Archive for aprile 2014

JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.

EUROPA: IL PROBLEMA E’ CULTURALE

Riflettevo sul  fatto che alla fine, ancora più che economico o politico, il problema europeo è culturale: l’Unione Europea è stata costruita con una mancanza di cultura abissale. Pensate alla democrazia e alla filosofia greche, al diritto romano, alla cultura delle comunità monastiche medievali, all’Umanesimo fiorentino, all’Illuminismo francese e al Romanticismo tedesco; pensare alla cultura come sapere scientifico, da Euclide alla Rivoluzione Industriale, passando per Leonardo, Galileo, etc… estendiamo il concetto perfino alla ‘cultura sportiva’: le Olimpiadi, antiche e moderne, sono ‘roba nostra’… e non parliamo poi dello sconfinato patrimonio artistico… Ora, chiediamoci: che ruolo ha avuto tutto questo nella costruzione delle istituzioni europee? Nessuno, per usare un eufemismo; un ca**o di niente, per ricorrere ad un’espressione più greve, ma calzante.

Nella creazione dell’Europa ‘unita’, la cultura è stata sistematicamente lasciata fuori dalla porta: non parlo solo degli ultimi vent’anni, da Maastricht alla creazione dell’euro; sia la CEE (Comunità Economica Europea), sia la sua precorritrice CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) nascono con una preponderante – se non esclusiva – vocazione ‘economica’; ad unire l’Europa, sono stati dunque, fin dall’inizio, solo i soldi: con tutto il patrimonio culturale che abbiamo, non si è trovato nulla di meglio se non costruire le ‘istituzioni europee’ sul denaro, sul frega – frega delle banche, su un sistema economico, specie dopo il crollo del comunismo, sempre più basato sul benessere di pochi contrapposto al disagio dei tanti:  e dunque, ora ci meravigliamo pure se in Europa sfondano i movimenti contro l’Europa… ma di grazia, ma si può pensare che una creazione come l’UE possa reggersi solo sull’economia?

Pensiamo agli Stati Uniti: si sono costruiti un ‘patrimonio culturale condiviso’, basato su ‘miti’ come quello dei Padri Pellegrini o della ‘Frontiera’: pensiamo a come quest’ultimo abbia continuato a tornare nella politica americana, a come Kennedy lo usò per coinvolgere la nazione nella corsa allo spazio, a come  abbia intriso anche la cultura popolare americana, dal cinema western allo ‘spazio, ultima frontiera’, di Star Trek.

Cosa è stato fatto di analogo, in Europa? Nulla, e quel poco che c’era è stato spazzato via: prima dell’Euro, la CEE usava una sorta di ‘valuta virtuale’, l’Ecu, ovvero lo ‘scudo’, che nel nome conteneva in un certo senso il retaggio dei secoli passati… quando si è arrivati alla moneta unica ‘reale’, si è buttato l’Ecu alle ortiche preferendo l’Euro, un nome asettico che non vuole dire nulla; non si è nemmeno avuto il coraggio di usare monete con effigi comuni a tutti, preferendo cambiare di volta in volta a seconda della Nazione (con conseguenze a volte ridicole: vorrei capire quanti in Italia, mettendosi una mano in tasca  e prendendo una moneta da 20 centesimi, sanno il titolo dell’opera e dell’autore… per la precisione:  ‘Forme uniche nella continuità dello spazio’, Umberto Boccioni).

