Archive for ottobre 2012

THE CRICKS, “THE CRICKS” (AUTOPRODOTTO)

Disco – si suppone – d’esordio per questo trio di stanza a San Diego. Tante, forse troppe idee, snocciolate ora in maniera efficace, ora una tantino confusa. Nove brani; la prima parte senz’altro più riuscita: un’apertura strumentale che declina certi stop & go (leggi Fugazi o Mars Volta, pur se con esiti meno ‘infuocati’), con un’attitudine quasi prog; poi una brusca svolta, all’insegna di un indie rock che appare influenzato dai REM prima maniera, che nei pezzi successivi si snoda attraverso un indie-pop in stile college radio, un pò all’acqua di rose, o in pezzi dalla consistenza più ruvida.

Pur mantenendosi su un livello qualitativo discreto, tuttavia, il lavoro pare perdere progressivamente di consistenza, dando oltretutto un’idea di poca coerenza d’insieme che nei primi brani era rimasta sufficientemente in secondo piano grazie alla maggiore efficacia dei pezzi. Sul finale, tuttavia, si riprende quota, ricorrendo nelle due tracce conclusive a più arrembanti muri sonori e all’aggiunta di una voce femminile, a dare una diversa vena al tutto.

Una prima prova abbastanza riuscita, che alla fine sconta un pò l’impressione di essere una serie di ‘esercizi di stile’, mancando ancora un’impronta stilistica compiuta che faccia da ‘collante’: un elemento che però sarà possibile raggiungere solo col tempo, sempre sperando che la loro vicenda musicale prosegua.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

CHEWING WITH GUSTO, “VOL.1” (AUTOPRODOTTO)

Da una parte i Chewing Magnetic Tape: siciliani di Palermo, nati nel 2005 dalle ceneri degli Immagine Tv, trio sperimentale che di volta in volta si fregia di vari collaboratori; dall’altra Gusto Extermination Fluid, progetto solista del britannico Paul Taylor, specializzato in elettronica e computer.

Il nome dato a questo connubio anglo – italiano non poteva forse essere altro se non Chewing With Gusto, in un’efficace fusione dei due nomi originari, così come il disco, omonimo, cui si aggiunge un solo Vol.1, a far immaginare la prossima prosecuzione della storia.

Sette composizioni in cui la collaborazione trai due progetti sfocia in un insieme sonoro che appare per un verso ispirato ad ambient e minimalismo sonoro, per altro alla felice stagione dell’elettronica ‘crucca’, inserendo su questi elementi di base ampie e riuscite variazioni sul tema. L’esito, pur mantenendo una certa coerenza stilistica, restituisce una discreta gamma di suggestioni: si va, appunto da brani ispirati dalla consistenza più sintetica, quasi ‘fredda’ a parentesi crepuscolari, da vaghe abrasioni che conferiscono ad alcuni frangenti una grana più ruvida a suggestioni, specie nel brano di chiusura quasi folk.

Il disco è in gran parte strumentale, pur fregiandosi di un paio di partecipazioni vocali, da parte della ceka Zuzi Ki e della statunitense Mary Rath. Un lavoro tutto sommato riuscito, pur dando comunque l’idea di una collaborazione agli inizi e che quindi attende una successiva ‘centratura’ alla ricerca di una maggiore efficacia.

Il mix di strumentazione ‘classica’ (chitarre, percussioni) ed elettronica, con il ricorso a loop e lievi rumorismi, pur se non certamente nuovo, viene proposto con una sua discreta efficacia: l’eventuale seguito si fa allora attendere con curiosità.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

LAIKE, “FAR AWAY FORM THE NOISE OF THE CITY” (LE COUSINS MUSIC)

Pop – folk dalla Svezia: dietro allo pseudonimo di Laike c’è  Cristopher Stahle, all’esordio con questo “Langt fran stadslivets dan” (l’ortografia non è esattamente corretta, visto che alcune ‘a’ del titolo sono corredate dalle appendici tipiche dei linguaggi del nord-Europa): titolo pressoché impronunciabile, e per fortuna che il nostro riporta anche la traduzione dei titoli di disco e brani in inglese; i brani, comunque, sono cantati in svedese, per il significato i non poliglotti si devono affidare alle semplici suggestioni evocate dai titoli.

