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IL COLLE, “DALLA PARTE DELLO SCEMO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati”, disse una volta Bertold Brecht; ai tempi di Internet e dei social network, in cui torti e ragioni si mescolano in un calderone spesso indistinto, l’unico posto disponibile è quello riservato allo ‘scemo’, a chi si sottrae al ‘dominio della tecnica’ per continuare affidarsi alla passione, all’autenticità e all’immediatezza dei rapporti umani.

Il Colle parte da qui e dalla provincia fiorentina, dove circa cinque anni fa si forma il nucleo di una band che col tempo è diventata quasi una ‘banda’: sette gli elementi che hanno partecipato alla realizzazione del disco d’esordio.
Non che “Dalla parte dello scemo” sia una lavoro di denuncia dei guasti prodotti dall’imperante presenza dei ‘social’ e di Internet, anzi: qui non se ne parla proprio; l’arma migliore, negli undici brani presenti, è proprio ‘parlare d’altro.

Una galleria di personaggi, narrati o che parlano in prima persona, ripresi di fronte all’incertezza del presente e del domani, forse alla mancanza di punti di riferimento, al ‘tirare le somme’ che inevitabilmente conduce al momento del ‘come sono arrivato qui’?; ‘donne fatali della provincia’, i buoni propositi che rimangono sulla carta, ‘Case del Popolo’ che, senza dirlo esplicitamente’, diventano forse l’alternativa concreta al ‘virtuale’; spazi riservati ai sentimenti e una semiseria provocazione dedicata alla droga…

La band toscana si inserisce per sua stessa ammissione nel prolifico filone di certo rock / folk regionale (vedi alle voci: Bandabardò, Ottavo Padiglione), con l’immancabile ombra di Piero Ciampi ad allungarsi nelle retrovie.
Ironia condita di amarezza e un certo sarcasmo, sottotraccia forse la poetica di “Amici Miei”, la vita troppo breve per essere presa troppo sul serio, una risata ad accompagnare le riflessioni più amare e nel contempo un filo di malinconia a circondare i momenti apparentemente più leggeri.

Un disco i cui suoni si mantengono in territori rock / pop, mescolati a influenze folk e ‘popolari’ (fa capolino anche un fisarmonica), parentesi quasi punk e momenti country western.
Un lavoro che convince, per i colori vividi e lo spiccato dinamismo.

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MARCO KRON, “SFERE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Milanese, classe 1983, dagli inizi degli ’00 in poi Marco Kron ha compiuto un canonico percorso fatto di registrazioni casalinghe a varie prove in gruppo, prima di fondare i Redwest e pubblicare con loro l’esordio “Crimson Renegade” l’anno scorso; nel contempo, Kron ha proseguito una strada più personale, giungendo ora all’esordio da solista.

Sei brani che mescolano, in maniera per certi versi abbastanza eterogenea, idee sonore e pensieri assortiti: siamo in territori a cavallo tra rock e pop, elettricità ed elettronica (con qualche ‘azzardo dance’), il tentativo di dare al tutto una certa impronta ‘autoriale’, e forse non poteva essere altrimenti, trattandosi di un lavoro decisamente personale.

Autobiografia e ‘massimi sistemi’: l’alienazione dei rapporti umani all’epoca dei social network, l’amicizia e la spiritualità, storie di quotidiana marginalità – ‘La dirimpettaia’, proprio per questo tratteggiare un personaggio ‘comune’, appare l’episodio più convincente – fino agli interrogativi derivanti dall’improvviso irrompere dell’inevitabile in una quotidianità apparentemente cristallizzata.

