Archive for maggio 2012

IN RICORDO DI ALESSANDRA MALDIFASSI (1971 – 1993)

che cantava questa canzone

 

e la cui vita è finita troppo presto, ormai tanti anni fa. L’ho saputo solo pochi giorni fa e questa scoperta mi ha portato un’ondata di tristezza e un senso di perdita che raramente ho provato in passato, anche per ‘mancanze’ più vicine a me. Non saprei nemmeno io il perché, anche considerando che il fatto è successo così tanto tempo fa: forse perché mi figuro questa bimba a cantare felice la sua canzone, assieme ai suoi amichetti delle Mele Verdi, il futuro davanti a sè, quasi una mia coetanea… E invece quel futuro le è stato in grandissima parte negato, quanta strada non percorsa. Al fondo delle cose probabilmente c’è il senso di una grande ingiustizia: nessuno dovrebbe terminare la propria vita così presto, per nessun motivo. Eppure, succede. Chi rimane si chiede perché, senza riuscire a trovare una cavolo di risposta, se non quello della nostra precarietà a fronte di eventi che avvengono in maniera del tutto casuale, capitando qua e là… e ci resta solo un senso di perdita, e l’angoscia dell’inspiegabile…

SENZA SENSO

La verità è che non c’è un senso… viviamo la nostra esistenza affannandoci per un motivo e per un altro, tra desideri, aspirazioni e ambizione… il tutto, nella vana speranza, ‘dopo’, di essere in qualche modo ricordati. La storia è piena, di uomini che hanno votato la loro vita a poter costruire qualcosa per cui poter essere incardinati nella Storia anche dopo la loro dipartita. Eppure, alla fine, tutto è inutile. Lovecraft scrisse: “In strani eoni, anche la Morte può morire”, come a dire che anche ciò che riteniamo immutabile potrà venire meno, prima o poi. Il punto è che alla fine, prima o poi, verremo dimenticati: di ciò che avremo fatto, nel bene o nel male, nel corso del nostro passaggio sulla Terra, non rimarrà nulla. Neil Gaiman, il creatore di quel fumetto meraviglioso che è Sandman, nella sua opera ipotizzò una sorta di limbo, dove tutti finiscono al termine della propria esistenza ‘terrena’, e dove resteranno finché qualcuno si ricorderà di loro. Poi, dopo, arriverà la vera ‘morte’. Certo, ci si può aggrappare  a una concezione del ‘dopo’: io invidio moltissimo coloro che hanno la fede incrollabile in un ‘dopo’, che sia il Paradiso, la Reincarnazione, o altro. Eppure, eppure nonostante nel mondo il numero di chi, in modo più o meno fervente, professa una ‘fede’ sia molto più ampio degli atei, la lotta per allungare la nostra esistenza e posticipare il più possibile il gong finale, continua, inesausta, da millenni. La verità è che la stragrande maggioranza delle persone ha paura. Io mi considero un credente, ma a dire la verità sono assolutamente atterrito, angosciato anche, dall’idea della sostanziale inutilità, vuotezza di significato della nostra esistenza… ci affanniamo tutta la vita a riempire di significato ciò che di significato è privo, siamo in balia degli eventi, del Caso, della pura biologia… La ‘scienza’ alla fine non è manco riuscita spiegare l’origine, la ‘scintilla’, che ha dato il via alla vita. Tutto questo non ha senso: ci affanniamo a vivere le nostre vite, pieni di preoccupazini e aspirazioni, costruendoci solide certezze, ma poi tutto si rivela fallace. Ultimamente sono stato abbastanza colpito da una strana situazione: è che ovunque mi giri, vedo la morte. Soprattutto, vedo morti assolutamente prive di significato: sportivi nel fiore degli anni schiantati da disturbi non diagnosticati, un’adolescente ammazzata dallo scoppio di una bomba… Il fatto che si sia tornati a parlare del caso di Emanuela Orlandi, ecco un altro caso: una ragazza nemmeno adolescente, rapita e ammazzata così. E poi un caso allucinante: chi ha vissuto la felice stagione dei cartoni animati degli anni ’80, ne ricorderà forse uno, Pat, ragazza del baseball. La sigla era bellissima, ebbene, qualche giorno fa scopro che la bimba che la cantava, Alessandra Maldifassi, è scomparsa quasi vent’anni fa, nel 1993, a 22 anni, per una grave malattia, e ‘sta notizia mi ha lasciato basito… Ecco, è tutta una catena di eventi alla quale non riesco a dare una cornice, un significato, perché probabilmente un significato non c’è. Ci affanniamo quotidianamente, e poi? Un incidente d’auto, o un terremoto, o una malattia e il nulla; e quando questo succede a chi è giovane, o addirittura bambino, è ancora peggio. Tutto mi appare così privo di senso… ribadisco, invidio chi un senso, al ‘dopo’, lo trova… Anche a me piacerebbe essere sostenuto dal conforto che ora Vigor Bovolenta, Pier Mario Morosini e Alexander Dale Oen siano in un’altrove, dove magari parlano tra loro delle loro vicende sportive, ma è un’idea del Paradiso fanciullesca, primitiva. La paura, il dubbio, atroce è che tutto finisca così: ricordi, affetti, esperienza di vita, tutto spento con un ‘clic’ come quando si va a dormire. Il nulla della non esistenza; e allora se tutto deve finire nel nulla, a che serve tutto questo affannarsi, questo dover costruire, questo avvelenarsi la vita con la paura del futuro, coi problemi nei rapporti con gli altri, col doversi sempre rapportare  a qualcuno, o a qualcosa, o a sè stessi… tanto, chi prima o chi dopo, finiamo tutti… Forse dannarsi l’anima non è il modo migliore di campare, e anche la preoccupazione del ‘campare’ di per sé stesso dovrebbe venir meno, tanto prima o poi questo campare dovrà finire… mah…

