Archive for gennaio 2012

IL GIORNALISMO AI TEMPI DI INTERNET

O meglio, al ‘professione giornalistica’ ai tempi della ‘Rete’: la considerazione è amara, e alquanto deprimente: l’avvento di Internet ha danneggiato, forse in modo irreparabile, la professione di giornalista. Se pensiamo a ciò che per il mondo del giornalismo Internet prometteva e a quello che poi in effetti ha mantenuto nei tempi attuali, il bilancio è ampiamente deficitario: pochissime delle ‘magnifiche sorti progressive’ si sono in effetti realizzate, quasi tutte le peggiori si sono invece concretizzate.
La moltiplicazione delle fonti di informazione ha portato ovviamente a un vantaggio per i fruitori, ma nel contempo si è generato un circolo vizioso al ribasso che ha portato a un sostanziale svilimento della ‘professione’: con questo intendiamoci non intendo dire che Internet abbia peggiorato il livello medio della scrittura (anche se poi, qua e là, si assiste a strafalcioni incomparabili); ciò che è peggiorato, e di molto, e la valutazione del lavoro. Il risultato, che credo sia davanti agli occhi di tutti, è che ormai la valutazione economica del giornalismo di ‘informazione’ (che sia ‘generalista’ o ‘settoriale’) su Internet è completamente scollegata dal livello di competenza.
Il problema di fondo, naturalmente, è il solito: non è la ‘rete’, ma come la si usa, unito ovviamente a un sistema italiano ancora fondato sul vetusto ‘Ordine’ che dovrebbe teoricamente sancire le capacità di scrittura giornalistica di un professionista, ma che poi nei fatti è completamente inefficace sotto questo profilo: al giorno d’oggi ci si potrà anche fregiare di un ‘tesserino’, ma ciò non vuol dire certo che si sappia parlare e scrivere in italiano corretto.
Ci si trova davanti a un completo ginepraio: da una parte l’abolizione di ‘sto stramaledetto ‘Ordine’ appare non più rinviabile; dall’altra, ci si trova di fronte a una ‘liberalizzazione’ del settore in cui tutto il manico del coltello sta nelle mani degli ‘editori’: un processo che ha portato non sono allo svilimento professionale del ‘mestiere’, ma in parallelo al suo declassamento economico.
L’ultima ‘genialata’ dagli editori per fare soldi alle spalle dei poveri ‘scribacchini’ è quella dei blog… Si aprono siti di informazione (spesso specifica rispetto a determinati settori) a raffica, travestendoli da ‘blog’: in questo caso si evitano tutti i costi economici e i rischi legali della faccenda, e nel contempo si dà a chi ci scrive una paga ‘da fame’: ormai siamo scesi al di sotto del centesimo (lordo) a parola, il che fatte le debite proporzioni ci porta a un esito allucinante: fatti due conti, per poter sbarcare il lunario si dovrebbero scrivere svariate centinaia di articoli al mese. Tutto questo tra l’altro ha comportato una spirale al ribasso che ha coinvolto anche quegli editori ‘virtuali’ onesti, che si trovano ad aver a che fare con una concorrenza nei fatti sleale, che magari vorrebbero pagare adeguatamente i propri giornalisti, ma che sono costretti di conseguenza ad abbassare i compensi erogati.
Fate voi le proporzioni sul numero medio di articoli scritti da chi lavora su un quotidiano; pensate solo a quanti ‘editorialisti’ della carta stampata in fondo null’altro fanno se non scrivere l’equivale di un post di un blog al giorno, ricevendo per questo paghe che superano di varie decine di volte quelle di un semplice blogger. D’accordo, ci sono  di mezzo ‘il nome’, la ‘carriera’, etc… Ma poi vai in giro in rete e ti accorgi che ci sono decine, centinaia, migliaia di blogger capaci di scrivere cose molto più intelligenti dei vari Serra, Gramellini e compagnia bella. Oltretutto chi scrive sui ‘blog’ di informazione spesso non ha manco la ‘soddisfazione’ di veder pubblicata la propria firma, perché per evitare grane gli editori preferiscono che chi scrive usi uno pseudonimo.
La questione dei siti di informazione ‘mascherati’ da blog pone un altro nodo gordiano: non si possono accomunare i blog a testate informative, perché sarebbe ingiusto nei confronti di chi su un blog ci scrive i cavoli propri; dal lato opposto però appare ormai necessario mettere un argine ai ‘paraventi’ che editano decine di ‘falsi blog’ pagando una miseria chi ci scrive.
Non parliamo poi di tutti quei siti (musicali, cinematografici, letterari) che si fondano sulla pura passione, nei quali nessuno ci fa una lira, ma che spesso e volentieri offrono un’informazione svariate volte più puntuale e attendibile dei quotidiani: per ogni Mereghetti, Morandini, Venegoni, Castaldo & Assante che ricevono profumati stipendi per scrivere i loro ‘pezzetti’ sulle pagine ‘pesanti’ dei quotidiani, ci sono centinaia di persone più competenti che scrivono su Internet per pura passione senza farci una lira.
Purtroppo affermare la necessità di ‘compensi minimi’ è ipotesi poco praticabile; all’opposto c’è il fatto che gli ‘editori online’ spesso se ne fregano della qualità, basandosi sui ‘grandi numeri’: si aprono decine di blog, puntando sul fatto che prima o poi qualcuno ci capita e col sistema dei pagamenti per ‘click’ o per ‘visita’ di soldi ne entrano comunque.
L’idea è insomma che si sia entrati in un processo abbastanza irreversibile, in cui quello del giornalismo è destinato a diventare un mestiere sempre più ‘amatoriale’ e sempre meno ‘remunerato’, in cui la qualità è un aspetto secondario, e in cui tutto è affidato alla fortuna di lavorare per un editore ‘onesto’ (e lascio perdere tutta la questione della dipendenza dell’editoria italiana dalla politica, con la conseguenza che in Italia spesso e volentieri per essere pagati basta scrivere ciò che piace al politico di riferimento di  turno); del resto, anche il giornalismo è una professione ‘intellettuale’ che non produce oggetti ‘fisici’ e che (come avvenuto per altri settori come la musica o il cinema), sta risentendo della svalutazione economica derivante dalla concezione della come ‘universo del tutto, subito e gratis.
Certo, è un peccato che si sia lasciato che le cose siano andate così: la politica è sempre ‘tarda’ nel percepire l’evoluzione della società: così come sarebbe stato necessario mettere mano a una nuova legge sul copyright per far partecipare gli autori al ‘business’ del filesharing gratuito, così sarebbe stato necessario rivedere le caratteristiche della professione giornalisftica per mettere in moto meccanismi che facessero si che la professionalità venisse sempre – e adeguatamente – remunerata su Internet: nemmeno questo è stato fatto e i nefasti risultati sono del tutto evidenti.

