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BLOOP, “EX – DEMO FATTO IN CASA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Secondo lavoro per il quartetto milanese dei Bloop, che poi sarebbe il primo, dato che le quattro tracce qui presenti non sono altro che un primo demo che la band realizzò come ‘prova’, quasi solo per sé stessa.

Rapporti personali, la necessità di non omologarsi, la dannosità dell’arrivismo anche nel campo dell’arte sono gli argomenti toccati, con l’aggiunta di un pezzo dedicato a una vecchiaia vissuta con vitalità sono i temi toccati, con un contorno sonoro all’insegna di un rock con venature ‘indie’ e a tratti una vena che ricorda alla lontana i Modena City Ramblers, anche se – con molti distinguo – il paragone più immediato (soprattutto a causa della vocalità) potrebbero essere i Baustelle.

La brevità del lavoro (come quella del precedente) lascia comunque in sospeso un giudizio più completo: dopo il primo EP dello scorso anno e questa riedizione di un demo più datato, i Bloop sono forse pronti per mostrare più ampiamente le proprie potenzialità in un lavoro più lungo.

DEAR, “NEW ROARING TWENTIES / HUMAN DECISION REQUIRED” (NEW MODEL LABEL)

Due dischi (da qui i due titoli), 34 tracce, quasi 160 minuti di durata.

Bastano forse questi dati a inquadrare il nuovo lavoro di Davide Riccio, alias DeaR, musicista, polistrumentista, scrittore con 40 canni di carriera alle spalle.

Una di quelle storie sconosciute, restate nell’ombra, lontano dai riflettori, eppure andate avanti per decenni.

Non un lavoro ‘facile’, perché contraddice tutti o quasi gli ‘imperativi’ odierni: nell’epoca dei brani centellinati sulle piattaforme digitali, dei dischi ‘lunghi’ fatti uscire spesso col contagocce e mille ripensamenti, della vellocità e del ‘tutto-e-subito’, il progetto DeaR è un mastodonte, un leviatano che chiede, per certi versi ‘pretende’ addirittura, l’attenzione dell’ascoltatore.

Una maratona in due parti, un esercizio di pura ‘resistenza’, una sfida con pochi compromessi, per un progetto che ci riporta – e non solo per la ‘struttura’, agli anni ’70, regno dei concept album e degli ascolti interminabili.

Decenni di acqua sono passati sotto i ponti e anche i più avvezzi, i più abituati, i più ‘aperti’ finiscono per essere in un certo senso ‘disorientati’, semplicemente perché ormai manca l’abitudine a questo tipo di progetti e insomma, non è che per esempio si ascolti tutti i giorni “Ummagumma” dei Pink Floyd.

Il piatto, oltre a essere abbondante, se non ottimo, è ben più che discreto: le suggestioni sono tante: David Bowie su tutti (fino a un pezzo esplicitamente dedicato, tra i migliori del lotto), assieme a Lou Reed, David Sylvian (anche quello di certe ‘escursioni orientali’), gli stessi Pink Floyd, mescolati con un’ampia dose di elettronica che può rimandare alle vivaci stagioni degli anni ’70 e ’80.

Su tutto si staglia la vocalità di Riccio, il cui ‘vissuto’ è evidente in ogni pezzo, restituendo intensità.

Un disco senza compromessi, un ascolto che potrà essere estremamente o all’opposto diventare addirittura estenuante, ma in ogni caso una sfida, pronta ad essere accolta da chi ha curiosità e soprattutto disponibilità a dedicare alla musica un’attenzione che vada ben oltre ciò che oggi spesso e volentieri è semplice ‘sottofondo’.

FERNANDO FIDANZA, “OLD FOLK FOR NEW POETS” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Nasce un po’ per caso e un po’ per noia, magari nel corso di certi apatici pomeriggi che quasi tutti abbiamo vissuto nel corso del lockdown, questo progetto di Fernando Fidanza, che ha musicato 13 testi inviatigli da altrettanti poeti.

Romano, classe ’76, Fidanza ha vissuto 14 anni in Cina, scrivendo colonne sonore, pubblicando un lavoro con la sua band creata lì e girando in lungo e in largo per il Paese… che dato che parliamo della Cina significa più o meno aver attraversato un continente.

