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EUGENIO IN VIA DI GIOIA, “TUTTI SU PER TERRA” (LIBELLULA MUSIC)

I torinesi Eugenio In Via di Gioia approdano al traguardo del secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver mietuto un buon successo di pubblico e critica con l’esordio, “Lorenzo Federici”.

Il titolo, “Tutti su per terra”, accompagnato da una copertina che rivolta il mito di Atlante mostrandocelo schiacciato sul pianeta, anziché a sostenere la volta celeste, delinea il filo conduttore dei nove brani, quello di un ‘mondo alla rovescia’, dominato da una generale inconsistenza fatta di mode passeggere, rapporti umani labili, una società sempre più rarefatta.

“La realtà è aumentata a tal punto da rendere esigua la fantasia”: l’incipit di ‘Giovani Illuminati’, traccia di apertura, appare quasi programmatica, paradigma di un progresso tecnologico nel quale ormai siamo immersi quotidianamente, che apparentemente rende tutto possibile, ma che alla fine tarpa proprio la capacità immaginifica che distingue gli uomini dagli altri esseri viventi.

Si continua così, per mezz’ora, in un mondo che appare correre con noncuranza verso l’Apocalisse, in cui il rapporto di interdipendenza con la natura si è forse irrimediabilmente deteriorato, in cui si vive oppressi dalle nevrosi quotidiane perdendo forse di vista il quadro generale.

Il rumore di fondo di un mondo sempre più interconnesso porta a un bisogno di silenzio che viene colmato con la rarefazione dei rapporti umani. Soluzioni ‘estreme’ al problema del bullismo, un Pinocchio divenuto adulto e, venuto meno il Grillo Parlante, libero di vivere senza troppi scrupoli morali. La bulimia informativa che porta all’insensibilità, così come il disboscamento continuo rende i terreni impermeabili, fino a un finale che evoca una ‘pace mondiale’ prodotto di un’inquietante democrazia globale, in cui anche gli eroi hanno alzato bandiera bianca.

Gli Eugenio In Via Di Gioia scelgono ancora una volta l’arma del sarcasmo, condito con un filo di cinismo e una punta di autentica cattiveria, per prendere di petto una società per certi versi ormai sotto controllo; la formula sonora continua ad essere arrembante, mescolando folk e rock, cantautorato e suggestioni da ‘banda di paese’, anche se tra le pieghe del disco si intravede la necessità di qualche complicazione in più, di non volerla buttare completamente sull’aspetto ludico, di ritagliarsi spazi di riflessione, anche amara.

Guardando a certi illustri predecessori – Gaber, Jannacci, Graziani – gli Eugenio In Via di Gioia continuano a percorrere con personalità la propria strada, riuscendo a superare le difficoltà poste da un secondo lavoro che doveva confermare quanto di buono mostrato nell’esordio.

POVEROALBERT, “MA E’ TUTTO OK” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ma è tutto ok” è ciò che in genere si dice quando ‘tutto ok’ proprio non è: una frase autoconsolatoria, talvolta un modo per esorcizzare, con sé stessi e con gli altri, ciò che non va, magari rimandando questioni in sospeso, nodi da sciogliere. Il fatto è che prima o poi i nodi bisogna affrontarli e prima o poi la facciata del ‘tutto ok’ si sgretola, lasciando il posto all’espressione dei propri sentimenti repressi.

I nove pezzi (incluso l’intro strumentale) che compongono il disco d’esordio dei campani Poveroalbert arriva dopo una gavetta quasi decennale, partita sotto altro nome e con cover dei Radiohead, inizio di un flirt mai interrotto con certe sonorità d’oltremanica, un insieme di riferimenti sonori che mescola accenni a rumorismi shoegaze, sprazzi dilatati a cavallo tra il dreampop e la sperimentazione dei Mogway, allusioni più o meno marcate all’ondata neo-new wave di Interpol, Editors e soci, una spolverata di elettronica.