Gli Stati Uniti hanno costruito almeno in parte ex novo il proprio patrimonio culturale, prendendo ovviamente le mosse da quelli dei vari popoli che si sono fusi nel cosiddetto ‘melting pot’… In Europa, nulla del genere: si sarebbe potuto e si sarebbe DOVUTO, costruire fin dal secondo dopoguerra un’identità finalmente condivisa, facendo capire che in fondo Euclide, Leonardo da Vinci, Voltaire e  Goethe fanno parte di un patrimonio unico e condiviso… non lo si è fatto, e il risultato, per dirne una, è aver permesso che  una nazione arrogante  e tracotante come la Germania trattasse come una pezza da piedi la Grecia, culla della democrazia e della filosofia. Insomma, per costruire così male una ‘comunità europea’ bisogna proprio essere stati dei deficienti, altro che sbandierare  De Gasperi, Schuman Adenauer, via via fino a  Koll, Mitterand, Prodi e via discorrendo… saranno pure i ‘padri fondatori’ e i loro illustri successori, ma hanno dimostrato di non aver capito nulla, o peggio, sapevano benissimo quali danni stavano provocando, ma se ne sono fregati volutamente… e oggi ci ritroviamo a dipingere come un mezzo eroe Draghi, un banchiere che probabilmente fa parte di coloro che ignorano quale opera sia raffigurata sui 20 centesimi italiani…

La cosa peggiore, è che si continua a parlare di politica europea  e di economia europea, e si continua a lasciare fuori da ogni riflessione la cultura europea: di questo passo, tanti auguri: magari i banchieri e gli industriali continueranno a fare soldi e i politici ad accumulare potere, ma una vera ‘Unione Europea’ non l’avremo mai.

MUSEE D’ORSAY – CAPOLAVORI

Roma, Complesso del Vittoriano, fino all’8 giugno

Eccezionale. L’aggettivo, abbastanza abusato, appare per una volta più che adeguato. L’esposizione dedicata alla collezione del museo parigino, noto soprattutto per la collezione impressionista, è di quelle imperdibili, per gli artisti esposti, ma anche soprattutto per le opere scelte, alcune delle quali vere e proprie perle poco conosciute.

La mostra viene aperta da una sezione introduttiva che mostra l’evoluzione del museo, da stazione in stato di abbandono trasformata in area espositiva anche grazie al contributo dell’architetto Gae Aulenti, fino alle ultime modifiche, per restare al passo coi tempi.

Il percorso vero e proprio si snoda all’insegna di un’evoluzione storica abbastanza consueta e con essa lo sviluppo ‘ideale’ del movimento impressionista, sfociando poi nelle sue più immediate derivazioni (puntinismo e simbolismo, coi primi accenni di espressionismo e pittura astratta); l’apertura è dedicata al ‘ciò che c’era prima’, con alcuni esempi di pittura ‘accademica’ trai quali svetta la Diane di Delaunay… poi ecco irrompere l’impressionismo, con l’uso della luce e il ricorso a soggetti tratti dal quotidiano: i paesaggi campagnoli di Pissarro e i boschi innevati di Sisley, le barche a vela di Monet ma anche quelle di Van Rysselberghe, che sembrano quasi sfumare nelle pennellate puntinate del mare.

Successivamente, ecco le opere a tema cittadino, per il ritratto o per la ripresa di scene di vita reale: colpiscono, su tutti, le ballerine di Degas, le “Bretoni con l’ombrello” di Bernard e “Il circo” di Seurat con la sua riduzione all’essenziale. La ritrattistica è il terreno in cui l’impressionismo lascia spazio alle complicazioni ‘espressioniste’, in cui il ritratto ‘esteriore’ il mezzo per cominciare a riflettere sull’interiorità: ed ecco allora la figura “A letto” di Vuillard, che sembra quasi sfumare e perdere d’identità tra le lenzuola, ma soprattutto la donna ritratta di spalle in “Hvile” di Vilhelm Hammershoi.

L’ultima sala è quella che riserva le sorprese più belle: non solo per ospitare un Van Gogh, un Gauguin e il bellissimo tramonto di Vetheuil di Monet; ma soprattutto per il potente simbolismo dei “Jeux d’eau” di Bonnard, l’argine di “Les Andelys di Signac” e, ultima opera esposta, le “Iles d’or” di Henri – Edmond Cross, in cui lo studio impressionista sulla luce finisce per affacciarsi sul grande mare della pittura astratta. La ‘ciliegina sulla torta’ di una mostra imperdibile.

