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AA.VV. “VOCI PER LA LIBERTA'” (MEI – ASSOCIAZIONE CULTURALE VOCI PER LA LIBERTA’)

16° FESTIVAL MUSICALE NAZIONALE DAL VIVO – UNA CANZONE PER AMNESTY

Ormai quello che con “Voci per la Libertà” è diventato un appuntamento fisso, che unisce impegno – con la premiazione dei migliori italiani dedicati ai diritti umani – alla musica indipendente italiana, puntando alla scoperta di nuovi talenti.

L’edizione 2014 di Voci per la Libertà si terrà dal 17 al 20 luglio prossimi nella consueta location di Rosolina Mare: in quell’occasione verranno assegnati i vari premi Amnesty, a partire dal principale, che quest’anno verrà assegnato a Francesco e Max Gazzè per il brano ‘Atto di Forza’.

Nell’attesa, ecco uscire puntualmente la compilation dedicata ai vincitori e finalisti dell’edizione dell’anno precedente; la struttura della selezione non cambia: il brano vincitore dell’edizione 2013, ‘Gerardo nuvola ‘e povere’ di Enzo Avitabile e Francesco Guccini, dedicato alle morti sul lavoro, affianca gli esordienti, cinque, ognuno con due brani e i contributi di alcuni illustri ospiti. Il piatto è vario: si va dal cantato dagli accenti dialettali di Leo Miglioranza (oltre che dello stesso Avitabile), alle suggestioni dei Syncage, che sembrano arrivati direttamente dalla felice stagione del folk britannico dagli accenti prog degli anni ’60 e ’70; dal cantautorato classico di Andrea Dodicianni all’eleganza jazz degli Shapes of  Sound, fino ai Durden and The Catering, tra pop – rock venato di funk e una ballata dai risvolti ludici.

Completano il disco le partecipazioni di tre grossi calibri della scena ‘indie’: italiana: Marta sui Tubi, Paolo Benvegnù e Mario Venuti, la cui ‘Addio alle armi’ è trai brani che più si fanno ricordare nell’intero lotto.

Le tematiche toccano trasversalmente i vari aspetti dei diritti umani nei tempi attuali: dalle morti sul lavoro ai bambini soldato, dalla violenza delle ‘forze dell’ordine’ all’emigrazione, per una compilation che rinnova come al solito il connubio tra impegno e musica di qualità.

 

MEZZAFEMMINA, “UN GIORNO DA LEONE” (CONTRORECORDS / AUDIGLOBE)

Nell’Irpinia a cavallo tra ‘800 e ‘900, il bisnonno di Gianluca Conte si era visto affibbiare il nomignolo di ‘Mezzafemmina’ perché – non sia mai!! – usava aiutare la moglie nelle faccende domestiche… tre generazioni più tardi, quell’appellativo è stato usato come ‘alias’ artistico, in una sorta di rivendicazione delle proprie origini.

Il cammino di Conte-Mezzafemmina, torinese, classe 1982, giunge con “Un giorno da leone” al secondo capitolo sulla lunga distanza, proseguendo la collaborazione avviata nel corso del 2013 con Giorgio Baldi, attuale bassista di Max Gazzé.

Disco all’insegna di un cantautorato dei giorni nostri, pronto a sposarsi ad una certa gamma di soluzioni sonore: da un rock / pop dalle venature indie, scelta predominante, a parentesi rap, passando per la ripresa di un brano della tradizione popolare. Strumentazione ‘canonica’, all’insegna di chitarre elettriche ed acustiche, con piano da una parte e synth ed elettronica assortita a dare un pizzico di profondità e varietà in più.

Dieci brani, che si aprono con una tagliente ironia sulla moda delle ‘giornate’ dedicate a temi che poi ritornano nel dimenticatoio per il resto dell’anno e si chiudono con una riflessione sulla validità della saggezza popolare. Filo conduttore: l’osservazione della realtà, all’insegna di uno sguardo disincantato, talvolta lievemente cinico: l’omologazione delle abitudini e dei gusti, l’alienazione digitale; un ritratto dell’Italia vista dall’estero, come Paese che affossa qualsiasi aspirazione; la vicenda di un giovane che sceglie la strada della criminalità come unica via di ‘riscatto sociale’; a questi, si mescolano brani più intimi, come le riflessioni sui cambiamenti introdotti nel quotidiano da una storia d’amore, o la dedica ad una ragazza sordomuta che esprime tutto con gli occhi, fino alla ballata popolare incentrata sull’ironico destino di una prostituta rimasta incinta.

A leggerla così, “Mezzafemmina”, in quanto a idee e suoni, non offre novità sconvolgenti; eppure, la confezione del disco, all’insegna di sonorità piacevoli ma mai smaccatamente ammiccanti, e la scrittura convincente, lo rendono un disco molto più che apprezzabile.