Lo ritroviamo a Roma, in piena ‘clausura’ a sperimentare appunto la sonorizzazione di una poesia del fratello Luca. Parte da qui l’idea di estendere l’esperimento a un progetto più corposo, ottenendo il riscontro positivo di una manciata di poeti, per un progetto il cui titolo mescola appunto la ‘nuova’ poesia, al ‘vecchio’ folk, inteso più come attitudine e scelta di vita basata sul viaggio e sull’incontro col prossimo.

I tredici brani presenti sono per lo più orientati a una dimensione acustica o semiacustica, in cui l’elettricità è presente, ma con discrezione e isolatamente prende il sopravvento, in episodiche parentesi più volte al rock.

Forse non poteva essere altrimenti, dato che i testi poetici necessitavano comunque di un adeguato risato; dominano le chitarre, che si stagliano su ritmiche essenziali e qualche vago effetto di sottofondo.

Se l’indole ‘metallara’ di Fidanza, che cita Iron Maiden, Metallica e Slayer tra le proprie influenze, non appare immediatamente percettibile (forse giusto in qualche vaga melodia che starebbe bene anche su qualche ‘ballata’ del genere), più evidente è invece l’influenza dei Pearl Jam più acustici e quella di Guccini, in particolare in un cantato che sovente si fa quasi discorsivo.

Testi poetici (per pura statistica segnalo che tra gli autori presenti si contano sei poetesse) per lo più volti a un certo intimismo.

La riflessione finale è che se certo, da un lato, l’obbiettivo era quello di affiancare un ‘vecchio’ da non intendersi come il proverbiale ‘classico indiscutibile’ e il ‘nuovo’, da non intendersi come ‘nuovismo’ e se l’intento era quello di superare certe diffidenze personali che caratterizzano il mondo dell’arte, impedendo di ‘fare fronte’ verso uno scopo, dall’altro mi pare che l’esperimento rappresenti il tentativo di trovare un terreno comune tra musica e poesia.

Non che non sia già stato fatto in passato, intendiamoci, ma spesso c’è questa idea secondo cui la poesia sia sempre un gradino sopra la canzone: spesso per lodare un cantautore si dice: “Quello non è un cantante, è un poeta” come se il fatto di scrivere testi destinati ad essere accompagnati, o ad accompagnare, la musica, sia in qualche modo squalificante.

In questo caso i testi nascono probabilmente in maniera autonoma e il lavoro sonoro è successivo, ma l’esperimento è comunque riuscito.

MICHELE ANELLI, “SOTTO IL CIELO DI MEMPHIS” (DELTA RECORDS)

È andato a ‘sciacquare i panni’ nel Tennessee (o meglio, in Alabama, come vedremo)di Michele Anelli, per il suo nuovo lavoro, ennesimo capitolo di una carriera trentennale, cominciata coi Groovers e poi proseguita da solista, affiancando e aggiungendo all’attività di cantante, cantautore e chitarrista, l’attività di scrittore, dando più volte vita a progetti e collaborazioni che appunto mescolavano la parola cantata a quella scritta.

Solo musica e parole invece stavolta per questo “Sotto il cielo di Memphis”, nato appunto in occasione di un viaggio negli States, culminato con una sosta presso Fame Recording Studios di Muscle Shoals, Alabama, dove è stata avviata la produzione del disco.

Otto tracce la base di partenza, ma alcune versioni del disco offrono varie aggiunte, fino ad arrivare a quindici brani.

L’impressione è quella di un viaggio nel tempo: un lavoro che per suoni (a partire dal frequente uso di tastiere vintage) modi, umori, atmosfere, sembra uscito dritto dagli anni ’70.

Le suggestioni sono varie: domina un vissuto personale che può ricordare vagamente un De Gregori (certo con esiti molto meno ‘ellittici’) c’è, volendo, una spruzzata di certo ‘prog’ cantautorale (vedi alla voce Le Orme) e c’è, anche e soprattutto, l’ombra lunga della ‘premiata ditta’ Mogol – Battisti, con i riferimenti da ‘minimo quotidiano’ e un cantato costantemente velato di malinconia e disillusione.

È un lavoro pieno di riflessioni dai toni appunto malinconici, disincantati, spesso in forma di ballate, dai toni in chiaroscuro.

