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KAMAL, “ABORIGENI ITALIANI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Dalla Val Camonica all’Australia, passando per la Spagna e l’Inghilterra: un’esistenza decisamente movimentata, quella di Carlo Bonomelli, classe 1982, giunto al secondo capitolo lunga distanza della propria biografia musicale, a quattro anni circa dal precedente “La bacchetta magica e altre storie…”, i due lavori intervallati da un paio di EP; nel frattempo, la ‘canonica’ attività dal vivo, sul palco, tra gli altri, con Bugo, Mannarino e Marco Giuradei, qui anche co-produttore.

Una ‘raccolta’, nella quale sono stati raggruppati brani risalenti al 2007 – 2009 e pezzi più recenti, posteriori al ritorno dai tre anni trascorsi in Australia, nel 2013.
Il titolo, oltre a rimandando direttamente a quell’esperienza, sembrerebbe evocare un parallelo: come se nei complicati ‘tempi moderni’ gli italiani col loro campionario di luoghi più o meno comuni fossero condannati all’estinzione in un mondo sempre più globalizzato… intendiamoci, non siamo di fronte a rivendicazioni più o meno ‘sovraniste’ o leghiste – nulla di esplicitamente ‘politico’ – ma forse nei continui rimandi, specie sonori, al corpus tradizionale della musica popolare italiana – dalle canzoni da osteria o balera, ai cori degli alpini, passando per la canzone popolare più largamente intesa e per la sua più o meno diretta discendenza cantautorale – si avverte una sorta di malinconia, di ‘nostalgia’, in parte forse di mantenere ‘vivi’ certi riferimenti storici, anche sonori, ad esempio col frequente uso del violino e l’intervento della fisarmonica.

Kamal – nome d’arte scelto dopo un viaggio in Nepal e abbracciato definitivamente nel 2017, essendo nel frattempo diventato il suo soprannome nel quotidiano – di certo non si risparmia: 17 brani e circa 70 minuti di durata sono decisamente una rarità, specie per artisti che militano nelle retrovie, che spesso scelgono strade molto più ‘brevi’ per offrire saggi più rapidi e ‘immediati’ della propria proposta. Bonomelli / Kamal invece spariglia, offrendo un disco di durata extra – large, la cui ‘prodigalità’ è apprezzabile, ma che porta con sé il rischio del cali d’attenzione, del disorientamento: la ‘sfida’ di un disco così corposo tende a trasformarsi in una sorta di ‘prova di resistenza’.

Il disco offre comunque una certa varietà di stili e umori: oltre al campionario ‘tradizionale’ di cui sopra, la proposta sonora di Kamal / Bonomelli contiene riferimenti alla musica d’oltreoceano, dal country western al folk e suggestioni più ‘moderne’, rock e varie derivazioni, all’insegna di un variegato ensemble strumentale, cui ha contribuito il manipolo di ospiti intervenuti a sostegno del cantautore.
Varietà anche nelle tematiche affrontate: tra autobiografia e scenari immaginati, vicende sentimentali più o meno fugaci o complicate e donne fatali; riflessioni sociali, dal valore del tempo libero all’ossessione per i farmaci, i luoghi comuni legati alle ‘nazioni’ (nel caso specifico, la Svizzera)… il tutto all’insegna di un tono costantemente ironico, tra ironia e disincanto, che mostra spesso il gusto per il gioco di parole.

Diciassette brani sono certo tanti, ed è naturale che vi sia qualche passaggio a vuoto, episodi meno riusciti rispetto a brani più efficaci, col rischio che le potenzialità e le doti del cantautore ne escano in una certa misura indebolite, un filo annacquate, pur restando comunque apprezzabile lo sforzo di offrire all’ascoltatore un pasto decisamente abbondante.

CICCIO ZABINI, “ALBUME” (LIBELLULA MUSIC)

Sostanza strana, l’albume: membrana liquida protettiva che può mutare in materia dalla consistenza nevosa, fragile via di mezzo verso il solido… Poco identificabile, sfuggente: caratteristiche condivise col disco d’esordio di Ciccio Zabini, classe 1982, leccese di nascita, una lunga ‘relazione’ a più riprese con Bologna, una parentesi madrilena prima del ritorno nella città natale, dove finalmente dà forma al voluminoso bagaglio di esperienze accumulate.

