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VELOCE COME IL VENTO

Emilia, terra di motori: Giulia, giovane promessa delle gare della categoria Gran Turismo, perde improvvisamente il padre, che la segue e l’assiste da bordo pista; oltre a dove fare i conti con la perdita di un punto di riferimento e con la pressoché totale mancanza di prospettive per sé stessa e il fratello più piccolo, Giulia dovrà fare i conti con l’improvvisa irruzione nella sua vita del fratellastro tossico Loris, anche lui con un passato nel mondo delle corse, una carriera breve ma intensa.

Dopo lo scontro iniziale, trai due non tarderà a nascere un forte legame, cementato dall’amore comune per la velocità: per Giulia, Loris diventerà una sorta di nuovo punto di riferimento; Loris ovviamente, troverà nel sostegno a Giulia sulla strada del successo, un modo per riscattarsi e trovare una luce in fondo al tunnel… fino a quando non commetterà un’altra cazzata, rischiando stavolta di perdere tutto…

L’ultimo film che avevo visto al cinema era stato “Lo chiamavano Jeeg Robot”; e incidentalmente, uscendo dalla visione di “Veloce come il vento”, mi sono ritrovato a fare una considerazione analoga: i registi italiani sembrerebbero aver imparato finalmente a fare certi film.
Forse non è un caso, forse è una questione generazionale, ma l’impressione è che si sia capito che è possibile costruire certi film anche in Italia, rispettando i ‘canoni del genere’, senza ricorrere alla facile scorciatoia di tradurre tutto in chiave italica, magari col solito registro comico, buttando tutto in burletta: facendo un gioco di parole, si sta finalmente trovando una via italiana senza per forza girare pellicole ‘all’italiana’.

“Veloce come il vento” appartiene al filone delle grandi storie di sport (peraltro in questo caso ispirate a vicende reali) che si sovrappongono a piccoli – grandi drammi famigliari; il mondo delle corse è stato peraltro più volte frequentato dallo stesso cinema americano, esempio più recente quello di “Rush”, e a pensarci è abbastanza singolare come invece in Italia, patria della Ferrari, il tema sia stato poco o nulla toccato.
Il regista Matteo Rovere ha quindi in un certo senso colmato una lacuna, usando in modo efficace tutti i canoni del genere: la giovane promessa e l’ex campione sbandato ma ancora in grado di trasmettere il suo sapere; gli allenamenti (strizzando l’occhio a Rocky) e il conflitto generazionale / famigliare… e, dato che parliamo di corse in auto, non poteva nemmeno mancare una divertente e riuscitissimo inseguimento che alle avenue americane, sostituisce le stradine del centro di Ferrara (o almeno, mi sembra di aver riconosciuto il Castello degli Estensi); né mancano coinvolgenti sequenze di gara, immancabili in un film del genere e rese in modo spettacolare.

Non manca nemmeno una generosa dose di commedia (la risata nasce spontanea più volte), intendiamoci di quella che fa parte del dna del cinema italiano, pronta a trovare il lato buffo e paradossale anche nelle situazioni più complicate, ma questo senza che per forza il film diventi una barzelletta, “perché tanto gli italiani sanno fare solo le commedie, quindi qualunque film di genere deve finire per forza per diventare una commedia dai buoni sentimenti”; no: questo è innanzitutto un film di sport e di relazioni famigliari complicate… che poi ci scappi la risata ogni tanto, come dire… è la vita, in fondo.

“Veloce come il vento” è interamente affidato alle interpretazioni dei due protagonisti: Stefano Accorsi dà vita ad uno dei ruoli più riusciti della sual carriera, si reimpossessa delle sue inflessioni originali, si spoglia completamente di tutto ciò che in un passato più o meno recente l’ha portato allo status di ‘sex symbol nazionale’, dando vita a un personaggio sopra le righe, sboccato, disperato e sull’orlo del baratro.
Due parole in più merita la giovane Matilda de Angelis (che qualcuno, me compreso ha già avuto modo di appprezzare nella riuscita fiction RAI “Tutto può succedere”); il parallelo tra l’attrice e il suo personaggio risulta abbastanza immediato: c’è un momento del film in cui il fratellastro Loris le fa notare come le ‘manchi il fisico’ per diventare una pilota completa: collo esile, spalle strette, gambe fini… ecco, l’impressione è che alla De Angelis prima di questo film mancasse forse il ‘fisico artistico’ per interpretare un ruolo del genere, che fosse ancora un filo acerba per poter sostenere una parte che la vende in scena dall’inizio alla fine.
Eppure non si può fare altro che considerare che il ‘fisico’ in qualche modo bisogna farselo: che ai giovani, anzi: ai giovanissimi, bisogna dare proprio la possibilità di cimentarsi in ‘imprese’ che forse possono apparire un filo al di sopra delle proprie capacità proprio per ‘costruirsi’ la propria identità (in questo caso, artistica, ma si potrebbe fare lo stesso discorso per la vita in generale) e aprirsi la propria strada.
Quindi un plauso al regista Matteo Rovere per dato una possibilità a questa giovane attrice, della quale sono convinto continueremo a sentir parlare molto e bene negli anni a venire; in fondo poi, da qualche parte le nuove generazioni devono pur cominciare.