 

NON HO GUARDATO SANREMO…

… o meglio, ho solo visto le impagabili esibizioni di Elio  E Le Storie Tese, e qualcosa di contorno, ad esempio il moscissimo Crozza e il discreto Bisio… ma per il resto, poco o nulla, per vari motivi: il primo è più importante è che da tempo non sopporto Fazio e il suo buonismo ecumenico… da quel poco che ho visto, il Festival è stato perfettamente in linea con lo stile televisivo di Fazio: cultura e popolare, ‘alto e basso’ mescolati in maniera un pò ‘paraventa’, con quel pizzico di ‘temi sociali’ messi lì, perché Sanremo è ‘lo specchio dell’Italia’ e quindi anche un pò di impegno ci vuole… Che poi Fazio quando era stato chiamato per il compito aveva strombazzato a destra  e manca che non avrebbe fatto un Sanremo all’insegna dei ‘talent’ e poi guarda caso i talent gli sono rientrati dalla finestra  e hanno pure vinto…  Sul blog della brava Smilepie leggevo poco fa il riepilogo delle ultime vittorie con tanto di piazzamenti sanremesi: nelle ultime cinque edizioni, il trionfo del ‘talent’: Carta, Scanu, Emma, Mengoni… l’unica eccezione la vittoria di Vecchioni nel 2011 (e non parliamo delle piazze d’onore). Purtroppo è ciò che vuole il pubblico, non c’è ‘giuria di qualità’ che tenga, dato che per dire Elio E Le Storie Tese sono arrivati secondi solo perché pompati dalla stessa giuria: il loro è un brano che al grande pubblico sembra ‘caruccio’, ma nulla a che fare col ‘pathos’ (tra molte virgolette) di Mengoni; oltretutto, c’è da pensare che la stragrande maggioranza il senso di ‘La canzone mononota’ manco l’abbia del tutto capito, e comunque: vuoi mettere Mengoni… Che poi vabbè, quando ha interpretato Tenco è stato pure dignitoso… D’altra parte, da ormai vent’anni buoni siamo qui a chiederci a che serva Sanremo, visto che cambiando le formule il risultato raramente muta. E’ inutile pensare a un SuperSanremo col ‘meglio del meglio’, perché non succederà mai, visto che i ‘big’ raramente accettano di mettersi in competizione tra loro; è inutile pensare a un Sanremo all’insegna della qualità, perché in fondo per quella ci sono già il Premio Tenco o il Recanati. Il problema sta forse nel fatto che si spesso e volentieri si presenta Sanremo come lo ‘stato dell’arte’ della canzone (e spesso, per estensione, della musica) italiana, ma questo poi in effetti non è… Certo, non nego che alla fine a ben vedere gran parte del gusto sia accontentato: ci sono i talent, c’è la canzone ‘nazional-popolare’ (quest’anno rappresentata -nomen, omen – da Maria Nazionale), ci sono i ‘cantatutori impegnati’ (ma viene da osservare che ormai i vari Silvestri, Gazzè o Cristicchi siano diventati degli habituè, dei tipici fenomeni sanremesi, come una volta erano Cutugno, Al Bano o Peppino di Capri), ci sono i classici gruppi che ‘non c’entrano un cavolo, ma che mostrano che in Italia c’è anche altro (Almamegretta, Marta Sui Tubi, che poi lo spettatore tipico sanremese si chiede dove sia Marta, visto che sono tutti uomini, chi sia Marta e soprattutto perché stia sui Tubi). Il tutto per poi giungere alla conclusione che da cinque anni il Festival è dominato dai talent show: il che secondo me costituisce un problema, perché alla fine tutto sommato Sanremo potrebbe costituire una di quelle occasioni in cui si può mostrare che in Italia non è che di cantanti si intende solo Maria De Filippi: oltretutto, Mengoni è forse trai pochi che si è costruito una carriera, ma di Scanu e Carta, per dire, non si sa più nulla da tempo; è chiaro che il problema è più generale, e nasce dalla solita questione che in Italia di cultura musicale ce n’è poca, con la conseguenza che a dominare il gusto sono appunto i cantanti fuoriusciti dai talent show televisivi: è dunque scontato che se a Sanremo porti i fuoriusciti dei programmi televisivi, questi vincano: Fazio non è né il primo nell’ultimo a declamare elevati intenti qualitativi per il suo Festival e poi cedere a ciò che viene imposto da logiche che con la qualità e la varietà della proposta musicale italiana hanno ben poco a che fare… E’ fin troppo facile notare che il Festival avrebbe dovuto vincerlo Elio, ma l’impressione è che senza il ‘solito’ colpo di mano della ‘giuria di qualità’ (nella quale non mancava gente che con la musica non c’entra nulla, come Paolo Giordano o Serena Dandini), ‘La canzone mononota’ non sarebbe arrivata manco tra le prime cinque. Discorsi già fatti e ripetuti tante volte: c’è tutta una scena ‘indie’ rock e cantautorale della quale Marta Sui Tubi sono solo l’apice che a Sanremo viene sistematicamente ignorata; non parliamo del metal, punk o reggae e loro derivazioni, che guai solo a nominarli; idem dicasi per l’hip hop: tutti generi che in Italia hanno il loro pubblico, manco tanto ‘di nicchia’, ma che guai a portarli a Sanremo… il discorso insomma è sempre il solito: sarebbe bello se Sanremo fosse veramente una ‘vetrina’ per la musica italiana ampiamente intesa e un’occasione – visto che con le sue cinque prime serate consecutive sul principale canale televisivo della televisione pubblica italiana, peraltro sostanzialmente prive di controprogrammazione (e il motivo, pensando che negli ultimi anni chi ha vinto era spesso uscito dalle trasmissioni di Canale 5), rappresenta una situazione unica nel panorama televisivo italiano – per far conoscere anche altro a un pubblico che in fatto di musica è più o meno ignorante. Il problema è che se chiami i reduci dai talent la questione è chiusa perché tutta l’attenzione è calamitata da loro e gli altri assumono il ruolo di comparse che vengono distrattamente notate…