Archive for marzo 2014

BANDA FRATELLI, “L’AMORE E’ UN FRIGO PIENO” (CONTRORECORDS /AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i cuneesi Banda Fratelli, che già col precedente lavoro avevano ottenuto una certa attenzione da parte della critica, oltre a un discreto riscontro radiofonico.

Novità da punto di vista della formazione, con l’arrivo del tastierista Enrico Gallo, ad aggiungersi al nucleo originario, guidato dal cantante e chitarrista Andrea Bertolotti (anche autore dei testi), con Matteo Bonavia al basso e Carlo Banchio alle percussioni.

La formula è quella di un rock – pop abbastanza ‘canonico’, spruzzato qua e là di funk e in qualche episodio di qualche vaga abrasione, ma sempre teso a smussare ogni angolo, affidando gran parte delle sorti del disco al lato melodico della questione, dando risalto ai testi dagli accenti cantautorali.

Gli otto brani del disco si muovono in un mondo fatto di minima quotidianità, tra personaggi che sognano di evadere definitivamente, od almeno per una volta, dal proprio grigiore esistenziale, con esiti a cavallo tra il fantastico dell’apertura, con una fuga affidata ai palloncini e il realistico di un detenuto che sogna il ritorno a casa; in mezzo, l’uscita da una quotidianità immutabile è affidata ad improbabili amori mercenari.

Non mancano le parentesi più squisitamente volte ai sentimenti, con qualche episodio dall’afflato più simbolico. Il risultato è un disco che scorre via leggero (e veloce, anche considerando il numero contenuto di pezzi)… anche troppo, verrebbe da dire: è il classico disco più o meno impeccabile sotto il profilo produttivo (del quale si è occupato Fabrizio ‘Cit’ Chiappello, già collaboratore di Baustelle e Subsonica), caratterizzato da una buona tecnica e da una discreta scrittura, con più di un brano dal discreto appeal radiofonico.

Tuttavia paradossalmente tutto sembra funzionare fin troppo ‘bene’ e concluso l’ascolto si avverte la mancanza di un’impronta stilistica – soprattutto sonora – più decisa e se vogliamo ‘individuabile’.

Chi volesse, comunque, può ascoltare il disco qui

SHIVA BAKTA, “THIRD” (GENTE BELLA)

Lidio Chericoni, col suo progetto Shiva Bakta, è giunto al terzo disco: poco importa se il primo è stato pubblicato nella forma di una serie di demo proposti per il download gratuito e il secondo è rimasto alla fine sulla carta e se quindi alla fine è il primo lavoro concepito per la pubblicazione tradizionale…

Shiva Bakta per sua stessa ammissione era sul punto di mollare tutto e fare altro nella vita, quando assieme a Daniele Lanzara (già al lavoro con Elio e Le Storie Tese) si è dato un’ultima possibilità e, riunito un manipolo di vecchi compagni di strada, si è gettato capofitto nella gestazione di questo lavoro, e a questo punto poco importa che, a seconda dei punti di vista, questo sia il primo (pubblicato fisicamente) il secondo (se si contano i brani precedentemente editi su Internet) o il terzo (per l’autore).

Poco importa perché “Third” è un disco di quelli che ‘restano’, che nel mare magnum di musica che ormai ci sommerge è già un punto a suo favore: resta perché è un disco efficace, pur nel suo ripercorrere territori già ampiamente battuti, ma facendolo con una vèrve, con un’attitudine ed uno stile che colpiscono: un pop essenziale, dalla propensione acustica ma che non si nega un’adeguata dose di elettricità, pronto a giocare sulle sonorità barcollanti di un banjo o sulla ricchezza di sfumature del piano.

Brani dipinti dalle tinte vagamente psichedeliche dei seventies (vedi alla voce Byrds, Crosby, Stills, Nash &  Young o Beach Boys) o ripercorrono i sentieri sognanti dei ’90 (con qualche riminiscenza dei Belle and Sebastien); un disco che si apre con un brano quasi magniloquente, trova lo spazio per un episodio più tirato, che si adagia volentieri su più di una parentesi malinconica o che è pronto ad aprire la finestra su ampie digressioni strumentali, accompagnato da un’interpretazione vocale discreta ma mai esplicitamente dimessa, accompagnandosi occasionalmente da una voce femminile.

Una quarantina di minuti o poco meno, che scorrono via veloci facendo venire voglia, appena concluso l’ascolto, di ricominciare da capo.