DONNE D’ORO

Quello di ieri è stato un sabato che può essere definito entusiasamante, per lo sport italiano in generale e per quello ‘in rosa’ in particolare: una tale  messe di allori – tutti a livello europeo – concentrata in poche ore, raramente si è vista in passato.  Ad aprire le danze sono state le ragazze della pallanuoto, autrici di una prestazione maiuscola nella finale del Campionato Europeo: un 13 – 10 alla Grecia che non ha ammesso repliche, in una partita già virtualmente conclusa dopo 3 dei 4 tempi previsti.  E’ poi arrivata la doppietta nei 500 metri dello Short Track, il pattinaggio di velocità: i primi due gradini del podio europeo sono stati occupati rispettivamente da Arianna Fontana e Martina Valcepina; va sottolineato che nella giornata di venerdì la Fontana aveva vinto l’oro nei 1.500 metri, gara nella quale la Valcepina era giunta sul gradino più basso del podio. La giornata si è chiusa con l’ennesimo – il quarto  – oro europeo di Carolina Kostner nel pattinaggio di figura.  Dall’acqua ‘liquida’ a quella ‘solida’ un raffica di vittorie per le nostre atlete, col risultato non secondario di dare visibilità ai cosiddetti ‘sport minori’, troppo spesso ‘sotterrati’ da discipline fose più ‘popolari’, ma alla fine meno capaci di  offrirci soddisfazioni…

