Archive for aprile 2016

IL TERZO ISTANTE, “LA FINE GIUSTIFICA I MEZZI ” (AUTOPRODOTTO ( LIBELLULA DISCHI))

Trio formatosi nel 2011 in quel di Torino, Il Terzo Istante pubblica tre EP, ribattezzati ‘trilogia fluo’, calcando nel frattempo i palchi in supporto, tra gli altri, a Gazzè, Zibba, Amari e Pan del Diavolo, giungendo ora all’importante meta del primo lavoro sulla lunga distanza.

“La fine giustifica i mezzi”: o meglio, la ‘fine’ che a volte (spesso?) arriva a dare un senso alle cose, alle vicende esistenziali; forse, in ultima analisi, alla vita: un concetto molto ‘letterario’ se vogliamo: le ‘storie’ sono belle e restano dentro proprio perché prima o poi devono concludersi.

Filosofia a parte, e non se la prendan i componenti de Il Terzo Istante, questi nove pezzi (che tra l’altro vedono la collaborazione della voce di Sabino Pace, figura di spicco del punk hardcore torinese degli anni ’90 e del sax di Paolo Parpaglione, già Blue Beaters e Africa Unite) colpiscono più per i suoni che per le parole: si potrebbe quasi affermare che il gruppo arrivi a ricordarci che il ‘tre’ anche in musica, può essere il numero perfetto.

Un disco compatto, arrembante, il cui maggior pregio è la capacità di sviluppare potenza sonora: chitarra, basso e batteria col contributo di piano e tastiere disegnano un disco che viaggia

da suggestioni alternative anni ’90 a più recenti influenze stoner, con alle spalle la lezione sempre valida dei power trio dell’hard rock anni ’70. Una vocalità per lo più aggressiva, ma pronta ad avvicinarsi anche a lidi più cantautorali.

Il Terzo Istante allude a tratti al punk hardcore, gioca col blues e, se necessario, mostra di essere in grado di smorzare i toni, fino a sfiorare rarefazioni quasi ambient (in ‘39,8°’, anche grazie al contributo del collettivo vocale Collavoce) e, in modo quasi insospettabile, di prendere una deriva ai limiti del progressive nel lungo brano finale ‘Lucido’ , in cui chitarra basso e batteria si mostrano in grado di dialogare efficacemente con piano e fiati.

“La fine giustifica i mezzi” è un coinvolge convincendo, lasciando l’impressione che Il Terzo Istante non abbia ancora sviluppato pienamente le proprie potenzialità.

SUITE SOLITAIRE, “RIDEREMO” (AUTOPRODOTTO /LIBELLULA MUSIC)

Fughe : da una realtà opprimente, da una società nei confronti della quale ci si sente inadeguati; fughe alla ricerca di una realizzazione, esistenziale o lavorativa; fughe da storie sentimentali finite; fughe in un passato immaginato o in un’adolescenza mitizzata; fughe ‘interiori’ a ritirarsi in sé stessi, rifiutando il contatto con ‘l’altro’… e l’esortazione, ricorrente, a non arrendersi, rifugiandosi magari nelle comode secche dell’autocommiserazione, ma a coltivare la speranza, contando sulle proprie forze, anche quando sembrano mancare le prospettive, prendendo di petto la vita.

Non un concept album, ma un manipolo di canzoni – undici – in cui la ‘fuga’ diventa una sorta di filo conduttore, nell’esordio dei piemontesi (il nucleo è originario di Novara) Suite Solitarie: disco che arriva dopo alcuni cambi di formazione per una band i cui componenti potevano comunque in buona parte contare su esperienze pregresse, in particolare in territori di metal estremo e crossover.

Un passato non troppo evidente, in “Rideremo”, ma che per certi versi – soprattutto in certe strutture dei brani e nel ricorso frequente alla ‘ballad’, rivela comunque certe ascendenze. La formula proposta dal quartetto è riconducibile a un generico rock / pop dai contorni cantautorali, che in alcuni frangenti assume vaghi sapori hard rock e – molto alla lontana e principalmente per l’uso del flauto – folk / prog.

Interpretazione vocale (alla ricerca di intensità, ma mai sopra le righe) sempre in primo piano, chitarre che qua è là cercano di ‘sgomitare’ un po’ per ritagliarsi un loro spazio, senza però conquistarne più di tanto; sezione ritmica che, con regolarità, si limita al lavoro di ‘ordinanza’.

