Archive for the ‘Uncategorized’ Category

FUMETTAZIONI 2 /2017

Brevi recensioni di letture disegnate.

 
I GRANDI CLASSICI DISNEY 13
Apre “Paperino e il doppio mistero di Slim Magretto e la casa degli svedesi”, del trio delle meraviglie Martina – Cavazzano – Scarpa; di discreto livello anche “Archimede e il signor Scherzo” (Chendi – Scala – Bottaro) e “Topolino e le rapine facili” (Dalmasso – Pier Lorenzo De Vita); Fallberg, Bradbury, Karp, Taliaferro i nomi di spicco tra gli americani.
La testata resta un appuntamento immancabile per chi vuole perdersi nell’archivio disneyano degli anni ’50 / ’60 / ’70 (con qualche eccezione), ma da qualche mese le scalette non convincono: si fa sentire la mancanza delle parodie, o di storie veramente incisive.
I dubbi aumentano quando lo spazio viene usato per dei riempitivi come “Zio Paperone lo scherzo di Carnevale” (pur considerando che è periodo e la storie ‘di occasione’ ci vuole, come avvenuto per Natale e Capodanno).
Comprensibile che non si possano sempre avere storie di livello, ma per tornare ai livelli dei primi numeri comincia a essere necessario un cambio di rotta.

Voto: 6,5

 
THE WALKING DEAD 45

A dominare The Walking Dead è il continuo confronto / scontro tra due modi di intendere la civiltà nel mondo affollato dai morti viventi, entrambi incentrati sulla presenza della figura dell’uomo ‘forte’: da una parte questo assume i caratteri di un monarca assoluto, quando non di un dittatore sanguinario; dall’altra, nella cornice di una società più democratica, questo assume i tratti di un ‘leader carismatico’ che resta guida finché prova l’efficacia delle proprie idee; pur con dei distinguo, anche rilevanti, finora eravamo rimasti nel quadro di una qualche forma di ‘civiltà’.
L’avvento dei ‘Sussurranti’ porta lo scontro su un piano diverso, ‘radicale’ nel senso etimologico del termine: risaliamo (o riscendiamo) alle radici. I Sussurranti mettono in discussione la validità stessa del concetto di ‘civiltà’, contrapponendogli il mero ritorno degli uomini alla loro essenza animale, dove tutto è ridotto ai minimi termini.
La loro leader non a caso si è data come nome ‘Alpha’ ed è proprio lei a sottolineare che rimarrà a capo del suo gruppo fino a quando un individuo più forte non la sostituirà; nel suo dialogo con Rick, Alpha mette a suo modo in evidenza dei nervi scoperti: la loro idea di civiltà è quella di arrivare a un imitazione del ‘vecchio mondo’ in cui gli individui stavano seduti su un divano davanti a una scatola a sentirsi dire cosa fare… per Alpha invece, la fine del vecchio mondo è l’occasione per un ritorno alle radici, per sbarazzarsi di tutti gli impedimenti e i blocchi che gli uomini si sono creati con la loro intelligenza, in questo caso considerata tutt’altro che un’evoluzione.
Il nuovo mondo è per i ‘forti’ e Alpha addirittura a cacciare la propria figlia, perché inadatta a stare nel branco e a costringerla ad unirsi a Rick, Carl e gli altri, i ‘deboli’ che rimpiangono il vecchio mondo con tutte quelle che un tempo venivano definite ‘sovrastrutture’.
Il finale è un avvertimento agghiacciante: le teste impalate di dodici compagni di Rick, tra cui alcuni personaggi che negli ultimi tempi si erano ritagliati un certo spazio nella serie (con Kirckman, accidenti a lui, mai affezionarsi ai protagonisti) usate per segnare il confine tra i due gruppi, sono il ‘messaggio definitivo’ di Alpha: ognuno viva per sé e vada per la sua strada, non provate a invadere il nostro spazio, magari per imporci la vostra idea di ‘civiltà’, perché ve ne pentirete… se qualcuno ci vede una metafora del mondo reale, forse non sbaglia.