Dieci pezzi in cui Zabini dice e non dice, affastellando stralci di pensieri, considerazioni, riflessioni quasi in un flusso di coscienza; personaggi comuni ma portati ai margini dai propri drammi quotidiani; l’incomprensibilità delle relazioni affettive; filastrocche trasfigurate, paesaggi crepuscolari, momenti onirici…

Il tutto interpretato con aria disincantata, un gusto per i giochi di parole, le analogie, le assonanze, fin dal titolo, che rievoca l’ormai desueto termine di ‘album’ per definire i lavori sulla lunga distanza. Non si cede mai all’aperta  malinconia, né all’aperta sguaiatezza; si resta sul filo dell’ironia, così come sul fronte sonoro prevalgono suoni e atmosfere raccolte, all’insegna di attitudini vagamente jazzistiche, frequenti flirt con sonorità iberiche o sudamericane, un insieme sonoro nel quale in cui la consistenza pastosa del contrabbasso tiene costantemente a bada l’elettricità delle chitarre (sebbene in un paio di episodi si assista a virate, sebbene non totalmente compiute, verso il rock o il country), ma la cui impronta è definita in modo più deciso dai fiati e il cui elemento distintivo finisce per essere il flauto, tra parentesi di dinamismo quasi frenetico e momenti più rarefatti, all’insegna di una nebbiosità impressionista, dai tratti obliqui, misteriosi. Si stacca dal resto, quasi come una piccola isola, ‘Il furto di/vino’, brano firmato da Agrippino Costa, divenuto poeta per sopravvivere a vent’anni di carcere.L’attitudine cantautorale di Zabini ricorda tanti senza ricondurre pienamente a nessuno: il primo della lista, per affinità vocale e un certo gusto nell’uso delle parole è De André, ovviamente con tutti i debiti distinguo.

“Albume” assolve pienamente alla sua funzione di disco d’esordio di un artista che ha già accumulato una solida esperienza; uno stile affinato all’insegna di una giocosità sfuggente che è il punto di forza del lavoro, ma che a tratti sembra un filo troppo insistita, come se l’autore finisse per avvolgersi in un ‘albume’ fatto di allusioni e suggerimenti accennati, forse per evitare di confrontarsi troppo direttamente con la durezza di una realtà che il disco lascia intravedere solo in controluce.

JOHN STRADA, “MONGREL” (NEW MODEL LABEL)

25 anni di carriera alle spalle, John Strada – concedeteci il gioco di parole – di strada ne ha percorsa un bel pezzo… l’avevamo lasciato, un paio di anni fa, col suo “Meticcio”; lo ritroviamo oggi con “Mongrel” che di quel disco prosegue il discorso, fin dal titolo.

L’inesausta spinta a ‘vagabondare’ (e con un nome così, non poteva essere altrimenti), di qua e di là da dall’Oceano, ha portato nuovamente strada in territorio americano, a partecipare al festival benefico “Light of Day”, in quel di Asbury Park, patrocinato da Springsteen.

Esperienza che appare aver marcato indelebilmente tutto il lavoro, su cui forse più che in altre occasioni aleggia, anche in modo un filo troppo ingombrante, l’ombra del ‘Boss’.

Quindici pezzi (includendo le tre bonus tracks), che in alcuni casi riprendono, aggiornandolo, materiale precedentemente pubblicato, all’insegna di rock, blues, country: trascinanti episodi elettrici, ballad ‘strappacore’, momenti giocosi che sfiorano ambientazioni da saloon: nel campionario presentato da Strada e i suoi Wild Innocents non manca praticamente nulla di quanto gli habitué del genere si aspettino.

Suoni pieni, corposi e avvolgenti, frutto di una produzione di livello internazionale, cui si sono aggiunti gli interventi di un manipolo di ‘ospiti’, per un lavoro che si snoda tra ‘inni esistenziali’, racconti, pezzi di vita, fughe, storie d’amore e cuori infranti…

Un disco che non si ‘risparmia’, dato che non è poi così frequente trovarsi di fronte a lavori che sforano l’ora di durata è che è pronto a conquistare l’ascoltatore soprattutto con la sua onestà, con la sua mancanza di filtri, con la sua immediatezza… poco importa – forse – che a tratti le atmosfere e l’interpretazione riconducano in maniera forse un po’ troppo diretta a territori springsteeniani

A ricordaci (se ce ne fosse il bisogno) che, al di là delle ‘etichette’ e delle ‘fanfare mediatiche’, c’è chi in Italia un certo rock continua a saperlo fare, meglio di altri, lontano dai riflettori.

THE HANGOVERS, “DIFFERENT PLOTS” (UNHIP RECORDS)

Prendete un cantante bolognese di origini olandesi; un bassista inglese; un chitarrista ex ‘bambino prodigio’ (o meglio, piccolo fenomeno televisivo nei Latte Rock che imperversavano ai tempi della Domenica targata Mara Venier); aggiungete un percussionista a completare il lotto.

