Posts Tagged ‘Radiohead’

PHOMEA, “ME AND MY ARMY” (BEAUTIFUL LOSERS / BENG! DISCHI / BETA PRODUZIONI)

Se lo era chiesto già ‘qualcun altro’, qualche secolo fa “Se sia più nobile soffrire le avversità della vita, o impugnare le armi contro il mare di affanni che ci piove addosso fino ad avere la meglio…”
Siamo sempre lì: sono cambiati usi, costumi, tecnologie (soprattutto), ma ben poco è cambiato nell’eterna lotta dell’uomo contro la propria inquietudine interiore; alla faccia dei ‘social’ e dell’essere sempre connessi con qualcun altro, quando si tratta della Vita, siamo sempre soli, alla fine.
Ognuno cerca di crearsi la propria armata, il proprio arsenale, che poi si rivela più o meno spuntato, alla fine.
Fabio Pocci è al suo secondo disco; il progetto Phomea è dichiaratamente figlio – o fratello minore – di Radiohead, The Notwist, Bon Iver; di un’elettronica che procede con suoni quasi sotto traccia, incontrandosi con la tradizionale essenzialità del folk.
Chitarra e voce – più spesso affiancate da piano e tastiere, su uno sfondo sonoro variegato, di frequente frutto di insieme di dettagli, costruiti dal nutrito manipolo di cui l’autore si è circondato.
È un disco che qua e là nel corso dei suoi dodici episodi si ‘accende’, ma che mantiene un suo andamento compassato, oltre il disincanto: con un’interpretazione che sia mantiene su toni tenui, spesso quasi sussurrata, alla fine non è nemmeno un disco malinconico o pessimista.
Più che altro una presa d’atto di ciò che ci succede, del nostro essere soli, della futilità di certe apparenti vie di fuga e in finale della necessità di prendere atto che le cose vanno così: è una guerra che con tutta probabilità non si può vincere, cercando quanto meno di difendersi alla meglio.

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HUMPTY DUMPTY & LA GUERRA DELLE FORMICHE: “NO WORD IS EVER ENOUGH” (SUBTERRA LABEL)

Acqua sotto i ponti ne é passata parecchia, dal 2016, anno del precedente lavoro di La Guerra delle Formiche, ensemble a formazione variabile nato dalle idee del viterbese Carlo Sanetti.

Ritroviamo il progetto assieme a Humpty Dumpty, cantautore messinese dalle molte idee e i pochi compromessi: 21 dischi e varie collaborazioni all’attivo, senza mai essere assurto agli ‘onori delle cronache musicali’, forse nemmeno quelle dei settori più attenti alla cosiddetta ‘musica indipendente’.

Il risultato è questo racconto di un”Apocalisse Sentimetale’, come viene definita, in cui La Guerra delle Formiche, con interventi strumentali e vocali aggiunti, si è incaricata di eseguire interamente ciò a cui Humpty Dumpty ha fase di scrittura.

“No Word Enough” sembra uscito direttamente dal primi anni 2000, epoca d’oro per un certo indie – folk ‘intimista’, memore della precedente lezione dello showgaze, un orecchio a certi episodi dei Radiohead non troppo sperimentali, l’idea di una proposta ‘alternativa’, o ‘indie’, o chiamatela come volete, in cui gli echi, i riverberi, la dimensione onirica e vagamente psichdelica poteva trovare uno sviluppo al di là di certi muri sonori al confine del – e talvolta oltre – il rumorismo.

Dieci brani giocati quasi interamente sul binomio chitarra – voce, cui si aggiungono percussioni essenziali, isolatamente piano elettrico e synth, qualche arco, in cui domina e si mantiene costante un’atmosfera sospesa, un mood malinconico, sofferente a tratti, che occasionalmente si apre a toni più accesi, o a parentesi di dolcezza, con un paio di contributi femminili alla voce.

Un lavoro da cielo coperto e nuvole dense, che coinvolge.

