Posts Tagged ‘New Model Label’

ELLEN RIVER, “LOST SOULS” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Lei si chiama Elena Ortalli, ma ha scelto l’alias di Ellen River, quasi a voler identificarsi con quel ‘fiume’ che è uno dei classici ‘luoghi dell’anima’ della musica popolare americana, dal folk al blues fino ad arrivare al rock.

Tradizione in cui Ellen si è totalmente immersa, avviando un viaggio (o forse una navigazione) che la porta ora al secondo lavoro sulla lunga distanza.

“Lost Souls”, anime perdute: un altro topos dell’epica d’oltreoceano, che evoca locali fumosi o sperdute tavole calde lungo le ‘highways’; esistenze ai margini, solitudini urbane, i rapporti con gli altri, perdite; ma anche la natura come presenza salvatrice.

Elena / Ellen dà vita a otto pezzi intensissimi, radicati nella nobile tradizione del cantautorato d’oltreoceano, in fondo inutile citare i riferimenti, intuibili e scoperti.

La accompagna in questo viaggio una band di prim’ordine: Antonio ‘Rigo’ Righetti, Mel Previte e Roby Pellati calcano la scena rock italiana da un quarto di secolo abbondante, tra i Rocking Chairs e la lunga collaborazione con Ligabue e mettono arte ed esperienza a sostegno della più giovane, ‘Ellen’, idee chiare, sentimenti e spesso grinta per personalità e stile già ben delineati.

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ALBERTO NEMO, “6 X 0” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Come suggerisce il titolo, sei brani compongono il secondo lavoro del cantante / compositore veneto Alberto Nemo.

Siamo in territori al confine tra musica elettronica, colonne sonore, classica contemporanea: composizioni ‘palindrome’, composte in un verso e registrate all’incontrario, sull’esempio di quanto a suo tempo ideato da Jocelyn Pook per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”.

Un lavoro dal sapore sperimentale, con suggestioni ‘avanguardistiche’, accompagnato dal cantato ‘lirico’ e dolente di Nemo, che si staglia su tappeti ‘ambientali’ che possono evocare fabbriche abbandonate, cattedrali gotiche da archeologia post-industriale.

Un ‘esercizio di ascolto’ che offre un’esperienza diversa dal ‘consueto’; la brevità del lavoro (una ventina di minuti) e delle singole composizioni evitano l’effetto ‘prova di resistenza’ offrendo un’esperienza che, se avvicinata con curiosità, può affascinare.

RAI, “AVEVA RAGIONE COBAIN” (NEW MODEL LABEL)

Il riferimento è scoperto, con un artwork che evoca il monoscopio e il Televideo, ma il gioco sostanzialmente finisce qui.

Rai nasce a Lodi e vive una giovinezza musicale tra grunge e shoegaze, per poi approdare e stabilirsi presso lidi elettronici.

“Aveva ragione Cobain” è il primo risultato di questo cambio di rotta: un EP di sei brani, in cui Rai cerca di trovare la propria via tra un’elettronica che tenendo conto dei ‘maestri’, sembra affondare le proprie radici negli anni ’80 e nei primi ’90, giocata in gran parte su sintetizzatori che costruiscono un mood per lo più riflessivo, malinconico, pur concedendosi qualche parentesi più tirata.

Elettropop, senza che il termine diventi un marchio di fabbrica: c’è la volontà di mantenere il contatto con l’ascoltatore, complice il cantato in Italiano e una scrittura – ancora un filo acerba – che parla di travagli sentimentali, del rapporto con sé e con gli altri, dei classici ‘tormenti’ tipici della gioventù odierna, prolungata a tempo indeterminato, in controluce sprazzi di vita di provincia.

Senza però prendere strade troppo ‘facili’, ‘troppo pop’, affidandosi a dissonanze che lasciano un che di ‘obliquo’.

Resta la curiosità per ciò che verrà in seguito.

GENOMA, “MOSTRI, PARANOIE E ALTRI ACCADIMENTI” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i romagnoli Genoma: sei pezzi per un disco a metà strada tra un EP e un full length, che sancisce l’importante passaggio dall’inglese all’italiano.

Quasi una seduta di autoanalisi, a partire dal rapporto con la memoria del proprio vissuto e quello con la propria ‘anima’, che talvolta è necessario lasciare andare, forse liberandola da troppe costrizioni quotidiane, fino al confronto con le proprie fragilità, le paranoie e i ‘mostri’ del titolo che forse vanno accettati come parte di noi e con questo placati senza cercare di eliminarli a tutti i costi.

Temi tradotti in una formula sonora suggestiva, in cui la voce di Angela Piva, che può rimandare a certo cantautorato ‘intimista’ (vedi ad esempio Suzanne Vega), si accompagna ad un ensemble strumentale non scontato, privo di chitarre, in cui a prendere la scena è spesso il basso fretless di Nicola Farolfi, cui si mescolano il violoncello di Elisa Cagnani, tastiere assortite e tappeti sintetici (Enrico Coari), batteria (Stefano Lelli) e percussioni (Bobo Raggi).

Domina un’atmosfera eterea, sfumata, che a tratti sembra quasi dilavare in liquidità ambient con qualche suggestione psichedelica, nelle quali ci si lascia volentieri galleggiare.

Chiude il disco una cover di ‘Heroes’ di David Bowie, ‘azzardo’ tutto sommato riuscito.

TEO HO, “I GATTI DI LENIN” (NEW MODEL LABEL)

Matteo Bosco: poeta e cantante di strada, tra il Friuli e Milano; una carriera tutta vissuta nella dimensione ‘live’, che ora giunge al primo capitolo discografico.

