Posts Tagged ‘noise’

NOSEXFOR,”NOSEXFOR” (AUTOPRODOTTO)

Un duo, quello formato dai vicentini Severo Cardone e Davide Tonin e dieci pezzi per un esordio che rappresenta una sorta di ‘valvola di sfogo’, di nuova strada rispetto alla collaborazione che già da tempo li lega nel portare avanti lo Shoegaze Studio.

Un lavoro che, rispondendo all’idea di ‘smuovere’ le acque, non poteva che essere immediato e viscerale.

Un muro sonoro memore, non a caso, dello shoegaze e del noise degli anni ’90, che si innalza e si estende fino a restituire suggestioni grunge e post e momenti esplicitamente metal.

Le parole sono quelle che spesso vengono dette in questi frangenti: un’osservazione cinica della realtà, tra precarietà lavorativa, una società che spesso ignora il merito, raffronti generazionali, tentativi di fuga, la ricerca del denaro e degli ‘oggetti’ fino alle più estreme conseguenze, il lento spegnimento delle città di provincia; dal lato interiore, la difficoltà dei rapporti con gli altri e spesso con sé stessi, la pervasività dei social network e l’esortazione a conservare la propria individualità; in mezzo, un omaggio alla hendrixiana ‘Voodoo Child’.

Un lavoro diretto, suoni che colpiscono duro e parole che vanno dritte al punto.

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EUGENIO RODONDI, “D’UN TRATTO” (PHONARCHIA DISCHI)

Terzo lavoro sulla lunga distanza per il torinese, classe 1988, Eugenio Rodondi.

Storie d’amore, essenzialmente, in questi nove brani: si comincia dalla fine di un’estate, metafora di una storia, che conclusa la prima, travolgente, fase dell’innamoramento, deve trovare una sua strada; si prosegue, così, tra rilfessioni, incertezze, storie vissute o solo immaginate, momenti di dubbio, amori in corso d’opera o conclusi, fino a ritornare all’estate, con un temporale, momento ‘di rottura’ e nuovo inizio.

Un cantautorato che può ricordare tanti illustri predecessori senza ricondurre direttamente a nessuno, mentre la produzione di Nicola Baronti conferisce profumi anni ’70, qua è là con riferimenti espliciti (leggi, tra le altre, alla voce: Beach Boys), tra parentesi acustiche e un’elettricità a tratti ruvida, con vaghi accenni noise, una spruzzata di elettronica.

Interpretazione sempre vagamente disincantata, a tratti un filo dolente, ma senza rinunciare a un filo d’ironia.

Un lavoro che, pur conservando un certo dinamismo tra brano e brano, finisce per risultare un po’ monolitico, facendosi forse sentire la mancanza di qualche variazione in più rispetto alla tematica sentimentale.

VOLEMIA, “EH?” (NEW MODEL LABEL)

Una botta di arrembante ardore sonoro: è quella ci sferrano i tre giovani varesini Volemia, tre ventenni o giù di lì che suonano insieme da quando erano poco più che ragazzini.

Dieci brani, per poco meno di una quarantina di minuti, in cui i nostri danno libero sfogo all’energia e alla sfrontatezza dei vent’anni, attingendo a piene mani dal repertorio grunge / noise degli anni ’90, affiancato a parentesi più orientate al metal e di qualche vago sprazzo psichedelico, e fa una certa impressione pensare come band che all’epoca davano l’idea di una ‘novità’, oggi siano entrate a far parte del ‘materiale d’archivio’ al quale ispirarsi…

Un lavoro tutto costruito sui muri sonori delle chitarre, sostenute da una sezione ritmica compatta che svolge efficacemente il suo compito di ‘rinforzo’.

Testi interpretati con una foga che tradisce l’urgenza tipica di una certa età, costruiti su un affastellarsi di impressioni, immagini, considerazioni sparse, anch’esse all’insegna più di una certa ansia di comunicazione.

Un tipico disco d’esordio, insomma, che colpisce positivamente per la capacità del trio di sviluppare un sostanzioso volume sonoro, offrendo all’ascolto una ‘tirata’ senza pause; per il momento, tanto basti, in attesa di inquadrare e affinare meglio stile, idee e scrittura.