Gli Hangovers ormai da qualche anno percorrono in lungo e in largo lo Stivale e trovano finalmente tempo, modo ed occasione di mettere insieme il proprio esordio discografico.

Un lavoro in due tempi, idealmente divisi come le due facce di un vinile: in italiano la prima, in inglese la seconda, a ricalcare la diversa estrazione dei componenti del gruppo; duplice la matrice linguistica, univoca quella sonora: gli Hangovers si pongono in quel mondo ideale che già qualcuno collocò “tra la via Emilia e il West”; è un disco ‘viaggiante’, quello degli Hangovers, e forse non potrebbe essere altrimenti nel caso di una band entrata in studio di registrazione dopo anni passati ‘on the road’.

“Different plots”è un lavoro i cui brani potrebbero spuntare improvvisamente nella playlist ascoltata percorrendo la pianura padana (ma volendo, anche il pontino o il tavoliere delle Puglie), tra un pezzo dei Negrita e uno dei Lynyrd Skynyrd, Credence Clairwater Revival e REM prima maniera.

Un rock dalle tinte southern, con accenti folk e country, qualche suggestione caraibica e accenni indie, forse più efficace nella sua matrice americana, laddove mostra di aver discretamente appreso la lezione dei ‘classici’, riproponendola in maniera che, se non troppo originale, risulta almeno gradevole nella forma; forse meno convincenti gli esiti in italiano, in cui la formula un po’ troppo orientata a quel tipico ‘rock italiano’ in cui la componente di ‘pop tricolore’ finisce spesso e volentieri per essere un deterrente…

“Different plots” mostra tutti i pregi di un lavoro frutto di una band già ben rodata e matura – non da sottovalutare in un momento in cui domina il tutto e subito e spesso una band sforna il primo disco cinque minuti dopo essersi formata – pur scontando i limiti di quello che comunque resta un esordio, con le incertezze tipiche del genere.

La formula bilingue appare un elemento singolare, anche se forse tradisce ancora un po’ di indecisione sul piano stilistico.

BIFOLCHI, “DIARIO DI UN VECCHIO PORCO” (CORNIA DISCHI)

Il ‘vecchio porco’ di Bukovski si prende la scena e il titolo del disco d’esordio del quartetto toscano dei Bifolchi, che già dal nome tradiscono le intenzioni sarcastiche del proprio lavoro… una galleria di personaggi snodata su nove brani, tra farmacisti poco onesti (metafora delle case farmaceutiche), passioni amorose venate di follia, rimpiante da dietro le sbarre, vissute arrangiandosi nei tempi difficili che corrono, o a dispetto delle opinioni altrui; il chiacchiericcio paesano a base di frasi fatte e maldicenze, improbabili scorciatoie verso la ricchezza e le classiche ‘rivoluzioni da salotto’, sempre rimandate a causa di qualche partita da vedere con la parabola…

Un breve (poco più di mezz’ora), sguardo gettato sul mondo circostante, ricorrendo a rock, country, una spruzzata di jazz, frequenti suggestioni centro-sudamericane, una generale impressione da ‘sagra Paesana’, come se alla fine i personaggi che popolano il disco si incontrassero in una di quelle classiche feste che specie in estate si moltiplicano nella provincia…

I Bifolchi assemblano un disco dai suoni solari, i ritmi vivaci, gli accenti spesso sarcastici, quasi cinici, con un retrogusto talvolta malinconico, in altri casi vagamente irato, interpretato con una certa ‘teatralità’; piacevole, in fondo anche se alla fine sembra ‘non sfondare’, privo di quel ‘quid’ che gli consenta di distinguersi rispetto a una formula non nuova: le idee insomma ci sono, ma si fa sentire la mancanza di un’impronta stilistica più marcata.

MARDI GRAS, “PLAYGROUND” (AEREOSTELLA)

Al terzo disco sulla lunga distanza, i romani Mardi Gras consolidano la propria esperienza e fissano la propria impronta stilistica: un rock dalla forte impronta chitarristica, frutto dell’apprendimento della lezione dei maestri d’oltreoceano, ma che non dimentica del tutto le radici del folk irlandese, primo punto di riferimento, qui rappresentate dalla collaborazione con Mundy, uno dei songwriter di punta dell’attuale scena dell’Isola di Smeraldo.

Il ‘campo da gioco’ dei Mardi Gras è corposo: 14 brani (cantati in inglese) per oltre un’ora di durata, trainati dall’interpretazione vocale di Claudia Loddo e dalle corpose chitarre di Simone Sammarone (elettrica) Fabrizio Fontanelli (acustica), a cavallo tra hard rock, AOR, ispirazioni country e qualche suggestione ‘metallara’.