Il risultato è un disco che procede a cavallo tra rabbia e rassegnazione volta al disincanto; un lavoro di cui lo stesso quintetto nega la ‘tristezza’, ma che sembra portare in se la sofferenza tipica di ogni momento in cui si affrontano, tutti insieme, determinati nodi.

Una scrittura mai del tutto esplicita, che procede per idee, pensieri, appunti giustapposti, tutto incentrato sul rapporto con il sé e con gli altri, scendendo spesso sul terreno accidentato di vicende sentimentali complicate o definitivamente concluse, con consueto campionario di recriminazioni e rimpianti su cose non successe, gesti non compiuti, parole non dette, in una sorta di seduta di auto-analisi sonora.

I Poveroalbert riescono così a coniugare il bisogno di dare libero sfogo senza filtri a sentimenti dalla grana abrasiva, quasi urticante e la necessità di tradurli in una forma sonora compiuta, attraverso sintesi e compattezza (il disco non arriva alla mezz’ora di durata complessiva) in un esordio che convince.

SALAMONE, “PERICOLI E BALLATE (LIBELLULA DISCHI)

Vincenzo Salamone, o semplicemente Salamone, giunge alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i più che discreti riscontri dell’esordio “Il Palliativo”.

Dieci brani e l’impressione che il cantautore siciliano abbia voluto ampliare gli orizzonti; partendo certo dalla natia Palermo e dalle sue contraddizioni, cui è dedicata la title-track, ma successivamente eccolo dipingere le atmosfere della Parigi di fine ‘800, raccontare una storia di ‘tradimento per solitudine’ in tempi di guerra, omaggiare Neruda e nel frattempo ritornare sulle coste del Mediterraneo, luoghi di speranze e tragedie o a tratteggiare personaggi ‘al limite’, per carattere e sensibilità destinati a perire di fronte al cinismo dell’oggi, parentesi dedicata alla ricerca spirituale come via per una vita più semplice, meno appesantita dalla troppa materialità contemporanea.

Un disco il cantautore siciliano appare volersi cimentare in uno stile sonoro più variegato: non mancano i colori sgargianti del disco precedente, con quell’impressione da sgangherata banda di Paese che, pur godibile, aveva portato una certa idea di già sentito; si approfondisce per certi versi il rapporto col jazz, con tendenze swing e qualche atmosfera di maggiore raccoglimento; si fanno maggiormente marcate certe impressioni cantautorali, con l’ombra di Rino Gaetano a continuare a far capolino di tanto in tanto, ma forse con la ricerca di uno stile più autonomo; si fa largo una certa predilezione per atmosfere acustiche, come nella lunga ballata finale dominata dall’armonica.

Salamone affronta insomma la proverbiale difficoltà della seconda prova accettando la sfida, cercando di non ripetersi; provando a percorrere strade ‘laterali’, che non perdono di vista i riferimenti della ‘via maestra’, ma che consentono di scorgere panorami diversi, anche accettando il rischio, talvolta, di non giungere compiutamente alla meta.

Il cantautore palermitano appare insomma almeno in parte volersi mettere in gioco e “Pericoli e ballate” si lascia apprezzare soprattutto per questo.

CLOROSUVEGA, “CLOROSUVEGA” (NEW MODEL LABEL / RAWLINES)

Già Atomic Blast, nati nel 2012, gli ora Clorosuvega si sono fatti le ossa calcando i palchi dello Stivale, a supporto, tra gli altri di Napalm Death e Destruction (e scusate se è poco…); dopo aver un EP e aver dato una svolta alla propria proposta scegliendo di passare a testi in italiano, la band bolognese compie ora l’ulteriore, importante, passo del primo disco sulla lunga distanza.