DI QUARTIERI VUOTI E SERVIZI PUBBLICI CARENTI…

Faccio parte della minoranza degli ‘smacchinati’ ovvero: dei non automuniti. Non sto qui a spiegare tutti i perchè e i percome, vi basti sapere che la mia patente pur restando nel portafoglio, una volta presa non è servita fondamentalmente a nulla. Ergo faccio parte di coloro che d’abitudine usano i mezzi pubblici.  Se vi dico che abito a Roma, suppongo possiate immaginare cosa ciò significhi. Significa – e non è la prima volta che succede – uscirsene ad esempio nel primo pomeriggio di una bella domenica mattina per andarsene al cinema… e tornarsene a casa, dopo aver aspettato i mezzi un quarto d’ora buono. Attenzione: non ho detto ‘IL’ mezzo, ho detto ‘I’ mezzi: perché alla fermata dove prendo l’auto io, passano ben quattro linee, ognuna delle quali in questo caso era utile allo scopo (tanto poi avrei dovuto cambiare, per prendere il famoso Tram 8, la cui notorietà ha talvolta oltrepassato i confini cittadini). Sono romano, so come vanno le cose; tuttavia quando mi trovo in queste situazioni allucinanti non posso fare a meno di andare fuori di testa, inveendo contro Alemanno e chi l’ha preceduto: il disastro dei mezzi pubblici a Roma è cominciato almeno 20 anni fa, ai tempi di Rutelli, ed  è proseguito allegramente con Veltroni, Alemanno diciamo che ci sta mettendo del suo, con la ciliegina sulla torta dell’aumento del prezzo del biglietto…  Non ci si abitua mai, a questa situazione. Uno potrebbe anche dire: hai voluto la bicicletta, adesso pedala, ma è un fatto che il sistema del trasporto pubblico a Roma fa schifo; se a una fermata, dove passano 4 linee, in un quarto d’ora non si vede l’ombra di un autobus, c’è qualcosa che non va, e non mi si venga a dire che  ‘è domenica’: questa storia per cui a Roma di domenica il servizio è ridotto è una delle tante prese per i fondelli ai cittadini, visto che di domenica che gente che prende i mezzi è pieno, e vi garantisco che ho visto fermate sovrafollate in attesa di un autobus… Evidentemente però Alemanno e chi l’ha preceduto i mezzi pubblici non li prendono da un pò… Alle spalle però c’è anche un altro problema: il quartiere dove vivo è il Portuense. Intendiamoci, non è un brutto quartiere: ha le sue aree verdi, ospedali a un tiro di schioppo, raramente finisce sulle prime pagine per episodi di criminalità: un quartiere ‘popolare’, ma abitato anche da professionisti. Non ci si potrebbe lamentare, se non fosse che non esistono luoghi di aggregazione, se si escludono le aree verdi di cui sopra, e quale struttura per ragazzini: non cè un cinema, non c’è un teatro (avevano provato ad aprirne uno, di quelli dedicati a produzioni di nicchia, è rapidamente fallito), non un impianto sportivo né un posto dove poter andare ascoltare la musica, non una biblioteca e non parliamo di musei, o luoghi deputati all’arte … nulla, eccezion fatta per un centro anziani,  un paio di teatrini parrocchiali, e qualche sala scommesse / slot. Per il resto, nulla di nulla. Il punto è questo: che in un quartiere (peraltro discretamente popolato) come questo ci dovrebbero essere anche impianti di questo tipo: chi la sera, o nel fine settimana, volesse andare a svagarsi, non dovrebbe essere sempre costretto a usare la macchina (che magari usa tutti i santi giorni per andare e tornare dal lavoro) o affidarsi a un trasporto pubblico i cui standard probabilmente non raggiungono quelli di tante capitali del Terzo Mondo. Insomma, mancano i luoghi di aggregazione e quando si vuole ‘evadere’, spesso non se ne ha la possibilità: se ci fosse un trasporto pubblico efficiente, anche tanti di coloro che hanno la macchina ne usufruirebbero, perché magari nel fine settimana a uno piace pure ‘essere trasportato’, anziché stressarsi ai semafori… Certi servizi ci sono ovunque, non serve andare all’estero, credo che a Firenze, Bologna, Torino, Milano, Palermo, Napoli, Bari, la situazione sia diversa… A Roma, no… il risultato? Il risultato è che il cittadino alla fine è costretto a starsene a casa, davanti al televisore,  o  a uscire per andare a giocarsi i soldi sulle partite o alle slot machine… BENVENUTI NELLA CAPITALE D’ITALIA.