Voto: 8

 

TESORI DISNEY INTERNATIONAL 6

Numero monografico dedicato a Macchia Nera e alla sua serie monografica dei primi anni ’60: Paul Murry disegna, Bob Ogle – e in’un occasione, Vic Lockman –
scrivono.
A contrastarlo, ovviamente Topolino con Paperino, Zio Paperone e Pippo guest star; temporanei alleati i Bassotti e Maga Magò.
Storie con un tenore spesso più avventuroso che non prettamente ‘giallo’: il personaggio ha perso parte della carica ‘oscura’ degli esordi, per diventare a tratti addirittura comico.
Vale la pena di osservare come in queste storie il personaggio di Topolino cominci a perdere la carica di simpatia degli inizi per diventare un irritante, pignolo e a tratti petulante detective amatoriale, che ovviamente riesce laddove i professionisti del settore falliscono; ne fa le spese a volte il povero Paperino, che si vede rovinati week end e vacanze dall’autentica fissazione del ‘Topo’ per la risoluzione dei delitti.
Il risultato è che si è spesso tentati di fare il tifo per la ‘Macchia’, ovviamente rimanendo delusi…

Voto: 7

GRAN BAL DUB, “GRAN BAL DUB EP” (AUTOPRODOTTO)

Il matrimonio tra suoni ‘moderni’ – in questo caso l’elettronica, in chiave dub – e la tradizione millenaria della musica occitana, dei trovatori, dei suonatori di ghironda.

Lo celebrano, in quello che è solo l’ultimo incontro di strade che si sono più volte incrociate in passato, due ‘pesi massimi’ della scena piemontese: da una parte Sergio Berardo, fondatore di quei Lou Dalfin che da trent’anni portano in giro per l’Italia prima e l’Europa poi, il vessillo e la tradizione della musica in lingua d’OC; dall’altra, Madaski, una lista interminabile di collaborazioni e produzioni tra le quali, per brevità, basta ricordare gli Africa Unite.

I due rinnovano dunque la propria collaborazione, nata a metà dei ’90 proprio con i Lou Dalfin, con questi sei brani in cui suoni e generi separati da secoli di storia trovano un territorio comune nel ballo, nel movimento: il titolo del progetto, non lasciava del resto molti dubbi; dai suonatori di strada e le feste popolari, ai ‘riti collettivi’ del dancefloor, la strada insomma e più breve di quanto si pensi.

La ghironda di Berardo, cui si il violino di Chiara Cesano e la fisarmonica di Roberto Avena, interpreta le varie tipologie di musiche da danza occitane: chapelesa, rondeaux, borreia, circle, branle; le macchine di Madaski le trasfigurano, vestendole di una veste dub che nonostante lasci invariata l’energia, l’allegria, l’impeto della danza collettiva, vi stende un velo di rilassatezza, momenti di dilatazione in cui l’aria si fa quasi rarefatta.

L’esito è un lavoro coinvolgente, sul quale non si può stare fermi, lasciandosi trascinare da questo sposalizio, più che mai riuscito, tra tradizione popolare e suggestioni moderne.

LONTANO DA QUI, “LONTANO DA QUI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio discografico per il trio dei Lontano Da Qui, alias la cantate toscana Elisa Castells e i romani Matteo Uccella e Michele Bellanova, già attivi da qualche anno nella scena live romana e non solo.

Un lavoro all’insegna di un folk in cui a radici locali – il classico stornello romano è dietro l’angolo – profumi mediterranei, spezie iberiche, una spruzzata di sudamerica. Intelaiatura sonora che fa da cornice a una vena cantautorale attraverso cui sono narrate storie da minimo quotidiano e una galleria di personaggi che lungo i dieci brani presenti passa attraverso loschi figuri che popolano lo Stivale, suore alle prese con travagli sentimentali, personaggi ossessionati dall’organizzazione di ogni minuto della propria esistenza, soggetti incatenati ai social e all’opposto, coloro che per caso o scelta si sono ritrovati a vivere ai margini ( ‘Il barbone’ è dedicata al personaggio di Mezza Piotta, scomparso l’anno scorso, che più o meno tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno abitato nei quartieri romani del Portuense e di Monteverde hanno conosciuto bene).

Il risultato, se vogliamo, è quello abbastanza ‘tipico’ di questi casi: un lavoro la cui efficacia nasce soprattutto dal contrasto tra il clima solare creato da suoni a tratti sgargianti e tematiche spesso serie, tra storie che veleggiano tra l’indignazione per un’omertà fin troppo diffusa e quella per l’altrettanto diffusa emarginazione, lasciando però spazio per la leggerezza, l’ironia dissacrante e il sarcasmo nei confronti di fissazioni e ‘dipendenze tecnologiche’.