IL BELLO (E IL BRUTTO) DELLA RAI

Come ogni anno, è partita la solita martellante campagna per il pagamento del canone, con tanto di messaggi in calce ai principali notiziari della tv di Stato. Chiaramente, nella stragrande maggioranza degli spettatori, ciò suscita un vago senso di fastidio, specie per l’attitudine (nemmeno poco…) intimidatoria di certi spot e comunicati. Non è mia intenzione mettermi a disaminare tutti i perché e i percome dell’azienda televisiva di Stato, anche perché le mie competenze in materia arrivano fino a un certo punto; mi limito a osservare come, credo, la necessità stringente sia di scegliere una volta per tutte come la RAI vuole finanziarsi: non si può continuare a far pagare una canone (peraltro ‘mascherato’ da ‘tassa sul possesso degli apparecchi televisivi’) e nel contempo infarcire la programmazione di pubblicità; delle due, l’una: o si intende la RAI come azienda ‘commerciale’, e allora si sostenesse con la pubblicità senza pretendere gabelle di alcun tipo; oppure la si intendesse come servizio pubblico, e allora si facesse pagare solo il canone, beninteso solo a chi vuole vederla: se vuoi vedere la RAI, paghi il canone; se non paghi, ti oscuriamo i canali e guardi tutto il resto, senza l’inutile presa in giro del ‘canone’ inteso come ‘tassa di scopo’ i cui introiti finiscono nelle casse della tv di Stato; ma qui già parliamo di formule, e ognuno ha la sua. Ciò su cui voglio fermarmi è altro: da spettatore che paga il canone, mi chiedo, sono soldi (obbligatoriamente) ben spesi? Ora, fino a qualche anno fa la risposta sarebbe stata del tutto negativa, ma credo bisogni ammettere che negli ultimi anni, con i nuovi canali digitali, le cose sono cominciate a cambiare. Non è mia intenzione difendere la RAI, tuttavia è un fatto che, oltre ai tre canali storici, oggi c’è più ‘vita’.
Il problema, paradossalmente, è proprio che con l’avvento del digitale le tre reti storiche hanno mostrato finalmente tutta la loro pochezza: sui canali aggiuntivi abbiamo visto programmi che la RAI aveva mandato in soffitta da anni, o che non si sarebbe mai sognata di trasmettere: dall’opera lirica all’animazione giapponese, dal David Letterman a una programmazione che, indirizzata ai bambini in età scolare e pre-scolare, era praticamente stata bannata dalle reti principali. Chiaramente non tutto è rose e fiori:
è un fatto ad esempio che sul piano delle serie televisive la Rai lavora un pò di rimessa (avendo però conquistato i diritti in chiaro di Boardwalk Empire o abbia dato spazio a prodotti, validissimi, per quanto di nicchia, come Misfits); sullo sport, si fa di necessità virtù (ma anche qui dopo anni, è tornata la trasmissione in chiaro del campionato di basket); alcuni canali sembrano superflui: RaiPremium, con la sua riproposizione a getto continuo di fiction per lo più mediocri e Rai 5, con una programmazione ‘ibrida’ che si sarebbe potuto benissimo meglio distribuire sugli altri canali appaiono le proposte meno convincenti; sul cinema, vale il discorso dello sport e delle serie: piuttosto che mandare in onda film dallo scarso peso, sarebbe allora stato meglio creare su RaiMovie una programmazione interamente dedicata ai ‘classici’.
RaiNews e RaiStoria sono  forse i canali migliori, come competenza e programmazione, specie considerando la scarsità di mezzi a disposizione.
L’impressione è che comunque molto di buono vi sia, specie se confrontato con RaiUno, rete ‘ammiraglia’, che propone programmi di una pochezza disarmante, RaiDue che – del tutto depotenziata dalla partenza di Santoro, unico programma di peso della rete – solleva grossi dubbi sulla sua necessità (gli unici programmi di un certo ‘peso’ sono le serie, che potrebbero benissimo essere dirottate e concentrate altrove) e una RaiTre che, per quanto unico dei tre canali ‘classici’ a mantenere una qualità della programmazione elevata, comincia a mostrare la corda, mantenendo da anni praticamente lo stesso palinsesto e le stesse ‘facce’.
Quello che voglio dire, insomma, è che rispetto a qualche anno fa, l’arrivo del bollettino del canone può essere accolto dallo spettatore in maniera meno irritata: certo molto ancora c’è da fare: personalmente, riorganizzerei la programmazione, eliminando forse un paio di canali per dare ad esempio maggiori risorse a RaiNews per poter competere con i canali ‘all news’ di Mediaset e Sky, e per concentrare la programmazione, accrescendo la qualità media; dalle tre reti principali non si possono pretendere chissà quali cambiamenti, ma eliminare certi salotti pomeridiani e riorganizzare i palinsesti, non dovrebbe essere difficile: non si capisce ad esempio perché su RaiUno il pomeriggio non possano andare in onda dei film o perché RaiTre abbia il monopolio dei programmi naturalistici, o ancora per quale motivo l’unico programma decente di approfondimento cinematografico sia affidato a Marzullo e mandato in onda in orari improbabili; le critiche potrebbero continuare, poi alla fine ognuno ha la propria personale idea di come dovrebbe essere concepita la RAI. quello che mi premeva sottolineare è che, dopo tutto, qualcosa negli ultimi anni è cambiato, e in meglio: c’è sicuramente più scelta, sono state riempite ‘lacune’ importanti, e la RAI è fortunatamente diventata qualcosa di più rispetto ai soliti, agonizzanti e stantii tre canali.