Elie Delaunay, “Diane”

 

Edouard Vuillard, “A letto”

 

Vilhelm Hammershoi, “Hvile”

 

Pierre Bonnard, “Jeux d’eau”

 

Claude Monet, “Tramonto a Vétheuil”

 

Pual Signac, “Les Andelys”

 

Theo Van Rysselberghe, “Vele ed estuario”

 

Henri – Edmond Cross, “Les iles d’or”

K-CONJOG, “DASEIN” (ABANDON BUILDING RECORDS)

Costruire un disco partendo dal filosofo Martin Heidegger denota, se non altro, una certa dose di coraggio… attenzione, non che Fabrizio Somma, alias K-Conjog, scelga di enucleare nel suo disco le idee dell’autore di ‘Essere e tempo’: l’idea è piuttosto un ‘filo conduttore ideale’ che resta in gran parte nella testa dell’autore e che forse l’ha guidato nella realizzazione del lavoro, la cui unica traccia evidente alla fine resta nel titolo, “Dasein” (ovvero l’esistenza, concetto centrale della filosofia heideggeriana)…

Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, non vi siete stufati o non siete stati presi dall’impulso irresistibile di andarvi a rileggere Heidegger (lettura più impegnativa e stimolante di questa recensione), vi interesserà sapere che “Dasein”, è il quarto lavoro di Somma / K-Conjog, che rinnova la collaborazione dell’autore con l’etichetta americana Abandon Buildings.

Le dodici tracce (sette a comporre il ‘nocciolo’ del disco, cui si aggiungono cinque remix), completamente strumentali (eccetto che per qualche episodico vocalizzo e per la traccia conclusiva, l’unica ad avere un testo cantato) che compongono Dasein vanno ad assemblare un lavoro che si addentra negli ampi spazi dell’elettronica in salsa ambient, riportando un campionario abbastanza consueto delle varie declinazioni del genere: da episodi in cui predomina la rarefazione a composizioni che riflettono l’ispirazione ‘classica’ dell’impressionismo à la Erik Satie, da capitoli all’insegna del minimalismo a parentesi dalla forte connotazione ‘cinematografica’.

Un Ep per numero di brani, ma la cui lunga durata gli fa assumere tutti i crimi di un vero e proprio full length, nel corso del quale tappeti ed effetti elettronici che offrono la classica sensazione eterea, attenuando il rischio di sfociare in composizione fin troppo monolitiche, anche attraverso l’utilizzo di piano e di archi (questi ultimi curati da Nicola Manzan, sempre più autentico jolly della scena indipendente italica quando si tratta di impugnare l’archetto).

Il risultato è un lavoro indicato per gli appassionati, ma che potrà risultare gradito (magari se preso a piccole dose) anche a chi, pur non frequentando assiduamente il genere, è disposto a sperimentare nuovi territori sonori.

Leggi fumetti? allora sei un criminale

Fumetti e violenza: vecchi luoghi duri a morire…

SUPERBURP!

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Leggo fumetti da tempo immemore. Il primo fu un capitan america di Kirby. Nell’incipit si affermava di non tardare la lettura alla notte ma di iniziare subito. Non avevo 7 anni. Da lì ho evoluto tutta la gamma. Qualche anno fa la mia collezione fu sfrattata in cantina. Ma ancora pulsa. Poi faccio lo psicologo, specializzato in psicoterapia analitica. La mia attività principale però è quella di perito di tribunale. Come consulente di parte spesso sento raccontare dai Pm o dagli avvocati avvincenti romanzi. Peccato che spesso qualcuno finisca una paio di decadi in carcere per quei romanzi che spesso chiamano requisitorie. Una la porto alla vostra attenzione. Una parte in particolare. La riporto totalmente tanto per creare un po’ di polemica.

