Archive for marzo 2018

MATERIANERA, “ABYSS” (TAINTED MUSIC)

Ottenuto un ottimo riscontro con l’EP di esordio “Supernova”, per i Materianera giunge l’importante momento del primo lavoro sulla lunga distanza.

“Abyss”, abisso: da intendersi come ‘profondità’, esplorazione dell’animo umano, delle emozioni, dei rapporti famigliari e interpersonali; ricerca o ritorno alle proprie radici, come quella che ha riportato la vocalist Yendry Fiorentino nella terra caraibiche (Repubblica Dominicana) di origine, anche a contatto con i suoi problemi sociali e contraddizioni.

Gli undici brani di “Abyss” finiscono così per oscillare continuamente tra spirito e materia, interiorità e mondo reale, in un lavoro in cui la potenza della natura e la comunione con ‘l’altro’ si affiancano a riflessioni sulla pervasività dei media o sulla piaga dei bambini – soldato.

I suoni riprendono e ampliano quanto già proposto in precedenza: nella tela tessuta Alan Diamond e Davide ‘Enphy’ Cuccu, beat elettronici e i tappeti sintetici tessuti si immergono in atmosfere r’n’b e pop, con qualche rimando a sperimentazioni anni ’70 e ’80, con ampi ‘respiri’caraibici, tra dub e territori adiacenti, qualche escursione ai confini del ‘dancefloor’.

L’interpretazione (in inglese) di Yendry Fiorentino, intensa ma mai esagerata, ‘pop’ ma mai ammiccante, ‘decisa’ quando necessario fa il resto.

“Abyss” conferma quanto i Materianera avevano proposto in precedenza, confermando un progetto nel solco delle attuali tendenze del pop internazionale, che riesce a non vedere eccessivamente alla ‘facilità d’ascolto’.

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ALBERTO NEMO, “6 X 0” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Come suggerisce il titolo, sei brani compongono il secondo lavoro del cantante / compositore veneto Alberto Nemo.

Siamo in territori al confine tra musica elettronica, colonne sonore, classica contemporanea: composizioni ‘palindrome’, composte in un verso e registrate all’incontrario, sull’esempio di quanto a suo tempo ideato da Jocelyn Pook per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”.

Un lavoro dal sapore sperimentale, con suggestioni ‘avanguardistiche’, accompagnato dal cantato ‘lirico’ e dolente di Nemo, che si staglia su tappeti ‘ambientali’ che possono evocare fabbriche abbandonate, cattedrali gotiche da archeologia post-industriale.

Un ‘esercizio di ascolto’ che offre un’esperienza diversa dal ‘consueto’; la brevità del lavoro (una ventina di minuti) e delle singole composizioni evitano l’effetto ‘prova di resistenza’ offrendo un’esperienza che, se avvicinata con curiosità, può affascinare.

RAI, “AVEVA RAGIONE COBAIN” (NEW MODEL LABEL)

Il riferimento è scoperto, con un artwork che evoca il monoscopio e il Televideo, ma il gioco sostanzialmente finisce qui.

Rai nasce a Lodi e vive una giovinezza musicale tra grunge e shoegaze, per poi approdare e stabilirsi presso lidi elettronici.

“Aveva ragione Cobain” è il primo risultato di questo cambio di rotta: un EP di sei brani, in cui Rai cerca di trovare la propria via tra un’elettronica che tenendo conto dei ‘maestri’, sembra affondare le proprie radici negli anni ’80 e nei primi ’90, giocata in gran parte su sintetizzatori che costruiscono un mood per lo più riflessivo, malinconico, pur concedendosi qualche parentesi più tirata.

Elettropop, senza che il termine diventi un marchio di fabbrica: c’è la volontà di mantenere il contatto con l’ascoltatore, complice il cantato in Italiano e una scrittura – ancora un filo acerba – che parla di travagli sentimentali, del rapporto con sé e con gli altri, dei classici ‘tormenti’ tipici della gioventù odierna, prolungata a tempo indeterminato, in controluce sprazzi di vita di provincia.

Senza però prendere strade troppo ‘facili’, ‘troppo pop’, affidandosi a dissonanze che lasciano un che di ‘obliquo’.

Resta la curiosità per ciò che verrà in seguito.

