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GLI ETRUSCHI E IL MEDITERRANEO

LA CITTA’ DI CERVETERI

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 20 LUGLIO

Il titolo dice più o meno tutto: nonostante da tempo quello sugli ‘Etruschi, popolo misterioso’ sia divenuto un luogo comune e nonostante le tante scoperte compiute negli ultimi 30 – 40 anni, il loro essere – temporalmente e geograficamente – ‘incassati’ tra la Grecia  e Roma li rende ancora oggi una civiltà sfuggente; eppure gli Etruschi non sono durati poco, anzi: una bella manciata di secoli a dire il vero, nel corso dei quali hanno assunto un ruolo centrale, appunto nei commerci sul Mediterraneo.

La mostra in questione intende proprio dare risalto a questo ruolo, in particolare concentrandosi con gli stretti rapporti che si instaurarono tra civiltà etrusca e greca, concentrandosi in particolare su Cerveteri, della quale viene raccontato lo sviluppo, dai primi insediamenti fino all’occupazione  e incorporazione da parte di Roma.

La mostra si snoda attraverso un campionario di reperti abbastanza canonico: terrecotte, anfore, monili e soprattutto, i reperti ritrovati nei sepolcri della celebre necropoli, con il Sarcofago degli Sposi a fare da pezzo forte dell’intera esposizione.

Per coloro cui piace il ‘genere’, l’esposizione offre senz’altro spunti d’interesse, anche se personalmente vi ho trovato alcuni limiti: il primo è che si tratta, se vogliamo di un’esposizione da livello un filo ‘avanzato’: chi si aspetta un classico ‘giro d’orizzonte’ sulla civiltà etrusca, per intenderci in stile Alberto Angela, con usi, costumi, abitudini alimentari, e via discorrendo, resterà deluso; la mostra in questione più che osservare il quotidiano degli etruschi è più concentrata sul loro ruolo storico – economico nel bacino del Mediterraneo.

Il secondo limite è, se vogliamo, ‘di location’: ha senso organizzare una mostra dedicata agli etruschi in una città dove c’è uno dei musei più importanti a loro dedicati, quello di Villa Giulia? Soprattutto: ha senso organizzare una mostra su Cerveteri a Roma, dalla quale la località può essere facilmente raggiunta in macchina o in treno? Vista così, la mostra assume i contorni di una sorta di ‘invito’ ad approfondire, recandosi sul posto… quasi una sorta di evento promozionale, in fondo.

MUSEE D’ORSAY – CAPOLAVORI

Roma, Complesso del Vittoriano, fino all’8 giugno

Eccezionale. L’aggettivo, abbastanza abusato, appare per una volta più che adeguato. L’esposizione dedicata alla collezione del museo parigino, noto soprattutto per la collezione impressionista, è di quelle imperdibili, per gli artisti esposti, ma anche soprattutto per le opere scelte, alcune delle quali vere e proprie perle poco conosciute.

La mostra viene aperta da una sezione introduttiva che mostra l’evoluzione del museo, da stazione in stato di abbandono trasformata in area espositiva anche grazie al contributo dell’architetto Gae Aulenti, fino alle ultime modifiche, per restare al passo coi tempi.

Il percorso vero e proprio si snoda all’insegna di un’evoluzione storica abbastanza consueta e con essa lo sviluppo ‘ideale’ del movimento impressionista, sfociando poi nelle sue più immediate derivazioni (puntinismo e simbolismo, coi primi accenni di espressionismo e pittura astratta); l’apertura è dedicata al ‘ciò che c’era prima’, con alcuni esempi di pittura ‘accademica’ trai quali svetta la Diane di Delaunay… poi ecco irrompere l’impressionismo, con l’uso della luce e il ricorso a soggetti tratti dal quotidiano: i paesaggi campagnoli di Pissarro e i boschi innevati di Sisley, le barche a vela di Monet ma anche quelle di Van Rysselberghe, che sembrano quasi sfumare nelle pennellate puntinate del mare.

