Posts Tagged ‘rock’

FABRICA, “BAR SAYONARA” (OCTOPUS RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

Secondo disco per i campani Fabrica. Il “Bar Sayonara” del titolo esiste davvero, ed è un luogo dove la band si è spesso ritrovata nel corso della gestazione del disco, tanto da diventarne il simbolo e venire citato all’interno dello stesso lavoro.

I ‘bar’ alla fine sono quei luoghi in cui si ‘annusa l’aria’, crocevia sociali in cui diventa evidente che piega stiano prendendo le cose; e probabilmente usato nel titolo il ‘Sayonara’ non è solo un omaggio alle consuetudini del gruppo, ma una metafora dei tempi attuali.

I dodici brani che compongono il disco vanno a disegnare un quadro del ‘mondo che gira intorno’, oltre che dentro alla band (anche i testi sono risultato di un lavoro collettivo, di tre dei quattro membri); si parla certo della propria interiorità, ma si allarga lo sguardo, alle “rovine di una generazione”, a uomini disposti a scelte difficili, a una provincia – nel caso dei Fabrica, quella di Caserta -amata e odiata.

C’è, immancabile, l’amore, ma lontano dai classici stilemi dell’innamoramento, del prendersi e del lasciarsi, ma vissuto in maniera più matura, all’insegna di una reale necessita di condivisione e comprensione reciproca.

I Fabrica ricorrono a un pop – rock dalla vena cantautorale, elettricità e momenti acustici, in cui si sente la mano, in fase di produzione, di Giuseppe Fontanella dei 24 Grana, alfieri del rock campano dai ’90 in poi. Un disco che mostra la vitalità e validità del rock italiano, anche lontano dai riflettori e dai soliti nomi in circolazione.

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BEFORE SUNSET, “PAURA DEL FUTURO” (INLOOP MUSIC)

Primo disco ‘importante’ per questo gruppo di quattro elementi proveniente dalla zona di Casale Monferrato (Alessandria), dopo una precedente prova -“Tufo” – servita forse per trovare l’alchimia giusta.

“Paura del futuro” è titolo che dice tanto – forse anche troppo – dei nove pezzi che lo compongono: un classico, e per certi versi ‘consueto’ catalogo di inquietudini quotidiane di ‘giovani uomini’ alle prese col passaggio all’età adulta: incognite, timori e paure, nostalgie adolescenziali e a tratti infantili, la difficoltà dei rapporti interpersonali e sentimentali, sullo sfondo di una realtà provinciale che induce sogni di fuga, speranze di evasione.

Tematiche abbastanza ‘comuni’, espresse con una scrittura ancora un po’ acerba e interpretate con una vocalità arrembante, rabbia colorata di sofferenza.

Più interessante l’aspetto sonoro: un rock viscerale a tratti incurante della forma, con qualche accento new wave; per certi versi ancora genuino, non ancora troppo mediato da quella tendenza a smussare gli angoli tipica di tutte le rock band italiane alla ricerca del successo.

Un disco insomma che riporta tutti i pregi e i difetti di una band dallo stile ancora in evoluzione.

ELLEN RIVER, “LOST SOULS” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Lei si chiama Elena Ortalli, ma ha scelto l’alias di Ellen River, quasi a voler identificarsi con quel ‘fiume’ che è uno dei classici ‘luoghi dell’anima’ della musica popolare americana, dal folk al blues fino ad arrivare al rock.

Tradizione in cui Ellen si è totalmente immersa, avviando un viaggio (o forse una navigazione) che la porta ora al secondo lavoro sulla lunga distanza.

“Lost Souls”, anime perdute: un altro topos dell’epica d’oltreoceano, che evoca locali fumosi o sperdute tavole calde lungo le ‘highways’; esistenze ai margini, solitudini urbane, i rapporti con gli altri, perdite; ma anche la natura come presenza salvatrice.

Elena / Ellen dà vita a otto pezzi intensissimi, radicati nella nobile tradizione del cantautorato d’oltreoceano, in fondo inutile citare i riferimenti, intuibili e scoperti.

La accompagna in questo viaggio una band di prim’ordine: Antonio ‘Rigo’ Righetti, Mel Previte e Roby Pellati calcano la scena rock italiana da un quarto di secolo abbondante, tra i Rocking Chairs e la lunga collaborazione con Ligabue e mettono arte ed esperienza a sostegno della più giovane, ‘Ellen’, idee chiare, sentimenti e spesso grinta per personalità e stile già ben delineati.