GENOMA, “MOSTRI, PARANOIE E ALTRI ACCADIMENTI” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i romagnoli Genoma: sei pezzi per un disco a metà strada tra un EP e un full length, che sancisce l’importante passaggio dall’inglese all’italiano.

Quasi una seduta di autoanalisi, a partire dal rapporto con la memoria del proprio vissuto e quello con la propria ‘anima’, che talvolta è necessario lasciare andare, forse liberandola da troppe costrizioni quotidiane, fino al confronto con le proprie fragilità, le paranoie e i ‘mostri’ del titolo che forse vanno accettati come parte di noi e con questo placati senza cercare di eliminarli a tutti i costi.

Temi tradotti in una formula sonora suggestiva, in cui la voce di Angela Piva, che può rimandare a certo cantautorato ‘intimista’ (vedi ad esempio Suzanne Vega), si accompagna ad un ensemble strumentale non scontato, privo di chitarre, in cui a prendere la scena è spesso il basso fretless di Nicola Farolfi, cui si mescolano il violoncello di Elisa Cagnani, tastiere assortite e tappeti sintetici (Enrico Coari), batteria (Stefano Lelli) e percussioni (Bobo Raggi).

Domina un’atmosfera eterea, sfumata, che a tratti sembra quasi dilavare in liquidità ambient con qualche suggestione psichedelica, nelle quali ci si lascia volentieri galleggiare.

Chiude il disco una cover di ‘Heroes’ di David Bowie, ‘azzardo’ tutto sommato riuscito.

SNOWAPPLE, “WEXICO” (AUTOPRODOTTO)

Prendete tre ragazze olandesi con trascorsi tra lirica, jazz e gospel; portatele al sole del Messico, facendole incontrare con le sgargianti tinte sonore del luogo: se riuscite a immaginare questo matrimonio sonoro, riuscirete a farvi un’idea delle Snowapple, qui al quarto capitolo della loro vicenda discografica.

Otto pezzi dalla consistenza cangiante, con suoni certo fermamente radicati nella tradizione messicana (qualche suggestione rock,vagamente indie e psichedelica) tra percussioni, qualche ‘corda’ e occasionali fiati facenti alla musica popolare del luogo, ma che si mescolano con un cantato (tra inglese e spagnolo) frutto delle diverse esperienze delle tre, tra cori con qualche accento spiritual, eleganza jazz, spunti da trio vocale anni ’40 e qua e là qualche acuto ‘lirico’.

Il risultato è divertente, coinvolgente, all’insegna di toni accesi, ma senza negarsi qualche episodio più riflessivo, e parentesi quasi esclusivamente cantate ‘a capella’.

Un disco per lo più allegro, i cui ritmi ‘saltellanti’, da orchestrina mariachi e la cui luminosità fanno quasi spontaneamente nascere un sorriso.

MEGANOIDI, “DELIRIO EXPERIENCE” (AUTOPRODOTTO – LIBELLULA MUSIC)

Sembra ieri, che si saltellava con ‘Supereroi contro la Municipale’, e invece sono passati vent’anni.

I Meganoidi celebrano l’anniversario con il loro sesto disco sulla lunga distanza, che porta con sé tutte le tipiche considerazioni sul tempo che passa, la maturità raggiunta e via dicendo.

Temi che la band genovese affronta più o meno direttamente lungo i dieci pezzi di “Delirio Experience”: si fanno i conti col passato, ma senza nostalgie, ci si ritrova ‘maturi’ senza che questo voglia dire rinunciare a vivere il ‘presente’ in maniera ‘attiva’, senza farsene travolgere, ma cercando di tenere salde le redini della propria vita.

Una maturità che appare essere anche e soprattutto sentimentale: in due episodi si parla di paternità, mentre in ‘Gocce’ le lacrime di gioia diventano metafora della necessità di esternare i propri sentimenti.

Non si rinuncia a qualche parentesi più ‘cazzeggiona’, in un disco che Luca Guercio e Davide Di Muzio hanno voluto essere immediato, non eccessivamente ‘lavorato’ per conservare un contatto emotivo diretto con l’ascoltatore.

Un rock memore dell’impronta punk-ska degli inizi, magari corretto con elementi pop, ma senza ammiccamenti, per un lavoro cui partecipa, tra gli altri, Francesco La Rosa, ex batterista del gruppo.

Un efficace festeggiamento dei vent’anni di attività, cercando di rimanere fedeli a sé stessi, ma senza fingere che il tempo non sia passato.