SERIE TV: LE NOVITA’ DELLA CW

UPFRONT DELLA CW PER LA PROSSIMA STAGIONE

Arrow, Beauty and The Beast, Emily Owens, M.D., Cult, The Carrie Diaries le novità…

LUCIA MANCA, “LUCIA MANCA” (NOVUNQUE / SELF)

L’esordio di una nuova voce femminile nel panorama musicale italiano è sempre una buona notizia: negli ultimi anni in effetti, non sono state poche le cantanti che, con alterne fortune, si sono affacciate sulla scena tricolore, ma è un fatto che ben poche di queste poi riescono veramente a raggiungere il grande pubblico, sommerse dalla marea di ugole uscite da talent show e quant’altro: un discorso che ci porterebbe lontano… A farsi ascoltare ci prova stavolta la giovane salentina Lucia Manca, con questi dieci brani, poco più di una mezz’ora di durata.

A dar man forte alla cantautrice pugliese arriva Giuliano Dottori, voce e chitarra negli Amor Fou, che qui oltre a produrre, imbraccia buona parte degli strumenti, offrendo in un caso un suo testo e in altro scrivendolo a quattro mani con la stessa autrice.

Domina, ovviamente, l’interpretazione della Manca, caratteristica nel suo cantato etereo e a tratti fanciullesco, a ricordare magari (alla lontana, e coi debiti distinguo) le Cocorosie; vocalità più che mai adatta a brani in cui sentimenti ed esperienze sono filtrati attraverso uno schermo traslucido di suggestioni oniriche, in cui la realtà assume contorni a tratti sfuggenti. Qua e là si intravede forse qualche ingenuità, tipica dell’esordio, ma nel complesso la scrittura appare, se non del tutto convincente, almeno inserita nei binari giusti.

Domina una sensazione di dolcezza, ombreggiata dalle classiche venature malinconiche, in un disco quasi interamente affidato a climi tranquilli e umori rasserenanti, in un solo caso il ritmo si alza decisamente per un escursioni più marcatamente rock.

Lucia Manca supera la prova d’esordio con un disco dalla spiccata immediatezza, capace di coinvolgere e toccare le corde emotive dell’ascoltatore: l’augurio è di risentire presto parlare di lei.

 LOSINGTODAY

ERIN & THE PROJECT, “BIRTHDAY” (AUTOPRODOTTO)

In occasione del loro precedente lavoro, Lindsey Erin e Paul Ezekiel avevano mostrato un’efficace versatilità, mescolando vari generi (blues, soul, jazz, pop) e dando vita ad un lavoro tutto sommato convincente; “Birthday” è il nuovo capitolo della storia, che abbandona in parte quell’attitudine all’insegna della varietà di soluzione per cercare una maggiore focalizzazione stilistica.