I dieci pezzi che compongono l’omonimo lavoro del quintetto ci mostrano una band di un ‘metallo contemporaneo’ che, sia pure solo il dato anagrafico, non può prescindere dalle esperienze nu – metal degli anni ’00, ma che allo stesso tempo è capace di guardare, con rispetto, più indietro, e più in alto.

L’esito è per qualche verso singolare, con un cantato, spesso e volentieri si fa quasi ‘parlato’, che si innesta su un mix sonoro variegato, con elementi trash, hardcore, grind, spezie ‘sintentiche’.

Un incedere spesso accidentato, talvolta ‘a strattoni’, ritmi sincopati, che colpisce da un lato per la perizia tecnica, dall’altro per la pienezza e la ‘distinguibilità’ dei suoni, grazie ad una produzione che evita il rischio dell’effetto ‘marmellata’ tipico di certi lavori.

Tentativi di ‘sperimentazione’, qua è là si avverte qualche accenno funky e ska, per un lavoro che nella scrittura si divide tra i classici temi dell’osservazione del mondo circostante, dei rapporti personali, della riflessione su sé, con esiti in per lo più ‘conflittuali’ e non troppa originalità, anche se citare Gramsci non è certo all’ordine del giorno in dischi metal.

I Clorosuvega, insomma, promettono bene, anche considerando che la loro giovane età gli offre ulteriori margini di crescita.

GENOMA, “STORIES” (NEW MODEL LABEL)

Pop – rock dalle forme eleganti e modi per certi versi ‘sofisticati ‘ per questo sestetto proveniente da Ravenna.

Cinque pezzi, eseguiti usando una strumentazione non del tutto ‘canonica’: Seabord (un particolare tipo di tastiera midi, basso fretless , il violoncello di Elisa Cagnani, piano, tastiere e percussioni assortite; si rinuncia alle proverbiali chitarre: non che se ne senta la mancanza, in un lavoro tutto fondato atmosfere ovattate, con un che di sospeso, come in certi panorami seminotturni, illuminati dalla luce rarefatta dell’alba, completate dall’interpretazione di Angela Piva, che canta per lo più in inglese, ad eccezione di una parentesi in italiano.

Si respira quasi un’aria da club, da ‘fase di decompressione’ nel procedere calmo e senza sussulti di un disco dai battiti rallentati, chiuso da una cover di Atmosphere dei Joy Division quasi straniante, nel suo essere privata dei lati più sofferti, per diventare quasi un’eco distante dalla consistenza onirica; tra i pezzi originali, si fanno apprezzare ‘Pink Astronaut Story’ e il pezzo in italiano, ‘Remember Me’.

Un lavoro che appare volto – forse un filo troppo – alla ricerca di una certa perfezione formale, di una compostezza di modi il cui esito a pare a tratti forse un po’ ‘freddino’.

GIUSEPPE FIORI, “SPAZI DI VITA SCOMODI” (DISCIPLINE / AUDIOGLOBE)

Dopo aver partecipato al progetto Rezophonic (una ‘All-Star’ benefica che raccoglie nomi del calibro di Caparezza, Roy Paci e Cristina Scabbia, giunta al terzo disco) ed essere entrato a far parte degli Egokid, il ‘bassista e non solo’ Giuseppe Fiori si cimenta nella prima prova solista.

Gli “Spazi di vista scomodi” sono quelli con cui più o meno tutti prima o poi hanno a che fare: le delusioni e insoddisfazioni quotidiane, i rimpianti, il disagio più o meno accentuato derivante da modi, stili, dinamiche di vita ‘subite’ o forse ‘accettate’ fin troppo supinamente, senza dimenticare le piccole / grandi traversie sentimentali; il contrasto, in fondo, tra ciò che si è come si vive e come in fondo si vorrebbe, che spesso produce – come mostra la copertina firmata Roberta Maddalena Bireau – una mente e un’esistenza ‘a compartimenti stagni’ in cui spesso la ‘facciata’ non corrisponde all’interno.

