle venature sci-fi, atmosfere oniriche, sul filo del nonsense. Dodici pezzi , a quanto suggeriscono le affermazioni della band scritti ed eseguiti in modo abbastanza istintivo, immediato, senza partire da idee troppo focalizzate, ma lasciandosi ispirare di volta in volta dall’atmosfera del momento. Si viaggia tra pop sghembo, accenni new wave, frammenti noise, suggestioni da colonna sonora da fantascienza di serie B, mentre si parla della devastazione della natura, di alieni teledipendenti, dell’idiozia dell’uomo medio, mostri direttamente usciti dagli incubi dell’infanzia. Un disco ‘strano’, per certi versi molto altalenante, in cui brani più ‘strutturati’ si alternano a pezzi che partendo da un’idea semplice (quasi banale) lì si fermano. I testi sono dominati da un susseguirsi di immagini, di suggestioni, talvolta ai limiti – e oltre – il flusso di coscienza, a tratti forse anche troppo evanescenti…

L’esito è ondivago: si ascolta questo disco una volta e ti sembra una mezza genialata, quella successiva sembra scorrere via senza sussulti, abbastanza anonimo, quella dopo ancora rivela spunti sfuggiti… come quando spinti dal solo entusiasmo ci lancia in una corsa a rotta di collo, ma dopo qualche decina di metri la mancanza di allenamento si facesse sentire.

I Natura Surf sembrano avere a loro favore una certa originalità, la predisposizione a scavallare tra i generi, un approccio alle parole non scontato e con un certo retrogusto ludico (potrebbe venire in mente il primo Tricarico, per chi se lo ricorda); le idee ci sono, l’attitudine anche, ma l’impressione è che per dargli forma compiuta e giungere a risultati apprezzabili serva maggiore rodaggio e un ulteriore accumulo di esperienza.

FRANCOBEAT, “RADICI” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Fin dai primi lavori discografici, Francobeat (all’anagrafe Franco Naddei) si è dedicato alle contaminazioni tra musica e letteratura, con lavori – anche teatrali – ispirati alle opere di Rodari, Sciascia, Manganelli; poi, un paio di anni fa, una proposta: musicare i testi scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le radici” di San Savino, nei pressi di Riccione.

Proposta che diventa sfida, impegno, impresa, un lavoro di due anni nel quale Francobeat ha progressivamente coinvolto una serie di amici, trai quali John DeLeo, Sacri Cuori, Diego Spagnoli degli Aidoru. Il risultato sono questi quattordici brani, cui Francobeat ha conferito varie vesti sonore: spesso e volentieri all’insegna di atmosfere elettropop (il suo principale riferimento sonoro), ma anche di folk acustico, di indie-rock vagamente sbilenco, con episodi che rimandano a Tricarico, Bugo, volendo Elio e le Storie Tese.

Il materiale è di quelli delicati, da ‘maneggiare con cura’: ascoltato così, senza conoscerne la storia, “Radici” è uno di quei dischi che possono fare la felicità degli amanti del nonsense, delle atmosfere surreali e sbilenche, del flusso di coscienza, dell’attitudine ludica pronta a trasformarsi in meditazione crepuscolare… ma col senno di poi, non si può non ascoltare il lavoro sapendo che questi testi sono frutto di un disagio reale… come quando si abusa del termine ‘matto’, per definire una persona semplicemente ‘fuori dagli schemi’, dimenticandosi troppo spesso le vittime del vero disagio, della reale malattia.

Non che per questo ad ascoltarlo ci si debba per forza immalinconire, o peggio impietosire: forse, invece, incuriosire, magari intenerire, spesso e volentieri riflettere, su questi testi: talvolta semplicemente fantasiosi, che in altre occasioni rappresentano il proprio vissuto, la propria storia, il modo di guardare a sé stessi e alla realtà circostante… quello che succede, in fondo, per qualsiasi autore, di canzoni, poesie od altro.

E allora, forse, il pregio maggiore di questo progetto è portare all’esterno un mondo che, troppo spesso, si preferisce pensare ‘a parte’, come se all’interno delle mura delle strutture di cura vivessero solo persone chiuse nel buio della propria inconsapevolezza, incapaci di comunicare all’esterno, o di farlo in modo comprensibile… magari, spesso, si preferisce pensarlo, forse perché più ‘comodo’ perché la disabilità mentale (e non solo) mette a disagio… e invece “Radici” mette in scena i sogni, l’immaginazione, le riflessioni di persone che la disabilità mentale rende certo ‘diverse’, ma non per questo poi così distanti dai cosiddetti ‘normali’.