Idee trasmesse con riflessività mista a una certa dose di leggerezza, portata qua e là una spruzzata di ironia, mentre sottotraccia si avverte l’incontro – e forse per certi versi il ‘conflitto’ – tra i ‘sentimenti’ espressi attraverso la musica e la ‘ragione’ derivante dagli studi e dall’attività di matematico di Kron: il titolo del disco – “Sfere” – è del resto dedicato a una delle figure geometriche e matematiche più affascinanti e d’altra parte spesso la ‘sfera’ metafora dell’autosufficienza e della solitudine…

L’esordio di Marco Kron appare dunque proporre un autore dalle discrete potenzialità, sebbene si risolva più che altro in una serie di ‘esercizi di stile’, che appaiono ancora mancare di una più decisa impronta stilistica, e del resto lo stesso autore ammette che inizialmente i pezzi non erano stati pensati per una pubblicazione, spinta poi dai riscontri presso amici e conoscenti; l’attesa è dunque per un prossimo episodio, che fin dall’inizio nasca con l’idea di un progetto compiuto.

NEUROMANT, “CYBERBIRDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Primo full length per i Neuromant, da Cannara (PG), già autori di un EP – “Commodore 64” – un paio di anni fa.

Titolo e nome della band lasciano almeno in buona parte pochi dubbi su climi, atmosfere e intenzioni del quartetto umbro: le coordinate ‘ideali’ del gruppo si fissano nei territori cyberpunk di William Gibson (il cui “Negromante” è riferimento diretto per il titolo del disco), nelle distopie di Philip Dick, nella fantascienza ‘sociologica’ di J. G. Ballard.

I ‘cyberbirds’ del titolo seguono la direzione dello ‘stormo’: cosa che in fondo fanno anche gli uccelli normali, ma in questo la differenza risiede nella ‘meccanicità e ripetitività’ del gesto, più che nell’istinto di sopravvivenza del gruppo. Una metafora dell’umanità dei tempi attuali, in particolar modo applicata alla pervasività del progresso tecnologico, la perdita d’identità del singolo, il rapporto conflittuale e per certi versi deleterio con la natura.

Così, se la ‘gente comune’ si divide tra chi si aggrega volentieri alla massa, finendo per disumanizzarsi (‘Emptiness’) , chi cede al conflitto interiore finendo preda delle proprie nevrosi (‘All the crazy voices)’ e chi cerca una strada per la salvezza, sia essa l’isolamento del mondo, con un’allegorica fuga nella profondità marine (‘Penguin’s Parade’), un tortuoso percorso di apprendimento ed evoluzione interiore (‘Cold wind fat world’) o la valorizzazione di ciò che, soprattutto nei legami affettivi, apparentemente privo d’importanza, la rivela solo una volta che lo si è perso (‘Lullabye’).

I Neuromant danno forma sonora al proprio bagaglio di idee in dieci brani, riconducibili al lato più riflessivo del brit pop: per chi se li ricorda, potrebbero venire in mente gli Embrace, anche se prevedibilmente il tentativo di cercare una maggiore profondità e articolazione stilistica porta prevedibilmente a incrociare i Radiohead.

Nonostante i riferimenti ‘cyber’ le derive psichedeliche, per quanto poco più che accennate, sono più frequenti rispetto alle atmosfere sintetiche, così come le parentesi più accorate e intense, prevalgono sulle parentesi post – industriali. L’esito è un disco che rivela tra le sue pieghe alcune idee interessanti e potenzialità da sviluppare da parte di una band che, ancora all’inizio del percorso, deve ancora inquadrare definitivamente il proprio stile.

POVEROALBERT, “MA E’ TUTTO OK” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ma è tutto ok” è ciò che in genere si dice quando ‘tutto ok’ proprio non è: una frase autoconsolatoria, talvolta un modo per esorcizzare, con sé stessi e con gli altri, ciò che non va, magari rimandando questioni in sospeso, nodi da sciogliere. Il fatto è che prima o poi i nodi bisogna affrontarli e prima o poi la facciata del ‘tutto ok’ si sgretola, lasciando il posto all’espressione dei propri sentimenti repressi.