I due chitarristi capitolini costituiscono il nucleo di un insieme sonoro al quale si aggiungono al quale si aggiungono di volta in volta archi, fiati, pianoforte, nella forma della classica ‘orchestrina’ / banda di paese. Elisa Castells interpreta con personalità (coadiuvata nel succitato ‘Il barbone’ da Rosso Petrolio), una ‘toscanaccia’ influenzata dal disincanto tipico dell’Urbe.

“Lontano da qui” è un lavoro efficace, frutto del lavoro di musicisti esperti – i tre sono del resto tutti diplomati al Conservatorio – che tuttavia rischia di scontare l’appartenenza a un genere ormai decisamente sovraffollato, a Roma e non solo tra ‘orchestre’, ‘orchestracce’, cantautori popolari più o meno indie: le potenzialità ci sono, ma per farsi largo tra la concorrenza servirà una buona dose di personalità e forse un filo di originalità in più.

TOP 10 2016 – MUSICA

La mia Top 10 dei migliori dischi dell’anno appena concluso, tra quelli recensiti qui sul blog.

1) VALE & THE VARLET, “BELIEVER”

2) SUPERMARKET, “PORTOBELLO”

3) DISTINTO, “C’EST LA VIE”

4) BEA ZANIN, “A TORINO COME VA”

5) THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI”

6) THE INCREDULOUS EYES, “RED SHOT”

7) DIECICENTO35, “IL PIANO B”

8) CIRCOLO LEHMANN, “DOVE NASCONO LE BALENE”

9) FRATELLI TABASCO, “THE DOCKS DORA SESSION”

10) FABRIZIO TAVERNELLI, “FANTACOSCIENZA”

BUZZY LAO, “HULA” (INRI)

Disco d’esordio per questo cantautore torinese che si fa conoscere solo con lo pseudonimo di Buzzy Lao, varie esperienze alle spalle tra cui una lunga parentesi londinese, la consueta gavetta dal vivo, di supporto, tra gli altri, a Dente, Daniele Celona e Omar Pedrini, un singolo e un primo Ep all’attivo.

Ora, il primo tentativo sulla lunga distanza, coadiuvato da Fabio Rizzo (già al lavoro con Nicolò Carnesi e Pan del Diavolo); tredici brani (tra cui un breve strumentale) poco più di cinquanta minuti la durata, per un lavoro che affianca ad una tipica impronta cantautorale, suggestioni sonore che, partendo da una forte componente blues, ampliano l’orizzonte verso il soul, il folk, fino a lambire territori reggae e rock.

Un disco che assume i connotati, se non di una sorta di seduta di analisi, quelli di un tirare le somme, di un fare il punto della situazione su quanto compiuto e percorso fino ad ora, come a fotografare una fase della propria vita prima che questa si chiuda e una porta si apra sul prossimo futuro.

Riflessioni esistenziali, magari dominate da un clima di incertezza, tipico di chi si trova a metà di un guado, a cercare dentro di sé la forza per affrontare nuove sfide ‘di vita’, si uniscono alle classiche traversie sentimentali, tra amori ‘in corso’ e storie già concluse, con tutto il carico che portano con sé.

Buzzy Lao interpreta con varie coloriture emotive, alternando intensità e leggerezza e trovando nella sua chitarra Weissenborn una sorta di ‘seconda voce’, di contraltare sonoro dominante.

Un lavoro per certi versi un filo dispersivo che però mostra un cantante già abbastanza consapevole delle proprie potenzialità.

MONICA PINTO, “CANTHARA” (MAXSOUND)

Un quarto di secolo di carriera, dagli E’Zezi agli Spaccanapoli, le aperture dei concerti di Peter Gabriel e Manu Chao, il cinema (“Passione” di Turturro), il teatro, fino allo studio dello yoga applicato al canto.

Monica Pinto di strada ne ha percorsa decisamente parecchia, prima di approdare a un esordio solista che visto il corposo curriculum forse giunge anche un po’ in ritardo sui tempi.