LIBET, “IL PRIMO RITRATTO” (AUTOPRODOTTO)

Esordio per il progetto dei torinesi Marco Natale (chitarra, basso, elettronica) e Alan Spanu (voce, pianoforte, sintetizzatori).

Otto i pezzi, all’insegna di una formula che mescola elementi cantautorali e suoni esplicitamente riferiti a Radiohead, ma anche a esperienze meno note al ‘grande pubblico’, come quella di Aphex Twin.

Un disco dalla consistenza evanescente, in cui le parole sembrano talvolta perdersi, tra riverberi ed echi, evocando talvolta certi panorami fantascientifici (personalmente, mi è venuto in mente “Blade Runner”), o ‘spazi aperti’, a sfiorare territori onirici.

Un utilizzo dell’elettronica frastagliato, con ‘battiti’ sincopati, un andamento irregolare, a volte quasi ‘tortuoso’, che talvolta oltrepassa il confine del ‘rumorismo’, tra crepitii e scariche elettriche, in cui la voce e gli altri strumenti sembrano quasi perdere consistenza.

I testi sono altrettanto sfuggenti, sprazzi di pensieri, frammenti di conversazioni, parentesi di flusso di coscienza, come se tutto provenisse fa un ‘altrove’ difficilmente distinguibile.

Un lavoro a tratti ellittico, che fa della suggestione la sua cifra principale, con un effetto avvolgente che può affascinare.

BOB AND THE APPLE, “WANDERLUST I – II’ (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i Bob and The Apple, attivi dal 2010. L’unione di due EP, scritti e registrati tra il Trentino – origine del quintetto – e mezza Europa, da Parigi a Londra, passando per Berlino, affidandosi alla produzione di Ricky Damian, ingegnere del suono che ha collaborato, tra gli altri, con Adele, Dua Lipa, Lady Gaga.

Premesse del genere non potevano che dare vita a un lavoro che non può che definirsi ‘internazionale’.

Otto pezzi, cantati in inglese: una prima metà più elettrica, la seconda in cui certe suggestioni elettroniche prendono il sopravvento, pur senza eccessi. Ricordano tanto, senza ricondurre specificamente a nulla: si possono citare per certi versi i ‘soliti’ Radiohead, ma per una certo tentativo di cercare qualche complicazione in più, sul tutto sembrano aleggiare i Talk Talk, tra un pop rock ‘sentimentale’ e qualche sperimentazione (fiati, rarefazioni), raccontando di travagli generazionali, distanze,difficoltà di comunicazione…

Un disco dotato di un proprio spessore, che offre l’idea dei Bob And The Apple come una band ‘rodata’, con idee (abbastanza) interessanti.

NEUROMANT, “CYBERBIRDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Primo full length per i Neuromant, da Cannara (PG), già autori di un EP – “Commodore 64” – un paio di anni fa.

Titolo e nome della band lasciano almeno in buona parte pochi dubbi su climi, atmosfere e intenzioni del quartetto umbro: le coordinate ‘ideali’ del gruppo si fissano nei territori cyberpunk di William Gibson (il cui “Negromante” è riferimento diretto per il titolo del disco), nelle distopie di Philip Dick, nella fantascienza ‘sociologica’ di J. G. Ballard.

I ‘cyberbirds’ del titolo seguono la direzione dello ‘stormo’: cosa che in fondo fanno anche gli uccelli normali, ma in questo la differenza risiede nella ‘meccanicità e ripetitività’ del gesto, più che nell’istinto di sopravvivenza del gruppo. Una metafora dell’umanità dei tempi attuali, in particolar modo applicata alla pervasività del progresso tecnologico, la perdita d’identità del singolo, il rapporto conflittuale e per certi versi deleterio con la natura.