Manca forse, qualche brano ‘killer’: ci si aspetta che prima o poi si dia ‘fuoco alle polveri’, magari accendendo le chitarre, alzando il volume, lasciando un po’ sciolte le briglie e invece tutto resta in penombra, in una dimensione dai tratti evanescenti e talvolta onirici e con toni che spesso fin troppo dimessi.

L’impressione finale è che insomma il lavoro tragga gran parte della sua linfa, più che dagli assolati panorami del Tennessee e dell’Alabama, dalle brume del Lago Maggiore su cui si affaccia Stresa, città di origine del cantautore.

ALEX SAVELLI – IVANO ZANOTTI, “ITALIAN KIDD” (RADICI MUSIC RECORDS)

Un ‘discone’, sotto vari punti di vista, a cominciare dal fatto che non accade tutti i giorni di trovarsi di fronte a 15 pezzi che superano ampiamente l’ora di durata.

Non è pero solo questione ‘numerica’: Alex Savelli e Ivano Zanotti, qui al primo episodio della loro collaborazione, mettono insieme un disco di sano, arrembante e direi anche ‘necessario’ rock italiano.

Come già avvenuto in un precedente progetto dello stesso Savelli, l’idea è stata di aprire il progetto a un ampio nuemro di collaboratori, in questo cantanti: 11 per la precisione (e vabbé, si torna sui numeri), provenienti da gruppi poco o per nulla conosciuti, a fare una sorta di ‘punto della situazione’, per quanto ovviamente non esaustivo, di come si faccia ‘rock’ oggi in Italia.

Il ‘rock’, intendiamoci, più o meno ‘classico’, certo pronto a colorarsi qua e là di tinte vagamente ‘indie’ o ‘alternative’, ma qui diciamocela tutta, le chitarre (curate da Savelli, polistrumentista con collaborazioni che vanno da Francesco Guccini a Paul Chain, passando per Ares Tavolazzi, e che qui è anche autore di tutti i brani) sono le protagoniste, che abbiano le tinte più spiccatamente ‘hard’ e vagamente metal, un po’ à la AC/DC, sia che sforino in territori vagamente grunge, o che assumano tinte psichedeliche (‘The Sheperd’ i nove minuti) passando per momenti funk, fino a suggestioni cinematografiche, con parentesi che sembrano rimandare a certe colonne sonore dei film ‘di genere’ degli anni ’70 (‘Spears’). Il pezzo conclusivo, ‘Noi siamo soli’, l’unico in italiano, appare come una sorta di versione ‘nera’ e decadente di certi episodi del repertorio dei nostri anni ’60.

Un caleidoscopio, una ‘mezza maratona’ che trova il tempo anche per momenti più compassati, in uno scenario che mantiene elevati tensione e decibel.

La batteria di Zanotti (di nuovo: uno che ha calcato in lungo e in largo i palchi, a fianco di Ligabue e Vasco Rossi, ma anche di Alan Sorrenti e Loredana Bertè) fa da adeguato e inesausto contraltare / sostegno / abbinamento.

Le voci – tre delle quali femminili – fanno il resto, con le loro singolo personalità e grane emotive.

I ‘fenomeni del momento’ hanno certo contribuito a fare – almeno in parte – riaccendere i riflettori sul rock italiano; dischi come questo mostrano che al di là dei successi sanremesi ed eurofestivalieri, il rock in Italia è vivo e lotta insieme a noi.

SPAGHETTI WRESTLERS, “TURURARAP TURAP” EP (VINA RECORDS)

Torna il power-pop-garage trio degli Spaghetti Wrestlers, alias Marco Barberis, Davide Diomede e Mirko Losito.

Secondo EP per una band dagli episodi discorgrafici abbastanza isolati, il cui obbiettivo è soprattutto è quello di divertire e far muovere le chiappe al pubblico dal vivo.

Cinque pezzi al fulmicotone, tra scorribande aliene, dichiarazioni d’amore sull’orlo della fine del mondo, ‘showdown’ definitivi in stile ‘soli contro tutti’: è un immaginario ironicamente esagerato ad accompagnare un arrembaggio sonoro con poche pause, all’insegna di un’essenzialità che basta e avanza, data l’attitudine e la grinta della band.

