Posts Tagged ‘rock’

RIGO, “CASH MACHINE” (NEW MODEL LABEL)

Antonio ‘Rigo’ Righetti calca i palchi italiani da ormai un quarto di secolo: dai Rocking Chairs ai Gang fino ai megaconcerti di Ligabue a Campovolo: ‘una vita da mediano’, citando il rocker di Reggio Emilia: di quelli che hanno messo il proprio mestiere al servizio della ‘squadra’ restando lontano dalla luce dei riflettori.

Ogni tanto però anche chi non ha raggiunto i vertici della fama  ha l’occasione di ‘dire la sua’: ‘Rigo’ lo fa in queste undici tracce, in cui imbraccia l’acustica – e occasionalmente il basso, sua più recente ‘passionaccia’, (cui sono dedicati due strumentali) – dando vita ad un lavoro saldamente nella tradizione rock / blues d’oltreoceano: da Dylan a Waits, da Cash a Springsteen.

Un lavoro profondamente intimo, in cui Righetti parla di sé, del suo amore per la musica fuori da ogni logica commerciale, con omaggi a figure importanti, a cominciare da quella del padre, senza dimenticare l’amore.

Accompagnato da Mel Previte e Roby Pellati, sodali di una vita, con la partecipazione di ‘Don’ Antonio Gramentieri, altra figura di spicco della chitarra italiana, ‘Rigo’ Righetti inanella rock, blues, country, parentesi a tratti ‘esotiche’ con un mandolino che ricorda un ukulele, per un disco in cui, un lembo dei grandi spazi americani si trasfigura in parte nelle nostre grandi pianure: in maniera certo non nuova, ma con grande efficacia.

Annunci

JOE D. PALMA, “GENERAZIONE BRUCALIFFO” (LA CLINICA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Un EP di cinque pezzi è il biglietto da visita di giovane trio padovano, che formatosi poco più di un anno fa ha subito avviato un’intensa attività live, raggiungendo velocemente il traguardo della prima prova discografica.

La ‘generazione Brucaliffo’ è quella dei ventenni – ma anche qualcosa di più – di oggi, che vivono la loro quotidianità tra studi portati avanti forse senza troppa convinzione, lavori saltuari, vicendende sentimentali proverbialmente non tutte ‘rose e fiori’, sullo sfondo di una provincia la cui mentalità può risultare spesso limitante: cinque pezzi che parlano di sogni, aspirazioni e chiacchiere ‘da bar’ prima di andare a sbarcare il lunario consegnando pizze di sera.

Giovani con poche sicurezze, ma senza che le incertezze diventino macigni: in fondo resta sempre lo spazio per un po’ di leggerezza e ironia.

I Joe D. Palma danno al loro progetto la veste musicale di un rock dalle venature a tratti punk: chitarre sferraglianti senza esagerare, un occhio alla gradevolezza pop, qualche spazio maggiormente riflessivo per quello che alla fine è un ‘assaggio’ per una band che, pur dovendo ancora trovare una propria identità stilistica compiuta riesce comunque ad essere efficace grazie alla propria attitudine.

SINTOH, “CIAO SONO CIAO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Sintoh‘ nasce, come sottolinea lui ‘da qualche parte’, nel 1987; il giorno e il 16 maggio, data condivisa con gente come Baglioni, Pausini, Fiorello e Camerini.

Ha importanza? Beh, forse, perchè a dirla tutta gli otto brani che compongo questo disco di esordio, traguardo raggiunto dopo la consueta gavetta, compresa di una pausa oltremanica e qualche sparuto Ep con band precedenti progetti, sembrano porsi proprio a metà strada tra la tradizione pop italiana e il filone degli ‘irregolari’.

A parlare di pop del resto è lo stesso Sintoh, che allo stesso modo sottolinea il modo fortemente spontaneo, immediato, col quale “Ciao sono ciao” è nato e si è sviluppato.

Il risultato è uno di quei classici sguardi a volo di uccello, tra un filo di malinconia e rimpianto per ciò che è stato, le incertezze di un presente instabile, come quello di molti attuali trentenni, le incognite sul futuro, senza dimenticare gli immancabili aspetti sentimentali da un lato e social(i) dall’altro.

Un pop che vuole essere piacevole senza ammiccare troppo, che non rinuncia alle chitarre e allo stesso tempo ricorre ai synth, senza esagerare in un verso o nell’altro, che ricorre episodicamente una tromba.

Lo sguardo ironico e disincanto, talvolta un po’ amaro, a descrivere un classico ‘sentirsi fuori posto’, la voglia di riscatto, l’osservazione di una realtà in cui si parla tanto e si ascolta poco.

