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MONÊTRE, “MONÊTRE” (LIBELLULA MUSIC)

Quintetto con base a La Spezia, i cui elementi vantano già altre esperienze alle spalle (il chitarrista Mauro Costagli ad esempio suonava nei Lo-Fi Sucks!).

Nati dapprima come un trio strumentale, ampliatisi poi a quartetto, per trovare infine anche una ‘dimensione vocale’, grazie all’arrivo di Federica Tassano.

Obbiettivo dichiarato della band in questo esordio è quello di ripercorrere certi sentieri sonori a cavallo dell’inizio degli anni 2000, al cosiddetto ‘post rock’, alle soluzioni sonore di band come Tortoise, Karate e tante altre, magari con un maggiore sguardo verso un indie – pop non troppo ammiccante.

Il risultato sono dieci pezzi dominati dal costante dialogare delle due chitarre che disegnano trame sonore spesso accidentate, non lineari, caracollanti, che a tratti si fanno dissonanti e talvolta flirtano col noise, trovando sull’altro piatto della bilancia la dolcezza, a tratti una tenerezza quasi infantile, della voce di Federica, con un finale che rievoca i Sigur Rós, con la sua lingua ‘inventata’ e le atmosfere rarefatte.

Brani per lo più intimisti, riflessioni su di sé e sulle relazioni interpersonali, un omaggio a chi non c’è più, una parentesi dedicata a chi muore cercando di attraversare il mare

Un disco avvolgente, a tratti emotivamente intenso.

LO-FI POETRY, “LA MIA BAND” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i veneti Lo-Fi Poetry: dopo il primo omonimo EP, un nuovo pugno di brani – cinque – all’insegna di un’ampia gamma di riferimenti: da certo rock alternativo (potrebbero venire in mente i Placebo) a una furiosa ruvidità grunge / punk, da sonorità più genericamente ‘indie’ a loop elettronici.

Il gioco delle ascendenze e delle definizioni è facile ed è lo stesso quartetto a scherzarci su, fin dal titolo e dalla title track di apertura, mentre gli altri pezzi vanno a comporre il classico ‘ritratto generazionale’ a base di ‘rivendicazioni’ (“Meglio soli che in mezzo ai ricchi”, è il grido ripetuto del brano di chiusura), momenti ‘sentimentali’ e una parentesi vagamente delirante.

Il risultato, abbastanza eterogeneo, alla fine soddisfa; l’inserimento episodico di piano e contrabbasso offre qualche arricchimento sonoro, il cantato che tende al parlato rimanda inevitabilmente a Massimo Volume od Offlaga Disco Pax, ma mantiene comunque una certa originalità; la presenza di un’ospite femminile – Rozalda – al microfono di ‘Gli umori di te’, il brano più ‘aggressivo’ del disco, è un’efficace variazione,

Un lavoro che si lascia ascoltare, lasciando a un eventuale più ‘corposo’ seguito un’idea più compiuta.

 

PROFUSIONE, “METABOLIZZARE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Vent’anni di attività, una manciata di demo, un disco sulla lunga distanza e, ora, un nuovo EP a segnare – forse – l’avvio di una nuova fase.

I romani Profusione offrono all’ascolto sei brani, tra cui uno strumentale con inserti di ‘spoken word’ posto in chiusura e una cover (abbastanza ‘anonima’) di ‘L’importante è finire’, portata al successo da Mina (non la prima volta che viene riproposto da una band ‘alternativa’).

Il gruppo capitolino si inserisce nell’ormai copioso filone del rock ‘alternativo’ che dai primi anni ’90 ha seguito le sorti di quanto avveniva oltreoceano, tra grunge e derivazioni assortite, ascendenze vagamente punk e hardcore, ruvidità che sfiorano, senza oltrepassarli, i confini del ‘rumorismo’, suggestioni stoner.

Testi (in italiano) che tra rabbia e rimpianto appaiono riferiti soprattutto a travagli sentimentali; fa eccezione ‘Fottuti e felici’, critica verso un certo atteggiamento di ‘apatia esistenziale’ che nell’attesa di ‘tempi migliori’ vede la vita passare…

Un lavoro giocato più sulla grinta e l’impatto che sull’originalità, ma in questo caso attitudine e corposità di suoni possono (forse) bastare.

NOSEXFOR,”NOSEXFOR” (AUTOPRODOTTO)

Un duo, quello formato dai vicentini Severo Cardone e Davide Tonin e dieci pezzi per un esordio che rappresenta una sorta di ‘valvola di sfogo’, di nuova strada rispetto alla collaborazione che già da tempo li lega nel portare avanti lo Shoegaze Studio.

Un lavoro che, rispondendo all’idea di ‘smuovere’ le acque, non poteva che essere immediato e viscerale.

Un muro sonoro memore, non a caso, dello shoegaze e del noise degli anni ’90, che si innalza e si estende fino a restituire suggestioni grunge e post e momenti esplicitamente metal.

Le parole sono quelle che spesso vengono dette in questi frangenti: un’osservazione cinica della realtà, tra precarietà lavorativa, una società che spesso ignora il merito, raffronti generazionali, tentativi di fuga, la ricerca del denaro e degli ‘oggetti’ fino alle più estreme conseguenze, il lento spegnimento delle città di provincia; dal lato interiore, la difficoltà dei rapporti con gli altri e spesso con sé stessi, la pervasività dei social network e l’esortazione a conservare la propria individualità; in mezzo, un omaggio alla hendrixiana ‘Voodoo Child’.

