Archive for gennaio 2014

LE GRANDI STORIE DISNEY – L’OPERA OMNIA DI ROMANO SCARPA – VOL.1

SUPERBURP!

L’acquisto, diciamocelo, lo meritava solo il prezzo: nemmeno 2 euro, promozione valida come succede in questi casi solo per il numero uno. Volume peraltro leggibile a sé stante, senza storie ‘in sospeso’ che obblighino l’acquisto dei successivi. Questioni spicce a parte, l’iniziativa lanciata dal Corriere della Sera, peraltro fatalmente destinata a ‘perdersi’ nel mare magnum degli allegati che quotidianamente affollano le edicole (sempre meno tra l’altro: la crisi sta colpendo duramente i ‘giornalai’) è comunque degna di attenzione, visto che costituisce la prima ‘opera omnia’ dedicata al ‘maestro’ dei disegnatori Disney in Italia. La serie dedicata a Scarpa segue quelle analoghe incentrate sulle opere di Floyd Gottfredson e Carl Barks, veri e propri ‘demiurghi’ dell’universo disneyano d’oltreoceano; dovendo rappresentare quel filone ‘autonomo’ che è la Disney italiana, non si poteva dunque non partire da Scarpa.

Sette storie compongono il primo volume (uscito ormai un paio di settimane fa, ma credo ancora…

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MADAUS, “LA MACCHINA DEL TEMPO” (CENTO CANI /AUDIOGLOBE)

Madaus
La macchina del tempo
Cento Cani / Audioglobe
http://www.madaus.org

Nato dalla collaborazione di quattro musicisti dell’Accademia della Musica di Volterra, il progetto Madaus giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza. Madaus, ovvero: mad – house, scritto come si pronuncia, riferimento esplicito all’attività portata avanti dalle due componenti femminili del gruppo, nella musicoterapia, a sostegno dei portatori di handycap e nelle carceri; e ancora il tempo, troppo frenetico, del mondo in cui viviamo e dal quale spesso si vorrebbe volentieri fuggire.

Un’esperienza che marca il disco anche in alcuni dei suoi capitoli: “La macchina del tempo” si presenta come un concept dedicato appunto al tempo: il tempo degli amori in corso, vissuto ‘in presa diretta’ e quello delle relazioni sfumate, spesso rimpianto; ma anche, e forse soprattutto, il tempo che si fa ‘spazio’, il tempo presente vissuto con l’immaginazione, all’interno delle mura di un carcere o di una struttura psichiatrica e quello futuro, dei sogni da realizzare quando certe esperienze saranno concluse.

I Madaus danno forma sonora a questi concetti dosando in maniera accorta ed efficace le proprie coordinate stilistiche: la provenienza accademica si fa evidente in episodi che raccolti in una dimensione cameristica, uniti alle salde radici nella tradizione cantautorale italiana (con esiti a volte all’insegna di un pop ‘di classe’), ma pronti ad aprirsi ad altre influenze, dalle atmosfere sinuose del tango, passando per profumi jazz, fino  a quelle allegre e sgargianti del charleston; l’impronta emotiva del disco è frutto del dialogo continuo tra la voce di Aurora Pacchi e il piano di Antonella Gualandri, sostenute dalla sezione ritmica costituita da David Dainelli e Marzio del Testa. Piano, basso e batteria costituiscono la matrice di un ensemble musicale pronto ad arricchirsi attraverso strumenti vintage o creati ad hoc (come nel caso di un ibrido tra basso e batteria).

Rilassamenti, sottile erotismo, pathos si alternano a momenti con ispirazioni da colonna sonora e parentesi in cui si fa strada una maggiore allegria in un lavoro che ci mostra una band matura sotto il profilo tecnico e a buon punto nel cammino verso il raggiungimento di un’identità stilistica compiuta.

SUPERCROOKS

Questo invece è stato il mio primo contributo al progetto:
http://superburpblog.wordpress.com/

SUPERBURP!

di Mark Millar e Leinil Francis Yu

SUPERCROOKS 1 (SUPERLADRI)

Domanda: avete dei superpoteri, decidete di usarli per motivi ben poco nobili e… vi trovate negli U.S.A., dove notoriamente si trovano eroi in costume ad ogni angolo di strada. Cosa fate?
Semplice, radunate un manipolo di ‘sodali’, magari ex compagni di strada che nel frattempo stanno cercando di rifarsi una vita onestamente, o usano i propri poteri per sbarcare il lunario in modo più o meno illegale e… gli proponete il colpo della vita… in Spagna, dove di eroi in calzamaglia ce ne sono ben pochi e dove racimolare qualche milione di dollari non dovrebbe essere così faticoso. Il problema è che ai vostri amici avete taciuto un piccolo particolare: la vittima del vostro colpo è il più pericoloso, cattivo e potente supercriminale del mondo.