Aiutati in fase di missaggio e masterizzazione da Oz Fritz (Grammy Award per “Mule Variations” di Tom Waits), affiancati Jon Axtell a basso e chitarra, i due danno vita ad un lavoro in gran parte incentrato su atmosfere rilassate, spesso malinconiche. Nei sette brani presenti ricorrono atmosfere rilassate che possono ricordare alla lontana certi episodi del cantautorato di matrice celtica di Shinead O’Connor, piuttosto che di quello di Tori Amos; in un paio di casi, il ritmo si alza, e sono gli episodi forse più riusciti (con suggestioni che riportano, come nel precedente lavoro, ad artiste come Feist o KT Tunstall): alla luce di questo, risulta un pò uno spreco l’ampio spazio dedicato a una cover -peraltro non troppo convincente – di Psycho Killer dei Talking Heads: meglio sarebbe stato inserire magari un altro paio di inediti, a rendere la pietanza più corposa.

“Birthday” appare insomma un disco riuscito a metà: apprezzabile per la ricerca di un’impronta stilistica più marcata, un pò meno per gli esiti di tale ricerca; nonostante questo, il lavoro mette comunque in luce le capacità vocali e interpretative della Erin, già messe in luce nel precedente lavoro, così come quelle di Ezekiel: un lavoro di ‘passaggio’, in attesa di vederli nuovamente all’opera.

LOSINGTODAY

MAPUCHE, “L’UOMO NUDO” (VICEVERSA / HALIDON)

Dopo essersi fatto conoscere – e apprezzare – con un precedente Ep, intitolato “Anima Latrina” (ogni riferimento era puramente voluto), il catanese Enrico Lanza si cimenta nella prima prova sulla lunga distanza: undici brani (poco meno di quaranta minuti la durata complessiva) grazie ai quali il cantautore catanese entra a buon diritto nel filone più corrosivo e se il termine è consentito, ‘antieroico’ del cantautorato italiano.

Ascoltando “L’uomo nudo” il primo nome che viene in mente, per l’atteggiamento sardonico è quello di Rino Gaetano, ma tra le pieghe del disco si intravede un filo della vena nichilista di Piero Ciampi (Al mio funerale) , o dello sguardo disincantato di Claudio Lolli (L’atto situazionista), mentre un brano come Io non ho il clitoride, sarebbe probabilmente piaciuto a Lucio Dalla.

Tra cantautorato, folk ‘sghembo’ e low-fi e improvvise accelerazioni all’insegna di ruvidità trasandate, Lanza interpreta testi all’insegna dell’osservazione del sè e del ‘mondo che gira intorno’, attraverso uno stile variegato che raramente resta nei binari del ‘bel cantare’, sempre pronto a deragliare, tra scazzo, nervosismo, vivacità venata di follia, spesso improntato a una vocalità sguaiata, che non di rado varca i confini dello ‘schiamazzo’.

Attorno, suoni consueti e altri meno: alla chitarra acustica imbracciata dal protagonista, si affiancano di volta il volta synth, mandolino, banjo, organi e rumori vari, per la maggior parte frutto dell’intervento di Lorenzo Urciullo (Colapesce); tra le altre partecipazioni, vale almeno la pena di segnalare quella di Cesare Basile all’ukulele.

Non sarà un fenomeno, Mapuche; in ogni caso, in una scena italiana che negli ultimi tempi ha prodotto una serie di autori che, per quanto valenti, appaiono tutti essere accomunati da prendersi dannatamente sul serio, mancava una sana dose di ironia e sguaiatezza: Cesare Lanza si candida seriamente a riempire il vuoto, portandoci una sana dose di riflessiva leggerezza.

LOSINGTODAY

BENTORNATI!!!

 