LIEBSTER AWARD

liebsteraward

L’amica Francesca mi ha gentilmente ‘nominato’ per questo ‘riconoscimento bloggarolo’…

Queste le regole:

– Ringraziare e rilinkare il blogger che ha presentato la candidatura

– Rispondere alle 10 domande poste da chi ci ha nominato;

– Proporre ai candidati 10 domande;

– Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers;

– Andare sui singoli blog e comunicare loro la nomina.

 

Vado con le risposte:

1 – Il film che ti ha tarato l’esistenza, nell’adolescenza/infanzia o per l’età che volete.  A dire la verità, non sono uno di quelli la cui vita sia stata ‘sconvolta’ da un film…  a pensarci, il video di “Thriller” di Michael Jackson e la serie a cartoni animati “Bem” sono stati in un certo senso ‘formativi’, perché la mia passione per l’horror probabilmente è nata lì.
2 – Il film “copertina di Linus”: quello che ti ha insegnato qualcosa della vita e sa rassicurarti, magari perché suscita bei ricordi. Direi “Una poltrona per due”: non tanto perché sia rassicurante, ma perché è uno dei pochi film che non mi stancherei mai di vedere.

3 – Il film per cui avresti preso volentieri a sprangate il regista/sceneggiatore/chivipare, magari perché ha rovinato qualcosa cui tenevate, come un libro o… un film originale. E’ molto difficile che un film tratto da un libro mi soddisfi… potrei citare, forse, About a boy, dato che la scelta di Hugh Grant per il protagonista ancora oggi mi sembra del tutto infelice.

4 – Il film che rispecchia il tuo modo di essere.  A questa davvero non saprei cosa rispondere…
5 – Il film che trovi sopravvalutato e che sconsiglieresti – o che mi consiglieresti per farmi vedere un malefico polpettone. Il primo che mi viene in Mente: “The Master” di Paul Thomas Anderson: lodi sperticate e premi a raffica per un film di fronte al quale ho faticato a restare sveglio (e nel mio caso, ce ne vuole…).

6 – Una canzone che ti rappresenta. Credo che Centro di gravità permanente di Battiato ci si avvicini molto.

7 – Personaggio di film/libro che vorresti interpretare/essere. In genere finisco per immedesimarmi molto nelle storie di successi sportivi, come Momenti di Gloria o Fuga per la Vittoria, forse perché quello di vincere una qualsiasi gara è destinato ad essere un sogno….

8 – Cosa stai leggendo in questo periodo? Sto finendo di rileggere l’Iliade.

9 – Il luogo dove vorresti vivere.  Il Medio Evo, non perché gradisca particolarmente il lavoro manuale, ma perché mi dà l’idea di un’epoca più semplici, con problemi più essenziali.
10 – La leggenda metropolitana/leggenda semplice/storiella che infesta la zona dove vivi.  Non è che la media periferia romana offra tutte ‘ste leggende…

 

Ecco le mie domande, rispondete senza pensarci troppo, d’istinto.

1) Tre libri / autori che bisognerebbe leggere almeno una volta nella vita (per me: L’Inferno di Dante, Cujo di Stephen King e Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons);

2) Tre film imperdibili (Shining, Un americano a Roma, Una poltrona per due)

3) Tre dischi da ascoltare a tutti i costi  (Red dei King Crimson, Solitude Standing di Suzanne Vega, la Quinta Sinfonia di Shostakovich) ;

4) Un disco / libro / film che, atteso per tanto tempo, si è rivelato una cocente delusione (tra gli ultimi che mi sono capitati, Iron Man 3);

5) Cinque oggetti dai quali non vi separereste mai (a questa non so rispondere manco io);

6) Cinque alimenti che non dovrebbero mancare mai nel vostro frigo / credenza (un vasetto di Nutella, un pezzo di parmigiano, una confezione di stracchino, una banana, una tavoletta di cioccolata amara);

7) Cartone animato preferito della vostra infanzia, o adolescenza… o anche oggi. (Lupin III)

8) Citare il primo personaggio (realmente esistito) che vi viene in mente alla parola ‘genio’. (Frank  Zappa).

9) Epoca storica nella quale vi sarebbe piaciuto vivere (il Medioevo)

10) Avete la possibilità di tornare indietro nel tempo e cambiare un avvenimento storico: quale scegliete? (Ce ne sono tanti: forse però impedirei al DC9 di Ustica di partire).

