Posts Tagged ‘Black Rebel Motorcycle Club’

THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI” (STORMY WEATHER / LIBELLULA MUSIC)

Nati su iniziativa di Alberto Fabi, già nei Cardio e ne Il testimone, i The Black Animals offrono nel loro esordio uno di quei dischi che ogni tanto, come dire ‘ci vogliono’. Diretti, compatti, privi di fronzoli, i dieci pezzi che compongono “Samurai” sono altrettante stilettate, schegge lanciate a 360° gradi dalla vena esplosiva del quartetto.

Nirvana e Foo Fighters i ‘numi tutelari’ citati esplicitamente dal gruppo, ai quali volendo si possono aggiungere i primi Marlene Kuntz, senza dimenticare la lezione degli anni ’70, con qualche spezia new wave e, per avvicinarsi ai giorni nostri, certi gruppi del revival garage di inizio millennio (vedi alla voce: Black Rebel Motorcycle Club).

Riferimenti a parte, “Samurai” è un disco godibile soprattutto nel suo essere potentemente ‘chitarristico’: che si tratti di un blues ipermuscolare, o di distorsioni, di frustate elettriche o di muri sonori, sono le chitarre a guidare le danze, a occupare la scena dall’inizio alla fine, accompagnate da una solida sezione ritmica e accompagnando una vocalità dall’attitudine arrembante, che al momento giusto non si tira indietro dallo sbraitare dietro al microfono.

Un lavoro per lo più introspettivo, che parla di mancanza di equilibrio e di paure, di vuoti (interiori) di cui liberarsi, di “troppe voglie e poca volontà”, di cambiamenti che trovano un ostacolo nei gusci rassicuranti che spesso ci si costruisce intorno.

Si finisce, insomma, per ripiegarsi in un proprio microcosmo esistenziale, ostaggio delle proprie paure, tramontato ogni sogno ‘comunitario’ di una “generazione che non sa che pesci pigliare”, la cui “rivoluzione s’è persa in un paese che non sa che fare”, “in questo paese che non sa e non sa superare ciò che era e che mai sarà”… L’ancora di salvezza risiede, alla fine, nei sentimenti e nell’amore, per quanto anch’esso tribolato e sospeso tra realtà e immaginazione.

I The Black Animals assemblano un disco diretto, viscerale nei suoni e nelle parole, a tratti addirittura sofferto: ancora una volta un lavoro che offre il ritratto di una generazione disorientata e, nuovamente, divisa tra il bisogno di fuga e il peso delle proprie insicurezze che le impedisce di spiegare le ali.

G-FAST, “GO TO M.A.R.S.” (LA FABBRICA / AUDIOGLOBE)

Si chiama Gianluca Fasterni, si fa chiamare G-Fast: dopo l’esordio, targato 2010, che lo vedeva armato, oltre che della sua voce, di una sola tre corde e di un pedal board, il cantautore milanese ritorna con un lavoro in cui, smessi almeno in parte i panni del ‘factotum’, si è fatto affiancare da Simone “Slim” Scifoni, ad occuparsi di batteria e percussioni, con aggiunta di wurlitzer, per dare maggiore sostanza alla componente ritmica dei propri brani.

“Go to M.A.R.S.” del tutto privi di ‘pretese’ che si fanno apprezzare nel loro essere semplici e diretti, senza inutili orpelli. Un rockaccio grezzo, ruvido e dalla consistenza sabbiosa, risultato di un mix riuscito di blues, suggestioni southern, ardori hard rock e trasandatezze garage, sabbiosità stoner, come se una coppia di biker dell’Alabama si fermasse a metà strada trai Black Rebel Motorcycle Club e i Motorhead.

Chitarre che fischiano, accompagnate da una sezione ritmica che dà maggiore peso e solidità al tutto, accompagnano un cantato dall’indole ostile e a tratti oscura, con brani dominati da una sgargiante solarità sulla quale però aleggia costantemente qualche ombra, come quelle di certi avvoltoi che sorvolano il deserto.

Senza dimenticare che, nonostante l’ampio spazio dato ai suoni, “Go to M.A.R.S.” è pur sempre il disco di un cantante – autore, che imbastisce testi che vanno dalle classiche fughe dall’esistente, come nellta title – track a immaginari dialoghi ‘sciamanici’ dall’atmosfera onirica, fino a più consuete affermazioni del ‘se’ rispetto ad una società omologante o agli immancabili episodi votati ai sentimenti.

Al di là di qualche limite (a cominciare forse da una sottile monotonia che si fa largo in particolare verso gli ultimi dei dieci brani presenti), “Go to M.A.R.S” è un disco che si lascia apprezzare, nel suo essere comunque ‘diverso’ da certi filoni ‘dominanti’ (come certo indie rock o il nuovo cantautorato) della musica ‘altra’ di casa nostra: uno di quei dischi dei quali ogni tanto c’è bisogno, per provare che in Italia si è capaci anche di suonare anche altro.

NEKO AT STELLA (DISCHI SOVIET STUDIO / AUDIGLOBE)

Sono in due, fanno casino per quattro: i Neko At Stella vengono da Firenze e, attivi dal 2009, sembrano aver trovato finalmente una stabilità di formazione nell’accoppiata tra Glauco Boato, originario di Cittadella – PD – e Jacopo Massangioli, cresciuto nella provincia toscana.
I dieci brani che vanno a comporre questo omonimo esordio sono una staffilata destinata a farsi ricordare, raccolta tra l’incipit ‘marziale’ di As loud as hell (singolo di lancio, con tanto di video) e la chiusura di Come back blues che finiscono per essere, oltre che gli estremi del disco, anche la una fedele rappresentazione dei ‘poli sonori’ attraverso i quali l’ascoltatore viene fatto viaggiare… ‘viaggio’ peraltro risulta un termine più che azzeccato per un disco che, nel suo snodarsi, finisce per avere un andamento ondeggiante, altalenante, vagamente psichedelico.
Il duo veneto – toscano (cui a dire il vero si aggiungono un paio di occasionali partecipazioni esterne) appare muoversi in un immaginario sonoro che mescola le suggestioni del glorioso post punk degli ’80 (Joy) gli anni ’90 dei caracollanti Pavement, gli arrembaggi pseudo-garage di primi anni 2000 (vedi alla voce Black Rebel Motorcycle Club), senza disdegnare di buttarsi anima e corpo in territori southern o riproporre, a proprio modo, la mai superflua lezione del blues, fino ad un’escursione in territori seventies, con la cavalcata da ‘stoner ante litteram’ di Psycho Blues.
Un catalogo sonoro che accompagna testi in inglese (fa eccezione lo strumentale e ‘tautologico’ Intermission) incanalati sui classici filoni della riflessione interiore, dei rapporti umani (Now I Know, Small Place) e dell’osservazione del mondo che gira intorno (The Flow) tra Disillusione (come recita il titolo di uno dei brani) e critica corrosiva (Drop The Bomb, Exterminate Them All, in una citazione da Apocalypse Now), fino a momenti che rasentano un lirismo immaginifico e vagamente lisergico (Like Flowers, Psycho Blues).
Un disco, insomma, da far ricadere sotto la classica categoria degli ‘esordi convincenti’, forse per ceriti versi più grazie alla mole sonora sviluppata che per l’originalità, mancando forse ancora un’impronta stilistica pienamente delineata.