Così, se la ‘gente comune’ si divide tra chi si aggrega volentieri alla massa, finendo per disumanizzarsi (‘Emptiness’) , chi cede al conflitto interiore finendo preda delle proprie nevrosi (‘All the crazy voices)’ e chi cerca una strada per la salvezza, sia essa l’isolamento del mondo, con un’allegorica fuga nella profondità marine (‘Penguin’s Parade’), un tortuoso percorso di apprendimento ed evoluzione interiore (‘Cold wind fat world’) o la valorizzazione di ciò che, soprattutto nei legami affettivi, apparentemente privo d’importanza, la rivela solo una volta che lo si è perso (‘Lullabye’).

I Neuromant danno forma sonora al proprio bagaglio di idee in dieci brani, riconducibili al lato più riflessivo del brit pop: per chi se li ricorda, potrebbero venire in mente gli Embrace, anche se prevedibilmente il tentativo di cercare una maggiore profondità e articolazione stilistica porta prevedibilmente a incrociare i Radiohead.

Nonostante i riferimenti ‘cyber’ le derive psichedeliche, per quanto poco più che accennate, sono più frequenti rispetto alle atmosfere sintetiche, così come le parentesi più accorate e intense, prevalgono sulle parentesi post – industriali. L’esito è un disco che rivela tra le sue pieghe alcune idee interessanti e potenzialità da sviluppare da parte di una band che, ancora all’inizio del percorso, deve ancora inquadrare definitivamente il proprio stile.

POVEROALBERT, “MA E’ TUTTO OK” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ma è tutto ok” è ciò che in genere si dice quando ‘tutto ok’ proprio non è: una frase autoconsolatoria, talvolta un modo per esorcizzare, con sé stessi e con gli altri, ciò che non va, magari rimandando questioni in sospeso, nodi da sciogliere. Il fatto è che prima o poi i nodi bisogna affrontarli e prima o poi la facciata del ‘tutto ok’ si sgretola, lasciando il posto all’espressione dei propri sentimenti repressi.

I nove pezzi (incluso l’intro strumentale) che compongono il disco d’esordio dei campani Poveroalbert arriva dopo una gavetta quasi decennale, partita sotto altro nome e con cover dei Radiohead, inizio di un flirt mai interrotto con certe sonorità d’oltremanica, un insieme di riferimenti sonori che mescola accenni a rumorismi shoegaze, sprazzi dilatati a cavallo tra il dreampop e la sperimentazione dei Mogway, allusioni più o meno marcate all’ondata neo-new wave di Interpol, Editors e soci, una spolverata di elettronica.

Il risultato è un disco che procede a cavallo tra rabbia e rassegnazione volta al disincanto; un lavoro di cui lo stesso quintetto nega la ‘tristezza’, ma che sembra portare in se la sofferenza tipica di ogni momento in cui si affrontano, tutti insieme, determinati nodi.

Una scrittura mai del tutto esplicita, che procede per idee, pensieri, appunti giustapposti, tutto incentrato sul rapporto con il sé e con gli altri, scendendo spesso sul terreno accidentato di vicende sentimentali complicate o definitivamente concluse, con consueto campionario di recriminazioni e rimpianti su cose non successe, gesti non compiuti, parole non dette, in una sorta di seduta di auto-analisi sonora.

I Poveroalbert riescono così a coniugare il bisogno di dare libero sfogo senza filtri a sentimenti dalla grana abrasiva, quasi urticante e la necessità di tradurli in una forma sonora compiuta, attraverso sintesi e compattezza (il disco non arriva alla mezz’ora di durata complessiva) in un esordio che convince.

ASYMMETRY, “TOMORROW’S INNER SPACE” (BLAP STUDIO / LIBELLULA DISCHI)

Un viaggio – o meglio, una discesa negli inferi – dell’umana alienazione: dopo vari cambi di formazione, tra entrate, uscite e ritorni, e un primo Ep, i milanesi Asymmetry scelgono per il loro disco di esordio di prendere la strada del concept album.