 

Le mie nomination vanno (a dire la verità non so se abbiano più o meno di 200 seguaci, non mi andava di controllare)  a:

http://tvandtv.wordpress.com/

http://cosepercuivivere.wordpress.com

http://ilpiaceredegliocchi.wordpress.com/

http://grimoriodellastrega.wordpress.com/

http://fragolemirtilli.iobloggo.com/

http://theselbmann.wordpress.com/

http://lifeintechnicolor3.iobloggo.com/

http://redpoz.wordpress.com/

http://amaliatemperini.wordpress.com/

http://coloratissimo.blogspot.it/

 

SIN/COS: PARALLELOGRAMS (ANEMIC DRACULA / SANGUE DISKEN)

Di Maolo Torreggiani si può dire tutto, eccetto che sia privo di fantasia e voglia di affrontare nuove sfide: alcuni lo ricorderanno, qualche anno fa, protagonista del progetto My Awesome Mixtape, che aveva suscitato abbastanza rumore tra gli appassionati della scena ‘indipendente’ italiana… poi, pur non lasciando del tutto definitivamente il mondo dei suoni, Torreggiani sceglie altre ‘esperienze sensoriali’ e si dà alla cucina, anche con un certo successo; successivamente, lo troviamo alle prese con sonorizzazioni cinematografiche ed ora eccolo tornare con questo nuovo progetto musicale, accompagnato da Vittorio Marchetti (Altre di b, Obagevi), con la coproduzione di Lorenzo Nada.

Un diario in dodici tappe a ripercorrere vicende realmente vissute, come sottolinea lo stesso autore, factotum del progetto, occasionalmente coadiuvato da qualche ospite, espresso attraverso quella che appare la ricerca di una via ‘sofisticata’ al pop sintetico recentemente portato alla ribalta da quelle macchine da classifica che rispondono al nome di Daft Punk.

“Parallelograms” appare in gran parte giocato su una costante eleganza formale, che fa a meno di ammiccamenti, effenti roboanti, ritmi forzatamente piacioni, per abbracciare piuttosto una dimensione raccolta, intima, soffusa, in fondo la più adatta al racconto di vicende personale, in cui si sconfina in territori ambient e si spargono sui brani spezie scricchiolanti dal sapore ‘glitch’.

L’esito, all’insegna di una costante rarefazione e dilatazione appare contrastato: suggestive le atmosfere, apprezzabile il tentativo di dare alla formula usata una certa ‘compostezza’, tuttavia nel corso del disco si fa strada l’impressione di una certa monotonia, appesantita dal ricorso costante ad un cantato ‘robotico’ filtrato elettronicamente, che alla lunga finisce per stancare; col procedere dell’ascolto si fa sempre più impellente la necessità di un cambio di marcia, di clima, di ritmo, che però non arriva mai… si fanno allora gradire soprattutto quei due – tre episodi in cui ad arricchire la consistenza elettronica dei suoni giunge un violino (quello di Federico Spadoni, ex compagno di strada nei My Awesome Mixtape), o è l’eterea voce di Laura Loriga (Mimes of Wine) a rompere lo schema del ‘cantato robotico’, portando una ventata di ‘vitalita’.

FURY – L’UOMO CHE AMAVA LA GUERRA

SUPERBURP!

di Garth Ennis e  Darick Robertson

Nick Fury il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto in anni recenti nell’interpretazione per il grande schermo di Samuel L. Jackson… in realtà, il personaggio è ben più datato, anno di grazia 1963; all’epoca era bianco e aveva i capelli: sulle vicende editoriali che l’hanno portato, nel nuovo millennio, ad essere afroamericano e pelato, forse è meglio sorvolare: superfluo per gli appassionati e noioso per i non addetti ai lavori.

Per inquadrare il personaggio bastano due – tre coordinate: alla fine, è una sorta di ‘superagente segreto’, che opera al servizio dello S.H.I.E.L.D., un’agenzia sovranazionale impegnata a contrastare piani diabolici su scala globale: alla fine, Nick Fury fu un po’ la risposta Marvel alle ‘superspie’ in stile James Bond e affini: e come con altri ‘prototipi’, anche in questo caso, il ‘modello’ della spia subisce il trattamento – Marvel: Nick Fury non è bello…

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MANIFESTAZIONI E SOLIDARIETA’