JUVENTUS – ROMA 3 – 0

(Coppa Italia, Quarti di finale, gara unica)

Diamo un pò di voti…

STEKELENBURG: 6 Nessuna colpa sostanziale sui gol: nel caso del primo, forse, l’uscita ‘alla disperata’ non è stata la scelta migliore, nulla poteva su Del Piero. Evita più volte il terzo gol, capitolando sul tocco ‘traditore’ di Kjaer

JOSE ANGEL: 5,5 Impalpabile o quasi in fase propositiva; contiene, come può, Liechsteiner.

HEINZE: 5 Solita partita ‘di sostanza’: quando non riesce con le buone, passa (rischiando) alle maniere forti; condivide col resto del reparto la responsabilità di far trovare la Roma sotto di due reti dopo mezz’ora.

KJAER: 4 Impreciso nei contrasti, fuori tempo nei fuori gioco, insicuro nei disimpegni;  prova a riscattarsi in avanti – un suo colpo di testa avrebbe meritato più fortuna – ma ‘corona’ la prestazione con lo scriteriato intervento che mette fuori tempo Stekelenburg in occasione del terzo gol.

TADDEI: 4,5 Un disastro: motore instancabile sulla fascia negli ultimi mesi, comincia forse a mostrare segni di logoramento; ieri una prestazione da dimenticare, col risultato di far sembrare un fenomeno Estigarribia, che fenomeno (al momento) non è…

GAGO: 6 Ci mette come al solito grande impegno: certo operare in un centrocampo affollato di giocatori juventini non è impresa facile, specie se il reparto avanzato non ti offre spunti; prova, con forza di volontà, ma scarsa fortuna, la conclusione personale.

PJANIC: 6 Valga lo stesso discorso di Gago: tanta buona volontà, ma scarso supporto da parte degli attaccanti

SIMPLICIO: 4,5 ‘Rispolverato’ da Luis Enrique, ha spesso ripagato la sua fiducia; non ieri sera però, con una prestazione mediocre. Lo sostituisce
GRECO: 6 che prova a fare qualcosa, ma l’impressione è che sia ormai troppo tardi.

LAMELA: 3 Non c’è dubbio che abbia talento e le premesse perché diventi un campione ci sono tutte; detto questo, dovrebbe imparare che ci sono partite in cui certi ‘colpi’ non ti riescono ed è allora meglio fare un lavoro meno appariscente, ma più essenziale; invece, non riuscendogli praticamente nulla, si fa prendere dal nervosismo e, (non è la prima volta), termina anticipatamente la sua partita con l’inutile fallaccio su Chiellini, mettendo sostanzialmente la parola fine, con la sua espulsione anche alla partita della Roma.

TOTTI: 5 Costantemente neutralizzato dai giocatori della Juventus, mette a nudo le fragilità di una Roma che, almeno al momento, appare dipendere da lui: se Totti gioca bene si vince, altrimenti no… Viene sostituito dopo l’ammonizione per un fallo superfluo su Bonucci, prima di incorrere in episodi più gravi; anche per lui i falli ‘da frustrazione’ non sono una novità. Al suo posto entra, fuori tempo massimo,
PERROTTA: SENZA VOTO

BOJAN: 4,5 Assieme a Kjaer è l’oggetto ‘misterioso’ dell’ultima campagna acquisti giallorossa: arrivati entrambi con grandi speranze, si sono presto persi per strada. Bojan in particolare sembra non vedere la fine del tunnel in cui è entrato nella prima parte del campionato, coi tanti errori sotto porta, culminati con la tremenda prestazione di Firenze. Louis Enrique continua a dargli opportunità, che lui però puntualmente spreca, come ieri sera, vagando per il campo senza idee. Vine sostituito da
BORINI 6 Giocatore al contrario arrivato quasi ‘alla chetichella’, dopo il grave infortunio che l’ha messo out per oltre un mese si sta mostrando giocatore di grande  affidabilità, peccato ieri sia entrato troppo tardi.

LUIS ENRIQUE 5 Gli infortuni e  la necessità di ‘risparmiare’ qualche giocatore l’hanno portato a scelte obbligate ma, purtroppo, scarsamente produttive; qualcosa nell’approccio alla partita è stato sbagliato; la Roma comincia la partita svagata e poco concentrata: il gol a freddo scrive le lettere ‘FI’ e la prodezza di Del Piero quelle ‘NE’ sulla partita della squadra giallorossa dopo appena mezz’ora. Dopo la brillante sequenza di buone prestazioni degli ultimi tempi, la Roma non supera l’importante ‘prova del nove’ contro la squadra juventina che, messo a sicuro il risultato, si limita a controllare affollando la propria metà campo di giocatori e chiudendo qualsiasi strada agli spunti dei giallorossi, giocando di rimessa e arrivando a un terzo gol rocambolesco, ma in fondo meritato. L’impressione è che l’allenatore spagnolo sia stato troppo prudente nei cambi: Simplicio e Bojan potevano benissimo restare negli spogliatoi già dopo l’intervallo e forse la Roma avrebbe avuto qualche possibilità in più. Al di là di questo, la Juventus al momento resta una squadra superiore: per colmare il gap ci vorrà tempo, e di tempo a disposizione la Roma e il suo allenatore ne hanno ancora tanto.

P.S. Questo è un pò un esperimento… in genere non amo parlare di calcio, ma ho pensato di ‘sperimentare’…

DOWNLOAD, CULTURA, LEGALITA’

La vicenda della chiusura di Megaupload, uno dei maggiori ‘portali’ per la condivisione di file video e musicali a livello mondiale e delle sue ‘filiazioni’ per la visione in streaming, mi fa tornare su alcune considerazioni già fatte in passato. Abbastanza banalmente, mi viene da pesnare come nel caso in specie la ‘libera circolazione della cultura’ c’entri poco, e molto di più il tutto abbia a che fare con il ‘vil denaro’: alla fine è tutta una questione di soldi, e quando finalmente verrà risolta la questione dei soldi, il problema verrà meno…

 Il punto dirimente mi pare il fatto che con i portali di cui si sopra ci sono persone che hanno fatto soldi a palate: credo che ciò che più dà fastidio a case discografiche, autori & co. non sia tanto il fatto che in rete girino copie della propria ‘arte’ che sostanzialmente non sono state pagate dai fruitori:  il problema  nasce nel momento in cui determinati portali la cui mission – ‘occulta’  magari da un punto di vista ‘legale’, ma evidente a tutti – è quella di distribuire file audio e video anche coperti da copyright, cominciano a  ‘fare i soldi’ con pubblicità (e mi chiedo: ma gli inserzionisti possono affermare di essere così ignari di partecipare un business illegale?) e abbonamenti: è a quel punto che le scatole si rompono definitivamente e si chiede un intervento.

