Archive for the ‘televisione’ Category

IN MEMORIAM…

Con un certo ritardo, ma alla fine ci tenevo…

 
CHRIS CORNELL (1964 – 2017)

 

e, più recente…

ROGER MOORE (alias: Simon Templar – ‘Il Santo’, Lord Brett Sinclair, James Bond) (1927 – 2017)


 


 


 

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R.I.P. ANNA MARCHESINI (1953 – 2016)

La ricordo così, con i due spezzoni che preferisco.

 

TUTTO PUO’ SUCCEDERE

Qualche giorno fa, per puro caso, incrocio su RaiUno il bel volto di Maya Sansa, attrice che per inciso ho sempre apprezzato e che forse da qualche anno è stata un po’ troppo accantonata dal nostro cinema, ma vabbé.
Mi fermo lì cinque minuti a vedere che roba è – intendiamoci, la fiction italiana – con rarissime eccezioni, l’ho sempre fuggita come la peste – e il tutto mi sembra insolitamente gradevole, se nonché… se nonché, dopo una decina di minuti buona, mi accorgo che questa serie, intitolata “Tutto può succedere”, altro non è se non la versione italiana dell’americana “Parenthood”, che negli USA ha raggiunto, mi pare, la quinta stagione e che a sua volta è derivata da un film non riuscitissimo di Ron Howard.

“Parenthood” è una serie che ho molto apprezzato, riuscendone però a seguire bene solo le prime due stagioni, prima che Mediaset – probabilmente per gli scarsi ascolti – la relegasse in orari improbabili o sulla programmazione ‘residuale’ delle reti secondarie, come La5.
Le fiction famigliari americane le ho sempre apprezzate, forse perché  – per questioni famigliari – mi è sempre mancato questo senso di ‘caciara’, di case dove c’è sempre chi va e chi viene, problemi e vicende che si incrociano.
Le fiction famigliari italiane le ho sempre scansate, perchè il più delle volte, anziché la vita ‘reale’, descrivono mondi paralleli in cui troppo spesso tutto si aggiusta, con abbondante condimento di intenti moralistici, quando non pedagogici… Il riferimento naturalmente è soprattutto al famoso “Medico in Famiglia”, un prodotto che ha raggiunto rari livelli di insopportabilità…

Detto questo, “Tutto può succedere” è un bel passo in avanti, che si lascia seguire. Perché? Perché, a dirla tutta, è una ‘cover’: la serie americana non è una semplice fonte di ispirazione, ma viene riproposta di sana pianta, con vicende e personaggi. Il rispetto quasi calligrafico dell’originale è il miglior pregio e forse il miglior difetto: come avviene in musica, se un pezzo originale è buono, anche la cover, per quanto stravolta, sarà efficace; allo stesso modo però, le cover ‘ugualiuguali’ alla fine hanno poco senso: meglio metterci del proprio insomma, volendo anche stravolgendo l’originale, pur rispettandolo (sembra un ossimoro, ma è fattibile).

La versione italiana riprende tutto pedissequamente: la coppia alle prese con un figlio autistico e un’altra adolescente, la madre single di altri due figli che torna a casa dei genitori dopo un matrimonio fallito; la coppia formata da una donna in carriera e da un giovane uomo che forse rifiuta ancora un po’ di crescere che entra in crisi; l’eterno Peter Pan che fugge qualsiasi responsabilità che si scopre improvvisamente padre di un bambino di cinque anni… Vicende singole che si incrociano variamente, problemi reali e veri, vita quotidiana in cui spesso (ma non sempre) si trova conforto tra le mura domestiche e in cui i problemi proseguono anche quando ci si alza da tavola.