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La requisitoria è l’atto del Pm prodotto in primo grado che cagionò la condanna degli imputati a 24 anni di carcere. Durante l’appello sono stato nominato consulente di…

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THE GREAT NOTHERN X, “COVEN” (IN THE BOTTLE RECORDS / AUDIOGLOBE)

Era il 2012 quando i Great Nothern X, si presentavano sulla scena col loro primo, omonimo lavoro… a due anni di distanza, il gruppo guidato da Marco degli Esposti, voce e chitarra e autore dei testi – in inglese – dei sette brani che compongono “Coven”, snodandosi su una mezz’oretta circa di durata.

Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, a detta dello stesso Degli Esposti, affiancato dai (si suppone) fratelli Arzenton a chitarre e basso e da Federico Maio a batteria e percussioni assortite; “Coven” si configura allora come un ‘riassunto’ degli ultimi due anni, come uno sguardo abbastanza disilluso e amaro (per certi versi anche un filo rancoroso) sul presente e sul recente passato: dal mito per la ricchezza accresciuto dalla crisi, all’atteggiamento dell’Occidente nei confronti delle rivoluzioni arabe, fino allo svilimento della donna.

I Great Nothern X traducono questo in uno stile sonoro dalle coordinate chiare, ma allo stesso tempo dall’identità sfuggente: l’ascolto, pur breve, appare non instradarsi mai su un percorso definito, mescolando componenti del nuovo folk (o alt.country che dir si voglia) americano, con accenni a certe sonorità ‘oblique’ à la Bright Eyes e momenti più invasivi e debordanti (vagamente riconducibili a certi Motorpsycho d’annata), fino a momenti rutilanti, caratterizzati da avvolgenti sabbiosità stoner e parentesi dilatate, a sfiorare territori psichedelici.

Un lavoro continuamente sospeso tra un intimo raccoglimento cantautorale e più estroverse aperture da indie rock band, che mostra un gruppo in crescita, che conferma le potenzialità dell’esordio, dando l’idea di avere ancora ampi margini di sviluppo.

“THE APPRENTICE”, OVVERO: LA SUBLIMAZIONE DEL NULLA

Ultimamente mi è capitato di vedere un paio di puntate di “The Apprentice”, il ‘talent show’ per aspiranti uomini d’affari ideato e coordinato da Briatore, che decide le prove, elimina i candidati e alla fine sceglierà il vincitore il cui premio sarà lavorare con lui (minchia, che c**o!!!).  Ero a conoscenza dell’esistenza del programma, ma fino ad ora non me l’ero filato di pezza, soprattutto perché Briatore è un personaggio che mi sta antipatico a pelle, oltre a rappresentare un mondo, una ‘filosofia di vita’ e se vogliamo un’ideologia che non mi piacciono per nulla… parlo di ‘personaggio’, perché sono convinto che Briatore almeno in parte di persona sia diverso da come si presenta… credo che nel corso della sua ‘carriera’ abbia anche giocato sul costruirsi questo personaggio, al fine di suscitare volutamente reazioni contrapposte, dall’adulazione sfrenata all’odio viscerale…

Sono capitato su una puntata del programma per caso, guardandone più o meno volutamente una seconda, in parte per rendermi conto di cosa si trattasse, in parte per pura curiosità…  la trasmissione in effetti ha anche una sua ‘logica’, offre se vogliamo al pubblico meno ‘addetto ai lavori’ un’infarinatura di cosa voglia dire condurre una trattativa commerciale o ‘costruire’ un prodotto… tuttavia viene da pensare che se, ad esempio, dopo aver guardato “Masterchef”, più o meno chiunque può andare in cucina e provare  a replicare ciò che ha visto, è molto meno probabile che chi guarda “The Apprentice” abbia mai la possibilità di metterne in pratica gli ‘insegnamenti’.