Successivamente, ecco le opere a tema cittadino, per il ritratto o per la ripresa di scene di vita reale: colpiscono, su tutti, le ballerine di Degas, le “Bretoni con l’ombrello” di Bernard e “Il circo” di Seurat con la sua riduzione all’essenziale. La ritrattistica è il terreno in cui l’impressionismo lascia spazio alle complicazioni ‘espressioniste’, in cui il ritratto ‘esteriore’ il mezzo per cominciare a riflettere sull’interiorità: ed ecco allora la figura “A letto” di Vuillard, che sembra quasi sfumare e perdere d’identità tra le lenzuola, ma soprattutto la donna ritratta di spalle in “Hvile” di Vilhelm Hammershoi.

L’ultima sala è quella che riserva le sorprese più belle: non solo per ospitare un Van Gogh, un Gauguin e il bellissimo tramonto di Vetheuil di Monet; ma soprattutto per il potente simbolismo dei “Jeux d’eau” di Bonnard, l’argine di “Les Andelys di Signac” e, ultima opera esposta, le “Iles d’or” di Henri – Edmond Cross, in cui lo studio impressionista sulla luce finisce per affacciarsi sul grande mare della pittura astratta. La ‘ciliegina sulla torta’ di una mostra imperdibile.

Elie Delaunay, “Diane”

 

Edouard Vuillard, “A letto”

 

Vilhelm Hammershoi, “Hvile”

 

Pierre Bonnard, “Jeux d’eau”

 

Claude Monet, “Tramonto a Vétheuil”

 

Pual Signac, “Les Andelys”

 

Theo Van Rysselberghe, “Vele ed estuario”

 

Henri – Edmond Cross, “Les iles d’or”

MARCEL DUCHAMP – RE-MADE IN ITALY

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, fino al 9 febbraio

Giosetta Fioroni, “L’argento” – “Faience, 1993-2013”  Roma, GNAM, fino al 26 gennaio.

Marcel Duchamp è il classico artista che o lo si ama o lo si odia: con la sua famosa ‘fontana’ (leggi: un pitale rovesciato) è stato tra coloro che nel ‘900 hanno mutato radicalmente il concetto di ‘arte’, fino al punto di non ritorno. Un rivoluzionario liberatore dell’espressione artistica dalle ultime catene dell’Accademia per i suoi fa, un barbaro che ha devastato il mondo dell’arte, dando il via alla ‘degenerazione’ di cui oggi si assiste agli effetti più deleteri per i suoi detrattori.

La mostra in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna vuole essere una riflessione, nemmeno totalmente esaustiva, sui rapporti di Duchamp con l’arte italiana, usando come materiale l’ampio fondo donato alla Galleria dal collezionista Arturo Schwartz; fulcro dell’esposizione sono una serie di opere appartenenti alla classica e più conosciuta produzione dell’autore, della serie degli ‘oggetti di uso comune che estrapolati dal loro contesto originario, divengono opere d’arte’, a partire, appunto da uno dei tanti e immancabili orinatoi, per passare a portabottiglie, attaccapanni e badili vari.

Il resto della mostra si articola in altre opere dell’autore, soprattutto depliant e manifesti, con qualche ‘chicca’  (ad esempio un quadro dedicato ai giocatori di scacchi – è poco conosciuto il fatto che Duchamp fosse un eccellente scacchista – appartenente alle prime opere dell’autore) e ad un’ampia sezione dedicata agli autori italiani, più o meno coevi, che hanno subito l’influenza dell’artista, talvolta allacciando con lui rapporti diretti:  si possono citare  Enrico Baj, Gianfranco Baruchello, Sergio Dangelo,  Luca Maria Patella;  in mostra anche un’opera di Man Ray, artista che ha con Duchamp collaborò spesso; ultima notazione per la possibilità di assistere alla proiezione di Verifica Incerta, film montato dello stesso Barruchello insieme ad Alberto Grifi, omaggio cinematografico alla poetica di artisti come Duchamp, Ray e Max Ernst: per chi non lo sapesse è un film che assembla, con esiti spesso comici, vari spezzoni del cinema hollywoodiano: il vero antesignano di Blob di Ghezzi e Giusti che infatti hanno sempre riconosciuto il loro debito nei confronti di quel film.