Tra gli scrittori di fumetti della generazione nata a cavallo trai ’60 e i ’70 Mark Millar è quello…

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Vite Brevi

Da oggi, potete leggermi anche qui: http://superburpblog.wordpress.com/
un piccolo ‘esperimento’, nato con l’amico Fabrizio dalla comune passione per i fumetti. Il primo contributo è il stato il suo.

SUPERBURP!

Per circa 10 anni è rimasto perfettamente allineato in uno scaffale della libreria nella camera dove vivevo con i miei genitori. Era lì, insieme agli altri dodici volumi, stipato insieme agli altri 2.000 fumetti che ho collezionato nel corso dei primi 20 anni di vita. Tra un Uomo Ragno ed un Hulk, Sandman mi aveva letteralmente stregato e motivato, facendomi intravedere il lato oscuro del medium fumetto. Le sue immense possibilità.

Poi tra i 75 numeri di Sandman c’era Vite Brevi. Una raccolta di circa 10 numeri che raccontava lo strano viaggio di Morfeo e Delirio alla ricerca del fratello scomparso Distruzione. Ero già avvezzo al fumetto d’autore e masticavo Manara, Pratt e Pazienza, ma niente era come Neil Gaiman. Forse perché questo autore inglese non ha mai fatto mistero di ammirare i grandi cartoonist europei, forse proprio per quello stile minimal lontano anni luce dal nuovo mondo, A 22…

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AMERICAN HUSTLE

Una coppia di truffatori professionisti (Bale – Adams) vengono ‘assunti’ da un ambizioso agente dell’FBI (Cooper), per smascherare un giro di politici corrotti, partendo da quello forse meno disonesto di tutti (Renner); nella vicenda in seguito entrerà, con esiti tragicomici, anche la moglie del truffatore Bale (Jennifer Lawrence).

‘L’apparenza inganna’, cita il sottotitolo italiano di “American Hustle”: scontato come solitamente avviene nelle traduzioni italiane, ma in questa sua banalità in fondo azzeccato. Definire “American Hustle” un film banale e scontato è probabilmente ingeneroso, tuttavia, alla fine, a dircela tutta: un ‘film di truffe’, in cui tutti non sono quello che sembrano, in cui a forza di truffare e fingere di essere chi non si è si finisce anche per ingannare se stessi… Non è certo la prima volta che il cinema, specie americano ci presenta un ‘canovaccio’ del genere, anzi: gli americani in questo genere sono dei ‘maestri’, i migliori del mondo a costruire meccanismi perfettamente funzionanti su storie del genere: di questo, gli si deve dare atto e il risultato è (quasi) sempre garantito.

Il risultato garantito lo è anche in questo caso, almeno in termini di svago e diverimento; tuttavia, se da questo film ci si aspetta che venga detto qualcosa di nuovo nel filone, allora è meglio restarsene a casa: la vicenda si sviluppa secondo i metodi consueti (colpi di scena telefonati inclusi) coi personaggi che nel corso della storia fanno i conti con le proprie debolezze: i due truffatori senza scrupoli che riscoprono i concetti di ‘amore’ e ‘amicizia’, lo spregiudicato agente dell’FBI che cerca di vivere un’avventura per sganciarsi dal grigiore della propria quotidianità, il politico dalle buone intenzioni che scopre come queste non sempre si accompagnino a buone azioni: complicato non parlare di stereotipi.

A salvare il film intervengono soprattutto le interpretazioni dei singoli: un Bale ancora una volta camaleontico, stavolta sfatto, debosciato e col riporto; un Cooper insopportabile nei suoi atteggiamenti da bulletto belloccio e opportuninsta; un Renner che pur negli aspetti quasi macchiettistici del personaggio (a partire dall’improbabile acconciatura in stile Elvis) riesce comunque a dare credibilità al personaggio; convince meno Amy Adams, per la quale la candidatura all’Oscar a pare un filo esagerata, mentre su tutti svetta, straripante, una Jennifer Lawrence ancora una volta in stato di grazia, nella parte di una casalinga bella e frustrata  che si infila nelle pieghe della vicenda alla ricerca del riscatto.

