Posts Tagged ‘New Model Label’

ROSGOS, “CANZONI NELLA NOTTE” (NEW MODEL LABEL / MELA VERDE RECORDS)

Ancora una volta, la notte come ‘dimensione’ della riflessione; ancora, una volta, l’amore come ‘centro di gravità’ attorno al quale si affastellano pensieri, riflessioni, rimpianti, recriminazioni… e anche qualche momento di felicità…

Tutto questo – e poco altro, in realtà – in RosGos, progetto solista di Maurizio Vaiano, già voce dei Jenny’s Joke.

Dieci brani che sotto più punti di vista appaiono ineccepibili, a cominciare suoni, dove il mood notturno che percorre tutto il lavoro è affidato in gran parte al pianoforte, attorniato da una sezione ritmica essenziale, quando non scarna, e talvolta da chitarre, mai troppo invasive.

La scrittura è spesso frammentata, talvolta un filo ellittica, all’insegna di un susseguirsi di considerazioni e pensieri che forse guardano più al flusso di coscienza, che a discorsi organici; del resto quando ci sono di mezzo i sentimenti, la logica non è così frequente…

“Canzoni nella notte” è dunque un lavoro che si lascia ascoltare; ma, al di là delle intenzioni dell’autore, che l’ha usato come sorta di seduta di autoanalisi per chiudere certi conti in sospeso, appare mancare di qualcosa.

Come se al di là della gradevole ‘confezione’, tra cantautorato e un filo di ‘indie’, non riuscisse fino in fondo a lasciare il segno, come se mancasse, nei suoni e nelle parole, un maggiore lasciarsi andare, sotto forma di qualche abrasione e un filo di rabbia in più.

 

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ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI” (NEW MODEL LABEL)

“Vincanti”, ovvero: i ‘canti del vino’: il sesto disco di quella che più che una band è una vera e propria ‘banda’ – i componenti sono una dozzina, senza contare gli ospiti – è dedicata alla bevanda ‘regina’ della storia degli uomini (almeno, quelli affacciati sul Mediterraneo), oggetto di molteplici celebrazioni, da Archiloco a Piero Ciampi.

Una celebrazione in 14 brani, ripercorrendo idealmente l’eterno ciclo del vino, dai filari ai bar o alle enoteche, offrendo naturalmente il pretesto per parlare d’altro: la convivialità, la capacità del vino di far cadere certe ‘maschere’, la vite come esempio di resistenza…

Il vino, insomma, come metafora di un modo di vita più ‘genuina’ e ‘vera’, meno condizionata.

Me, Pék e Barba lo fanno ovviamente in modo allegro, scanzonato e non poteva essere altrimenti, come in quelle feste di Paese che celebrano la vendemmia, ma non senza un retrogusto malinconico, come il calore del sole di ottobre, mitigato dai primi freddi (o almeno, così era prima del riscaldamento globale che rende ottobre più simile a luglio).

Si ricorre talvolta al dialetto (da nord a sud), a ricordare come il vino sia un prodotto soprattutto locale, ma che finisce per essere reso globale dalla somiglianza delle tradizioni che lo circondano…

Un disco impregnato di folk e canzone popolare, tra fisarmonica, banjo, ghironda, bouzouki e l’aggiunta di armonica, archi, mandolino; memore della lezione di Modena City Ramblers e Gang (Mario Severini ha scritto l’introduzione al booklet); folto il numero degli ospiti, a cominciare da Omar Pedrini e Puccia degli Apres La Classe.

Più che un disco, una festa.

P.S. La ‘Legge del Contrappasso’: quasi del tutto astemio, ma con un padre che il vino lo fa pure ‘per diletto’, che mi ritrovo a recensire un disco sul vino…

DANIELE CASTELLANI, “ARRIVEDERCI EMILIA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo alcune esperienze in un paio di band, Daniele Castellani emiliano di Scandiano (RE) si cimenta col suo primo disco solista.

Sette pezzi (tra cui uno strumentale) scelti tra la produzione non troppo ampia di un autore che “scrive solo quando ha qualcosa da dire”, in cui prevale l’elemento biografico, tra ricordi d’infanzia, riflessioni su momenti di crescita, il progressivo mutamento del paesaggio (fisico, ma forse anche umano), le immancabili traversie sentimentali…

Lo sguardo appare disincantato, velato di un’ironia che sfiora il cinismo, sotto traccia forse un filo di rabbia, l’ombra di certi rimpianti e recriminazioni, con modi che a tratti possono ricordare Ivan Graziani.