Viene da pensare, in fondo, che per ottenere il discreto risultato che si è raggiunto, quello della carta – carbone fosse il metodo migliore: io immagino, con tutto il rispetto, cosa sarebbe potuto succedere se magari la serie avesse voluto prendere una strada autonoma e ‘italiana’ rispetto all’originale, fermo restando che certe problematiche non sono certo solo americane, anzi… ma è risaputo che la tv, specie quella pubblica, di casa nostra, deve sempre mescolare tutto, e allora ecco che la fiction, invece di raccontare storie, deve sempre dire pure altro, spesso, ribadisco, con un certo moralismo.
Insomma: la fiction italiana troppo spesso tratta gli spettatori come degli imbecilli, e ancora peggio sono gli spettatori che da imbecilli si lasciano trattare… Sarò fissato, ma io ancora oggi col successo di “Un medico in famiglia” non ci riesco a fare pace, con gli ospedali puliti e ordinati in cui tutto funziona a meraviglia e le famiglie in cui tutto si sistema a tavola… macchecca**o.

“Tutto può succedere” è un’imitazione quanto si vuole, si potrà dire che è un gioco facile senza inventiva, ma almeno evita di prenderci per scemi, i personaggi sembrano finalmente ‘veri’ (a differenza dei protagonisti dei prodotti ‘biografici’ in cui sono tutti al limite della santità), in cui le situazioni e le problematiche sono discretamente realistiche.
Poi certo, i mezzi italiani non sono quelli U.S.A. e, parlando di attori, un Pietro Sermonti non sarà mai un Peter Krause, ma Maya Sansa non fa rimpiangere troppo Lauren Graham e Ana Caterina Morariu se la cava abbastanza discretamente, mentre Giorgio Colangeli e Licia Maglietta offrono un’apprezzabile dose di esperienza.

Non so se e quanto “Tutto può succedere” proseguirà; se continuera a ricalcare fedelmente le vicende dell’originale o magari se ne distaccherà, ma per il momento dà l’idea che tutto sommato qualche volta ci si può sintonizzare su RaiUno senza ridere di fronte alla comicità involontaria o – più spesso – farsi girare le scatole per l’uso fatto dei soldi raccolti col canone.

Riuscire a restare su quel canale per più di cinque minuti, per quanto mi riguarda, è già un buon risultato.

 

P.S. In realtà una cosa realmente insopportabile in questa serie c’é: la voce del cantante dei Negramaro che intona la sigla.

CONSIDERAZIONI SPARSE SULLA RAI

La domanda di fondo è: ma siamo sicuri che le nomine Rai siano così importanti? O meglio: la Rai è importante? Quello cui abbiamo assistito in questi giorni era, a posteriori, abbastanza prevedibile: le nomine nel CDA della RAI hanno fornito l’occasione per sistemare portaborse, amici, amici degli amici, giornalisti compiacenti e quant’altro… con l’eccezione forse di Freccero (che detto tra noi sopporto poco: supponente e presuntuoso e troppo incline ad un certo vittimismo quando si parla della sua esperienza in Rai), che sembra essere l’unico del lotto a capire veramente qualcosa di ‘tivvu’.
Il problema è che i ‘partiti’ non capiscono (o fanno finta di non capire), che la Rai non è solo ‘informazione’, anzi, tutt’altro… eppure continuano ad infarcire il cda di giornalisti, peraltro provenienti in genere dalla carta stampata, che rispetto alla televisione è tutt’altra roba.
Il risultato è che ci paga il canone, si trova a finanziare un’anzienda nel cui CDA siedono Diaconale e Mazzucca…

La RAI viene pomposamente descritta come ‘la più grande azienda culturale del Paese’… mah: certo, Rai5 di cultura ne fa parecchia, Rai3 segue a ruota… ma se parliamo di Rai1, 2, etc… Certo, se per ‘cultura’ si intendono anche le chiacchiere pallonare, inutili partite di calcio delle serie minori, programmi di cucina, varietà canterini, allora tutto fa brodo e tutto fa cultura… è un problema vecchio (ricordiamo la famosa polemica Taricone – Cecchi Paone sulla natura culturale del Grande Fratello); ma il problema di fondo resta: nel cda RAI siedono sopratutto ex giornalisti che probabilmente di come si copre un evento sportivo, di quali serie tv promettono bene o di come si costruisce un varietà, capiscono poco o nulla, con tutto il rispetto.