“Canthara”, fusione di ‘canto’ e ‘hara’, termine che definisce la propria essenza, il centro dell’esistenza… il canto come mezzo di ricerca ed espressione del proprio ‘io’, dunque, ma non per questo “Canthara” è un disco ripiegato su sé stesso, di difficile comprensione: la cantautrice vi riversa certo le proprie esperienze, fino ad inserire due brevi intermezzi in cui si dà forma sonora a certe pratiche di respirazione yoga, ma senza che il lavoro assuma un’attitudine ermetica.

I temi trattati vanno dall’universale – l’incontro immaginato con la propria morte – allo sguardo sulla società, dalle crescenti disparità tra il ‘nord’ e il ‘sud’ del mondo, all’onnipresenza della televisione e dei ‘modelli’ da questa imposti, tra citazioni di Dostoevskij e un’esortazione alle donne a vivere con pienezza la propria esistenza, a partire dall’aspetto sessuale.

Domina la vocalità sinuosa, a tratti cristallina, della cantautrice, intensa ma mai sopra le righe, classe ed emotività, su un forma di ‘chanson elettronica’, in cui certo l’elemento ‘sintetico’ costruisce scenari e stende tappeti avvolgenti, ma sul quale s’innestano strumenti della tradizione classica (violoncello), popolare (fisarmonica, percussioni) e pop / rock (chitarre, bassi, tastiere), tra cantautorato, folk, spezie orientali, profumi mediterranei, col contributo, tra gli altri, di Fausto Mesolella (Avion Travel).

Dodici pezzi che ci mostrano una cantautrice nel pieno della maturità artistica.

MERCURI, “PROGETTI PER IL FUTURO” (ADESIVADISCOGRAFICA / SELF)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per Mercuri, che di nome fa Fabio, è nato a Lecce e ha risalito tutto lo stivale, prima sostando a Roma e poi giungendo a Milano; una strada affollata di incontri e collaborazioni fino al disco di esordio (targato 2009) e un successivo Ep (2012)… una ‘carriera’ quindi decisamente avviata e viene da pensare che il titolo “Progetti per il futuro” rappresenti un po’ la classica pausa nella quale si fa ‘il punto’ e più che a ciò che è già stato, si pensa a quello che sarà… lo stesso Mercuri osserva come tutto nasca in fondo dalla considerazione che molto del presente delle persone nasca proprio dallo sguardo verso il futuro, sia che si scelga di muoversi velocemente verso di esso (magari nell’ansia di raggiungerlo e lasciarselo alle spalle) che di restare fermi, rendendo l’immobilità la norma; in mezzo sta chi finisce per ondeggiare trai due stati, in una lotta tra la bicicletta e il divano, mentre scelte e condizioni restano sottoposte al caso e all’imprevedibilità che potrebbe portare la più ostinata immobilità a trasformarsi in una corsa a perdifiato, e viceversa. Mercuri del resto, deriva da Mercurio, e probabilmente non è un caso che l’autore si faccia ritrarre con l’elmo di Flash, moderna trasposizione fumettistica del mito della velocità…

Il dato autobiografico si scompone negli otto brani presenti come in un caleidoscopio di voci affidate a singoli personaggi, ragazzini che osservano il mondo adulto, barboni che al margine della società intuiscono lampi di universalità, persone che si perdono nei loro pensieri pensando al futuro più o meno prossimo mentre percorrono le autostrade in un’estate ormai agli sgoccioli; fughe reali o immaginarie dall’immobilità presente del divano di casa; chi fa i conti con un amore finito, chi con un’improvvisa ‘stabilità’ dopo una vita passata a viaggiare, chi si trova fuori posto e chi del trovarsi a posto ‘per forza’, ha fatto una scelta di vita. Personaggi fotografati in momenti particolari o nella quotidianità, accomunati dal fare i conti con ciò che è guardano a ciò guardando a prospettive future più o meno immediate.

Un saldo ancoraggio al filone cantautoriale italiano senza tuttavia ricordare esplicitamente nessun nome in particolare, suoni ascrivibili e a un pop di classe, colorato di venature new wave, vaghe allusioni reggae, spezie elettriche che danno movimento e dinamismo al tutto (Flash del resto non è decisamente un ‘sedentario’ da ritmi troppo rilassanti).

Un secondo lavoro convincente per un cantautore che desta interesse; da seguire.