Anche con questo ‘scarto linguistico’ il piatto è, comunque, più che soddisfacente: Stahle mostra di aver frequentato le lezioni del migliore pop / folk anglofono a cavallo trai ’60 e i ’70: fin dalle prime note, anche per lo stile del cantato, viene in mente Van Morrison; non mancano digressioni e derive che sconfinano in una psichedelia rarefatta. I nove brani che compongono il disco si reggono – bene – sull’equilibrio tra queste suggestioni dei ‘vecchi tempi’ e una vena pop più orientata all’oggi, attenta ad una leggerezza ‘riflessiva’ (pur se non priva di spunti di maggior pathos, con sprazzi quasi ‘notturni’), che probabilmente risente di quanto avviene in patria: per atmosfere e sensazioni siamo comunque più vicini  – con tutti i distinguo – a un Josè Gonzalez, che non a Pete, Bjorn & John.

Un disco che si lascia piacevolmente ascoltare, nelle sue tinte pre-autunnali e che ci rivela un nuovo scorcio di una Svezia musicale che ormai da qualche tempo si affaccia con una certa ricorrenza su una più ampia scena musicale.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

KAROLY KERENYI: GLI DEI E GLI EROI DELLA GRECIA

I miti greci: considerando che tutto – vabbè, non esageriamo – gran parte di ciò che ci riguarda, diciamo, è nato da lì, forse è il caso di tornarci, ogni tanto. Sarebbe forse troppo lungo, elencare quanto delle nostre vite quotidiane rimandi ai miti dell’antica Grecia; o quanto questi più o meno ci accompagnino, ritornano periodicamente, nel corso della vita, si tratti delle leggende eroiche che sentiamo narrare quando siamo ragazzini, o le tragedie greche che ci troviamo a studiare, o semplicemente a guardare a teatro in età più avanzata, senza contare l’innumerevole elenco di opere d’arte d’ispirazione mitologica che possiamo ammirare nei musei.
Ce lo dimentichiamo, qualche volta (anzi, spesso), ma tutta la nostra ‘cultura’ (o almeno una bella fetta) viene da lì.
Alcuni magari davanti a certi racconti sentiranno una lieve sensazione di ‘disagio’, derivante da ricordi non proprio edificanti di ore passate a tradurre versioni al Liceo Classico. Gli appassionati di narrativa supereroistica (e non solo) non potranno fare a meno di notare come le radici di certi ‘luoghi comuni’, di certi ‘moduli narrativi’ siano lì… Senza dimenticare la profonda umanità di certe storie, perché poi alla fine tutto si risolve in storie di corna, di dei che non riescono a placare la loro libido, di dispetti, ripicche, vendette e infanticidi.
Illustri filosofi e letterati potranno andare oltre ed elencare decine di ragioni per cui ogni tanto, i miti greci è bene rileggerseli. Karoly Kerényi all’argomento dedicò una vita: in effetti, questo volume, che raccoglie i due saggi più famosi, risale a inizio anni ’60 (Kerényi stesso è mancato nel 1973): una raccolta ‘filologica’ dei miti greci, da quelli della nascita dell’Universo, passando per la genealogia degli dei, arrivando alle gesta degli eroi.
Gli amori di Zeus, Poseidone, Ade; le gesta di Cadmo e Perseo, le fatiche di Eracle, Teseo e Giasone; le maledizioni di Edipo e di Agamennone. I prototipi di tante altre storie e avventure venute dopo, che ancora oggi possiamo ritrovare non appena mettiamo piede in un cinema, ambientate in una Grecia mitica e quasi soprannaturale, così lontana da quella di oggi. Vicende che si incrociano in continuazione, legami parentali che al confronto una qualsiasi opera impallidisce, il tutto in un affresco affascinante e avvincente. E, per inciso, magari a leggere queste storie, e a pensare che sono nate lì, forse si potrebbe anche ragionare sul fatto che non di può guardare solo il debito estero ‘economico’, ma pure quello ‘culturale’, è a ben vedere, la Grecia sotto questo profilo è ampiamente in credito nei confronti di tutto il mondo occidentale.

LA CRONACA NERA, L’INFORMAZIONE E LA ‘ERRATA DISTANZA’