I nove pezzi (incluso l’intro strumentale) che compongono il disco d’esordio dei campani Poveroalbert arriva dopo una gavetta quasi decennale, partita sotto altro nome e con cover dei Radiohead, inizio di un flirt mai interrotto con certe sonorità d’oltremanica, un insieme di riferimenti sonori che mescola accenni a rumorismi shoegaze, sprazzi dilatati a cavallo tra il dreampop e la sperimentazione dei Mogway, allusioni più o meno marcate all’ondata neo-new wave di Interpol, Editors e soci, una spolverata di elettronica.

Il risultato è un disco che procede a cavallo tra rabbia e rassegnazione volta al disincanto; un lavoro di cui lo stesso quintetto nega la ‘tristezza’, ma che sembra portare in se la sofferenza tipica di ogni momento in cui si affrontano, tutti insieme, determinati nodi.

Una scrittura mai del tutto esplicita, che procede per idee, pensieri, appunti giustapposti, tutto incentrato sul rapporto con il sé e con gli altri, scendendo spesso sul terreno accidentato di vicende sentimentali complicate o definitivamente concluse, con consueto campionario di recriminazioni e rimpianti su cose non successe, gesti non compiuti, parole non dette, in una sorta di seduta di auto-analisi sonora.

I Poveroalbert riescono così a coniugare il bisogno di dare libero sfogo senza filtri a sentimenti dalla grana abrasiva, quasi urticante e la necessità di tradurli in una forma sonora compiuta, attraverso sintesi e compattezza (il disco non arriva alla mezz’ora di durata complessiva) in un esordio che convince.

UMAAN, “UMAAN”(AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Nato dall’incontro tra Marco “Ciuski” Barberis – già collaboratore di Ustmamò e Cristina Donà tra gli altri – con Sandro Corino, Valerio Longo e Diego Mariia, già precedentemente compagni di strada nei Julierave, il progetto Umaan giunge al traguardo dell’esordio discografico.

Undici brani all’insegna di un rock di matrice elettronica, dominata dai synth, debitore esplicito della lezione dei Depeche Mode, condito con i prevedibili ‘innesti’ portati dal filone italiano del genere: si avvertono qua e là ‘spore’ dei già citati Ustmamò o i Subsonica.

Lavoro che percorre sentieri che lo portano verso territori cyber, che non disdegna di concedersi momenti più dilatati e riflessivi o, all’opposto, di strizzare l’occhio al dancefloor, con episodi quasi ‘ballabili’. Una dimensione sonora alla quale si accompagna una scrittura dai tratti cantautorali.

Nome del progetto e titolo del disco già suggeriscono l’idea attorno alla quale gira “Umaan”: al cuore c’è il contrasto tra le sonorità elettroniche, che a tratti evocano panorami quasi algidi, di fredda automazione e l’idea di un ritorno all’umano, alla ricerca della propria essenzialità, spogliata delle complicazioni, spesso artificiose – e artificiali – dei rapporti umani di inizio terzo millennio.

L’idea ricorrente, che emerge dalle righe di presentazione dei singoli brani, di trovare il modo di guardare sé stessi ‘dall’esterno’ (attraverso lo sguardo proprio o altrui) per, in qualche modo, ritrovarsi e trovare il modo di superare i propri ostacoli esistenziali o le paranoie che portano a bloccare il proprio percorso di vita; senza dimenticare il lato sentimentale della questione, visto di volta come rassicurante, ma anche come leggermente ossessivo.

La scrittura talvolta forse risulta non del tutto ‘compiuta’, come se fosse stata lasciata ‘in sospeso’ per seguire l’analoga atmosfera di sospensione dei suoni e nel procedere del lavoro si avverte un po’ di ‘stanchezza’, ma nel complesso l’esordio Umaan appare abbastanza efficace.