Il problema è che la RAI non riesce ad evolvere: certo, la moltiplicazione dei canali degli ultimi anni è servita a dare spazio anche ad una programmazione destinata ad un pubblico diverso e un po’ più esigente rispetto a quello di Antonella Clerici, ma l’impressione generale è che la RAI continui ad essere un elefante in un mondo sempre più dominato da ‘gazzelle’… A dirla tutta, l’unico vero ‘sussulto’ degli ultimi anni è arrivato con Game of Thrones, ma anche lì, manca il coraggio: la RAI trasmette versioni edulcorata in prima serata e l’integrale a notte fonda… Mediaset per dire non si risparmia dal propinarci in prima serata una serie a tratti veramente ‘borderline’ come Shameless: non dico che la RAI dovrebbe puntare su sesso e sangue in prima serata, dico però che non dovrebbe avere paura di mostrarli, se quelli sono funzionali alla serie; in serie come G.o.T. e Shameless sesso e sangue sono perfettamente funzionali alla storia e per nulla gratuiti (per quanto ovviamente ammiccanti), quindi non vedrei il problema.

Il fatto è che la tv va avanti: se SKY propone un prodotto come House of Cards, la RAI non può continuare a proporre le biografie in odore di santità dei politici e degli sportivi italiani; se Italia 1 ad ora di cena non si fa problemi nel trasmettere gli efferati omicidi di C.S.I., la Rai non può continuare con Don Matteo in bicicletta; se MTV trasmette le vicende della famiglia allargata di Modern Family, la RAI non può continuare ad evitare il problema, trattandolo magari con una condiscendenza irritante in stile ‘poverini sono come noi’.

Televisione che peraltro è in via di superamento: ormai esistono intere trasmissioni basate su video presi da Internet; la stessa Internet propone sempre nuovi modi di fruizione: la RAI trasmette in chiaro le nuove stagioni delle serie in suo possesso con un ritardo medio di un anno rispetto alla messa in onda sulle reti satellitari o a pagamento; all’opposto, Netflix sforna nuove serie a pacchetti di episodi completi che uno si scarica e si guarda quanto vuole… rendiamoci conto della differenza.

Certo, Clerici e Don Matteo fanno ascolti, attirano pubblicità e finché il saldo è positivo non c’è problema… ma per quanto continuerà? Ormai al pubblico degli under 20 la tv interessa poco; il pubblico dei trenta / quarantenni ancora la televisione la guarda, ma quando può si rifugia su Internet; tempo dieci anni, e avremo il pubblico di età  compresa trai 20 e i 50 anni che la tv non la guarderà quasi più.

Dare oggi importanza alle nomine RAI come se si trattasse della Presidenza della Repubblica è per certi versi demenziale: è un atteggiamento tipico dei politici che badano ad arraffare poltrone per qualche anno, senza avere alcuna visione prospettiva.

Io auguro veramente buona lavoro a Maggioni e Campo dell’Orto, che almeno sono persone che conoscono la televisione e la RAI in particolare… certo, ho qualche dubbio, perché Maggioni nella sua gestione di RaiNews ha talvolta esagerato: ricordo certe sue dirette – fiume, in cui più che spiegare ha creato confusione; Campo dell’Orto è quello che per certi versi ha avviato la mutazione che ha portato MTV dall’essere un canale musicale, a diventare un ‘contenitore’ pieno della qualsiasi; ammetto che si tratta di persone competenti, ma mi domando se questo basti… Spero, soprattutto, che nelle produzioni RAI ci sia un po’ più di coraggio, che ci si schiodi dalla formula di certi varietà che sono imbarazzanti per chi ci partecipa e per chi li guarda; che ci sia più coraggio nel confezionare serie tv meno paludate e che almeno saranno scritte, recitate e doppiate in maniera decente.
Spero che, soprattutto nella programmazione sportiva, cinematografica e delle serie tv la RAI smetta di rimanere nelle retrovie, raccogliendo le briciole altrui; anche se temo non sarà un percorso facile, visto anche nel cda siede solo una persona che capisce sul serio di televisione.