“MAX ALOISI TRIO” (VINA RECORDS / BELIEVE DIGITAL)

Trent’anni di esperienza alle spalle, passati a suonare in giro per il mondo (anche in location non ‘scontate’, come l’Indonesia), Max Aloisi ha spesso trovato nel trio la forma più adatta a esprimere le proprie idee sonore, come già avvenuto nell’esordio, “Blues Machine”, uscito ormai parecchi anni fa.

Oggi, ecco arrivare il secondo capitolo, che vede Aloisi affiancato dal sodale di lungo corso Alex Paci e dal batterista Lou Thor.

Nove pezzi all’insegna di un rock blues che alterna momenti dai colori sgargianti e l’energia quasi prorompente a parentesi dalla vena psichedelica, i cui argomenti, da riflessioni sulla solitudine personale a sguardi su un mondo che sembra prendere una china sempre più folle, sono più che mai in linea coi tempi attuali, per quanto siano stati scritti prima dell’esplosione della situazione che stiamo vivendo da ormai quasi un anno e mezzo.

L’intento dichiarato, riproporre la validità del ‘caro, vecchio blues’, offrendolo con una veste più ‘attuale’, non disdegnandone il lato ‘ballabile’, è raggiunto attraverso un lavoro vivace, che tiene viva l’attenzione, senza mai ‘sedersi’, ma offrendo una discreta varietà di ‘scenari’ e umori.

ROS, ‘L’ULTIMA VOLTA’ – SINGOLO

Nati nel 2015, fattisi conoscere a “X-Factor” nel 2017, finiti poi sotto ‘l’ala protettrice’ di Manuel Agnelli, i Ros fanno uscire oggi il loro nuovo singolo.

“Abbiamo fatto un casino”, canta sorniona la frontwoman Camilla, una versione più ‘ammiccante’ di certe ‘riot girl’ o dell”altrà metà del grunge’ negli anni ’90, in un pezzo crepitante e distorto che sembra uscire direttamente dalla frequenza disturbata di una vecchia radiolina analogica.

Forse è troppo presto per dirlo, ma forse ne sentiremo riparlare…

NOEMI D’AGOSTINO, GIAGA, FABE, PORTOBELLO, ESTOY POCHO, FABRIZIO FESTA: SINGOLI

Noemi D’Agostino

Sottovoce

Red Owl Records

‘Sottovoce’ è l’amore idealizzato, sognato, desiderato: di quelli “Senza tempo” e “Senza fine”, un “Amore che travolge” con la sua apparente tranquillità, che “Se prende, dà”… ma spesso le cose non vanno così, e magari l’amore diventa sì, travolgente, ma come un’onda, la cui risacca poi lascia vuota la riva del mare (come quella dove è ambientato il video)…

La giovane (classe ’96), calabrese Noemi D’Agostino (bellezza mediterranea mostrata in modo discreto e senza ostentazioni) qui al secondo singolo (dopo il recente ‘Cosa resta’) canta un brano d’amore sull’onda di una vaga maliconia e di un sottile rimpiando per ciò che (forse) non è ancora stato, su sonorità vagamente caraibiche.

GiAga

Italiano

Red Owl Records

L”Italiano’ del titolo è l’uomo, appunto, italiano, proverbialmente seduttore e ‘farfallone’, ma pronto a giurare eterno amore alla donna della sua vita (sai che novità)…

Questo è il ‘succo’ del singolo di esordio di Gianluca Longo, in arte GiAga: catanese di nascita, al momento di stanza a Milano, una passione per la musica latina che l’ha portato fino in Colombia, dove ha vissuto qualche mese per ‘immergersi’ nel suo mondo sonoro di riferimento.

Si arriva così a questo pezzo di tipico pop latino dai contorni danzerecci, cantato (con l’immancabile ‘correzione elettronica’) per lo più in spagnolo, con inserti in italiano, il cui video è un campionario più o meno esaustivo dell’effimero: ragazze in costume, villa con piscina, limousine e tatuaggi: un tipico inno al divertimento e al ‘quant’è bella giovinezza… chi vuol essere lieto sia… (specie se si è pieni di soldi)’ all’interno del quale il senso del pezzo finisce fatalmente per perdersi…

Fabe

Alibi

LeIndie Music / Artist First

Un EP e un pugno di singoli all’attivo, Fabe (al secolo Fabrizio Rapisarda, classe ’89), milanese trapiantato a Torino ha scelto questo pseudonimo come omaggio ai propri principali punti di riferimento: Fabrizio Moro e (impegnativo) Fabrizio De André.