“Veloce come il vento” è, insomma, un gran bel film: e fa veramente piacere parlare nuovamente bene di un film italiano quest’anno, soprattutto perché ciò di cui stiamo parlando non è la solita commedia, o il film d’autore, ma qualcosa di, una volta tanto, molto diverso.

RUSH

Niki Lauda e James Hunt: avversari in pista fin dai tempi della F3, nel segno di un duello che raggiungerà il suo apice sui circuiti della Formula 1, culminando nel Campionato del Mondo 1976, col drammatico incidente occorso al pilota austriaco.

Banalmente, si potrebbe dire, il sole e la luna: incostante, genialoide, amante della bella vita e delle belle donne e più o meno incurante del rischio il primo; perfezionista, taciturno, ombroso e poco disposto ai bagordi il secondo… eppure alla fine, complice l’incidente, i due finiranno per avvicinarsi, ammettendo come al di sotto della reciproca antipatia vi siano altrettanti rispetto e ammirazione.

Letta così sembrerebbe una vicenda perfino banale, un concetto tante altre volte portato sul grande schermo… così, altrettanto banalmente, tutto finisce per dipendere dal ‘come’.
Lo sport al cinema è una brutta bestia: chiedete a qualsiasi appassionato, e vi risponderà che una partita di calcio al cinema non ha un briciolo del pathos di un match reale; lo stesso dicasi di altre discipline finite spesso sul grande schermo, una per tutte: il pugilato. Ebbene, “Rush” sotto questo profilo è un film formidabile, fenomenale: nel suo genere forse per una volta non è poi così sbagliato parlare di capolavoro; al di là della trama, della vicenda, delle interpretazioni a stupire, tenendo incollati sulla sedia, è l’efficacia riproduzione offerta di macchine e gare, la tensione della partenza, i duelli in pista, le soggettive dall’interno degli abitacoli, gli incidenti: il risultato è efficacissimo, si resta lì, ammirati, di fronte alla disarmante perfezione della messa in scena.
Tutto questo ad accompagnare una vicenda che nella sua seconda parte, quando segue il rientro di Lauda dal tremendo incidente del Nurgburgring, vede accrescere quei tratti epici che già aveva provveduto a conferirgli la colonna sonora firmata Hans Zimmer, nel suo consueto stile di iprebolica altisonanza.

La storia, che accelera progressivamente il ritmo, riesce a ritagliare momenti di tranquillità e riflessione tra le adrenaliniche sequenze di gara: le interpretano con efficacia un Daniel Bruhl incredibile nella somiglianza a Lauda e un Chris Hemsworth che comincia a mostrare di saper fare qualcosa in più oltre che brandire il martello di Thor; li affiancano con efficacia, pur non andando oltre il compito assegnato loro di ‘spalle femminili’ Olivia Wilde e Alexandra Maria Lara, in un cast in cui riesce ad infilarsi anche il nostro Pierfrancesco Favino – nel ruolo di Clay Regazzoni – che dopo la partecipazione a World War Zombie si conferma come il ‘volto italiano da blockbuster’.
Rush non mancherà di ingolosire gli appassionati del genere, che avranno il gusto della scoperta del dettaglio (le piccole apparizioni riservate a Ferrari e l’allora giovane Montezemolo, piuttosto che la mitica Tyrrell a sei ruote), ma il suo maggior pregio è probabilmente quello di risultare avvincente anche per chi di corse ne mastica poco e puntualmente davanti ad un Gran Premio finisce per annoiarsi.