SPAGHETTI WRESTLERS – EP (VINA RECORDS)

Vabbè: visto il nome, la copertina con un tizio con la maschera di un gallo calcata in testa e i ‘nomi di battaglia’ dei protagonisti – John Doe, Al Purun e Super Nacho – non ci si può aspettare di certo uno di quei dischi di cantautorato ‘depressivo’ oggi tanto di moda…

Lo ‘scherzo’ continua con l’intro, tratto dal film “Nacho Libre” con Jack Black, ma poi si comincia a fare – più o meno – sul serio: con cinque pezzi al fulmicotone, all’insegna di un garage che guarda alla tradizione ma anche alle rivisitazioni più o meno recenti e di un punk rock analogamente sospeso tra vecchia e nuova scuola (vedi alle voci: Green Day, Offspring et similia), qualche spora ‘southern’.

Chitarre sferraglianti, sezione ritmica ‘quadrata’, cantato sguaiato ma non troppo, qualche coretto ‘anthemico’…

Gli Spaghetti Wrestlers (dietro ai quali si nascondono due componenti degli Invers e uno dei fondatori della Vina Records), danno insomma l’idea di uno di quei progetti nati in modo quasi estemporaneo, magari con nemmeno troppo impegno e una buona dose di ‘cazzeggio’, ma nel corso del quale ci si è accorto di poter fare le cose ‘sul serio’ e alla fine il tutto risulta un ascolto troppo breve.

I TRADITORI, “DELICATO” (LIBELLULA MUSIC)

Esordio sulla media (una mezz’ora) distanza, dopo un precedente EP, per questo quartetto proveniente dalla provincia romagnola.

“Delicato” il titolo, delicato il disco lo è per certi versi, dominato da un pop dalla spiccata componente elettronica, composto e gradevole, senza negarsi momenti più ‘tirati’.

‘Delicato’ è anche il protagonista (potrebbe essere sempre lo stesso, o più d’uno) dei dieci pezzi: incerto, insicuro nei rapporti sentimentali, con prospettive lavorative nebulose e via sfogliando tutto il catalogo delle piccole e grandi inquietudini di chi è a cavallo dei venti/trent’anni.

I Traditori sviluppano temi e suoni con leggerezza ma non troppo, ricorrendo il più delle volte ad atmosfere calme, quasi rarefatte, mostrandosi comunque capaci di alzare i ritmi, anche con qualche accenno rumoristico.

Resta certo qualche incertezza, forse l’adagiarsi su climi un po’ troppo tranquilli, ma in prospettiva si avverte più di una potenzialità.

AMANDLA, “NON CI PENSARE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio sulla lunga distanza per questo quartetto di Como, dopo aver pubblicato un EP qualche anno fa.

“Non ci pensare” appare in fondo l’invito a non farsi ‘travolgere’ dal catalogo di debolezze, fragilità emotive, complicazioni sentimentali e quant’altro che si affastellano negli otto pezzi che compongono il disco.

Non che si sia di fronte a un lavoro ‘plumbeo’ o ‘depressivo’, anzi: la formula è quella di pop – rock di discreta fattura: energico senza esagerare, con almeno due / tre pezzi che invitano al ‘movimento’, l’immancabile ‘ballata’ un po’ accorata.

Traversie sentimentali, difficoltà di comunicazione, la depressione e la necessità di sostenersi a vicenda, la paura per il futuro: problemi comuni alla generazione dei trentenni, che gli Amandla affrontano con un vivace e a tratta grintoso, suggerendo appunto di non stare troppo a pensarci su, ma magari di esorcizzarli, nel loro caso attraverso la musica.

SNOWAPPLE, “WEXICO” (AUTOPRODOTTO)

Prendete tre ragazze olandesi con trascorsi tra lirica, jazz e gospel; portatele al sole del Messico, facendole incontrare con le sgargianti tinte sonore del luogo: se riuscite a immaginare questo matrimonio sonoro, riuscirete a farvi un’idea delle Snowapple, qui al quarto capitolo della loro vicenda discografica.

Otto pezzi dalla consistenza cangiante, con suoni certo fermamente radicati nella tradizione messicana (qualche suggestione rock,vagamente indie e psichedelica) tra percussioni, qualche ‘corda’ e occasionali fiati facenti alla musica popolare del luogo, ma che si mescolano con un cantato (tra inglese e spagnolo) frutto delle diverse esperienze delle tre, tra cori con qualche accento spiritual, eleganza jazz, spunti da trio vocale anni ’40 e qua e là qualche acuto ‘lirico’.

Il risultato è divertente, coinvolgente, all’insegna di toni accesi, ma senza negarsi qualche episodio più riflessivo, e parentesi quasi esclusivamente cantate ‘a capella’.

Un disco per lo più allegro, i cui ritmi ‘saltellanti’, da orchestrina mariachi e la cui luminosità fanno quasi spontaneamente nascere un sorriso.