‘Alibi’ ci narra degli stracci’ che volano alla fine di una relazione, tra disillusioni, rabbia, risentimento, accuse reciproche e conseguenti alibi posti usati come scusa.

Linguaggio ‘colloquiale’ per un pezzo a cavallo tra cantautorato e ritmi hip hop.

Portobello

Il Senso della Vita

Romolo Dischi / Pirames International

Nato nella situazione di ‘clausura collettiva’ dello scorso anno, “Il Senso della Vita” è il nuovo singolo del cantautore di Civitavecchia Damiano Morlupi, alias Portobello, un lavoro solista (“Buona Fortuna”, 2019).

“Il Senso della Vita”, insomma, può essere più vicino di quel che pensiamo, addirittura tra le dita di una mano, a cercarlo magari nel ‘minimo quotidiano’.

Un filo di speranza in salsa pop – cantautorale.

Estoy Pocho

Otra Noche

No Limit Group

Francesco Grazioli, alias Estoy Pocho, romano, classe 2015 ha riscosso un discreto successo con il suo precedente ‘Senza Te’; ora ritorna con questo pezzo cantato – si potrà immaginare, in spagnolo (col solito ‘effetto elettronico’ di accompagno) per raccontare delle vicissitudini dei rapporti sentimentali adolescenziali, tra incertezze e speranze…

Siamo dalle parti del ‘latin pop’ che va per la maggiore tra i giovanissimi, come giovianissimo è lui, che si presenta con una certa iconografia tipica del genere (bracciali e catene in primis), ma a cui gli occhiali ‘ordinari’ danno l’idea del bravo ragazzo che smessi i panni del aspirante ‘star’, apre i libri e si mette a studiare…

Fabrizio Festa

È così che fa l’amore

DR. Dream Records

Nuovo singolo per Fabrizio Festa, che si definisce ‘scrittore di canzoni’, con vari progetti musicali e un romanzo all’attivo, che per il video di questo brano sceglie gli scenari, decisamente suggestivo, dell’Abruzzo dei Piani di Pezza di Rocca di Mezzo e del Castello Piccolomini e delle Gole di Aielli, dalle parti di Celano.

Un inno all’amore, come suggerisce il titolo, e al suo potere benefico e curativo, espressa con un rock – pop energico che però forse finisce per ricordare un po’ troppo Ligabue che, a dirla tutta, già da solo basta e avanza.

ALEX GANASSINI, “RECYCLED SOUNDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un patchwork ottenuto attraverso ‘materiali di recupero’, copia-e-incolla, samples, ma senza accantonare del tutto gli strumenti ‘suonati’, per un disco la cui impostazione quasi totalmente strumentale (ad eccezione di un paio di episodi, tra i quali la cover di ‘DJ’ di Bowie) vuole in un certo senso ‘recuperare’ anche il significato della musica come ‘canale emotivo’ e accompagnamento della vita, rifuggendo da quella sorta di ‘tirannia della parola’, oggi dominante.

Il milanese Alex Ganassini, alle spalle un’esperienza dedita per lo più al rock, ‘sinfonico’ o ‘alternativo’, sempre con progetti solisti, lascia in buona parte certi territori per un lavoro dove il rock è solo uno dei punti di riferimento, per un lavoro dalle molteplici sfumature, reso possibile dal ricorso massiccio alla tecnologia, nel nome di una ‘sostenibilità’ qui appunto simboleggiata dal ‘recupero’ di suoni provenienti da altrove.

I dieci brani che compongono il disco fanno viaggiare l’ascoltatore da ambientazioni siderali e quasi ‘oniriche’ (‘Funk in the orbit’) a luoghi più decisamente – e drammaticamente – vicini (‘Libia’), da atmosfere da festa in spiaggia (‘The Beach’) e ritrovi cittadini (‘Café Milano’) a scenari ‘decadenti’ (‘Gotterdammerung’) fino a una ‘March of the Heroes’, incoraggiamento a non lasciarsi demoralizzare dai tempi difficili.

Venature psichedeliche, sprazzi da dancefloor, digressioni lounge, accenni ‘cosmici’ senza dimenticare il ‘caro, vecchio’ rock, per un disco che può incuriosire.