IERI

Ieri mattina passeggiavo per il centro di Roma, diretto verso il mio settimanale acquisto di fumetti, nelle cuffie le parole di Radio Radicale; e improvvisamente arriva la notizia, la bomba a Brindisi, una ragazzina di sedici anni morta. Una di quelle notizie che lì per lì fai persino un pò di fatica ad inquadrarle: una bomba davanti a una scuola, vittima una ragazzina. In Italia ne abbiamo viste tante: corpi straziati in banca, in piazza o  alla stazione,   sui treni in galleria, o ripescati dopo un incidente aereo, strade fatte saltare per aria e palazzi sventrati, corpi crivellati di colpi… Una scuola, però. Non si era mai visto.  Lì per lì, oltre che all’attentato mafioso, ho pensato piuttosto a quelle esplosioni di follia come se ne sono viste tante negli U.S.A…. la differenza è che in Italia è più facile assemblare delle bombole a gas, che procurarsi armi e munizioni, sebbene negli anni non siano mancati esempi di gente fuori di testa in possesso di armi (per conto mio poi, da sempre penso che chi si procura una pistola lo fa perché prima o poi pensa – o spera – di usarla, quindi ogni persona in possesso di un’arma è già un potenziale assassino…). Ho pensato a un emulo di ‘unabomber’, forse. Ho anche pensato: vedrai che adesso daranno la colpa a qualche ‘forza oscura’ (qurant’anni e passa di stragi impunite hanno ormai portato una buona fetta della popolazione italiana a pensare che dietro a certi episodi ci siano sempre trame e strategie). Però al di là di tutto, che ci rimane? Ci rimangono i corpi straziati di una ragazza uccisa e di una che ancora adesso è ai limiti della sopravvivenza, ci restano le foto pubblicate su Facebook, riproposte così insistentemente… ci restano immagini che tutti, più o meno abbiamo vissuto: il momento del ‘cazzeggio’ prima dell’entrata in classe, che improvvisamente si trasformano in uno scenario di guerra, ci restano risate, chiacchiere, magari il timore di un’interrogazione imminente… tutto che improvvisamente si trasforma, finisce. Ieri mi sono ritrovato a pensare: quella ragazza poteva essere mia figlia, ma alla fine, più che nei genitori, ho finito comunque per immedesimarmi in lei, immaginandomi a scherzare sul bus che ti porta a scuola, in attesa di un giorno come gli altri, in quel periodo di fine anno, dove chi va bene va  a scuola ‘tanto per’  e chi invece va male deve passare interrogazioni a raffica per cercare di recuperare… e poi, tutto che finisce. E ho provato una gran malinconia, perché poi alla fine,per dire, gli attentati sono sempre da condannare, ma in fondo ci sono delle differenze: Falcone e Borsellino pensavano di essere in guerra  e avevano messo in preventivo di essere vittime di un attentato… ma una ragazza di sedici anni, di un paesino di provincia che come ogni mattina prende l’autobus per andare  a scuola, ma che colpa ha? La speranza (l’ultima a morire anche in Italia, dove non si risolve mai nulla, dove per esempio a 30 di distanza ancora non è dato di sapere nulla nemmeno sulle sorti di Emanuela Orlandi, altra vittima incolpevole di non si sa nemmeno bene cosa) è che almeno stavolta si riesca a dare un nome all’Infamia; altrimenti, beh, rassegnamoci a vivere in un luogo dove si possono compiere stragi orrende rimanendo impuniti…