Definizione che porta dritto dritto agli anni ’70 e che porta a rievocare quegli anni non solo per l’idea di fondo di un disco ‘organico’, svolto all’insegna di un unico filo conduttore, ma anche per certe sensazioni sonore, allusioni all’età dell’oro dell’hard rock e del prog.

Non un disco ‘vintage’ o ‘passatista’, ma che per certi versi segue invece la strada già calcata da altri in anni più recenti, di far rivivere certe atmosfere attraverso un campionario di soluzioni più ‘attuale’e contemporaneo: i primi a venire in mente – anche per una vaga somiglianza vocale – sono i Muse, aggiungendo una spruzzata di certe ‘tortuosità’ dei System of a Down e un lieve sentore di uno sperimentalismo a là Radiohead, nomi peraltro citati come punti di riferimento dalla stessa band.

“Tomorrow’s Inner Space” ci mostra una giornata ordinaria di una persona che ha oltrepassato – forse in modo definitivo – i confini dell’isolamento e della reclusione rispetto al mondo esterno; l’anonimo protagonista vive le sue giornate all’insegna di un malessere dal quale appare ormai impossibile districarsi, ogni accennato tentativo di fuga vanificato dal prevalere di percezioni allucinanti e allucinate, che dominano un’esistenza claustrofobica.

Sensazioni che trovano una sorta di contraltare nei suoni: non che i nove brani inducano all’allegria e alla spensieratezza, ma nemmeno oppressivi fino in fondo: caratterizzati a tratti da aperture d’ispirazione ‘classica’ e da un alternarsi di parentesi ‘accese’ e dilatazioni all’insegna di un mood più malinconico che ossessionato, come se in fondo la band stessa assistesse impotente alla deriva del protagonista. In effetti poi in parte è proprio così, dato che lo stesso quartetto ha deciso, per evitare uno ‘scontro di personalità’, di creare per il disco un protagonista esterno, nel quale ogni componente ha travasato un po’ di sé, ma col quale nessuno si identifica fino in fondo.

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_2 EP” (AUTOPRODOTTO / SFERA CUBICA)

Ricapitoliamo: i Pin Cushion Queen sono un trio (Igor Micciola, Marco Calandrino, Zanardi) di base a Bologna, che sta pubblicando la propria musica in una sorta di trilogia: “Characters” il primo capitolo, targato 2011; “Stories” il terzo, ancora di là da venire; “Settings” quello in corso di pubblicazione, dato che la band ha deciso di scomporlo a sua volta in tre EP da tre brani ciascuno. La prima delle tre parti è uscita lo scorso aprile; giunge ora il momento della seconda.

I Pin Cushion Queen mescolano ruvidità elettriche ed elementi elettronici all’insegna di un’attitudine che loro stessi ammettono essere caratterizzata più dall’immediatezza e dall’istinto che non dallo studio, tenendo presenti i propri ‘numi’ tutelari – Radiohead, Battles e Liars – e strizzando l’occhio al minimalismo d’avanguardia (ricorrendo spesso alle ripetizioni insistite e vagamente stranianti di certe ‘cellule sonore’), articolandosi tra aperture movimentate e dilatazioni raccolte, usando l’elemento vocale (per quanto interpretando dei testi) come un ulteriore elemento che si aggiunge all’insieme sonoro.

Un disco in gran parte ‘suonato’ (a chitarre, bassi e batterie si aggiungono glockenspiel e pianoforte e synth ), in cui la componente elettronica acquisisce un ruolo di arricchimento dello sfondo sonoro, senza mai diventare invasiva.

Prima traccia dagli accenti plumbei, dolenti; seconda composizione volta ad un raccoglimento quasi contemplativo; più dinamica e articolata la terza, che supera gli otto minuti, ad attraversare vari climi, tra beat elettronici che alludono quasi al dancefloor e frustate ai limiti del noise.