Assieme alla mostra dedicata all’artista francese, è possibile visitarne una seconda, stavolta incentrata sull’italiana Giosetta Fioroni: l’artista romana espone qui tre gruppi di opere: il primo, composto di due serie, appartiene alla sua più recente produzione in ceramica: da una parte una serie di ‘teatrini’, sul tipo di quelli delle marionette per i ragazzini, con scene ispirate a luoghi, esperienze, opere letterarie; dall’altra una serie di ‘manichini’, vestiti con varie fogge, ispirate a personaggi femminili reali o di fantasia. La seconda sezione è dedicata a una serie di quadri, paesaggi stilizzati da pochi tratti di pittura argentata; la terza è invece dedicata a quadri più canonici, ispirati dalla tv o dalla pubblicità: queste ultime due sezioni raccolgono opere un po’ più datate.

Nel complesso, le due mostre (attenzione, quella su Fioroni chiude alla fine della prossima settimana) meritano sicuramente una visita: per conto mio la più interessante è stata quella dedicata a Giosetta Fioroni, artista della quale, ammetto, ignoravo la stessa esistenza; quanto a Duchamp, finiscono per incuriosire più le opere degli italiani che le sue, specie se queste sono già state viste in altre occasioni; in tutti i casi forse una ‘personale’ dedicata a Duchamp è consigliabile solo ai veri appassionati… tutti gli altri si ritroveranno col classico ed irrisolto dubbio del ‘ma è arte?’.

STERLING RUBY – CHRON II

Roma, Fondazione Memmo – Palazzo Ruspoli

Fino al 15 settembre

Ingresso Gratuito
Classe 1972, nato in Germania, figlio di un militare americano di stanza in terra tedesca, Sterling Ruby è però cresciuto in California; la sua esperienza artistica si è snodata attraverso varie forme espressive, dalla scultura alle installazioni video, passando per i collage, cui è dedicata l’esposizione in corso a Palazzo Ruspoli.

La prima avvertenza è che per scelta dell’artista stesso, le opere esposte portano all’estremo il concetto del coinvolgimento dello spettatore nella creazione del loro ‘senso’: completamente assenti titoli e didascalie, manca anche qualsiasi ‘complemento editoriale’ (catalogo, depliant, o altro). ‘Così è se vi pare’, insomma: se da un lato il concetto può essere intrigante, dall’altro però la mancanza di una seppure minima ‘traccia’ in base alla quale seguire il percorso espositivo rischia di lasciare un pò solo con se stesso il visitatore, specie il meno avvezzo a queste forse espressive.

I collage esposti vanno da pezzi di carta disegnati con forme geometriche o pittura sgocciolata, a supefici monocrome con applicazioni fotografiche, a composizioni assemblate utilizzando foto di galassie e nebulose, o all’estremo opposto, di graffiti murali, fino ai collage più classicamente intesi come insieme di foto, articoli di giornale, etc…

La critica alla società moderna è il tema dominante: Ruby se la prende in particolare con lo strapotere delle case farmaceutiche (ricorrente l’utilizzo delle confezioni di medicinali aperte e applicate sulle superfici) e con la violenza delle carceri, ma trai soggetti preferiti dell’artista vi sono anche i transessuali (e in particolare le loro mani dalle lunghissime unghie, che fanno spesso capolino ai bordi delle composizioni) e l’immaginario horror / sci – fi.

“Chron II” appare comunque una mostra indirizzata soprattutto a coloro che ‘masticano’ molto di arte contemporanea, di avanguardia e nuove tendenze; tuttavia il fatto che l’ingresso sia gratuito può rendere l’esposizione un’occasione di ‘svago’ per tutti, inclusi coloro che l’attraverseranno di sfuggita, restandone più perplessi che persuasi o che magari ne potranno essere affascinati, scoprendo un ‘mondo artistico’ prima del tutto sconosciuto.