Per quanto mi riguarda, continuerò a seguire RaiNews, certi eventi sportivi, i programmi degli Angela, qualche serie tv (specie quelle di Rai2)… con l’aggiunta di “Un posto al sole” che trovo forse la migliore produzione RAI degli ultimi vent’anni: per me un appuntamento fisso, il programma ideale davanti cui sbragarmi dopo cena… Per il resto, sta a loro riuscire a convincermi che la RAI non sia un cadavere ambulante, come quelli di The Walking Dead (a proposito, non sarebbe male se la rai prendesse coraggio e la trasmettesse, in integrale ed in prima serata, magari su una delle tre ‘reti generaliste’); l’impresa non è facile, perché ci vogliono un coraggio ed una mentalità che in RAI è evidente manchino da almeno trent’anni, se non di più…

HOUSE OF CARDS

ovvero: l’inutilità di raccontarci ciò che in fondo già sappiamo.

Ho visto i primi quattro episodi, più metà del quinto, di House of Cards, pluriosannata serie d’oltreoceano che racconta di che ‘belle persone’ gravitino nella politica americana… a un certo punto ho piantato lì perché ne avevo abbastanza; voglio dire: in fondo cosa ci dice “House of Cards”? Che i politici sono degli str***i. E grazie al ca**o, aggiungerei io… ma c’era bisogno di una serie per dircelo?

Insomma, che la politica sia fatta da stro**i non è certo una novità: lo sappiamo tutti che diciamo 9 persone su 10 tra quelle che ‘fanno politica’, la fanno per ragioni di potere e prestigio personale; i più ‘pragmatici’, come racconta anche Frank Underwood, protagonista di H.O.C. – interpretato alla grande da Kevin Spacey – per denaro, quelli più scaltri per il ‘potere’, potere che si traduce in quel particolare godimento che si trae quando, parlando con qualcuno, si ha la certezza di poterlo schiacciare come un insetto in qualsiasi momento…

In fondo, Underwood, Matteo Renzi e il ‘Califfo’ Al Baghdadi (quello dell’ISIS) si somigliano, appartengono alla stessa tipologia antropologica: sono persone che pur di conquistare e mantenere il potere farebbero carte false… certo, i metodi sono diversi: Underwood preferisce manovrare le persone come marionette (e quando ciò non è più possibile, togliersele dai piedi fisicamente, come ho letto andando a sbirciare tra le trame delle stagioni successive) Renzi se ne frega di chiunque altro che non sia sé stesso e va avanti, sicuro dell’appoggio dell’opinione pubblica e della sua capacità di comunicazione; Al Baghdadi va per le spicce e scanna i suoi avversari; chiaramente sono ‘metodi’ molto diversi, ma se entriamo nel merito, gli individui in questione appartengono alla stessa ‘schiatta’, hanno la stessa mentalità.

House of Cards in fondo afferma nient’altro che ‘il più pulito c’ha la rogna’, come diciamo a Roma: il protagonista Frank Underwood non si ferma davanti a niente, usa le debolezze degli avversari per distruggerli o metterli al proprio servizio, non si fa scrupolo di usare tragedie umane o mandare sul lastrico migliaia di persone per ingrossare il proprio potere… lo facesse, magari, per far stare meglio i propri elettori, per inseguire qualche tipo di ideale, all’insegna del classico ‘fine che giustifica i mezzi’… macché: le mire di Underwood sono squisitamente personali: siccome il neo eletto Presidente degli Stati Uniti (uno che appartiene al suo stesso partito) lo ha privato all’ultimo momento dell’incarico di Segretario di Stato, allora, dal giorno immediatamente successivo all’elezione, briga per distruggerlo.

Sostnzialmente, chi fa politica la fa per farsi i ca**i suoi, e sai che novità… ancora peggio, tra l’altro, è la moglie di Underwood, interpretata da Robin Wright: un autentico monumento di ipocrisia che porta avanti un ente di beneficenza, ma poi non si fa scrupolo di licenziare decine di collaboratori, anche di lunga data: si fa del bene a chi abita a migliaia di chilometri di distanza e manco si conosce, non ci si fa scrupolo di mettere nella m***a persone con cui per anni si è lavorato quotidianamente.