Il maggiore limite del disco appare essere quello cercare con fin troppa insistenza, la limatura di qualsiasi spigolo anche attraverso il ricorso alle ‘ballad’, tanto frequente da risultare alla fine un filo stucchevole…

L’impressione conclusiva è di un ‘vorrei ma non posso’, o meglio, ‘potrei, ma non voglio’: nei pochi brani in cui la band sembra mollare le briglie (ma sempre entro dei confini abbastanza rigorosi di ‘gradevolezza formale’) si intravedono maggiori possibilità: pur mantenendo l’idea di fondo, non avrebbe guastato qualche capitolo più ‘istintivo’, qualche parentesi, se vogliamo, più ‘maleducata’, che forse avrebbe mostrato pienamente potenzialità che invece si scorgono solo controluce e che restano fin troppo sepolte sotto ad uno strato fin troppo spesso di ‘melassa melodica’.

 

THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI” (STORMY WEATHER / LIBELLULA MUSIC)

Nati su iniziativa di Alberto Fabi, già nei Cardio e ne Il testimone, i The Black Animals offrono nel loro esordio uno di quei dischi che ogni tanto, come dire ‘ci vogliono’. Diretti, compatti, privi di fronzoli, i dieci pezzi che compongono “Samurai” sono altrettante stilettate, schegge lanciate a 360° gradi dalla vena esplosiva del quartetto.

Nirvana e Foo Fighters i ‘numi tutelari’ citati esplicitamente dal gruppo, ai quali volendo si possono aggiungere i primi Marlene Kuntz, senza dimenticare la lezione degli anni ’70, con qualche spezia new wave e, per avvicinarsi ai giorni nostri, certi gruppi del revival garage di inizio millennio (vedi alla voce: Black Rebel Motorcycle Club).

Riferimenti a parte, “Samurai” è un disco godibile soprattutto nel suo essere potentemente ‘chitarristico’: che si tratti di un blues ipermuscolare, o di distorsioni, di frustate elettriche o di muri sonori, sono le chitarre a guidare le danze, a occupare la scena dall’inizio alla fine, accompagnate da una solida sezione ritmica e accompagnando una vocalità dall’attitudine arrembante, che al momento giusto non si tira indietro dallo sbraitare dietro al microfono.

Un lavoro per lo più introspettivo, che parla di mancanza di equilibrio e di paure, di vuoti (interiori) di cui liberarsi, di “troppe voglie e poca volontà”, di cambiamenti che trovano un ostacolo nei gusci rassicuranti che spesso ci si costruisce intorno.

Si finisce, insomma, per ripiegarsi in un proprio microcosmo esistenziale, ostaggio delle proprie paure, tramontato ogni sogno ‘comunitario’ di una “generazione che non sa che pesci pigliare”, la cui “rivoluzione s’è persa in un paese che non sa che fare”, “in questo paese che non sa e non sa superare ciò che era e che mai sarà”… L’ancora di salvezza risiede, alla fine, nei sentimenti e nell’amore, per quanto anch’esso tribolato e sospeso tra realtà e immaginazione.

I The Black Animals assemblano un disco diretto, viscerale nei suoni e nelle parole, a tratti addirittura sofferto: ancora una volta un lavoro che offre il ritratto di una generazione disorientata e, nuovamente, divisa tra il bisogno di fuga e il peso delle proprie insicurezze che le impedisce di spiegare le ali.