Interessante l’aspetto sonoro della faccenda, all’insegna di un rock che cercando di evitare certe scelte ‘scontate’ (dopo tutto, siamo sempre in Emilia), finisce per rifugiarsi negli anni ’70 e nei primi ’80, tra vaghi richiami prog, allusioni psichedeliche, accenni reggae.

GLI ARCHIMEDI, “FORVOJAĜI” (NEW MODEL LABEL)

Violino (Andrea Bertino), violoncello (Luca Panicciari) e contrabbasso (Giorgio Boffa), tra gioco, sperimentazione, omaggio alla tradizione e ai classici.

Il trio si inserisce così in un certo filone che negli ultimi anni ha cercato di ‘rinverdire’ certe sonorità classiche, mostrandone la versatilità (l’esempio più famoso è quello dei  2Cellos, assurti quasi al ruolo di rockstar).

La costruzione di un proprio ‘canone’ è in buona parte una necessità derivante dalla scarsità di composizioni dedicate a un trio di questo tipo.

Gli orizzonti si aprono, si comincia un viaggio (il titolo del disco significa proprio questo, in esperanto) che ci porta dall’antichità (un epitaffio del I° secolo) a Chuck Berry, da Monteverdi ad ‘Autumn Leaves’, da ‘La vie en rose’ a Mozart, esplorando le possibilità, anche quelle meno ‘ortodosse’, offerte dagli strumenti.

14 pezzi, oltre un’ora la durata per un lavoro che non si risparmia, a tratti forse un po’ ‘lento’, in qualche frangente un filo troppo orientato a un’impostazione jazz che finisce forse per dilungarsi oltre il dovuto; molto più interessante quando affronta materiale poco, pescando nella tradizione popolare o scegliendo pezzi meno noti, di quando, percorrendo strade decisamente più battute, rischia di cadere nell’esercizio di stile in po’ fine a sé stesso.

Un esperimento comunque affascinante, che può coinvolgere.

ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

DAVIDE PERON, “INATTESI” (NEW MODEL LABEL / UDU MUSIC)

Gli ‘inattesi’ del titolo possono essere i figli, con tutto il bagaglio emozionale che questi comportano; nelle parole che chiosano il booklet, la necessità di tornare a vedere i nuovi nati come ‘esseri umani’ e non di volta in volta come consumatori, contribuenti o ‘numeri’ buoni per le statistiche.

Il quinto disco del vicentino Davide Peron non è però un disco dedicato ai figli e alla genitorialità: l’inattesa è un concetto che si amplia, abbracciando l’incontro con l’altro (in controluce, il tema delle migrazioni); l’arrivo il ritorno di emozioni nuove o sopite, tra l’amore (l’emozione più inattesa di tutte) e i momenti ‘rivelatori’ che arrivano dal minimo quotidiano: un filo d’erba, un fiore.

Un disco cantautorale, che attraversa scenari di eleganza semiacustica, con ‘derive’ rock, appena accennate. Sette pezzi, meno di mezz’ora la durata complessiva, il contributo recitato di Eleonora Fontana, attrice e compagna del cantautore, che per vocalità può ricordare vagamente Fossati.

Un disco che scorre via un po’ troppo velocemente e che a tratti da’ l’idea di una compostezza formale un po’ eccessiva nei suoni, come se i testi, a tratti anche intensi, avessero meritato una veste sonora più decisa e caratterizzante.

ELLEN RIVER, “LOST SOULS” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Lei si chiama Elena Ortalli, ma ha scelto l’alias di Ellen River, quasi a voler identificarsi con quel ‘fiume’ che è uno dei classici ‘luoghi dell’anima’ della musica popolare americana, dal folk al blues fino ad arrivare al rock.

Tradizione in cui Ellen si è totalmente immersa, avviando un viaggio (o forse una navigazione) che la porta ora al secondo lavoro sulla lunga distanza.

“Lost Souls”, anime perdute: un altro topos dell’epica d’oltreoceano, che evoca locali fumosi o sperdute tavole calde lungo le ‘highways’; esistenze ai margini, solitudini urbane, i rapporti con gli altri, perdite; ma anche la natura come presenza salvatrice.

Elena / Ellen dà vita a otto pezzi intensissimi, radicati nella nobile tradizione del cantautorato d’oltreoceano, in fondo inutile citare i riferimenti, intuibili e scoperti.

La accompagna in questo viaggio una band di prim’ordine: Antonio ‘Rigo’ Righetti, Mel Previte e Roby Pellati calcano la scena rock italiana da un quarto di secolo abbondante, tra i Rocking Chairs e la lunga collaborazione con Ligabue e mettono arte ed esperienza a sostegno della più giovane, ‘Ellen’, idee chiare, sentimenti e spesso grinta per personalità e stile già ben delineati.