A dire la verità, ed è una considerazione da prendere con le molle, potrebbe, con tutti i distinguo del caso, venire in mente un Max Pezzali degli esordi, che a trent’anni di distanza ha sostituito le sale giochi con le consolle casalinghe e che è per forza di cose meno ‘leggero’, ritrovandosi anzìché nei promettentissimi ’90, negli anni ’10 dominati da crisi economiche a raffica.

Lo sguardo è quindi più disincantato, ma l’attitudine a descrivere stadi d’animo e quotidianità, senza per forza dover ricorrere ai ‘massimi sistemi’, risulta per certi versi analogo.

Un esordio che può piacere.

GIANCARLO FRIGIERI, “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE” (NEW MODEL LABEL)

 

Giunge all’ottavo capitolo la biografia discografica di Giancarlo Frigieri, già attivo con i Julie’s Haircut.

“La prima cosa che ti viene in mente” è titolo non casuale: la volontà, nelle parole dello stesso cantautore era quella di dare vita a un disco immediato, istintivo, con poche ‘costruzioni’ e ‘ripensamenti’, specie sotto il profilo sonoro.

Il risultato, va da sé, è un disco all’insegna dell’essenzialità, per lo più giocato sulla ‘cellula’ chitarra – voce, cui si aggiunge una sezione ritmica che agisce con discrezione, a tratti quasi sotto traccia: compagni di strada i soli Cesare Anceschi e Simone Gazzetti.

Un cantautorato dalle tinte fortemente folk, che rimanda spesso e volentieri alle melodie popolari, con echi dei canti dei braccianti, che però non disdegna qua e là di dare spazio a venature più marcatamente rock.

“La prima cosa che ti viene in mente”scrive un ulteriore paragrafo nella già ampia ‘biografia dei tempi correnti’ che i cantautori italiani – specie quelli meno conosciuti – stanno ormai scrivendo da qualche anno: a cominciare dal pezzo che dà il titolo all’intero disco, ritratto dell’ossessione del giocatore d’azzardo la cui mente va sempre lì, alla prossima giocata, al nuovo pretesto da trovare per entrare in un bar e infilare gli spiccioli nella fessura di una slot machine.

Brano che, posto a metà dei dieci che compongono il disco, ne costituisce così una sorta di ‘fulcro’, attorno al quale ruota il resto dei temi affrontati: le fabbriche che chiudono, l’incertezza per il futuro e la conseguenze ostilità nei confronti dell’altro, i diritti negati, la fine degli ideali… e l’amore, che inevitabilmente finisce per essere una sorta di salvagente cui aggrapparsi: forse non casuale che in più di un episodio si abbandonino certe riflessioni social / esistenziali per tornare a parlare di rapporti sentimentali, non sempre tutti rose e fiori; più in generale, e in ‘Rischiatutti’ Frigieri lo dichiara esplicitamente, c’è sempre una luce a patto di cercarla e a patto di conservare quell’umanità che spesso, paradossalmente ma non troppo, ci rende impauriti di fronte alla prospettiva della ‘vera felicità’.

Un lavoro che può convincere, nonostante a tratti, forse proprio per il suo essere disco ‘istintivo’, trasmetta una vaga sensazione di ‘incompiutezza’, come se mancasse qualcosa, specie sotto il profilo strumentale, come se la scelta di ‘togliere’ riducendosi all’essenziale avesse privato qualche brano di parte delle proprie potenzialità.

IL COLLE, “DALLA PARTE DELLO SCEMO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati”, disse una volta Bertold Brecht; ai tempi di Internet e dei social network, in cui torti e ragioni si mescolano in un calderone spesso indistinto, l’unico posto disponibile è quello riservato allo ‘scemo’, a chi si sottrae al ‘dominio della tecnica’ per continuare affidarsi alla passione, all’autenticità e all’immediatezza dei rapporti umani.

Il Colle parte da qui e dalla provincia fiorentina, dove circa cinque anni fa si forma il nucleo di una band che col tempo è diventata quasi una ‘banda’: sette gli elementi che hanno partecipato alla realizzazione del disco d’esordio.
Non che “Dalla parte dello scemo” sia una lavoro di denuncia dei guasti prodotti dall’imperante presenza dei ‘social’ e di Internet, anzi: qui non se ne parla proprio; l’arma migliore, negli undici brani presenti, è proprio ‘parlare d’altro.