Normalmente, quando intercetto programmi del genere, a incuriosirmi, come credo avvenga un po’ per tutti, sono i concorrenti: ora, in genere  di fronte ai partecipanti ai reality o ai talent si riesce sempre ad avere un qualche tipo di  reazione: se non trovi che ti sta simpatico, è quasi sicuro che ci sarà almeno qualcuno che ti starà veemente sulle scatole… ebbene, con “The Apprentice” non è successo: queste persone mi sembrano talmente lontane, che non mi suscitano alcun tipo di reazione… non le capisco. Non capisco come si possa partecipare ad una gara il cui scopo è ‘ringraziarsi’ Briatore… soprattutto non capisco da cosa queste persone siano mosse, quale sia il loro obbiettivo: fare soldi, avere successo, fama, finire sulle riviste di gossip o partecipare a party esclusivi? Non so, in tutto questo ci vedo un ‘vuoto di senso’ abissale. Uno dei concorrenti, parlando del suo ‘mestiere’, ha affermato di fare l’avvocato, occupandosi di transazioni di grandi pacchetti azionari… insomma, una carriera – probabilmente anche strapagata – basata sul nulla, su quell’economia ‘immateriale’ che ci ha portato dove siamo ora. Li vedo, questi concorrenti, tutti intenti a indossare costantemente delle maschere, stamparsi un sorriso da paresi sulla faccia per poter concludere un accordo o vendere un prodotto… mi ha fatto simpatia, alla fine, un concorrente che ha mandato palesemente affan***o una possibile cliente che, sapendo di avere in mano il pallino della trattativa,  insisteva a sottolinearne la scarsa puntualità….

E mi chiedo se davvero queste persone abbiano scelto di impostare la loro esistenza in questo modo, costringendosi ad indossare maschere e ad esporre sorrisi ed atteggiamenti compiacenti dalla mattina alla sera, solo per portare a casa il ‘deal’ (come lo chiama Briatore); mi chiedo se si rendano conto che non è una bella vita, o meglio: una vita del genere la puoi condurre per cinque – dieci anni, accumulando i soldi necessari a vivere in seguito di rendita, ma una vita così… insomma, i maschi sono destinati ad arrivare a 60 anni con un paio di matrimoni falliti alle spalle, accompagnati da giovincelle più giovani dei loro figli, probabilmente col fegato spappolato, l’apparato digerente sballato e forse pure con gravi problemi cardiaci…  Le  donne? Sessantenni ultraliftate per sembrare di trent’anni più giovani, accompagnate da prestanti gigolò che le cornificano puntualmente… e tutto questo, per cosa? Per i soldi, il successo, le riviste, i party esclusivi.

Guardo quel programma e mi rendo conto di quanto io sia alieno da quel contesto, sarà che io sono una persona fin troppo da ‘sono così, prendere o lasciare’, completamente rigida nel mio carattere e per niente disponibile alle mascherate a dover recitare una parte… normalmente ci troverei anche da ridere in quei personaggi che si prendono tutti tremendamente sul serio, che fanno battute solo per compiacere il probabile cliente, rigidi come stoccafissi, insaccati nei loro abiti firmati… ma alla fine non trovo nemmeno da riderci sopra, non mi ispirano nemmeno inquietudine od orrore, ma mi chiedo se davvero il ‘modello’ oggi sia questo,  mi domando se davvero si possa offrire alle persone l’obbiettivo di ‘diventare come Briatore’, anziché, boh, quello di diventare come l’astronauta Parmitano o come i tanti sconosciuti che fanno ricerca in scantinati male attrezzati, mentre c’è gente che fa soldi a palate con ‘le transazioni di grandi pacchetti azionari’: è evidente e banale affermare che in tutto questo ci sia qualcosa di storto e sbagliato, ma il punto non è nemmeno quello, che poi si rischia di scadere nella demagogia…

Il punto, forse – a rischio di debordare fin troppo nei massimi sistemi’ – è domandarsi se davvero che di fronte alla domanda ultima sul senso dell’esistenza, la risposta sia ‘diventare come  Briatore’.