Il secondo capitolo comincia a offrire un’idea più precisa della proposta dei Pin Cushion Queen, come di un gruppo volto alla sperimentazione, ma cercando di tenere aperto un canale di comunicazione con l’ascoltatore. Appuntamento alla terza parte per poter apprezzare “Settings” nella sua compiutezza.

SIR RICK BOWMAN, “A QUIET LIFE” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quintetto toscano, orbitante nelle zone di Firenze e Prato; con un nome così, non stupisce che la band tragga la propria linfa dai suoni d’OltreManica (e per pura coincidenza, mi trovo a scrivere questa recensione in tempi di ‘Brexit’).
Undici pezzi, in cui si avverte almeno il tentativo di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro a certe ‘rassicuranti’ insenature: i Sir Rick Bowman non smettono certo i panni degli Oasis per mettersi a fare i Radiohead, ma in certe soluzioni, nel provare magari a rendere i suoni un po’ più profondi, di dare anche un certo ruolo alle tastiere, appare controluce la volontà di cercare forse un po’ più di ‘complicazioni’, di non volersi insomma limitare a svolgere un ‘compitino’, ma di compiere qualche passo avanti in più.
La stessa tendenza la troviamo nelle parole: la ‘vita tranquilla’ del titolo sarebbe quella che ci si appresta ad abbracciare, usciti da quel ‘limbo’ tra adolescenza e maturità che ormai occupa interamente i vent’anni, sconfinando spesso e volentieri nei trenta.

Un atteggiamento che ondeggia tra la consapevolezza che è ora di ‘camminare da soli’, di cercare una propria strada, e sentimenti ambivalenti di nostalgia per il passato e di incertezza per il futuro: il timore che, per cercare a tutti i costi un quotidiano ‘stabile’, ci si areni nelle secche dell’ordinario, di un’esistenza monotona in cui gli anni passano senza nemmeno ce ne si accorga.

“A Quiet Life” diviene così l’istantanea di una fase di passaggio, artistica ed esistenziale: un disco in bilico trai propri riferimenti e la voglia di dire qualcosa di più personale; l’impressione finale è che ai Sir Rick Bowman non resti altro che gettare il cuore oltre l’ostacolo e dare forma compiuta alla propria personalità sonora (e forse non solo).

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_1 EP” (AUTOPRODOTTO)

Tre, proverbialmente, il numero perfetto: tre sono i Pin Cushion Queen (nome ispirato da Tim Burton); attivi in quel di Bologna dal 2007, dopo varie vicissitudini giungono nel 2011 al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, “Characters”, concepito come primo capitolo di una trilogia, di cui “Settings” rappresenta il secondo step; il terzo si intitolerà “Stories”, ma qui si parla, appunto, di storie ancora di là da venire.

Tre sono anche gli EP in cui “Settings” è stato articolato, che nelle intenzioni dovrebbero uscire a distanza abbastanza ravvicinata; e per non infrangere la ‘regola aurea del tre’, altrettanti sono i pezzi inseriti in ognuno.

Una band intenta a cercare un proprio sentiero attraverso territori, a cavallo di elettrica ed elettronica, già ampiamente percorsi da altri: Radiohead, Liars e Battles sono citati dalla stessa band come propri punti di riferimento.

Il primo pezzo volto alla melodia, a una dimensione raccolta e intimista, venata di malinconia; più aggressivo il secondo, dominata dal passo marziale tenuto da chitarre elettriche all’insegna dell’abrasione, pur trovando anch’esso una parentesi più dimessa; dilatato il terzo, nuovamente caratterizzato da sonorità più flebili; stavolta si avverte un’intenzione quasi impressionista, evanescente, con qualche vaga accentazione avanguardistica.

Certo tre pezzi sono troppo pochi per crearsi un’impressione compiuta del lavoro della band, ma questo assaggio ci mostra comunque un gruppo che al di là degli esiti si mette d’impegno per offrire una lettura sufficientemente personale di quanto già proposto da altri.