“American Hustle” garantisce momenti di autentico spasso, a partire proprio dalle parentesi affidate alla Lawrence, per arrivare al gustoso cameo di De Niro (per quanto nel ruolo, ancora una volta stereotipato, del mafioso italoamericano) e David O’Russell, sornione e profondo ‘conoscitore dei suoi polli’, dà al pubblico tutto ciò che spera e si aspetta, incluso il bacio tra le due protagoniste.

La messa in scena è esteticamente ineccepibile, sorretta da una colonna sonora – ovviamente anni ’70 – di prim’ordine, ma il limite di fondo del film resta però quello della sua prevedibilità: certo un pubblico meno ‘smaliziato’ se lo godrà sicuramente, ma chi è avvezzo a certi meccanismi, non potrà non alzarsi dalla poltrona con una buona dose di insoddisfazione di fondo, pensando: “beh, tutto qua?”.

 

KATYA SANNA, “LA VIA DELLE STELLE” (AUTOPRODOTTO)

Avevamo avuto modo di ascoltare Katya Sanna già qualche anno fa, col suo “Cuore di vetro”; la ritroviamo oggi con questo suo nuovo lavoro, sempre nel solco della ricerca che già allora ne distingueva l’impronta stilistica.

Il titolo è più che mai indicativo: le dodici tracce che si dipanano lungo “La via delle stelle”  – ovvero La Via Lattea –  disegnano un viaggio siderale nelle profondità cosmiche: suoni rarefatti, riverberi, tappeti elettronici dal forte sapore ambient, scarne percussioni che accompagnano un’espressione canora all’insegna di vocalizzi dal sapore quasi lirico, erigono una cattedrale sonora dagli spazi ampi e suggestivi.

Un viaggio cosmico che però in alcuni frangenti (come nel più classico dei paradossi) sembra ricondurci a spazi più vicini a noi, come quelli, appunto, di una cattedrale gotica, con suoni ed atmosfere a tratti medievaleggianti, (ed infatti l’artista ricorda come la Via Lattea indicasse il cammino ai pellegrini verso Santiago del Compostela) che possono ricordare, alla lontana, certi episodi dei Dead Can Dance; in altri frangenti, complici le percussioni, ci si trova di fronte a sonorità dai toni orientaleggianti, come se ci si trovasse nell’intimità riflessiva di un giardino zen.

“La via delle stelle” è uno di quei lavori dei quali, onestamente, si può dire che si fa prima ad ascoltarli che non a parlarne: e questo non solo e non tanto per la loro ‘complessità’, quanto perché è proprio nella loro natura il toccare le corde ‘emotive’ dell’ascoltatore, suscitando così reazioni di volta in volta diverse (estasiate, affascinate, intrigate, talvolta magari annoiate): caratteristica certo comune a tutta la musica, ma che in dischi di questo tipo assume un peso decisivo.

Importante sottolineare, per questo, come il lavoro di Katya Sanna (coadiuvata da un manipolo di ospti trai quali, per ruolo anche in fase produzione, si distingue Fabio Franchini) sia liberamente ascoltabile online sulla piattaforma Bandcamp, mentre su Youtube è visionabile la video-installazione che accompagna il lavoro.

RENZI, LA LEGGE ELETTORALE E IL ‘SOLITO’ PD

PRIMO TEMPO. Considerazioni in ordine sparso sul progetto di legge elettorale ‘Renzi – Berlusconi’:

1) Le liste ‘bloccate’ corte: non mi sembrano uno scandalo, ma una via di mezzo, tutto sommato discreta, tra il sistema delle ‘preferenze’ (che in Italia è sempre stato sinonimo di ‘feudi elettorali’ nonché di voto di scambio, malaffare e infiltrazioni malavitose assortite) e quello delle liste abnormi; più in generale, il problema non sta nella ‘scelta del menù’, ma negli ‘ingredienti’. Sia le preferenze che le liste bloccate non garantiscono la ‘trasparenza assoluta’. Il sistema migliore sarebbe stato quello di un solo candidato per ogni lista, in quel modo si avrebbe il massimo controllo possibile da parte dell’elettore… Se i candidati venissero scelti con le primarie, sarebbe un passo avanti, ma il problema di fondo rimarrebbe: se i candidati alle primarie, per dire, sono tutti analfabeti, o tutti malavitosi, il problema si riproporrebbe.