E’ ormai diventato abitudinario: a ogni ‘fattaccio’ di cronaca, la stessa storia: vittime e carnefici, alla tv e sulla carta stampata, chiamati col solo nome. Lucia, Carmela, Samuele sono i protagonisti dell’ultimo fatto di cronaca nera. Li conosciamo praticamente solo per nome, come se nel giro di pochi giorni alcuni perfetti sconosciuti fossero diventati parenti o amici. A me tutto questo pare tremendamente errato: mi chiedo dove sia finita la famosa ‘giusta distanza’ che qualche anno fa diede il titolo a un film, che tra l’altro ruotava proprio a un giornalista alle prese con un fatto efferato, se non erro. L’impressione è che il creare un senso di familiarità artificiosa con vittime e carnefici svii in un certo senso l’attenzione: ci troviamo davanti la cronaca, quasi in tempo reale, degli sviluppi sanitari della ragazza sopravvissuta all’aggressione, non risparmiandoci dettagli che inducono alla commozione (la ragazza che chiede notizie della sorella, non sapendo che è stata uccisa), o particolari riguardo il carnefice (il profilo Facebook in cui appariva col nomignolo di ‘tigrotto’), che a ben vedere sono del tutto inessenziali per la comprensione della vicenda. Si crea un meccanismo per cui l’informazione tratta questi casi alla stregua di un qualsiasi programma ‘salottiero’ del pomeriggio. Non ci si fanno domande, non si creano collegamenti. Solo in quest’ultima occasione si comincia a parlare di ‘femminicidio’, un brutto termine che però descrive bene una casistica allarmante;  l’informazione appare interessata a cercare il ‘nocciolo della questione’ non al primo, non al decimo, non al cinquantesimo, ma al centesimo caso di una donna uccisa in Italia nel 2012, al ritmo di una ogni due giorni. Il compito dell’informazione non doveva essere anche quello di fare collegamenti, di porsi domande, di indurre alla riflessione? Possibile che oggi, nel 2012, stampa e telegiornali vadano appresso al cosiddetto ‘infotainment’ girando intorno ai fatti in maniera ossessiva, come insetti attorno a una luce accesa in agosto, senza guardare ai fatti con maggior distanza, inducendo meno ‘partecipazione emotiva’ nel pubblico, ma cercando magari di offrire una maggiore comprensione di un ‘quadro generale’? Infanticidi, femminicidi, altri fatti di cronaca assortiti: tutti trattati come casi singoli, isolati, ‘esclusivi’, dando ‘familiarità’ a vittime e carnefici e puntando tutto sull’emotività, privando le questioni di qualsiasi parvenza di razionalità. L’aggressione di un uomo a due donne, in cui una delle due perde la vita è un fatto doloroso e traumatico, ma dolore e trauma dovrebbero restare confinate nel privato della cerchia famigliare  e parentale delle vittime e anche dell’assassino, visto che è un dolore avere un figlio / amico che si è macchiato di una tale delitto. Il pubblico non dovrebbe esservi coinvolto: al pubblico bisognerebbe cominciare  a presentare anche altri ‘numeri’ (non solo quelli di spread, inflazione, e borsa), bisognerebbe cominciare a parlare di come i maschi, fin da ragazzini vengono educati ai rapporti sentimentali, al rispetto per il partner, a come vivere e soprattutto accettare, il più serenamente possibile, un rifiuto o la fine di un amore. Invece di tutto questo non si parla: far diventare tutti improvvisamente parenti e amici dei protagonisti, giocando tutto sull’emotività, è indubbiamente più facile.

SCANNERS

Al link, qui sotto, una mia recensione per Cinefilos

http://www.cinefilos.it/v2/rubriche/sci-fi/recensione-film-scanners-35825

HONEYBIRD AND THE BIRDIES, “YOU SHOULD REPRODUCE” (TROVAROBATO)

Col loro primo disco, Honeybird e i suoi ‘birdies’ avevano ottenuto i giudizi entusiasti degli addetti ai lavori, per la loro effervescente formula che vedeva mischiati nel frullatore gli ingredienti più vari, dando vita a una pietanza certo spumeggiante, ma forse per certi versi un pò priva di ‘orientamento’. Questo secondo lavoro segue la falsariga del precedente, forse focalizzandosi in modo maggiore, ma riuscendo a mantenere intatto l’effetto-sorpresa.

Dieci pezzi che ancora una volta radicati saldamente in un pop leggero e frizzante, dai sapori spesso sudamericani, o colorato di colori funk, talvolta orientato ad una lieve psichedelia, prendendosi talvolta una licenza hip hop, senza privarsi di qualche momento maggiormente riflessivo e magari anche di qualche episodio lievemete pià piacione, ma sempre pronto a svolte imprevedibili che lo portano a improvvise ‘esplosioni’, tra dissonanze e rumorismi, fino all’arrembante e caotica title track posta in chiusura.

Il tutto, ricorrendo ad una gamma di strumenti ampissima e variegata, all’insegna della multietnicità, tra ukulele, berimbau, organetti, pianole e synth, oltre ai classici bassi, batterie e chitarre, che fanno da contorno al solito plurilinguismo della band, che si spinge, come nel precedente episodio, fino a un pezzo in dialetto catanese.

E in questa sua solarità sgargiante, “You shoud reproduce” trova il suo lato migliore, in una varietà che consente di scoprire qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, lasciando intatto il gusto della sorpresa.

LOSINGTODAY