Insomma, House Of Cards è l’ennesima serie a base di personaggi negativi e detestabili che in fondo finiscono per essere simpatici al pubblico che, al di là di ogni ipocrisia, sa che al loro posto si comporterebbe allo stesso modo: una serie che, come tante negli ultimi anni, stimola e titilla i peggiori istinti delle persone, solleticando la propria propensione al Male… Frank Underwood in fondo piace perché lo invidiamo, perché vorremmo essere tutti al suo posto e sapere di poter schiacciare come un verme chi ci troviamo di fronte, così come vorremmo tutti avere la faccia tosta di un Renzi od essere spietati come il ‘Califfo’: il problema è che per esperienze di vita, ambiente famigliare o semplicemente per indole la maggior parte delle persone non è ‘come loro’ e allora a noi ‘gente normale’ non rimane che abbozzare, invidiare o magari detestare il protagonista di House of Cards, il Presidente del Consiglio italiano o l’autonominato capo dell’Isis…

Intendiamoci, tecnicamente House Of Cards è ineccepile: ottimamente scritta e girata, interpretata in modo magistrale da Spacey e Wright; il fatto però è che alla fine ci racconta ciò che già conosciamo: a che serve assistere alle gesta fittizie di Frank Underwood quando sappiamo benissimo che i Renzi, gli Alfano, i Salvini e forse – lo dico da elettore di M5S – pure i Grillo (o chi per lui) si comportano allo stesso identico modo?

House of Cards ci dice che i politici sono degli str***i che si fanno i ca**i loro alle spalle nostre: embè? Non c’è certo bisogno di una serie tv per farmi rodere il fegato e salire il fiele contro i politici: con tutto il rispetto, molto meglio NCIS.

GOMORRA – LA SERIE

Ovvero: mamma, da grande voglio fare il camorrista.

Senza girarci troppo intorno: il problema è uno solo e si chiama ‘immedesimazione’.
La serialità televisiva, avendo raschiato il fondo del barile degli ‘eroi positivi’, divenuti materiale di pertinenza quasi esclusiva delle serie ispirate ai supereroi e ai vigilanti dei fumetti, da qualche anno ha ‘scoperto’ il ‘fascino del male’: siamo così passati dall’umanità instancabile dei protagonisti di E.R. al Dr. House, incapace di qualsiasi ipocrisia, che finiva per prendere in giro e mandare a quel paese i propri malati, perché ‘lui curava le malattie e non le persone’; dai detective alla ricerca dell’assassino al serial killer Dexter che, per quanto spinto da una sua morale, sempre un macellaio restava… per arrivare al protagonista di Breaking Bad che, schiantato da una vita ingiusta, decide di reagire dandosi al crimine… eroi negativi che stimolano la nostra parte oscura, e nella quale finiamo più o meno per immedesimarci, guardando questi personaggi fare cose che noi non ci sogneremmo (o non avremmo il coraggio) di fare.

Veniamo a Gomorra: il film aveva un senso, nel suo trasferire sullo schermo ciò che ci era stato raccontato da Saviano nel suo libro; riuscito, quel film, nel riproporre delle atmosfere squallide e dei personaggi al limite, interpretati da attori spesso presi dalla strada… Recentemente più o meno casualmente (ovvero: in mancanza d’altro) ho visto qualche episodio della serie tv, e il confronto col film è impietoso; il film faceva rabbia, perché faceva paura: i protagonisti sembravano veri, reali. La serie ti fa rodere e basta, perché i personaggi sono insopportabili: non in quanto rappresentazione della realtà, ma proprio per come sono stati delineati. Per quanto mi riguarda, siamo a poca distanza dalla macchietta o dalla comicità involontaria; la moglie del boss che va in carcere a trovare il marito e gli mostra l’album di famiglia sembra presa di sana pianta da una sceneggiata di Mario Merola; i giovani protagonisti sono tutti o quasi ‘leccati’, ‘tronisti’ più che ‘avanzi di ‘galera’; talvolta per dargli un ‘tocco di cattiveria’ gli sono state appiccicate delle acconciature demenziali.