Una galleria di personaggi, narrati o che parlano in prima persona, ripresi di fronte all’incertezza del presente e del domani, forse alla mancanza di punti di riferimento, al ‘tirare le somme’ che inevitabilmente conduce al momento del ‘come sono arrivato qui’?; ‘donne fatali della provincia’, i buoni propositi che rimangono sulla carta, ‘Case del Popolo’ che, senza dirlo esplicitamente’, diventano forse l’alternativa concreta al ‘virtuale’; spazi riservati ai sentimenti e una semiseria provocazione dedicata alla droga…

La band toscana si inserisce per sua stessa ammissione nel prolifico filone di certo rock / folk regionale (vedi alle voci: Bandabardò, Ottavo Padiglione), con l’immancabile ombra di Piero Ciampi ad allungarsi nelle retrovie.
Ironia condita di amarezza e un certo sarcasmo, sottotraccia forse la poetica di “Amici Miei”, la vita troppo breve per essere presa troppo sul serio, una risata ad accompagnare le riflessioni più amare e nel contempo un filo di malinconia a circondare i momenti apparentemente più leggeri.

Un disco i cui suoni si mantengono in territori rock / pop, mescolati a influenze folk e ‘popolari’ (fa capolino anche un fisarmonica), parentesi quasi punk e momenti country western.
Un lavoro che convince, per i colori vividi e lo spiccato dinamismo.

TWEE, “MANGO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

“Mango”: il frutto tropicale e il paese delle Langhe dal quale proviene questo gruppo per ¾ al femminile.

Se vogliamo, più il sole e le spiagge caraibiche che non le brume piemontesi è ciò che troviamo nei dieci pezzi che compongono l’esordio della band piemontese.

Si comincia con una strizzata d’occhio allo swing si prosegue all’insegna di un mix di soul e r’n’b che getta lo sguardo oltreoceano: certo, le Twee non hanno a disposizione il ‘gigantismo produttivo’ che contraddistingue certe produzioni, ma riescono qua e là a colpire nel segno (‘My Name’, ‘No Pain’, ‘Shadow People’) con pezzi che non sfigurerebbero nelle playlist del genere.

Una spruzzata di rock e qualche accennata deriva jazz arricchiscono un lavoro che in più di un’occasione invita a battere il piede e muovere la testa, cantando di esperienze personali e ‘vita vissuta’.

Una leggerezza che non diventa ‘facilità’; una certa attitudine ‘sorniona’, un ammiccamento all’ascoltatore (il cantato al femminile, qua e là caratterizzato da una certa ‘suadenza’ non lascia indifferenti) che non diventa mai sfacciato.

Un angolo di soul e r’n’b tra colline piemontesi per un lavoro assolato e variopinto.

PIVIRAMA, “SENZA RETE” (NEW MODEL LABEL)

17 anni di attività e una biografia sonora che con “Senza Rete” giunge al quarto capitolo: per la cantautrice siciliana Raffaella Daino un punto di svolta importante, con la decisione di esprimersi per la prima volta in italiano.

Dieci pezzi, all’insegna di un rock / pop ora più sinuoso e suadente, ora dalla consistenza più ruvida e tagliente: Daino canta e talvolta imbraccia la chitarra un nutrito gruppo di compagni di strada si occupa del resto, a partire dal frequente utilizzo di tastiere e drum machine all’insegna di una componente elettronica che appare conferire un deciso e maggiore appeal ai pezzi.

Raffaella Daino racconta di sé, ma non solo: all’introspezione si affiancano ritratti di individui che hanno compiuto scelte determinanti o che hanno ‘scelto di non scegliere’, lasciandosi più o meno trasportare dalla casualità o all’opposto rimanendo bloccati nella loro incapacità di decidere.

Non solo un ‘guardarsi dentro’, o magari qualche evasione immaginifica, ma anche il marchio, spesso violento della realtà: la fuga di una donna da un compagno violento, ma soprattutto il tema delle migrazioni, la fuga verso un domani migliore che si interrompe in un campo profughi o bloccata – letteralmente – da nuovi muri.

Un disco che colpisce forse soprattutto per questo affiancare sonorità spesso e volentieri ‘leggère’, e un’interpretazione spesso all’insegna della dolcezza (senza essere sdolcinata) alla frequente serietà dei temi trattati: insomma, a prima vista quasi un disco pop / rock come tanti, magari con qualche ascendenza ‘rilevante’ (floydiano l’incipit di ‘Sassi di vetro’ in apertura del disco), ma poi quando ci si ferma ad ascoltare l’esito improvvisamente cambia.

Raffaella Daino vince insomma la sfida del passaggio all’italiano scelta che, ci si può augurare, le consentirà di raggiungere un pubblico più ampio.