NATURA SURF, “CONTRO NATURA” (NEW MODEL LABEL)

Prima prova discografica per il progetto nato dall’incontro del batterista Davide Miano e del trombettista (anche se qui di fiati non c’è traccia) Andrea Collini, poi rapidamente divenuto un quartetto.

Un mix di rock – dalle venature indie – e pop, sonorità sintetiche e sferzate elettroniche ad accompagnare testi dalle venature sci-fi, atmosfere oniriche, sul filo del nonsense. Dodici pezzi , a quanto suggeriscono le affermazioni della band scritti ed eseguiti in modo abbastanza istintivo, immediato, senza partire da idee troppo focalizzate, ma lasciandosi ispirare di volta in volta dall’atmosfera del momento. Si viaggia tra pop sghembo, accenni new wave, frammenti noise, suggestioni da colonna sonora da fantascienza di serie B, mentre si parla della devastazione della natura, di alieni teledipendenti, dell’idiozia dell’uomo medio, mostri direttamente usciti dagli incubi dell’infanzia. Un disco ‘strano’, per certi versi molto altalenante, in cui brani più ‘strutturati’ si alternano a pezzi che partendo da un’idea semplice (quasi banale) lì si fermano. I testi sono dominati da un susseguirsi di immagini, di suggestioni, talvolta ai limiti – e oltre – il flusso di coscienza, a tratti forse anche troppo evanescenti…

L’esito è ondivago: si ascolta questo disco una volta e ti sembra una mezza genialata, quella successiva sembra scorrere via senza sussulti, abbastanza anonimo, quella dopo ancora rivela spunti sfuggiti… come quando spinti dal solo entusiasmo ci lancia in una corsa a rotta di collo, ma dopo qualche decina di metri la mancanza di allenamento si facesse sentire.

I Natura Surf sembrano avere a loro favore una certa originalità, la predisposizione a scavallare tra i generi, un approccio alle parole non scontato e con un certo retrogusto ludico (potrebbe venire in mente il primo Tricarico, per chi se lo ricorda); le idee ci sono, l’attitudine anche, ma l’impressione è che per dargli forma compiuta e giungere a risultati apprezzabili serva maggiore rodaggio e un ulteriore accumulo di esperienza.

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_2 EP” (AUTOPRODOTTO / SFERA CUBICA)

Ricapitoliamo: i Pin Cushion Queen sono un trio (Igor Micciola, Marco Calandrino, Zanardi) di base a Bologna, che sta pubblicando la propria musica in una sorta di trilogia: “Characters” il primo capitolo, targato 2011; “Stories” il terzo, ancora di là da venire; “Settings” quello in corso di pubblicazione, dato che la band ha deciso di scomporlo a sua volta in tre EP da tre brani ciascuno. La prima delle tre parti è uscita lo scorso aprile; giunge ora il momento della seconda.

I Pin Cushion Queen mescolano ruvidità elettriche ed elementi elettronici all’insegna di un’attitudine che loro stessi ammettono essere caratterizzata più dall’immediatezza e dall’istinto che non dallo studio, tenendo presenti i propri ‘numi’ tutelari – Radiohead, Battles e Liars – e strizzando l’occhio al minimalismo d’avanguardia (ricorrendo spesso alle ripetizioni insistite e vagamente stranianti di certe ‘cellule sonore’), articolandosi tra aperture movimentate e dilatazioni raccolte, usando l’elemento vocale (per quanto interpretando dei testi) come un ulteriore elemento che si aggiunge all’insieme sonoro.

Un disco in gran parte ‘suonato’ (a chitarre, bassi e batterie si aggiungono glockenspiel e pianoforte e synth ), in cui la componente elettronica acquisisce un ruolo di arricchimento dello sfondo sonoro, senza mai diventare invasiva.

Prima traccia dagli accenti plumbei, dolenti; seconda composizione volta ad un raccoglimento quasi contemplativo; più dinamica e articolata la terza, che supera gli otto minuti, ad attraversare vari climi, tra beat elettronici che alludono quasi al dancefloor e frustate ai limiti del noise.