GLI ITALIANI SE NE FREGANO

La speranza è l’ultima a morire, ma alla fine non c’è da stupirsi se il referendum sia fallito.
Se il quorum non viene raggiunto, significa una cosa sola: che il tema del referendum a quasi il 70 per cento degli elettori interessava poco o nulla.
Non è solo la questione della ‘tecnicità’ del referendum, né degli inviti al non voto; il problema di fondo è che la maggior parte degli italiani è più o meno totalmente priva di una coscienza ambientale.
A parte il fatto che non si vede perché un elettore debba rinunciare ad andare a votare perché un referendum è ‘troppo complicato e tecnico e queste cose deve deciderle il Parlamento’: poteva essere vero una volta; oggi, con Internet, era possibile informarsi, capire le ragioni del ‘Si’ e del ‘No’ e farsi un’opinione; uno potrebbe anche pensare che i cittadini si siano comunque informati, decidendo di abbracciare le ragioni del ‘non voto’; possibile, ma secondo me improbabile, se si pensa al livello di consapevolezza e coscienza ambientale dell’italiano ‘medio’.
Diciamocela tutta: molti italiani, specie i più anziani – e l’Italia è una Nazione di vecchi – hanno grosse difficoltà a raccogliere la cacca del loro cane; fanno la raccolta differenziata di malavoglia, spesso e volentieri solo se non c’è altra strada e quando possibile non la fanno proprio; se trovano un cassonetto pieno, buttano la spazzatura lì dove capita; se trovano un volantino sul parabrezza dell’auto, lo accartocciano e lo buttano per terra; abbandonano sui marciapiedi materassi, frigoriferi, mobilio assortito.
Allora ‘perché meravigliarsi?’ diventa una domanda scontata dalla risposta ancora più banale, rispetto al fallimento di un referendum che, considerando il livello di alfabetizzazione ambientale della maggior parte degli italiani, era obbiettivamente complicato.
Il tema non interessa, né appassiona: la campagna referendaria è servita forse ad accrescere la consapevolezza che al largo delle coste dell’Adriatico sorge una serie di potenziali ‘bombe ecologiche’: che finora non sia successo nulla è affermazione veritiera, ma che non elimina i rischi, anzi: l’esperienza e la statistica ci dicono che ovunque sono sorte piattaforme di trivellazione, prima o poi qualcosa di grave è successo: non è questione di sé, ma di quando…
Poi vabbé, ognuno ha detto la sua: ho sentito parlare di inutilità del referendum, del fatto che ‘a prescindere’, quelle piattaforme sarebbero comunque restate attive per trent’anni e passa… Aggiungiamoci pure che, anche se avesse vinto il ‘Si’, prima o poi qualcuno avrebbe surrettiziamente cercato di inficiare il risultato con leggi ad hoc, come è sempre successo in Italia ogni volta che i referendum hanno dato risultati indesiderati, come sta succedendo per la privatizzazione dei servizi idrici, tra l’altro.

Il referendum quindi forse non era nemmeno importante in sé e per il risultato che avrebbe offerto: il referendum invece ha offerto un ottimo quadro della coscienza ambientale degli italiani, e il risultato è ineccepibile: alla maggioranza degli italiani dell’ambiente non gliene frega nulla; viene da pensare di cosa gli freghi: sostanzialmente, del portafoglio: anche il referendum sull’acqua è stato ‘vinto’, non per la questione ‘di principio’ dell’acqua pubblica: è stato vinto perché la maggioranza degli italiani ha avuto paura che con il via libera dato ai privati la bolletta dell’acqua esplodesse; per il resto, la maggioranza degli italiani dell’acqua se ne frega: si spreca acqua a tonnellate, dalle abitazioni private ai campi; la rete idrica è un colabrodo ma alla fine a nessuno importa più di tanto.

Alla maggioranza degli italiani informarsi sull’ambiente non gli interessa: gli frega tantissimo di squadre di calcio, tablet, smartphone, talent show, parabole, gossip, ma non dell’ambiente. Le città sono fatte a misura di automobilista, non certo di pedone, ciclista o utente dei mezzi pubblici. La maggioranza degli italiani butta il cervello all’ammasso senza farsi mai domande su nulla; anche quando si deve votare, cerca sempre l’uomo forte che pensi al posto loro, che gli eviti la fatica di usare il contenuto della scatola cranica per attività più complicate che non seguire le ricette dei cuochi in televisione.

Quindi alla fine, la speranza c’era, ma la realtà non stupisce: l’augurio è che prima o poi davvero una delle bombe ecologiche che sorgono nell’Adriatico esploda, ma forse nemmeno quello servirebbe: dopo tutto, gli italiani vanno sull’Adriatico per andare in discoteca, non certo per il mare: per quello, alla fine, c’è Sharm…

In conclusione, credo che l’unico modo per tenere in vita l’istituto referendario in Italia, sia l’eliminazione del quorum: ovviamente, anche il ‘non voto’ rappresenta una scelta, che tuttavia credo tradisca nella maggior parte dei casi un sostanziale poco coinvolgimento nei temi trattati; allora, credo che anche la maggior parte degli astenuti sarebbe d’accordo sul fatto che su certi temi possano e debbano decidere coloro che sono informati, a prescindere dal loro numero; anzi, forse il fatto che certe questioni possano essere decise da una qualsiasi minoranza di persone, finirebbe per spingere i poco interessati a informarsi, farsi un’opinione ed esprimerla.