CUBISTI CUBISMO

Roma, Complesso del Vittoriano, fino al 23 giugno

Non una mostra qualunque sui cubisti, quella attualmente in corso al Complesso del Vittoriano, non semplice rassegna di quadri, ma esposizione che punta su un approccio, se vogliamo, multidisciplinare, mostrando come anche altri mondi siano stati influenzati dal movimento.

Un filo conduttore evidentemente fin dal primo segmento in cui in una sorta di ‘prologo’, lo sperimentalismo grafico di Apollinaire viene accostato a quello musicale di Stravinskij o Satie, mostrando come il cubismo abbia trovato delle espressioni parallele anche in musica e in letteratura.

Il secondo ‘step’ della mostra è costituito dalle due grandi aree dedicate alla pittura: non poteva mancare Picasso,  c’è tanto Léger, discreto spazio a Braque e Juan Gris ;  l’intento generale appare comunque quello di mostrare come il cubismo sia diventato ben presto un movimento internazionale e ‘globale’: ecco allora esposti quadri degli americani Weber ed Hartley, gli italiani Severini e Soffici, la russa Goncharova.La sezione forse più interessante e originale è però quella che si trova al secondo piano del percorso, dove vengono mostrate le strade forse meno conosciute al grande pubblico intrapresi dal cubismo,  a partire dall’architettura, passando per l’arredamento (esposti anche alcuni oggetti di mobilio), per arrivare al cinema: i visitatori possono assistere alla proiezioni di film come Ballet Mecanique dello stesso Fernand Léger o Entr-Acte di Rene Clair; ultimo segmento è dedicato agli allestimenti teatrali – in mostra alcuni costumi di scena realizzati da Picasso e ancora una volta di Lèger, per concludere con i modelli della stilista Sonia Delauney.

Cubisti Cubismo è un’esposizione capace di offrire momenti inaspettati e forse anche sorprendenti, permettendo di scoprire – o ri-scoprire -quello che è stato forse l’ultimo momento di vera e grande ‘rottura’ nella storia dell’arte, che ha continuato a fare sentire i propri effetti nel corso dei decenni e per certi versi ancora continua ad influenzare anche le correnti artistiche contemporanee.

 

 

SULLA VIA DELLA SETA.

ANTICHI SENTIERI DA ORIENTE A OCCIDENTE

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 10 MARZO 2013
Da Chang’An (l’odierna Xi’An) a Baghdad, passando per l’oasi di Tarfun e Samarcanda: è la rotta seguita da “Sulla Via della Seta”, in corso presso il Palazzo delle Esposizioni: un itinerario storico e geografico, organizzato dal National Museum of Natural History (l’allestimento italiano curato da Luca Molà, Maria Ludovica Rosati e Alexandra Wetzel). Un viaggio storico – geografico, il cui fine è mostrarci come la ‘globalizzazione’ che viviamo nei tempi attuali tra le sue radici nei secoli; ma soprattutto un itinerario visivo, sonoro, addirittura olfattivo.
Le singole tappe costituiscono il punto di partenza per altrettante ‘esperienze’ che guidano il visitatore in una sorta di sintetico ripercorso dei viaggi dei mercanti tra l’alto e il basso MedioEvo, fino alle soglie del Rinascimento. La colossale mappa della prima sala, dà di per se l’idea delle immani distanze coperte da quei viaggiatori, a piedi o spesso a dorso di cammello, ma il meglio arriva nelle successive: così, in quella dedicata alla Cina della dinastia Tang è possibile ascoltare i suoni degli strumenti dell’epoca; in quella successiva, in cui ci si sofferma nella località – oasi di Tarfun, il visitatore potrà letteralmente annusare le essenze esotiche che ancora oggi costituiscono la base di prodotti di profumeria; arrivando a Samarcanda, si potrà riflettere sull’evoluzione dell’uso della carta, oltre che ascoltare alcune antiche fiabe, come se ci si trovasse nel corso di una sosta del lungo viaggio in un caravanserraglio.
Nella sala dedicata a Baghdad e al progresso scientifico degli Abbasidi è addirittura possibile sperimentare un astrolabio.
Le ultime due sezioni, fanno da raccordo e conclusione: la prima all’evoluzione dei trasporti marittimi; la seconda, allestita esclusivamente per l’edizione italiana della mostra, illustra l’impatto dei prodotti provenienti dal lontano oriente, in particolare la seta e i tessuti, sulla ‘moda’ del tempo, fino all’influsso sui paramenti delle immagini sacre.
E’una mostra nel quale quello di ‘perdersi’ è allo stesso tempo il miglior pregio e il peggior difetto: nel primo caso, farsi coinvolgere dalla fascinazione di odori, suoni, ma sopratutto colori (probabilmente il vero e proprio filo conduttore dell’esposizione) è il miglior modo di viverla; sul fronte opposto, consueta caratteristica delle mostre presso il Palazzo delle Esposizioni, la mole di informazioni offerte al visitatore è ottima e abbondante… anche troppo: si rischia alla fine il disorientato, il sovraccarico d’informazione, l’arrivare alla fine essendosi scordati l’inizio.
E’ comunque un’occasione quasi imperdibile per avere un contatto più diretto con quei ‘mondi’ più volte presentati dagli Angela delle loro trasmissioni, un ottimo modo per ‘aprire la mente’ sulla storia e sulla geografia, immedesimandosi per un buon paio d’ore (anche più, per quelli che vogliono ‘leggere tutto’) in quei viaggiatori che tanti secoli fa impiegavano anni a percorrere distanze che oggi possono essere coperte in solo qualche ora.

RADIOROCK.TO

AVANGUARDIE RUSSE

Roma, Ara Pacis. Fino al 2 Settembre.

Strano: stati a vedere che anche le mostre d’arte contemporanea mi stanno venendo a noia… oppure, semplicemente, la mia mania di ‘vedere tutto’ sta mostrando gli effetti collaterali. Quest’anno è la seconda volta, che mi capita di andare a vedere una mostra  e di uscirne sostanzialmente insoddisfatto: già successe qualche mese a  dietro, con Mirò; è accaduto di nuovo, pochi giorni fa, con l’esposizione dedicata alle Avanguardie Russe. Intendiamoci, come nel caso di Mirò, non si può parlare di una mostra ‘brutta’ , quanto di qualcosa di insoddisfacente: è come se ti avessero solleticato il palato e poi arrivati al dunque, la ‘ciccia’ fosse scomparsa. Che poi, a dirla tutta, stavolta l’organizzazione ci ha messo del suo: insomma, vedì lì i nomi di Malevich, Kandinskji e Chagall ‘strillati’ a tutto volume sui manifesti pubblicitari, poi vai lì e ti accorgi che i primi due sono ‘derubricati’ a inizio mostra, con due aree ‘dedicate’, una mezza dozzina di opere ciascuno; con Chagall si sfiora addirittura la ‘pubblicità ingannevole’, visto che di quadri suoi ce ne sono tre, nessuno dei quali poi riporta (se non in minima parte) le atmosfere ‘oniriche’ le atmosfere tipiche dell’artista; per contro, troppo spazio appare essere stato dedicato  ai cezannisti e ai post-impressionisti, che da soli occupano una gran porzione della mostra; più interessante la sezione dedicate a Larionov e Goncharova che avrebbero meritato forse più spazio. L’esposizione riprende quota con le aree Cubofuturismo – Astrattismo – Costruttivismo, ma anche qui: non mi potete usare il nome di Rodchenko come una sorta di ‘specchietto per le allodole’ e poi esporne una sola opera. Formalmente è corretto, l’autore è effettivamente esposto – ma uno si aspettava un pò di più.  Alla fine a percorrerla tutta ho impiegato un’oretta (contro i 90 minuti circa di media), anche perché poi il numero di opere esposte è tutto sommato non abnorme.  Un punto di merito vorrei però sottolinearlo: la nuova organizzazioni degli spazi espositivi è molto più efficace di prima; a occhio e croce, credo che gli spazi siano stati anche un filo ampliati, fatto sta che tutto è più ampio, luminoso, arioso, venendo meno il senso quasi ‘claustrofobico’, che caratterizzava la precedente articolazione degli spazi, anche e soprattutto grazie all’eliminazione dei due fastidiosissimi corridoi laterali nei quali, nelle occasioni più affollate, quasi non si camminava.

DALI’ UN ARTISTA UN GENIO

Roma – Complesso del Vittoriano, fino al 1 Luglio 2012

Una mostra che fin da subito è stata definita ‘un evento’, e stavolta senza esagerare, visto che a prendere il puro dato ‘anagrafico’ era una sessantina d’anni o giù di lì che Roma non assisteva a una personale di Dalì di queste dimensioni. L’esposizione è introdotta da una bella galleria di ritratti fotografici realizzati da Philip Halsman, che fin da subito mettono in risalto il lato più ironico dell’artista, ulteriormente evidenziato dalla successiva ‘anticamera’, in cui in vari brevi video è lo stesso artista a presentarsi. L’esposizione vera e propria è divista in tre segmenti: nel primo, si indaga il rapporto che ha a lungo e in varie fasi legato Dalì all’Italia, con i quadri densi di simbolismo che riprendono l’arte classica, piuttosto che l’opera di Raffaello o Michelangelo. Lo spettatore viene poi gettato nel labrinto di simboli surrealisti dell’autore, con uno dei celeberrimi quadri all’insegna degli ‘orologi squagliati’, o il celeberrimo ‘Spellbound’ , utilizzato da Hitchcock nella scenografia del film omonimo (l’italiano “Io ti salverò”). La terza e ultima sezione è invece dedicata ai progetti che Dalì ha portato avanti parallelamente alla pittura: ecco esposti ad esempio i costumi realizzati per l’allestimento di “Rosalinda o Come vi piace” diretto da Visconti, i costumi ideati in occasione di una festa organizzata in occasione di uno dei tanti Carnevale veneziani; ancora, vari oggetti di design, fino ad una Vespa autografata a un paio di ragazzi che nel corso di una vacanza estiva erano passati a rendergli omaggio.
L’esposizione dà modo al visitatore di conoscere anche alcuni lati meno conosciuti dell’opera di Dalì, attraverso i bozzetti realizzati per alcune edizioni di una “Vita” di Cellini e per il “Don Chisciotte”, poi pubblicato in Italia negli anni ’60 dalla rivista “Tempo”. La mostra è conclusa dal breve cartone animato che, abbozzato da Dalì assieme a Walt Disney per “Fantasia”, è stato effettivamente realizzato solo nel 2004, affiancato da un’esilarante storia disegnata per Topolino dal grande Giorgio Cavazzano, in cui Topolino, Pippo e Paperino compiono un viaggio delirante nell’universo surrealista dell’autore. La mostra è dunque di quelle da non perdere, arricchita da numerosi contributi video provenienti dalla teche RAI, ma soprattutto corredata da un apparato editoriale come raramente se ne vedono in queste occasioni: ogni opera accompagnata da alcune note esplicative che aiutano lo spettatore a orientarsi trai simboli dell’arte di Dalì, ovviamente, come sempre avviene nel caso di questo tipo di arte, lasciandolo libero di darne la personale interpretazione.

“Autoritratto con pancetta”

“Angelus (Inspirat en Millet)”

“La Madonna di Port Ligat”

“Dematerializzazione vicino al naso di Nerone”

 

“Progetto per Spellbound”

 

 

MIRO’! POESIA E LUCE

ROMA, CHIOSTRO DEL BRAMANTE, FINO AL PROSSIMO 10 GIUGNO

“Questo però, avrebbe potuto farlo anche un bambino”: è una frase che viene spontanea, davanti a tante opere di arte contemporanea, e lo fa ancora più spesso, e forse con più forza, proprio davanti a molti dei quadri esposti nella mostra dedicata al pittore spagnolo.
La questione è già stata abbondantemente dibattuta e sviscerata, senza tuttavia perdere la sua ‘forza’: insomma, è come se da qualche decennio a questa parte, esplorato più o meno tutto l’esplorabile in tema di arte figurativa, ci sia messi alla ricerca dell’essenziale, del ritorno alle ‘origini’, o ad una ‘istintività fanciullesca’.
Pollock aveva proposto come soluzione il ‘lasciarsi andare’, attraverso il semplice sgocciolio sulla tela, una tecnica che Mirò riprende, affiancandogli quella, primitiva, dell’intingere le dita nel colore usandole come pennelli, o imprimendo sulla tela la semplice impronta delle sue mani.
Mirò, che affianca a questa tecnica l’ampio utilizzo di ‘segnacci’ di nero, arricchiti di volta in volta con macchie di colore, o utilizzando come accompagnamento cromatico la superficie pittorica stessa (non solo la tela, ma anche compensato, masonite, carta vetrata), riproducendo paesaggi o personaggi per il quale il termine ‘stilizzato’ rappresenta un eufemismo.
Tecnica a parte, il punto resta: ‘quel quadro lo poteva disegnare anche un bambino di tre anni’… e allora la domanda diventa se forse non sarebbe più onesto esporre nei musei i disegni dei bambini delle elementari, di fronte ai quali le ‘grandi opere’ di certi pittori contemporanei assurgono al ruolo di ‘pallide copie’.
Qualcuno dirà che però “di mezzo c’è stato un ‘percorso'”… obiezione valida, ma se poi ti senti dire dagli stessi protagonisti che il loro ispirarsi alle pittore murali delle grotte di Altamira è voluto, o che la loro è la ricerca del ‘gesto istintivo, privo di sovrastrutture’, ossia dello stesso gesto tipico, appunto, delle menti ancora prive di condizionamento dei bambini piuttosto che delle tribù primitive, sulle quali non avevano influito secoli di ‘sovrastrutture culturali’, allora, siamo da capo. Non se ne esce.
Non so perché questa mostra mi abbia condotto più di altre a queste riflessioni: forse perché Mirò supera in quanto a essenzialità, a ricerca del ‘tratto primitivo’ tanti altri contemporanei, fatto sta che alcune delle opere esposte, specie certi piccoli schizzi a inchiostro, non hanno nulla a che invidiare agli scarabocchi che fanno i ragazzini delle elementari… e allora la questione resta lì, irrisolta, ad aleggiare nell’aria…
L’esposizione dedicata a Mirò merita comunque una visita, tra quadri policromatici e altri dominati dal bianco e nero, materiali ‘consueti’ ed altri più arditi, qualche scultura (che utilizza materiali e oggetti di uso quotidiano), e la riproduzione del suo studio a Palma de Maiorca: la mostra si concentra infatti sul periodo in cui Mirò si trasferì lì, sequendo il proprio retaggio materno.
Arricchito da un breve video, il percorso è forse un pò troppo interrotto da corridoi e disimpegni (per quanto spesso utilizzato per mostre di questo il Chiostro del Bramante non mi pare sia il massimo, come sede espositiva).
Schiacciata dalla mostra dedicata all’Avanguardia Americana, e dall’evento dell’anno dedicato a Dalì, l’esposizione di Mirò rischia forse di passare inosservata, il che, sarebbe tutto sommato un peccato: il consiglio è di trovare il tempo per andarci: se non altro, la prossima volta che vostro figlio vi porterà un suo ‘disegno’, potreste sempre appenderlo in salotto, spacciandolo per un Mirò…

Femme Dans La Rue

 

IL GUGGENHEIM

L’avanguardia americana 1945 – 1980

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 6 maggio

Questo primo scorcio di 2012 regala ai patiti dell’arte contemporanea un pasto ottimo e abbondante, con le personali dedicate a Mirò e a Dalì (quest’ultima un vero e proprio ‘evento’) e con questa antologica dedicata al Guggenheim.
Qualcuno tra l’altro forse ricorderà che nel 2005 al Guggenheim venne dedicata un’analoga esposizione, alle Scuderie del Quirinale; in quel caso, però si trattava di una mostra organizzata soprattutto per portare in Italia un gran numero di opere, prima mai viste qui da noi.
Stavolta, invece, il percorso espositivo, come dice il sottotitolo, si concentra sulla scena americana dal secondo dopoguerra in poi.
Partendo dalla Scuola di New York e dall’Espressionismo Astratto, al Fotorealismo, passando per il  Minimalismo, la  Pop Art, l’Arte Concettuale, nelle sette sale presenti, il visitatore è posto di fronte ai principali filo dell’avanguardia americana.
Il ‘roster’ è di quelli di primo piano: tra gli altri, nelle prime due sale, dedicate al Surrealismo e alle sue evoluzioni troviamo Rothko (presente anche con alcuni dei suoi lavori a ‘macchia di colore’, più tipici del periodo minimale) e Pollock, con le sue tele sgocciolate e con quelle ugualmente ‘caotiche’, ma un filo meno ‘istintive’: Ocean Greyness è forse una delle opere esposte più conosciute, e senz’altro una delle più inquietanti, superata solo da The Atom One World, di Pousette – Dart).
Da quest’atmosfera un filo plumbea, dominata dai demoni dell’inconscio, si passa al ‘Systemic Painting’, all’insegna di uno studio ‘asettico’ di forme e colori, ma che di colori – sgargianti e luminosi – è un trionfo: Harran II di Frank Stella, domina sul fondo della sala, con la sua magnificenza cromatica; la sezione dedicata alla Pop – Art è ovviamente dominata da toni ironici, tra un Warhol (Orange Disaster 5) e un paio di Lichtenstein (il celeberrimo ‘cane grignante’ di Grrrrrrr e l’altrettanto famoso ‘In’) ci si trova di fronte al monumentale Barge (dieci di metri lunghezza) di Robert Rauschenberg.
Da qui la mostra prende sentieri impervi: con la scultura Minimalista si indaga il rapporto dell’opera d’arte con il contesto in cui è inserita, come nel caso dei tubi al neon di Flavin, o con lo spettatore: le le lastre di rame Carl Andre permettono allo spettatore di camminare sull’opera d’arte (e di mettersela  letteralmente ‘sotto i piedi’), un discorso che prosegue con l’Arte Concettuale, con opere comeWater di  Jospeh Kosuth, che consiste nella semplice stampa della descrizione del termine ricavata da un dizionario, o come l’installazione che testimonia l’opera di Bruce Nauman:  uno  stretto corridoio al termine del quale il visitatore vede sè stesso ripreso da una telecamera.
Dopo questa ‘full immersion’ in queste forme d’arte ‘estrema’, di fronte alle quali finisce per essere lecito porsi la classica domanda: “ma è arte?”, con l’ultima sala si torna a modelli più ‘consueti’, sebbene ugualmente ‘densi’ da un punto di vista concettuale: il Fotorealismo ricostruisce la realtà, appunto tramite la riproduzione il più fedele possibile della tecnologia fotografica, con esiti per certi versi stupefacenti, come nel caso del camion da Kleeman, o della veduta dello stesso Guggenheim riprodotta da Estes.
Una mostra che come tutte quelle del suo genere solleticherà i palati dei più curiosi e predisposti a forme d’arte che prescindono dal mero ‘figurativo’, e che come al solito, per le peculiarità di alcune opere esposte è particolarmente indicata anche a un pubblico di famiglie, visto che gli spettatori più piccoli di fronte a certe opere non potranno certo esibire gli sbadigli che in loro suscita la gran parte dei musei…