Prima o poi i nodi vengono al pettine, qualcosa si rompe, ed è necessario pervenire a un cambiamento: la soluzione è allora la fuga, mentale o fisica, immaginaria o reale; affidarsi al Caso, abbracciare fino in fondo una scelta – in questo caso quella di suonare, allo stesso tempo giocando (partendo dal duplice significato del verbo inglese ‘to play’); e anche in questo caso, l’amore può costituire uno stimolo, una spinta verso il cambiamento.

Temi per lo più ‘universali’, almeno in questa fase ‘sociale’, in cui il senso di ‘indefinitezza’ riguarda tanti 30 – 40 enni, cresciuti più o meno loro malgrado con una certa idea di futuro… solo che quando il ‘futuro’ è arrivato, quelle ‘idee’ e quei ‘disegni’ si sono rivelati più o meno erronei.

Divagazioni socio – storiche a parte, Giuseppe Fiori dà a questi concetti una veste tendente a un rock abbastanza ‘tradizionale’, a tratti discretamente sanguigno (qua e là con qualche accentazione new wave) cercando qua e là, nello scorrere dei dieci brani presenti, di dare un certo risalto al lato cantautorale della faccenda e senza dimenticare qua e là una certa gradevolezza pop.

Coadiuvato da un manipolo di collaboratori, tra i quali Lele Battista, qui anche in veste di produttore, Andy dei Bluevertigo e il thereminista Gak Sato, già al lavoro con Vinicio Capossela, Giuseppe Fiori assembla un disco lungo il quale a tratti si cerca forse di smussare un po’ troppo certi spigoli, mentre a mostrare maggiore efficacia sono proprio i brani più ‘tirati’

UMAAN, “UMAAN”(AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Nato dall’incontro tra Marco “Ciuski” Barberis – già collaboratore di Ustmamò e Cristina Donà tra gli altri – con Sandro Corino, Valerio Longo e Diego Mariia, già precedentemente compagni di strada nei Julierave, il progetto Umaan giunge al traguardo dell’esordio discografico.

Undici brani all’insegna di un rock di matrice elettronica, dominata dai synth, debitore esplicito della lezione dei Depeche Mode, condito con i prevedibili ‘innesti’ portati dal filone italiano del genere: si avvertono qua e là ‘spore’ dei già citati Ustmamò o i Subsonica.

Lavoro che percorre sentieri che lo portano verso territori cyber, che non disdegna di concedersi momenti più dilatati e riflessivi o, all’opposto, di strizzare l’occhio al dancefloor, con episodi quasi ‘ballabili’. Una dimensione sonora alla quale si accompagna una scrittura dai tratti cantautorali.

Nome del progetto e titolo del disco già suggeriscono l’idea attorno alla quale gira “Umaan”: al cuore c’è il contrasto tra le sonorità elettroniche, che a tratti evocano panorami quasi algidi, di fredda automazione e l’idea di un ritorno all’umano, alla ricerca della propria essenzialità, spogliata delle complicazioni, spesso artificiose – e artificiali – dei rapporti umani di inizio terzo millennio.

L’idea ricorrente, che emerge dalle righe di presentazione dei singoli brani, di trovare il modo di guardare sé stessi ‘dall’esterno’ (attraverso lo sguardo proprio o altrui) per, in qualche modo, ritrovarsi e trovare il modo di superare i propri ostacoli esistenziali o le paranoie che portano a bloccare il proprio percorso di vita; senza dimenticare il lato sentimentale della questione, visto di volta come rassicurante, ma anche come leggermente ossessivo.

La scrittura talvolta forse risulta non del tutto ‘compiuta’, come se fosse stata lasciata ‘in sospeso’ per seguire l’analoga atmosfera di sospensione dei suoni e nel procedere del lavoro si avverte un po’ di ‘stanchezza’, ma nel complesso l’esordio Umaan appare abbastanza efficace.