STEPHEN KING – THE DOME

In una limpida mattina d’autunno, attorno ad una cittadina del Maine si materializza improvvisamente una sorta di cupola impenetrabile, che la isola dal resto del mondo. La popolazione reagisce dapprima con il prevedibile, più totale, sconcerto, mentre si susseguono incidenti stradali e aerei, uccelli cadono dall’altro dopo aver sbattuto contro l’oggetto misterioso, qualcuno si ritrova addirittura con un braccio amputato, facendo una brutta fine.
Il primo a cogliere la palla al balzo è un funzionario locale, che in quattro e quattr’otto organizza una sorta di ‘dittatura municipale’, creando abbastanza agevolmente su un corpo di polizia di stampo nazistoide (ci vuole poco, a portare dalla propria parte mezzi delinquenti e bulli del liceo, quando gli metti in mano una pistola e gli dai un qualche tipo di distintivo che gli permetta di fare il porco comodo loro…) ed eliminando, anche fisicamente, chiunque gli intralci la strada, mentre i ‘buoni’ cercano di venire a capo del mistero…  A rischio di apparire esagerati, “The Dome” può essere definito come il romanzo più ‘politico’ di Stephen King. Lo scrittore del Maine ci ha abituato altre volte a usare trame horror o soprannaturali per ‘parlare d’altro’: è la sua maggiore cifra stilistica, e la ragione principale del suo successo, fin dal 1974, quando con “Carrie” prese a pretesto le vicende di un’adolescente dotata di poteri paranormali per mettere l’accento sugli aspetti più sinistri e crudeli dell’adolescenza e del mondo delle scuole superiori. King ha usato lo stesso stratagemma per parlare dei rapporti di coppia e all’interno delle famiglie, dell’infanzia, della religione e dell’essere scrittore, fino ad affrontare il tema delle dinamiche sociali in certe ‘comunità chiuse’, nei tanti romanzi ambientati nella a Castle Rock, in cui l’avvenimento soprannaturale del caso serviva a portare alla luce rancori, invidia, follie sopite e a mostrare la fragilità delle convenzioni sociali in cui viviamo.
Volendo fare un parallelo, ecco che nel caso di “The Dome”, mostrando la repentina discesa nel totalitarismo della comunità di Chester’s Mill, Stephen King ci mostra quanto in fondo fragile sia ciò che noi intendiamo come ‘democrazia’. Basta veramente poco – l’azione si svolge nel corso di una settimana – per mettere in crisi quelle che noi chiamiamo conquiste, raggiunte in duecento anni e passa (ricordiamo che gli U.S.A. sono la prima democrazia compiuta del globo, la cui Costituzione, ancora ineguagliata, mette al primo posto il ‘diritto alla felicità’ dell’inidividuo, ed è stata il punto di partenza per le carte costituzionali e le varie ‘dichiarazioni dei diritti’ di mezzo mondo). Basta poco, solo che una cittadina insignificante resti isolata dal resto del mondo e poco importa che la cupola che la avvolge sia trasparente, in senso ‘reale’ e ‘figurato’: a differenza degli altri ‘microcosmi’ kinghiani – che in effetti rimanevano ‘accessibili’ al resto del globo, che però sostanzialmente li ignorava –  le cui vicende  più o meno tetre e sanguinose giungevano al resto del mondo come echi evanescenti, nel caso di Chester’s Mill, tutto avviene davanti agli occhi del mondo: King ci fa sapere che la vicenda della cupola ha calamitato l’attenzione dell’intero globo, che è perfettamente a conoscenza del lento scivolare della comunità verso la dittatura, ma nessuno può farci nulla. Il parallelo con le tante dittature in giro per il globo nei confronti delle quali la comunità internazionale appare impotente, per motivi molto più ‘terra-terra’, rispetto all’evento soprannaturale di “The Dome” è immediato, così come altrettando immediato è pensare che dietro al romanzo, nonostante il passare del tempo (il libro è datato 2009) si agitino le ombre dell’11 settembre, non a caso più volte citato nel corso del volume (il che ci suggerisce come quell’evento sia ancora ‘vivo’ e tutt’altro che superato nella società americana).
La lettura di “The Dome” è terrificante: non tanto per la vicenda della cupola in se  (tornando al discorso di prima, raramente King si è tanto disinteressato della vicenda di partenza per parlare d’altro come in questo caso (ovviamente questo non vuole dire che il ‘re’ non ci risparmi il suo abituale ‘climax’, scatenando uno dei suoi proverbiali ‘climax’ deflagranti e regalandoci una spiegazione del ‘mistero’ come al solito spiazzate) quanto per il modo in cui l’autore ci mostra la disarmante facilità con cui quello che noi diamo per scontato può crollare come un fragile castello di sabbia: in fondo ci vuole solo la ferma volontà di chi gestisce le leve del potere (convinto magari di ubbidire alla volontà di Dio, il fanatismo religioso è un altro filo conduttore della narrativa di King, che della ‘fede’ mette spesso in mostra gli aspetti più inquietanti) , un congruo numero di persone che siano disposte a prestare giuramento in cambio di poter calpestare le regole che essi stessi hanno giurato di rispettare (e quando questi poliziotti improvvisati picchiano e violentano senza remore, al lettore italiano non possono non venire in mente i casi di Cucchi, Aldrovandi e tutti gli altri) e la solita, immancabile, ‘maggioranza silenziosa’, che allorché gli si sventola davanti un pretesto per aver paura, si rifugia tra le ‘braccia sicure’ dell’uomo ‘forte’ (e in un periodo di crisi come questo, in cui un giorni si e l’altro pure in televisione ci viene mostrata l’immagine di certi ‘salvatori della patria’, l’effetto per il lettore italiano è ancora più inquietante).
Ancora una volta, si correrà il rischio di esagerare, ma con “The Dome” King scrive un duro ed efficacissimo trattato sulla ‘nascita di una dittatura’, più potente di tanti saggi: più potente perché travestito da romanzo, più potente perché, metre le opere accademiche finiscono sugli scaffali di pochi, “The Dome” sarà nelle librerie di milioni di persone. Il messaggio è chiaro: teniamo gli occhi aperti, perché ciò che consideriamo un dato acquisito potrebbe esserci tolto repentinamente, magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo…