Archive for giugno 2014

OCEANS ON THE MOON, “TIDAL SONGS” (NEW MODEL LABEL)

La collaborazione tra Andrea Leone e Marco Martini dura ormai da oltre un decennio, avendo attraversato varie inclinazioni sonore fino a giungere, oggi all’attuale forma, nel progetto Oceans On The Moon, del quale (dopo un primo EP), questo è il primo disco sulla lunga distanza.

Otto tracce che superano ampiamente la mezz’ora di durata, per un lavoro dominato dall’elettronica, variamente declinata: la preferenza appare andare verso dilatazioni e rarefazioni dai contorni ‘spaziali’, a ricordare magari certi band come Explosions In The Sky, pur senza mai raggiungerne gli esiti più aggressivi: dominano infatti climi calmi, compassati, spesso disegnati dalle melodie essenziali tessute dal piano, arricchito da beats ed effetti vari e contornato da una sezione ritmica mai invasivi.

In parallelo, si percorrono sentieri più ‘agevoli’, per quanto possa definirsi agevole seguire, soprattutto negli episodi in cui alla strumentazione si aggiunge il cantato, l’esempio dei Radiohead, mentre il duo non inserisce qua e là allusioni ne wave, o parentesi più movimentate, a dare maggiore dinamismo al tutto, o qualche spezia sperimentale in salsa tedesca.

Il risultato finale è un disco che si lascia apprezzare, pur senza essere raggiungere arditi picchi di originalità, ma comunque traducendo con una certa personalità i propri modelli di riferimento.

 

NO HERO

SUPERBURP!

di Warren Ellis e Juan José Ryp

Il 6 giugno 1966 il mondo scopre l’esistenza dei supereroi: a San Francisco, il chimico Carrick Masterson, modificando un potente allucinogeno, ha trovato il modo di dotare le persone di superpoteri. Dopo una serie di interventi spettacolari, che mostrano come gli ‘eroi’ si battano alla stessa maniera contro la repressione violenta delle rivendicazioni dei diritti civili e contro il ‘crimine comune’, Masterson presenta al mondo la sua squadra di eroi: i Levellers. Dieci anni dopo, il gruppo cambia nome e ‘mission’: il nuovo nome è Frontline e il proprio obbiettivo sembra piuttosto quello di ‘sistemare il mondo’.

6 giugno 2011: i membri di Frontline cominciano a cadere in una serie di attentati: già in passato il gruppo ha visto dei cambiamenti nelle sua fila, tuttavia la situazione appare senza precedenti. Masterson è così costretto a cercare in fretta e furia un nuovo componente…

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FUORI

Scopo del gioco del calcio  è mettere la palla nella rete avversaria, evitando allo stesso tempo che l’avversario infili la palla nella tua rete.

La Nazionale italiana non si è mostrata in grado di riuscire a fare né la prima cosa – due reti segnate in tre partite – né la seconda, subendo tre reti in tre partite. Eliminazione matematicamente ineccepibile.

Ovviamente nemmeno io pensavo andasse così male, ma se non tiri in porta, non segni. Facendo i quattro punti che io avevo pronosticato, l’Italia si sarebbe qualificata: non si è riusciti a raggiungere nemmeno questo, a dire il vero abbastanza mediocre, obbiettivo.

L’Italia esce dal Mondiale al primo turno per la seconda volta consecutiva: per trovare analogo risultato bisogna risalire al 1962 – ’66: il calcio italiano sembra dunque tornato indietro di mezzo secolo.

Le avvisaglie c’erano tutte: facile fare la figura degli uccelli del malaugurio, ma io ero trai tanti a sostenere che affidare le sorti della Nazionale a Balotelli sarebbe stato un errore. Appunto; piccolo inciso: la Nazionale, nell’amichevole pre-mondiale con la Fluminense, schierando in avanti il tridente Cerci – Immobile – Insigne ha segnato cinque gol, come non accadeva da tempo; ciò avrebbe dovuto suggerire qualcosa a ‘qualcuno’… così non è stato…

Il ‘qualcuno’, naturalmente è Cesare Prandelli, che se ne torna a casa col suo calcio farraginoso, improduttivo, improntato ad unico e solo terminale offensivo, la quasi totale inaffidabilità del quale non la si scopre certo oggi. Tanti saluti a Prandelli ed al suo ‘codice etico’, e forse è una giusta legge del contrappasso, che nella partita che sancisce il suo fallimento, Prandelli abbia dovuto assistere ad uno dei suoi ‘protetti’ (quelli per il quale il ‘codice etico’ non vale) preso letteralmente a morsi da un avversario.

Assieme a Prandelli – gaudio e giubilo!!! – se ne va pure il Presidente della Federazione Abete, che per conto mio avrebbe dovuto liberare il posto già quattro anni fa, dopo il fallimento della scelta demenziale di richiamare Lippi…

Adesso speriamo in una nuova dirigenza e in un tecnico che sfrutti adeguatamente il materiale a disposizione: ce n’era – e tanto – anche trai convocati, solo che non si è stati in grado di usarlo efficientemente; il Mondiale se non altro ci ha fatto ‘scoprire’ Darmian e ci ha confermato il livello di Verratti; assieme a loro, i nomi sono tanti: Insigne, Immobile, Cerci, ma anche i non convocati Rossi, Florenzi, Destro, assieme a qualche ‘senatore’ ancora in grado di dare un contributo: Buffon finché gli andrà, De Rossi, Montolivo quando si riprenderà.  Il problema di fondo resta la scarsità di difensori, ma appunto per questo, allora è il caso di mettere su una Nazionale che sia in grado innanzitutto di segnare.

Speriamo che questo Mondiale insegni qualcosa: squadre come l’Olanda, la Francia, il Costarica, il Messico, la Germania e via discorrendo stanno lì ad insegnare, o meglio a ricordare una cosa: che nel calcio è importante, soprattutto, segnare. L’Italia non solo non ha segnato, ha pure tirato poco in porta, e questo è stato il  risultato.

Un’ultima considerazione: proprio nel giorno in cui l’Italia ha giocato il match decisivo del proprio Mondiale, in un’ospedale di Roma c’è un uomo in fin di vita per il solo fatto di essere andato a vedere una partita di calcio: la coincidenza dà da pensare, e porta a chiedersi se davvero un Paese dove il calcio porti anche  a questo meritasse di andare avanti…

CECCO E CIPO, “LO GNOMO E LO GNU” (LABELLA / AUDIOGLOBE)

Con un nome da duo comico e un titolo che sembra quello di una favola surreale, Cecco e Cipo, alias Simone Ceccanti e Stefano Cipollini, sono probabilmente i primi a non prendersi sul serio… del resto, il loro esordio era intitolato “Roba da maiali”, fate voi…

Eppure, avviato il lettore, si scopre come spesso e volentieri il non prendersi troppo sul serio sia il primo passo verso il raggiungimento dell’obbiettivo: gli undici pezzi che compongono il disco sono un ottimo esempio di pop cantautorale, leggero, scanzonato, disincantato; spesso sul limite del nonsense, all’insegna di una tinta vagamente surreale, continuamente all’insegna di un susseguirsi di pensieri, di riflessioni sparse.

Dediche sentimentali, uno sguardo sulla realtà ironico e disincantato che non si esprime però mai direttamente, utilizzando ad esempio domande che restano sospese nell’aria; un ricorrere spesso ai ricordi d’infanzia, che si tratti degli album di figurine,  o delle celebri caramelle zigulì…

Ritmi da filastrocca o cantilena infantile, accenni funk, parentesi elettropop, momenti country in un disco dominato da voce e chitarra acustica, cui si aggiungono di volta in volta piano e synth, archi, fiati, ad opera dei collaboratori stabili dei due o dei numerosi ospiti presenti, trai quali Lodo Guenzi de Lo Stato sociale.

Un disco fresco e dolcemente malinconico, come certi pomeriggi d’estate.

 

GLI ETRUSCHI E IL MEDITERRANEO

LA CITTA’ DI CERVETERI

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 20 LUGLIO

Il titolo dice più o meno tutto: nonostante da tempo quello sugli ‘Etruschi, popolo misterioso’ sia divenuto un luogo comune e nonostante le tante scoperte compiute negli ultimi 30 – 40 anni, il loro essere – temporalmente e geograficamente – ‘incassati’ tra la Grecia  e Roma li rende ancora oggi una civiltà sfuggente; eppure gli Etruschi non sono durati poco, anzi: una bella manciata di secoli a dire il vero, nel corso dei quali hanno assunto un ruolo centrale, appunto nei commerci sul Mediterraneo.

La mostra in questione intende proprio dare risalto a questo ruolo, in particolare concentrandosi con gli stretti rapporti che si instaurarono tra civiltà etrusca e greca, concentrandosi in particolare su Cerveteri, della quale viene raccontato lo sviluppo, dai primi insediamenti fino all’occupazione  e incorporazione da parte di Roma.

La mostra si snoda attraverso un campionario di reperti abbastanza canonico: terrecotte, anfore, monili e soprattutto, i reperti ritrovati nei sepolcri della celebre necropoli, con il Sarcofago degli Sposi a fare da pezzo forte dell’intera esposizione.

Per coloro cui piace il ‘genere’, l’esposizione offre senz’altro spunti d’interesse, anche se personalmente vi ho trovato alcuni limiti: il primo è che si tratta, se vogliamo di un’esposizione da livello un filo ‘avanzato’: chi si aspetta un classico ‘giro d’orizzonte’ sulla civiltà etrusca, per intenderci in stile Alberto Angela, con usi, costumi, abitudini alimentari, e via discorrendo, resterà deluso; la mostra in questione più che osservare il quotidiano degli etruschi è più concentrata sul loro ruolo storico – economico nel bacino del Mediterraneo.

Il secondo limite è, se vogliamo, ‘di location’: ha senso organizzare una mostra dedicata agli etruschi in una città dove c’è uno dei musei più importanti a loro dedicati, quello di Villa Giulia? Soprattutto: ha senso organizzare una mostra su Cerveteri a Roma, dalla quale la località può essere facilmente raggiunta in macchina o in treno? Vista così, la mostra assume i contorni di una sorta di ‘invito’ ad approfondire, recandosi sul posto… quasi una sorta di evento promozionale, in fondo.

I GIORNI DELL’ASSENZIO, “IMMACOLATA SOLITUDINE” (RIDENS RECORDS)

A volte nel recensire un disco si è in difficoltà: avviene  (di rado) di fronte a lavori particolarmente belli, sentendosi inadeguati a comunicarne la validità; oppure di fronte a dischi particolarmente brutti (più spesso), quando comunque nonostante tutto c’è da rispettarne il valore, nel loro essere il prodotto, pur se scadente, di un lavoro alle spalle; e poi ci sono i casi particolari: ad esempio, ritrovarsi appena superata la quarantina, davanti ad una band, a pensare che, cavolo, questi potrebbero essere i propri  figli … ecco, se si pensa questo è la fine, perché ogni obbiettività va a farsi friggere, davanti a quel filo di tenerezza che viene a trovarsi di fronte a un gruppo di giovani virgulti alle prime pagine della loro storia musicale.

E’ quello che succede di fronte a  I Giorni dell’Assenzio: sono in tre  (due maschi e una ragazza), e vengono dalla classica ‘provincia musicale’ – in questo caso, Chieti (Abruzzo) – dove spesso la musica diventa l’unica via di fuga ed evasione ad una quotidianità un filo monotona;  i tre hanno bruciato le tappe, facendosi il mazzo nella regione di appartenenza e arrivando rapidamente a farsi notare, aprendo i concerti di band come Tre Allegri Ragazzi Morti o Gazebo Penguins, fino a dare una prima forma fisica alla loro musica in questo disco di esordio.

Tenerezze anagrafiche a parte, I Giorni dell’Assenzio ci sanno fare: hanno tutta la rabbia, l’attitudine – e per certi versi, l’ingenuità – dei gruppi all’esordio, mossi da un’urgenza comunicativa che si dipana in testi che sono un continuo affastellarsi di metafore, similitudini, allegorie, stralci di flusso di coscienza, riflessioni dal sapore diaristico, tra ira contro il mondo, voglia di esprimere sé stessi, sentendosi magari ingabbiati in un contesto del quale non ci si sente parte, con spazio naturalmente ai sogni, ai sentimenti, agli affetti intesi anche come via di fuga o di riparo da un mondo che si sente più che altro come ostile. Il tipico campionario che si ritrova nei giovani gruppi agli esordi insomma, sebbene espresso con una scrittura che sembra comunque essere partita col piede giusto, alla ricerca di soluzioni non troppo banali.

La medesima urgenza espressiva la si ritrova nei suoni: un rock urticante di stampo alternativo, memore dei gloriosi anni ’90 e successivi sviluppi, talvolta colorato di accenti stoner; chitarre pesanti e sezione ritmica arrembante, un cantano in cui si affiancano e si alternano le voci di Mattia de Iure (anche alle chitarre) e Tania Gianni (che imbraccia il basso), con Mauro Bucci, silente, a martellare la batteria. Un disco tirato: otto pezzi per poco più di mezz’ora di durata, per lo più volto al muro sonoro, ma capace di trovare qualche momento di quiete, o pezzi che sembrano flirtare con una maggiore ‘condiscendenza pop’, pur senza mai abbandonare del tutto il saldo ancoraggio all’aggressione sonore.

Giovani arrabbiati, certo, ma che mostrano discrete potenzialità: al netto dei limiti classici di ogni esordio, caratterizzato più dall’immediatezza che non dalla necessità di focalizzare il proprio stile, I Giorni dell’Assenzio imbroccano l’esordio, lasciando la curiosità per gli sviluppi futuri.

 

GRAY, “SESSANTANOVEINCERCHIO” (NEW MODEL LABEL)

Fare del ‘rock’ – senza prefissi o suffissi – in Italia è una faccenda decisamente complicata; anzi,  un mestiere decisamente ingrato: se magari stai una band, te la puoi anche cavare (oddio, dipende); se sei solo, è un’altra faccenda… il motivo credo sia facilmente intuibile: pensate alla parola ‘rocker’… fatto? Bene, adesso pensate a cosa evochi il termine in Italia… non è difficile… fatto? Ok, se avete pensato a due-nomi-due, avrete anche capito perché fare rock in Italia sia improbo… non se ne esce: se non sei ‘quello di Zocca’ , o ‘quello che si chiama come il pittore’, e vuoi fare rock qui da noi, tanti auguri e buona fortuna…

Non se ne esce: è come se da noi si dicesse: beh, ma dopo tutto, due ‘rocker’ bastano, che altro volete? E’ un po’ lo stesso discorso dei gruppi: “ma insomma, abbiamo ‘quelli che hanno fatto la cover di Modugno che adesso ci deve massacrare gli zebedei ad ogni partita della Nazionale’, non vi basta? Evidentemente no: non basta al sistema discografico-radio-televisivo che, poche eccezioni a parte, ha deciso che in Italia il ‘rock’ lo possono fare solo ‘quello di Zocca’, ‘il pittore’, e quelli ‘col nome del vino’.

Tanti saluti a tutti gli altri…  trai quali, Gray, all’anagrafe Graziano Renda: mai sentito nominare? Fosse magari uno nuovo… il problema è che il rocker calabrese gira da oltre un quarto di secolo, una carriera portata avanti cercando di continuare a calcare i palchi, una biografia discografica frammentaria come tutte quelle fondate più sulla passione che sul successo.

Si arriva così a “Sessantanoveincerchio”, nuova fatica del nostro, disco dalla lunga gestazione, assemblato di qua e di là dall’oceano, in quella Portland (Oregon), che ormai da anni è diventato uno dei centri di gravità permanente del mondo musicale italiano e non solo. Undici brani,  in cui l’autore conferma la scelta per la lingua italiana,  ma soprattutto undici brani di ‘rock’: di quello che per una volta tanto non ha bisogno di suffissi, non necessita di tirare in ballo suggestioni, contaminazione, derive e quant’altro. Nulla di tutto questo: voce e chitarra, con contorno di basso e batteria: Gray al timone, contornato da un agguerrito gruppo di collaboratori.

Rock. Immediato e viscerale: chitarre arrembanti che fanno da contorno ad un cantato in bilico tra rabbia e sofferenza, diretto, mai accondiscendente: arrabbiato col mondo e dolente per i sentimenti, o viceversa, in cui si fa spazio anche qualche ballatona dal mood più malinconico, un disco che guarda con un filo di cinismo la realtà circostante, e che trova il tempo anche per riflettere sulla realtà e le aspirazioni del mestiere di rocker.

Un disco che – come dichiarato nello stesso booklet – ancor prima che suonato e prodotto è stato Desiderato e Voluto: Volontà e Desiderio: ciò che sopra ogni cosa, è necessario per fare rock in Italia, oggi.