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_1 EP” (AUTOPRODOTTO)

Tre, proverbialmente, il numero perfetto: tre sono i Pin Cushion Queen (nome ispirato da Tim Burton); attivi in quel di Bologna dal 2007, dopo varie vicissitudini giungono nel 2011 al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, “Characters”, concepito come primo capitolo di una trilogia, di cui “Settings” rappresenta il secondo step; il terzo si intitolerà “Stories”, ma qui si parla, appunto, di storie ancora di là da venire.

Tre sono anche gli EP in cui “Settings” è stato articolato, che nelle intenzioni dovrebbero uscire a distanza abbastanza ravvicinata; e per non infrangere la ‘regola aurea del tre’, altrettanti sono i pezzi inseriti in ognuno.

Una band intenta a cercare un proprio sentiero attraverso territori, a cavallo di elettrica ed elettronica, già ampiamente percorsi da altri: Radiohead, Liars e Battles sono citati dalla stessa band come propri punti di riferimento.

Il primo pezzo volto alla melodia, a una dimensione raccolta e intimista, venata di malinconia; più aggressivo il secondo, dominata dal passo marziale tenuto da chitarre elettriche all’insegna dell’abrasione, pur trovando anch’esso una parentesi più dimessa; dilatato il terzo, nuovamente caratterizzato da sonorità più flebili; stavolta si avverte un’intenzione quasi impressionista, evanescente, con qualche vaga accentazione avanguardistica.

Certo tre pezzi sono troppo pochi per crearsi un’impressione compiuta del lavoro della band, ma questo assaggio ci mostra comunque un gruppo che al di là degli esiti si mette d’impegno per offrire una lettura sufficientemente personale di quanto già proposto da altri.

PHOENIX CAN DIE, “AMEN” (BLACK FADING RECORDS / AUDIOGLOBE)

Nati dalla ceneri (e in questo caso il concetto è più che mai adatto, parlando di fenici) dei Rock Destroy Legends, i Phoenix Can Die sono la nuova creatura di Mirco Campioni e Riccardo Franceschini, artisti di stanza a Bologna, noti anche per la loro attività nel mondo tatuaggi.

“Amen” segna una decisa mutazione nelle scelte sonore del duo: dall’alternative rock della precedente esperienza, ci si tuffa nel mare dell’elettronica, dei suoni da club. Nove brani, tra pezzi cantati ed episodi interamente strumentali, in cui i due cercano di tenere la barra dritta, avendo ben presenti i propri punti di riferimento, cercando allo stesso tempo una propria impronta stilistica; ad aiutarli in fase di produzione, Cristiano Santini, già voce dei Disciplinatha e collaboratore di CCCP, CSI e Battiato.

Vengono ovviamente in mente i ‘mostri’ sacri del passato: remoto (Kraftwerk) e più recente (Underwold), tra episodi più tirati e prettamente ‘danzerecci’ e parentesi – a cominciare da Control, primo singolo con tanto di video di accompagnamento – che strizzano l’occhio alla filone dell’elettropop; il tutto arricchito da qualche ‘scoria industriale’. I frequentatori più assidui del genere inquadreranno sicuramente meglio i punti di riferimento ideali del duo, in un lavoro che per i due ha i caratteri dei primi passi in territori finora poco battuti.

L’esito comunque non dispiace, per quanto molti dei pezzi siano più adatti ad un contesto ‘da dancefloor’ più che a un ascolto ‘immobile’ ; un primo disco coi pregi e i difetti tipici di quello che è, considerando il cambio radicale di genere, può essere considerato a tutti gli effetti un esordio: appuntamento a un possibile secondo capitolo per capire se il percorso intrapreso è quello giusto.

VELOCE COME IL VENTO

Emilia, terra di motori: Giulia, giovane promessa delle gare della categoria Gran Turismo, perde improvvisamente il padre, che la segue e l’assiste da bordo pista; oltre a dove fare i conti con la perdita di un punto di riferimento e con la pressoché totale mancanza di prospettive per sé stessa e il fratello più piccolo, Giulia dovrà fare i conti con l’improvvisa irruzione nella sua vita del fratellastro tossico Loris, anche lui con un passato nel mondo delle corse, una carriera breve ma intensa.