2) La possibilità data ai partiti di presentarsi in coalizioni, ripropone pari pari il problema dell’incidenza dei piccoli partiti su un eventuale Governo. I casi sono due: o si procede con le coalizioni, che negli ultimi vent’anni in Italia hanno fatto solo danni, o si va per singoli partiti: il sistema Renzi – Berlusconi non risolve il problema di fondo, checché ne dicano loro.

3) Il doppio turno, assieme alle coalizioni, appare evidentemente un sistema per sbarrare la strada al MoVimento Cinque Stelle: per prima cosa infatti il sistema favorisce la formazione di assembramenti di partiti, quando è risaputo che M5S va sempre da solo; secondo, il doppio turno favorisce l’appoggio ‘esterno’: in poche parole, nella fantascientifica ipotesi in cui M5S andasse al ballottaggio con FI-NCD-FI-LEGA e soci, o al ballottaggio con PD (solo o in compagnia), è ovvio che i partiti ‘tradizionali’ si spalleggerebbero, invitando gli elettori a turarsi il naso contro il ‘nemico comune’ rappresentato dal ‘pericoloso populismo di M5S’. Non prendiamoci in giro: i partiti tradizionali stanno insieme al Governo da due anni e passa, ormai sono pappa e ciccia…

 

SECONDO TEMPO. Il ‘solito’ PD

Il PD mette ancora una volta in scena la commedia di bassa lega cui ci ha abituato negli ultimi anni:  appena eletto un segretario, si comincia subito a brigare per liberarsene. La piazzata esibita da Cuperlo l’altro giorno è ridicola e infantile, una cosa che manco all’asilo di infanzia. Non gioco più, me ne vado. Peccato che Cuperlo sapesse benissimo ‘chi’ fosse Renzi, la sua smania accentratrice, la sua sete di potere; perché allora accettare la Presidenza? Semplice, per potere, alla prima occasione, fare la scenata plateale, mettersi in mostra, conquistarsi i titoli dei giornali. Sono le solite guerra di potere cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ora: a me Renzi un pò convince, un pò no. Credo che il suo dire che ‘è ora di decidere sia sacrosanto’, specie se dall’altra parte abbiamo il PD dei Cuperlo e dei Fassina che è quello del discutiamo, discutiamo, discutiamo, facciamo notte, e… alla fine non decidiamo nulla e rimandiamo. Se Renzi è accusato di essere un ‘decisionista’ (noto peraltro che la mia impressione che Renzi sia una sorta di nuovo Craxi cominci a prendere piede), è altrettanto vero che il principale limite del PD sia stato l’in-decisionismo. Non dimentichiamoci che in tutti questi anni il PD è stato impegnato a discutere, discutere, discutere al proprio interno, il più delle volte su sofismi che poco avevano a che fare con la vita quotidiana dei cittadini italiani; il PD ha passato il tempo a guardarsi le scarpe mentre il mondo intorno girava, salvo alzare improvvisamente lo sguardo e ritrovarsi Piazza San Giovanni riempita da Beppe Grillo…

Io posso capire che nel PD serpeggi il terrore che Renzi voglia un partito ‘del leader’ modello – PDL; è una paura comprensibile (poi se sia veramente dovuta alla volontà ‘di democrazia’ o piuttosto alla paura di assistere a carriere ‘sbarrate’, non saprei); però, mi dico: Renzi è segretario da nemmeno due mesi; ha senso cominciare subito con le polemiche, le scenate, la guerra interna?  Non è forse meglio ‘lasciarlo lavorare’, vedere se e quali risultati raggiunge, e piuttosto che perdere tempo con le sceneggiate e le bambinate, ricominciare a guardarsi intorno, a lavorare sul territorio, a parlare con le persone per intercettarne i malumori e malessere? L’impressione è di trovarsi di fronte ad un film (di serie – Z) già visto: il mondo va avanti, ma il PD preferisce starsi a guardare le scarpe, perché l’importante è  ‘il Partito’, mentre per le persone comuni c’è sempre tempo…