Difficilmente riesco a vedere il ‘signor Megaupload’ come un  ‘paladino della libera circolazione della cultura e delle idee’; diverso il caso in cui qualcuno crea  delle reti per la condivisione, senza lucrarci su. Se vogliamo, è l’estensione globale di un discorso che, in diverse forme, si trascina avanti dagli anni ’80, quando le ‘doppie pastre’ degli apparecchi stereo cominciarono a consentire la duplicazione della musica: se qualcuno doppia un cd per degli amici, probabilmente infrangerà delle leggi, ma non credo sia ‘giusto’ che questo sia messo sullo stesso piano di chi mette su una ‘centrale di duplicazione’ con decine di masterizzatori e poi le copie illegali le vende per farci i soldi.

E’ difficile non fare di tutta l’erba un fascio ed è difficile distinguere… tuttavia: se qualcuno condivide online un film o un disco fuori catalogo da anni, quale danno procura all’autore e all’etichetta discografica? Sicuramente, non un danno economico, visto che quell’opera è comunque fuori dai circuiti commerciali… poi magari per uno di quegli strani fenomeni della rete, certi dischi e certi film tornano a circolare in rete e spingono chi nei ha i diritti a rimetterli in commercio… Le casistiche sono ampie: per quanto vi siano leggi che sanciscano certi comportamenti come illegali senza distinguere troppo, resta il fatto che mettere online del materiale per il puro gusto della condivisione e fare la stessa cosa per lucrarci sopra sono due comportamenti ben distinti; e, ribadisco, il ‘signor Megaupload’ non era certo un benefattore dell’umanità.

La chiusura di quei portali è stata comunque una mossa ad effetto e una bella ‘botta’: per quanto, credo, le ‘armate del filesharing’ stiano serrano i ranghi e presto passeranno al contrattacco ( per ogni  Megaupload obliterato, altri due sono pronti a prenderne il posto), ci vorrà qualche tempo prima di riuscire riportare online tutto quel materiale.  Le soluzioni sono, comunque, più vicine e semplici di quanto sembri, per quanto ‘ostacolate’ da certi elementi del sistema: è un fatto che grazie alle nuove tecnologie, chiunque può prodursi il proprio disco in casa e distribuirlo online: le case discografiche e le reti di distribuzione si avviano quindi a essere superate da un sistema in cui il rapporto tra l’artista e il suo pubblico è più diretto e meno mediato, con conseguente calo del costo delle ‘opere dell’ingegno’, rendendo più conveniente l’acquisto e quindi diminuendo l’appeal del download illegale; volendo prendere il toro per le corna, la soluzione è ancora più semplice: basta che le reti di filesharing e gli autori trovino un accordo per la compartecipazione ai ricavi di determinati portali, derivino essi dalla pubblicità o dagli abbonamenti.

La questione sta tutta lì:  a un artista può anche far piacere che le sue opere circolino, che persone che magari non ci avrebbero comunque speso un euro (ricordiamoci questo: l’appassionato se vuole veramente un disco lo compra originale; il download ‘pirata’ è riservato spesso a ciò che non si conosce, per ‘provare’ e non buttare via i soldi, o comunque riguarda materiale che a prescindere non si sarebbe comunque acquistato) vi accedano comunque; lo stesso artista, ha però, il diritto di incavolarsi allorché certi portali  si arricchiscano grazie alla distribuzione senza controllo della propria arte. Il punto sta tutto qui: alla fine, dietro i ‘principi’, le rivendicazioni di presunti ‘diritti’, etc… è sempre, e solo, una questione di soldi.

TALENTSCIO’