Dopo lo scontro iniziale, trai due non tarderà a nascere un forte legame, cementato dall’amore comune per la velocità: per Giulia, Loris diventerà una sorta di nuovo punto di riferimento; Loris ovviamente, troverà nel sostegno a Giulia sulla strada del successo, un modo per riscattarsi e trovare una luce in fondo al tunnel… fino a quando non commetterà un’altra cazzata, rischiando stavolta di perdere tutto…

L’ultimo film che avevo visto al cinema era stato “Lo chiamavano Jeeg Robot”; e incidentalmente, uscendo dalla visione di “Veloce come il vento”, mi sono ritrovato a fare una considerazione analoga: i registi italiani sembrerebbero aver imparato finalmente a fare certi film.
Forse non è un caso, forse è una questione generazionale, ma l’impressione è che si sia capito che è possibile costruire certi film anche in Italia, rispettando i ‘canoni del genere’, senza ricorrere alla facile scorciatoia di tradurre tutto in chiave italica, magari col solito registro comico, buttando tutto in burletta: facendo un gioco di parole, si sta finalmente trovando una via italiana senza per forza girare pellicole ‘all’italiana’.

“Veloce come il vento” appartiene al filone delle grandi storie di sport (peraltro in questo caso ispirate a vicende reali) che si sovrappongono a piccoli – grandi drammi famigliari; il mondo delle corse è stato peraltro più volte frequentato dallo stesso cinema americano, esempio più recente quello di “Rush”, e a pensarci è abbastanza singolare come invece in Italia, patria della Ferrari, il tema sia stato poco o nulla toccato.
Il regista Matteo Rovere ha quindi in un certo senso colmato una lacuna, usando in modo efficace tutti i canoni del genere: la giovane promessa e l’ex campione sbandato ma ancora in grado di trasmettere il suo sapere; gli allenamenti (strizzando l’occhio a Rocky) e il conflitto generazionale / famigliare… e, dato che parliamo di corse in auto, non poteva nemmeno mancare una divertente e riuscitissimo inseguimento che alle avenue americane, sostituisce le stradine del centro di Ferrara (o almeno, mi sembra di aver riconosciuto il Castello degli Estensi); né mancano coinvolgenti sequenze di gara, immancabili in un film del genere e rese in modo spettacolare.

Non manca nemmeno una generosa dose di commedia (la risata nasce spontanea più volte), intendiamoci di quella che fa parte del dna del cinema italiano, pronta a trovare il lato buffo e paradossale anche nelle situazioni più complicate, ma questo senza che per forza il film diventi una barzelletta, “perché tanto gli italiani sanno fare solo le commedie, quindi qualunque film di genere deve finire per forza per diventare una commedia dai buoni sentimenti”; no: questo è innanzitutto un film di sport e di relazioni famigliari complicate… che poi ci scappi la risata ogni tanto, come dire… è la vita, in fondo.

“Veloce come il vento” è interamente affidato alle interpretazioni dei due protagonisti: Stefano Accorsi dà vita ad uno dei ruoli più riusciti della sual carriera, si reimpossessa delle sue inflessioni originali, si spoglia completamente di tutto ciò che in un passato più o meno recente l’ha portato allo status di ‘sex symbol nazionale’, dando vita a un personaggio sopra le righe, sboccato, disperato e sull’orlo del baratro.
Due parole in più merita la giovane Matilda de Angelis (che qualcuno, me compreso ha già avuto modo di appprezzare nella riuscita fiction RAI “Tutto può succedere”); il parallelo tra l’attrice e il suo personaggio risulta abbastanza immediato: c’è un momento del film in cui il fratellastro Loris le fa notare come le ‘manchi il fisico’ per diventare una pilota completa: collo esile, spalle strette, gambe fini… ecco, l’impressione è che alla De Angelis prima di questo film mancasse forse il ‘fisico artistico’ per interpretare un ruolo del genere, che fosse ancora un filo acerba per poter sostenere una parte che la vende in scena dall’inizio alla fine.
Eppure non si può fare altro che considerare che il ‘fisico’ in qualche modo bisogna farselo: che ai giovani, anzi: ai giovanissimi, bisogna dare proprio la possibilità di cimentarsi in ‘imprese’ che forse possono apparire un filo al di sopra delle proprie capacità proprio per ‘costruirsi’ la propria identità (in questo caso, artistica, ma si potrebbe fare lo stesso discorso per la vita in generale) e aprirsi la propria strada.
Quindi un plauso al regista Matteo Rovere per dato una possibilità a questa giovane attrice, della quale sono convinto continueremo a sentir parlare molto e bene negli anni a venire; in fondo poi, da qualche parte le nuove generazioni devono pur cominciare.

“Veloce come il vento” è, insomma, un gran bel film: e fa veramente piacere parlare nuovamente bene di un film italiano quest’anno, soprattutto perché ciò di cui stiamo parlando non è la solita commedia, o il film d’autore, ma qualcosa di, una volta tanto, molto diverso.