Insomma, il paragone con la realtà è analogo a quello di “Romanzo Criminale”: confrontate le foto degli esponenti della Banda della Magliana con le ‘facce da buono’ di Rossi Stuart, Favino o dei protagonisti della serie tv e fatevi due risate…

Il film Gomorra era dominato da un’atmosfera – volutamente – squallida e decadente; la serie è patinata, plastificata; certe battute sono oltre i limiti dello scontato (“se comando io, gli ordini perché li dai tu?”). Le atmosfere ‘VIP’, il sole, le piscine, il mare, le auto, le tute griffate, i bracciali, gli anelli, le catenine, l’arredamento di lusso, gli alberghi a cinque stelle, le belle donne (con tanto di bocce al vento) offrono un’insopportabile quadro del ‘quant’è bello essere un camorrista’; in uno degli episodi, un emissario della camorra in Spagna prima viene lasciato ad affogare, ma poi si scopre che era uno ‘scherzo’, poi viene coinvolto in una ‘roulette russa’ da… mafiosi russi (e qui veramente si finisce nel trash) e ovviamente si salva: manco la soddisfazione di vederlo affogare o di assistere alle sue cervella che decorano un bel muro; nulla di tutto questo: ‘ammazza quanto gli va di c**o ai camorristi!!!

Nell’ultima puntata c’è la classica ‘mattanza d’ordinanza’, presa pari dal Padrino, peraltro con analogo effetto ‘analgesico’: non si innoridisce per il sangue che scorre a fiumi, più che altro si rimane ‘sinistramente affascinati’ dalla metodicità dell’azione.

La fiction televisiva suscita immedesimazione: mettici un poliziotto e il pubblico sognerà ad occhi aperti di avere il fegato di andare a stanare i criminali; mettici un camorrista e il pubblico immaginerà di avere il coraggio di vivere nel lusso coi soldi dello spaccio di droga; è sempre stato così e così sempre sarà: eroi ed antieroi, con poche eccezioni. Ricordo ancora il senso di rabbia ed impotenza con cui uscii dal cinema dopo la visione del film: la sensazione di non aver assistito ad un’opera di completa fantasia, ma ad uno spaccato in parte documentaristico; conclusa la visione di qualche episodio di “Gomorra – La serie”, mi è rimasta la sgradevole impressione di un prodotto che alla finisce per dare un’aura di ‘eroi’ ai protagonisti, cattivi e senza scrupoli quanto si vuole, ma in fondo quanto sò fighi; alcune sequenze ‘forti’ (rapimento, stupro e uccisione di una povera adolescente, eliminazione di un poco più che ragazzino mediante colpo in testa) sembrano essere state inserite tanto per dare un po’ di negatività in più ai protagonisti, ma questo non basta a togliere al prodotto la fastidiosa patina di ‘eroismo negativo’, il ‘fascino della dannazione’, la suggestione della ‘vita violenta’.

La visione di “Gomorra – La serie” induce peraltro qualche considerazione sulla progressiva ‘mutazione’ subita da Saviano (della quale va ringraziato soprattutto l’ineffabile Fabio Fazio), il quale ormai è diventato un ‘brand’, che passa indifferentemente dalle vesti di giornalista d’inchiesta, a quelle di tuttologo televisivo e di autore delle fiction tratte dai suoi libri, uno di quelli su cui tra l’altro in Italia è vietato eccepire in qualsiasi modo, pena essere tacciati di connivenza con la camorra da parte dell’intellighenzia sinistroide dei vari Fazio, Floris, Giannini, Gruber, De Gregorio, Gramellini, Bignardi e compagnia bella.. sia chiaro, non gli si può fare una colpa se i suoi libri vendono e le sue fiction hanno successo, ma a questo punto bisognerebbe pure smettere di dipingerlo come un mezzo martire: che bisognerebbe dire allora dei collaboratori di giustizia costretti a vivere nell’anonimato, lontani dal successo, dalle luci della ribalta, (soprattutto) dai soldi a palate?

Al netto di queste considerazioni, l’irritazione comunicata dalla visione di “Gomorra – La serie” resta: perchè alla fine, a dirla tutta, a questi antieroi patinati si fanno quasi preferire quelli più stereotipati, ma almeno detestabili, che ogni tanto vengono proposti dalla soap di RaiTre “Un posto al sole”.