Probabilmente dirò cose già dette… del resto, dei cosiddetti ‘talent show’ non ho quasi mai parlato (nè in questi pochi mesi su WP, né negli oltre sei anni su Splinder) ritenendoli degni di poca o nulla considerazione da parte mia… certo, con una buona dose di spocchia e tracotanza, ma d’altronde quando (per mia fortuna) ci si imbatte spesso in tanta bella musica italiana che si sa già da principio probabilmente non godrà mai di una ribalta televisiva, vedere certi ‘fenomeni’ ‘sparati’ in diretta nazionale, dà un discreto fastidio, specie pensando a ciò che poi viene dopo.
Li chiamano ‘talent show’, perché dovrebbero portare alla ribalta il ‘talento’, il ‘merito artistico’… eppure. Eppure, ragionando sugli esiti, ci si accorge che i vincitori dei talent non sono altro che vittime. Certo, avranno l’effimera soddisfazione di qualche mese di notorietà, durante il quale probabilmente se sono fortunati (e scaltri abbastanza per patrimonializzare e non darsi alla bella vita) potranno, forse, radunare i soldi necessari a mettere su casa e a vivere senza troppe preoccupazioni per qualche anno; ma poi? Poi, il nulla, mi pare.
Da quando questo tipo di spettacoli (Amici, X Factor, mettiamoci pure Italia’s got talent) è stato lanciato, non mi pare che abbia prodotto una ‘generazione di fenomeni’: alcuni dei vincitori (per non parlare degli altri, i partecipanti ed esclusi anzitempo nel corso della ‘gara’) hanno avuto modo di prolungare la loro notorietà: ricordo in ordine sparso una Giusy Ferreri cui ha arriso, per un annetto, un certo successo, ricordo qualche vincitore di Sanremo (per quanto vincere Sanremo voglia ormai dire poco o nulla)… poco altro. Nessuno di questi cosiddetti ‘talenti’ è apparso in grado di resistere al passare degli anni, mostrando doti e appunto ‘talenti’, tali da superare la prova del tempo (la più difficile, peraltro, nel mondo musicale: i dischi migliori sono, per definizione, quelli che dopo 10, 20, 30 e più anni mostrano ancora di avere qualcosa da dire, per testi e musica), scrollandosi di dosso l’etichetta di ‘quello che ha vinto a…’
Questo è l’enorme controsenso: si chiamano ‘talent show’, ma alla fine questi programmi sono risultati più o meno inefficaci, se si parla di scoprire persone dotate di capacità che permettano loro di proseguire un’onorata carriera.
L’altro giorno vedevo un servizio riguardo la fresca vincitrice di X-Factor: certo una gran bella voce, ma poi? Poi, la guardi, e pensi che dietro alla vittoria, più che la voce, ci sia un ‘modello’: la giovanissima concorrente la cui età intenerisce, con l’aggiunta di qualche riminiscenza a cavallo tra Cenerentola e il Brutto Anatroccolo, e allora il gioco diventa scoperto… per carità, io le auguro successo e gloria (anche se probabilmente la sua versione di Whole lotta love finirà presto nel dimenticatoio: ricordiamoci che fine ha fatto ad esempio una rocker di razza come Elisa quando è finita tra le mani della Caselli;  in Italia già il rock ha scarsa fortuna per conto suo, figuriamoci quello al femminile…).
Alla fine, è solo e soltanto televisione, audience, ascolti: l’arte è poco più di un pretesto, tutto resta lì, confinato al piccolo schermo, coi concorrenti che almeno, si spera (visto che ormai gli esempi sono numerosi e non uno è riuscito veramente a ‘sfondare’), siano divenuti consapevoli che il massimo che gli può derivare dalla partecipazione – e da un’eventuale vittoria – è un bel gruzzoletto da mettersi in saccoccia… che di questi tempi,  non è comunque poco.

ERIN & THE PROJECT (AUTOPRODOTTO)

In attesa del loro secondo lavoro ufficiale, previsto a breve, Erin & The Project propongono un assaggio delle loro capacità in questo omonimo esordio, a cavallo tra un promo e un EP.

Provenienti dalla California, la vocalist Lindsay Erin e il batterista e percussionista Paul Ezekiel, accompagnati da un manipolo di collaboratori a completare l’ensemble strumentale, sono autori di un disco che mescola, con efficacia, pop ‘sofisticato’, suggestioni soul, profumi blues, accenti da jazz club e qualche accennata digressione fusion.

La colorazione emotiva dei dieci brani presenti è, prevedibilmente, affidata in gran parte alla vocalità della Erin, con tratti stilistici che possono ricordare certe voci già affermate, come KT Tunstall o, più alla lontana, Feist.

Il contorno sonoro, come detto, è vario ed abbondante, mai invadente ma, va sottolineato, capace di andare spesso oltre il semplice ruolo di accompagnamento per ritagliarsi in più di un’occasione uno spazio autonomo all’interno delle singole tracce.

Un lavoro che quindi alla fine convince, anche nel suo mantenersi sempre un livello discreto, sostanzialmente privo di passaggi a vuoto.

Un ottimo antipasto per un lavoro più compiuto e l’occasione per conoscere quella che ci si può augurare sia una buona promessa.