A dispetto del titolo, il sestetto capitolino confeziona un lavoro sui cui è posato un alone di tristezza e di rimpianto: il tema ricorrente è quello dell’amore infelice, perché finito male o finito e basta, perché in una fase burrascosa, perché lontano o perché caduto in oscuro abisso di violenza.

Ci si guarda dentro, cercando di tracciare i contorni della propria identità; ci si guarda intorno, giunti a un punto cruciale della propria esistenza; ci si guarda alle spalle, quando coscienti di essere giunti al termine della propria vicenda terrena, buttando uno sguardo sul percorso compiuto.

Dr.Jekyll e Mr Hyde, John Fante, i Vangeli tradotti dai monaci irlandesi, allusioni a Foscolo e citazioni dei “Superamici” degli anni ’80, all’insegna del classico immaginario che mescola cultura ‘alta’ e ‘popular’, sacro e profano, inserendo con ‘Are we ready for the sun’, una parentesi di sensibilità ecologista.

Un piatto ottimo e abbondante, si potrebbe dire, anche se alla lunga il ricorso alla classica forma della ‘ballad’, per quanto corroborata da momenti di più spiccata personalità, appare un po’ troppo insistito: tirando le somme i momenti migliori finiscono per essere quelli che più si distanziano dal mood dominante del disco: l’escursione ‘metallica’ di ‘Painlover’ e il trascinante groove funk di “Superfriends’.

Nonostante qualche calo di tensione, comprensibile in oltre una dozzina di brani, “Playground” ci dà la conferma di un gruppo in salute, tra le proposte più interessanti del panorama rock capitolino.

PRISTINE MOODS, “PRISTINE MOODS” (I DISCHI DEL MINOLLO / AUDIOGLOBE)

Si fa chiamare Matumaini, all’anagrafe Laura Masi da Bologna, una vicenda sonora già abbastanza corposa alle spalle, cui si aggiunge ora il progetto Pristine Moods, che la vede accompagnata da l’altrettanto navigato Gherardo Zauber e da Michele Venturi, più giovane ma già lanciato verso una luminosa carriera nel mondo del chitarrismo acustico.

Tutto, o almeno gran parte, nasce proprio da qui: dalla chitarra acustica e dall’idea del ‘guru’ Robbie Basho di associare ad ogni accordatura un colore / sensazione: in questo caso, il Pristine White, spesso utilizzato nel corso del disco.

Il bianco come ‘purezza’, come ‘assenza di contaminazione’ e, per estensione, di ‘pulizia’: fare spazio, mentalmente più che fisicamente, cercare un nuovo equilibrio e ritrovare la serenità liberandosi di tutto ciò che crea affanno: più facile quando si tratta delle ‘convenzioni sociali’, rappresentate da certi ‘canoni di abbigliamento’ imposti dall’etichetta; operazione più delicata e dolorosa quando di mezzo ci sono rapporti interpersonali, anche affettivi, se questi finiscono per portare tensioni; più genericamente, liberazione da tutto ciò che fa perdere tempo e forze emotive, mentali e fisiche, senza che vi siano risultati.

Un percorso, magari lento e placido, come le migrazioni delle balene, che può segnare una crescita, ma allo stesso tempo il ritrovamento dell’infanzia: si potrebbe tirare in ballo Leopardi, ma i Pristine Moods preferiscono chiamare in causa i fratelli Grimm.

Dieci brani che, incentrati sulla dimensione acustica, riportano direttamente a certi territori folk / country / bluegrass, mantenendo uno sguardo deferente alla tradizione, ma tenendo presenti anche le più attuali derivazioni ‘indie – alternative’ del genere. Matumaini imbraccia la chitarra – coadiuvata da Venturi – m a anche banjo, ukulele e mandolino, sposandoli efficacemente col theremin di Zauber che aggiunge al tutto il basso, in un viaggio spazio – temporale che va dalle paludi della Lousiana di inizio secolo, alle terre del nord disegnate da Eddie Vedder nella colonna sonora di “Into the wild”. Un itinerario che si snoda lungo undici brani, cantati con dolcezza da Matumaini, con Michele Venturi talvolta in appoggio.

Un lavoro tenue, a tratti evanescente, in qualche frangente più corposo, ma sempre all’insegna della discrezione, della calma, che anche dal punto di vista sonoro procede all’insegna della sottrazione, gettando via ogni inutile fardello per trovare una via verso un’esistenza meno votata a riempire freneticamente ogni spazio, forse meno movimentata, ma più serena.