SANREMO VA BENE COSÌ

In fondo, Sanremo è sempre stato questo: il Festival della Canzone(tta) italiana. Nonostante tentativi, alquanto modesti, di ampliare il contesto, Sanremo non è mai stata, nelle intenzioni, una rassegna dello ‘stato dell’arte’ della musica italiana, ampliamente intesa. Lo scopo di Sanremo è sempre stato quello di produrre pezzi facili, da vendere, da mandare per radio, da essere fischiettati per strada, sotto la doccia per tre mesi e poi essere presto dimenticati. Ogni tentativo di rendere Sanremo ‘altro’ è miseramente fallito e penso soprattutto alla pretenziosità delle edizioni curate da Fazio, che animato dalla sua solita spocchia, aspetto di più deleterio di un certo pseudo-intellettualismo sinistroide, voleva ammantare Sanremo di chissà quale ‘missione’.

La storia dice che Sanremo è la ‘canzonetta’ e che con la qualità e la profondità nulla ha a che fare; basta solo pensare che quando a Sanremo si è presentato Tenco, che probabilmente sarebbe stato destinato a diventare il più grande, più grande di De André, di Conte, di Battiato, è andata a finire come sappiamo tutti: Sanremo respinge da sempre la qualità, non gli interessa e non gli serve: la rabbia, la tristezza ed all’opposto il ‘cazzeggio intelligente’ lo repellono; Sanremo deve essere sentimentalismo a buon mercato e frasi fatte; Elio e Le Storie Tese non hanno vinto Sanremo (ovvero: l’avevano vinto, ma poi non gli fu permesso nei fatti). Sanremo respinge perfino le ‘interpretazioni’: Mia Martini partecipò varie volte, sempre con esibizioni molto intense, troppo intense: venne pure lei buttata nelle retrovie.

Insomma, Sanremo è il disimpegno e la facilità: tutto il resto, fuori, please; negli anni si è cercato di dare spazio alla musica ‘altra’, a Sanremo si sono presentati Subsonica, Marlene Kuntz, Afterhours, Marta sui tubi, Perturbazione: tutti con pochi o nessun risultato, in fondo. Inutile continuare a pensare, a pretendere, che Sanremo possa o debba, essere qualcosa di diverso dalla canzonetta di sottofondo da bar, parrucchiere, o supermercato. Sanremo è sempre stato solo quello: per alcuni ‘la bella canzone italiana’, per altri, il pattume sonoro che sovrasta tutto, riducendo chi vuole fare ‘altro’ nelle riserve. Poche le eccezioni: senza scomodare il ‘solito’ Modugno (che poi oltre alle consuete lodi fu anche una prova della ‘vocazione commerciale’ della musica sanremese), ricordo la discreta ‘Uomini soli’ dei Pooh, uno dei loro punti più alti in quanto a scrittura, le vittorie degli Avion Travel e di Elisa, più recentemente quella di Vecchioni, ma poi nulla o poco altro: di pezzi veramente di peso, di valore, a Sanremo ne sono certo stati presentati, in media è forse possibile reperirne uno o due ad edizione, ma guarda caso, hanno sempre goduto di gloria postuma, non certo nell’ambito del Festival in sè, che della profondità e della qualità, se n’è sempre ampiamente fregato, dando puntualmente la precedenza alla leggerezza, alla superficialità, all’orecchiabilità fine a sé stessa.

E allora, ben venga la fine di ogni ipocrisia Faziosa, ben venga la conduzione popolare di Conti, che si tira appresso il solito codazzo di amici fiorentini, ben vengano Tiziano Ferro, Al Bano e Romina e perfino Biagio Antonacci ‘elevato’ al ruolo di ‘superospite’. Bentornato al Sanremo puro, vero, originale, fatto di paccottiglia sonora da due soldi da dare in pasto ad un pubblico di analfabeti musicali, per i quali il concetto di ‘buona musica’ viene definito dal numero di copie vendute, scaricate o di passaggi in radio. Sanremo è Sanremo: nient’altro che questo.