Un lavoro diretto, suoni che colpiscono duro e parole che vanno dritte al punto.

EUGENIO RODONDI, “D’UN TRATTO” (PHONARCHIA DISCHI)

Terzo lavoro sulla lunga distanza per il torinese, classe 1988, Eugenio Rodondi.

Storie d’amore, essenzialmente, in questi nove brani: si comincia dalla fine di un’estate, metafora di una storia, che conclusa la prima, travolgente, fase dell’innamoramento, deve trovare una sua strada; si prosegue, così, tra rilfessioni, incertezze, storie vissute o solo immaginate, momenti di dubbio, amori in corso d’opera o conclusi, fino a ritornare all’estate, con un temporale, momento ‘di rottura’ e nuovo inizio.

Un cantautorato che può ricordare tanti illustri predecessori senza ricondurre direttamente a nessuno, mentre la produzione di Nicola Baronti conferisce profumi anni ’70, qua è là con riferimenti espliciti (leggi, tra le altre, alla voce: Beach Boys), tra parentesi acustiche e un’elettricità a tratti ruvida, con vaghi accenni noise, una spruzzata di elettronica.

Interpretazione sempre vagamente disincantata, a tratti un filo dolente, ma senza rinunciare a un filo d’ironia.

Un lavoro che, pur conservando un certo dinamismo tra brano e brano, finisce per risultare un po’ monolitico, facendosi forse sentire la mancanza di qualche variazione in più rispetto alla tematica sentimentale.

VOLEMIA, “EH?” (NEW MODEL LABEL)

Una botta di arrembante ardore sonoro: è quella ci sferrano i tre giovani varesini Volemia, tre ventenni o giù di lì che suonano insieme da quando erano poco più che ragazzini.

Dieci brani, per poco meno di una quarantina di minuti, in cui i nostri danno libero sfogo all’energia e alla sfrontatezza dei vent’anni, attingendo a piene mani dal repertorio grunge / noise degli anni ’90, affiancato a parentesi più orientate al metal e di qualche vago sprazzo psichedelico, e fa una certa impressione pensare come band che all’epoca davano l’idea di una ‘novità’, oggi siano entrate a far parte del ‘materiale d’archivio’ al quale ispirarsi…

Un lavoro tutto costruito sui muri sonori delle chitarre, sostenute da una sezione ritmica compatta che svolge efficacemente il suo compito di ‘rinforzo’.

Testi interpretati con una foga che tradisce l’urgenza tipica di una certa età, costruiti su un affastellarsi di impressioni, immagini, considerazioni sparse, anch’esse all’insegna più di una certa ansia di comunicazione.

Un tipico disco d’esordio, insomma, che colpisce positivamente per la capacità del trio di sviluppare un sostanzioso volume sonoro, offrendo all’ascolto una ‘tirata’ senza pause; per il momento, tanto basti, in attesa di inquadrare e affinare meglio stile, idee e scrittura.

NATURA SURF, “CONTRO NATURA” (NEW MODEL LABEL)

Prima prova discografica per il progetto nato dall’incontro del batterista Davide Miano e del trombettista (anche se qui di fiati non c’è traccia) Andrea Collini, poi rapidamente divenuto un quartetto.

Un mix di rock – dalle venature indie – e pop, sonorità sintetiche e sferzate elettroniche ad accompagnare testi dalle venature sci-fi, atmosfere oniriche, sul filo del nonsense. Dodici pezzi , a quanto suggeriscono le affermazioni della band scritti ed eseguiti in modo abbastanza istintivo, immediato, senza partire da idee troppo focalizzate, ma lasciandosi ispirare di volta in volta dall’atmosfera del momento. Si viaggia tra pop sghembo, accenni new wave, frammenti noise, suggestioni da colonna sonora da fantascienza di serie B, mentre si parla della devastazione della natura, di alieni teledipendenti, dell’idiozia dell’uomo medio, mostri direttamente usciti dagli incubi dell’infanzia. Un disco ‘strano’, per certi versi molto altalenante, in cui brani più ‘strutturati’ si alternano a pezzi che partendo da un’idea semplice (quasi banale) lì si fermano. I testi sono dominati da un susseguirsi di immagini, di suggestioni, talvolta ai limiti – e oltre – il flusso di coscienza, a tratti forse anche troppo evanescenti…

L’esito è ondivago: si ascolta questo disco una volta e ti sembra una mezza genialata, quella successiva sembra scorrere via senza sussulti, abbastanza anonimo, quella dopo ancora rivela spunti sfuggiti… come quando spinti dal solo entusiasmo ci lancia in una corsa a rotta di collo, ma dopo qualche decina di metri la mancanza di allenamento si facesse sentire.

I Natura Surf sembrano avere a loro favore una certa originalità, la predisposizione a scavallare tra i generi, un approccio alle parole non scontato e con un certo retrogusto ludico (potrebbe venire in mente il primo Tricarico, per chi se lo ricorda); le idee ci sono, l’attitudine anche, ma l’impressione è che per dargli forma compiuta e giungere a risultati apprezzabili serva maggiore rodaggio e un ulteriore accumulo di esperienza.