ELLA, “DENTRO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Un disco senza filtri: mettersi completamente in gioco, rivelare sé stessa, dare voce a emozioni forse a lungo taciute come forse non si è potuto o voluto fare con le sole parole. L’esordio sulla lunga distanza di Ella, all’anagrafe Eleonora Cappellutti, torinese, alcune esperienze pregresse e un EP alle spalle, è un disco di una ‘nudità’ disarmante, intesa come privazione di scudi, difese, il dare voce a ciò che si ha ‘dentro’, appunto, senza remore.

Dieci tracce che nascono cicatrici lasciate da vicende sentimentali sofferte: la nostalgia, le recriminazioni, i sogni di un finale diverso, la tenerezza. C’è, ad esempio, verso di ‘Grattacielo’ che cita: “Io non volevo a fare a meno di farmidelmale / Io non potevo fare a meno di farti del male”: il nocciolo di una relazione complicata e per certi versi (auto)distruttiva.

Suoni liquidi, l’elettronica che prende gran parte dello spazio, l’elettricità che si fa sentire quasi con discrezione, il pianoforte a farsi spesso largo, con decisione, qua e là si avverte più di un’ascendenza trip-hop; parentesi da elettropop anni ’80; si segnala una cover, dai riflessi onirico – industriali, di Cuore Matto di Little Tony, scelta come singolo a apripista… anche se forse sarebbe stato più meritevole uno dei brani originali, a cominciare proprio da ‘Grattacielo’.

In tutti i casi, “Dentro” resta: col suo carico di emozioni e sensazioni, talmente legate a un vissuto ‘personale’, che alla fine si ha quasi pudore a parlarne troppo, preferendo invitare all’ascolto e nulla più.

ROSSO PETROLIO, “ROSSO PETROLIO EP” (AUTOPRODOTTO /LIBELLULA DISCHI)

Prima di Rosso Petrolio, c’è Antonio Rossi: romano, classe 1988, una ponderosa gavetta alle spalle, passata da un periodo di studio a Londra, la canonica attività dal vivo, non solo nella capitale, da solo e di spalla ad artisti affermati come Levante o Niccolò Fabi, varie esperienze e collaborazioni, un nuovo lungo soggiorno all’estero, stavolta in Portogallo. Più recente la definitiva ‘trasformazione’ in Rosso Petrolio cui, a stretto giro, segue la pubblicazione di questo EP.

Cinque brani – tre in italiano, due in inglese – all’insegna di un cantautorato contemporaneo, che attinge in pari misura al folk d’oltreoceano e a quello d’oltremanica, non disdegnano però atmosfere e suggestioni derivanti dalla meno tradizionale e di più recente affermazione scuola scandinava. Relazioni sentimentali in via di chiusura o dallo sviluppo complicato, riflessioni più ampie sul sé, lo svolgersi della vita tra incertezze e insicurezze, momenti cupi… Una proposta sonora scarna, tutta giocata su un’interpretazione accorata ma non troppo, affiancata da tessiture di chitarra dalla grana fine, ma pronte ad accendersi di frenesia.

Riconducibile, ma solo in parte, al nuovo cantautorato italiano – vedi alla voce The Niro e Le Luci della Centrale Elettrica – Rosso Petrolio appare però alla ricerca di un’impronta stilistica più personale, magari attenuando il proprio lato drammatico, evitando di cadere nel ‘manierismo depressivo’ dei succitati. Tirare in ballo il fado, seppur considerando l’esperienza portoghese del nostro, appare comunque inesatto: tuttavia alla lontana, in certi arpeggi di chitarra e nell’atmosfera di malinconia sospesa, il cantautore sembra aver assorbito qualcosa di quel mondo sonoro: uno dei brani, forse il migliore del lotto, riporta del resto a quell’esperienza, intitolato ‘Dall’altra parte dell’Oceano’.

Accompagna l’EP non un classico booklet, ma un libretto di poesie, intitolato “Cronache di un naufragio”, per quella che alla fine diventa un’opera dalla duplice natura.