A volte mi chiedo a cosa serva manifestare, se quello che si ottiene è solo rompere le palle al prossimo… Roma, un venerdì come tanti: davanti al Ministero della Pubblica Istruzione, quattro gatti delle USB (Unioni Sindacali di Base, credo) della scuola protestano… quattro gatti che alla fine bloccano viale di Trastevere, arteria nevralgica che collega il centro di Roma col quadrante sud, costringendo gli automobilisti a improbabili gimcane e i passeggeri di tram e autobus a scendere e a farsi un pezzo a piedi; sceso anche io dal tram, mi fermo a cercare di dialogare con una delle ‘protestanti’, chiedendole se non si rendono conto che così non ottengono alcun risultato, a parte quello di far incavolare ancora di più la gente… in questo periodo poi la maggior parte degli italiani è inc***ata nera per un qualche motivo: dall’altra parte, nessuna risposta, un’espressione come per dire: “lo sappiamo, ma che ci volete fare, è l’unico modo che conosciamo”… saluto e tra me e me mi dico che però ci deve pur essere un altro ca**o di modo: è impossibile che nel 2014 l’unico modo che si conosca di protestare è quello di bloccare il traffico e rompere il ca**o alla gente… perché insomma, l’automobilista o il passeggero dell’autobus non pensano che la colpa è del Governo dei Ministri della Pubblica Istruzione e di quello che volete: i suddetti tirano degli accidenti a chi per protestare rompe il ca**o agli altri; perché diciamocela tutta, col tempo sembra sempre più spesso che ci legittimamente protesta, passi dalla parte del torto, a rompere le scatole al prossimo, quasi per sfizio: è lo stesso discorso degli scioperi dei trasporti e per estensione di qualsiasi ‘agitazione’ che priva gli utenti di un qualsiasi servizio pubblico…  se si pensa che chi si trova la strada bloccata o non sa come andare al lavoro, tiri degli accidenti al ‘Governo ladro’, ci si sbagli di grosso: gli accidenti se li prendono gli autisti, il personale della scuola, o chiunque metta in atto certe agitazioni rompendo il ca**o al prossimo.  Spero che qualcuno con questo discorso ci faccia i conti: in fondo, l’obbiettivo di una qualsiasi protesta dovrebbe essere quello di far conoscere i problemi delle categorie, magari taciuti dai mezzi d’informazione, alla pubblica opinione per ottenerne la solidarietà: ma qui sembra che la solidarietà e del sostegno altrui siano del tutto fuori discussione e che l’obbiettivo sia solo quello di rompere il ca**o al prossimo, ottenendo alla fine il solo risultato di creare una società fatta di ‘categorie’ e ‘compartimenti stagni’, che non dialogano tra loro e si scassano le palle a vicenda.

MENTIVO, “IO SONO LA VERITA” (LIBELLULA DISCHI / AUDIGLOBE)

Rock, pop ed elettronica: una sostanziosa dote di new wave / post punk, qualche vago accenno a sonorità più dilatate… et voilà, il piatto è pronto.
Una pietanza assaggiata tante altre volte, che non regala alcun sapore nuovo, ma insomma, gli chef sono in gamba, privi di ansie da ‘reinterpretazione’del piatto, umili quanto basta per non voler fare gli esibizionisti con ‘effetti speciali’ e alla fine il piatto risulta, tutto sommato, gradevole, specie considerando che sono all’esordio e allora gli si può anche riservare il ‘beneficio del dubbio’, in attesa dei prossimi sviluppi.

I Mentivo sono in tre, di stanza a Perugia (anche se provengono qua e là da tutta l’Umbria), apparentemente cresciuti a pane-e-musica d’oltremanica, da quella di inizio anni ’80 (tra il pop elettronico e lo sonorità un po’ più scabre del post punk), a quella del decennio successivo (vedi alla voce: Blur), il tutto riprodotto in salsa italica, a cominciare dal cantato; per certi versi ricordano i primi Velvet, anche se con meno molta piacioneria…

Si chiamano Mentivo e il primo disco che danno alla luce è intitolato “Io sono la verità”: discrepanza voluta e che in fondo riassume un po’ il leit-motiv del disco, che in fondo è quella di una verità che cercata, proposta o imposta, nei tempi moderni è più che mai sfuggente. I temi ricorrenti sono un pò quelli consueti a tanti dischi contemporanei, a cominciare dallo sguardo lanciato su una società nevrotica, in cui ‘La gente comune’ riesce a trovare punti di contatto solo nel definirsi come ‘ex-qualcosa’, in un mondo in cui domina la precarietà, nel lavoro come nelle relazioni sentimentali e in cui anche il tradizionale ‘scendere in piazza’ per chiedere il cambiamento sembra aver perso gran parte della sua forza propulsiva.

Dieci canzoni, racchiuse tra due strumentali, per una band che, pur ancora acerba sotto certi aspetti, sembrerebbe avere buone potenzialità di crescita.

Il disco, se volete, potete ascoltarlo qui.