Il secondo capitolo comincia a offrire un’idea più precisa della proposta dei Pin Cushion Queen, come di un gruppo volto alla sperimentazione, ma cercando di tenere aperto un canale di comunicazione con l’ascoltatore. Appuntamento alla terza parte per poter apprezzare “Settings” nella sua compiutezza.

DANIELE CELONA, “DALLA GUERRA ALLA LUNA EP” (NOEVE RECORDS)

E’ la sera dello scorso 15 aprile Daniele Celona – due dischi e varie collaborazioni (Nàdar Solo, Levante) all’attivo – sale sul palco del Diavolo Rosso di Asti, per scrivere TRE volte la parola ‘fine’: al tour con cui ha portato in giro i brani del suo secondo lavoro, “Amantide Atlantide” , alla rassegna Indi(e)Avolate, soprattutto, alla stessa esperienza del locale (ricavato in una chiesa sconsacrata) che dopo sedici anni di attività ha dovuto alzare bandiera bianca.

A testimoniare quella serata giunge Ep, che raggruppa cinque dei brani registrati nel corso della serata, che ha valicato i confini di una semplice esibizione del vivo per diventare una sorta di celebrazione (dopo tutto, siamo pur sempre in quella che un tempo era una chiesa), cui sono intervenuti vari ospiti, ampliando la formazione base e assumendo per certi versi i contorni di un happening dai contorni improvvisativi.

Celona diventa così il capofila di una band(a) in cui si mescolano synth, violoncello e tre chitarre, assieme a basso e batteria ‘d’ordinanza’ a costruire un muro sonoro dall’afflato spesso rumoristico attorno al cantato di Celona, costantemente all’insegna di una rabbia mai trattenuta scaturita più che dall’ira dal rimpianto, dalle recriminazioni, dal ‘male di vivere’, che caratterizza tanti dei cantautori dell’ultima generazione.

Brani la cui indole dolente (tra le righe si avverte quasi la sensazione di una nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato) non poteva che essere accresciuta dal clima della serata, dominato da par suo dalla ‘nostalgia preventiva’ provocata dall’imminente chiusura del locale.

Brani che dunque finiscono per essere spogliati della loro semplice natura di esecuzioni dal vivo per diventare altro: la testimonianza, la ‘cristalizzazione’ su disco dell’atmosfera che in quel momento si respirava nel locale, sensazioni che non potevano non essere percepite dai musicisti e che almeno in parte finiscono per essere trasmesse anche all’ascoltatore.

MARCO BUGATTI, “ROMANTICO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Terminata l’esperienza coi Grenouille – due full length e un Ep tra il 2008 e il 2012 – Marco Bugatti decide di intraprendere la carriera solista, di cui “Romantico” rappresenta la prima tappa discografica.

La ragion d’essere dei sette pezzi presenti (scelta apprezzabile, quella della brevità: concentrare le idee, focalizzandole) è quella abbastanza consueta di queste occasioni: gli inevitabili riflessi delle esperienze passate si sovrappongono alla necessità di provare qualcosa di diverso, ampliando magari l’orizzonte.

Parentesi di rock tagliente e abrasivo si affiancano così a episodi all’insegna di un più intimo raccoglimento acustico dai riflessi cantautorali, momenti ispirati da climi southern rock.

Fughe dalla realtà sognando un’esistenza diversa; instabilità lavorativa; i rapporti sentimentali con le loro complicazioni; gli ideali – sfumati – di un passato ormai non più prossimo, l’epopea delle migrazioni sud-nord degli anni ’50: temi che si susseguono all’insegna di una mescolanza di sguardi verso il sé e verso l’esterno.

Accompagnato da Fabio Giussani alla batteria, con un paio di ospiti a dare una mano qua e là, Marco Bugatti canta, imbracciando chitarra e basso, in un lavoro che mostra un artista forse ancora alla ricerca di un’identità solista più delineata; forse ancora un po’ diviso tra un passato caratterizzato da un’irruenza sonora e un possibile futuro più volto ad una maggiore compostezza cantautorale; tanto più che alla fine i brani più efficaci appaiono essere proprio quelli in cui si butta a briglia sciolta senza tanti pensieri, dando libero sfogo all’elettricità urticante delle chitarre.