Immediato nella forma sonora: dieci pezzi per voce, chitarra, spesso armonica e poco altro, all’insegna di una produzione essenziale, quasi del tutto priva di aggiunte.

Criptico nella scrittura, come ci si può almeno in parte aspettare da chi le parole le ‘maneggia’ da una vita: testi in cui prevalgono le metafore, le allegorie, il flusso di coscienza, un susseguirsi di immagini apparentemente sconnesse.

Emerge tra le righe l’esperienza di chi si definisce soprattutto come un osservatore: personaggi ai margini, la paura dell’altro, del ‘diverso’ il rischio delle ‘guerre tra poveri’; sparuti i riferimenti diretti alla realtà, tra il G8 di Genova e Bobby Sands.

De Gregori è un riferimento manifesto e dichiarato; per estensione si guarda a Dylan e lo sguardo agli ‘ultimi’ non può non ricondurre a De André. Canzone popolare, folk, un pizzico di blues.

“I gatti di Lenin” è il classico disco ‘prendere o lasciare’ di un autore che non si preoccupa di risultare comprensibile a tutti i costi, né di risultare gradevole nell’esecuzione:il cantato è spesso gridato, a tratti quasi sguaiato, l’atteggiamento vagamente irridente, conservando l’attitudine ‘stradaiola’.

Non un disco ‘facile’: questo essere ‘senza filtri’ potrebbe essere interpretato come pura ‘emergenza espressiva’ e, all’opposto, come ‘arroganza’: ‘prendere o lasciare’, appunto; resta comunque una certa curiosità per i possibili sviluppi, comunque non scontati, vista l’indole dell’autore, più incline all’esecuzione pubblica che non alle sale di registrazione

RIGO, “CASH MACHINE” (NEW MODEL LABEL)

Antonio ‘Rigo’ Righetti calca i palchi italiani da ormai un quarto di secolo: dai Rocking Chairs ai Gang fino ai megaconcerti di Ligabue a Campovolo: ‘una vita da mediano’, citando il rocker di Reggio Emilia: di quelli che hanno messo il proprio mestiere al servizio della ‘squadra’ restando lontano dalla luce dei riflettori.

Ogni tanto però anche chi non ha raggiunto i vertici della fama  ha l’occasione di ‘dire la sua’: ‘Rigo’ lo fa in queste undici tracce, in cui imbraccia l’acustica – e occasionalmente il basso, sua più recente ‘passionaccia’, (cui sono dedicati due strumentali) – dando vita ad un lavoro saldamente nella tradizione rock / blues d’oltreoceano: da Dylan a Waits, da Cash a Springsteen.

Un lavoro profondamente intimo, in cui Righetti parla di sé, del suo amore per la musica fuori da ogni logica commerciale, con omaggi a figure importanti, a cominciare da quella del padre, senza dimenticare l’amore.

Accompagnato da Mel Previte e Roby Pellati, sodali di una vita, con la partecipazione di ‘Don’ Antonio Gramentieri, altra figura di spicco della chitarra italiana, ‘Rigo’ Righetti inanella rock, blues, country, parentesi a tratti ‘esotiche’ con un mandolino che ricorda un ukulele, per un disco in cui, un lembo dei grandi spazi americani si trasfigura in parte nelle nostre grandi pianure: in maniera certo non nuova, ma con grande efficacia.

PORCO ROSSO, “LIVING DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Il protagonista dell’omonimo film d’animazione non c’entra , o forse sì, ma a solo livello di omonimia; molto di più, prevedibilmente, George Romero e i suoi morti viventi.

Michele Ricoveri scrive, ‘canta’ – più corretto forse ‘declama’ – e tesse i fili elettronici; Giovanni Soldi si occupa della parte più ‘suonata’ della faccenda, tra organo, synth e quant’altro: insieme, sono, appunto i Porco Rosso, qui (suppongo) all’esordio.

Otto tracce, racchiuse tra un ‘intro’ e un ‘outro’ che presentano e chiudono la vicenda, come succede spesso nei film horror; in mezzo, sonorità d’incubo, spesso e volentieri orientate all’ossessione, ma che non rinunciano a qualche parentesi che si apre volentieri al pop, tenendo presente la lezione dei ‘maestri’ (Kraftewerk).

Dominano, come accennato, elettronica, synth, tastiere e quant’altro, ancora una volta con echi del cinema di genere; a fare da sfondo a testi che dipingono la decadenza (putrefazione, forse in questo caso è il termine più adatto) dell’uomo e del corpo sociale e la loro resurrezione sotto forma di cadaveri ambulanti… intuibile, ancora una volta, il parallelo con la ‘filosofia’ di Romero, l’avvento dei ‘morti viventi’ come metafora del consumismo imperante, valida ancora oggi, a quasi mezzo secolo dal primo episodio della saga.

La distruzione dell’ambiente e delle altre specie animali, fino al consumo di ogni risorsa; la ricerca di ‘un senso’ nella fiera dell’effimero, il cammino verso la ‘disumanizzazione’ lastricato di apparecchi elettronici e ingegneria genetica… fino alla profezia di una bella guerra atomica che rifaccia partire tutto da zero…

Porco Rosso dà vita a un viaggio nel ‘cuore nero’ della società, apprezzabile nel martellare incessante che sfida la resistenza dell’ascoltatore, in parte ‘disturbante’ come appunto i propri espliciti riferimenti il legame con i quali finisce forse per essere fin troppo stretto, a livello sonoro e di ‘contenuti’: pur intuendo discrete potenzialità, si avverte alla fine la mancanza di un ‘guizzo’ di personalità in più.