Archive for the ‘musica’ Category

EXSPECTANS VER, “IN LIMINE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per i senesi Exspectans Ver. Cinque pezzi (inclusa la traccia di apertura, praticamente un intro), meno di venti minuti la durata, per quello che si presenta sostanzialmente come un ‘assaggio’ delle idee e delle capacità del gruppo.

Siamo dalle parti di quello che qualche annetto fa fu ribattezzato post-hardcore, che vide come alfieri i Fugazi e tra i principali esponenti gli At The Drive In.

L’attitudine, la grinta, i suoni pesanti dell’hardcore, inseriti in un contesto più ‘pensato’, alla ricerca di soluzioni più complesse, ritmi a tratti quasi sincopati, che procedono a strappi un occhio al lato melodico della questione.

Il quartetto mostra di aver imparato la lezione: l’esito è gradevole nei suoni, accompagnati da una vocalità che giostra tra un mood ‘arrabbiato’ e momenti di tranquillità un filo dolente.

La brevità del tutto non può portare a un’impressione compiuta e d’altra parte il gruppo sembra ancora troppo vicino a certi modelli di riferimento, ma la strada sembrerebbe quella giusta.

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“CHRIS AGNOLETTO” (INLOOP MUSIC)

La necessità di comunicare è alla base di ogni forma d’arte; talvolta, questa necessità diventa un’urgenza, quasi un’ansia, che finisce per travolgere tutto, con esiti imprevedibili.

L’esordio solista di Chris Agnoletto, un passato ‘metal’, esperienze nei Motorbreath e nei Mantra, un’attività parallela di poeta e scrittore con un libro pubblicato all’attivo, appartiene a quest’ultima categoria.

Non è facile parlare di un disco che, più di altri, appare privo di filtri, interamente votato appunto all’ansia di ‘dire tutto’; che non sia un disco ‘come gli altri’ lo si capisce subito: balzano all’occhio la durata insolita – 70 minuti – e il numero di brani, 14 (contando la conclusiva, poco più di un ‘outro’) per una media di cinque minuti a pezzo.

L’ascolto conferma che Agnoletto si è voluto prendere tutto il tempo, sia nel complesso del disco, che nei singoli brani, per snocciolare tutto ciò che gli ‘rodeva’ dentro: siamo di fronte quasi a uno sfogatoio: dall’incipit ‘Sono ancora qui’ (cui si aggiunge, più avanti, ‘Sopravvivere controvento’ ) presa di posizione e affermazione orgogliosa della propria coerenza, fino alla chiusura di ‘Your life is in your hands’ sorta di inno – esortazione a mantenere sempre il controllo della propria vita, passando per vari attacchi al mondo circostante, alla superficialità dei ‘valori’ imposti dalla società (titoli come ‘Basta così’ e ‘Il mondo è morto’ non hanno bisogno di troppe spiegazioni), ma inserendo anche omaggi commossi a chi non c’è più (‘Canzone per un amico’) o il racconto di una storia d’amore (‘Carlo e Sara’) che finisce per essere una sorta di oasi all’interno del caos.

Il tutto esposto con un cantato spesso ‘gridato’, che assume i contorni di una declamazione; una vocalità centrale cui fanno da contorno sonorità che tradiscono ascendenze new wave, con qualche reminiscenza metal, suoni curati da Alberto Masetto, principale compagno di strada dell’autore.

Non è un lavoro ‘facile’: più che per l’ascoltatore, che messo alla prova dalla complessiva lunghezza ‘extra large’, ma anche da quella dei singoli pezzi, può sempre interrompere l’ascolto, soprattutto per lo stesso Agnoletto: si sarebbe forse potuto accontentare di quale brano in meno, cercando magari più sintesi, per assemblare se vogliamo un lavoro più ‘conciliante’; ha scelto invece la strada più difficile e priva di compromessi (e probabilmente non poteva essere altrimenti, visto che lui stesso nel lavoro afferma orgogliosamente il suo evitarli, i compromessi), con un disco spiazzante, a tratti quasi ‘respingente’; un’interpretazione ‘invasiva’ che può sembrare addirittura arrogante.

Un lavoro che ‘pretende’ di essere ascoltato, al punto di assumersi il rischio che chi sta ‘dall’altra parte’, si stufi e passi oltre. Resta da chiedersi se il rischio corso non sia stato troppo elevato e se non si sarebbe potuta cercare una migliore ‘sintesi’: intesa come brevità di esposizione, ma anche come via di mezzo tra ‘urgenza espressiva’ e ‘senso della misura’, senza che ciò avesse per forza voluto dire accettare dei compromessi.

MARTYR LUCIFER, “GAZING ALL THE FLOCKS” (SEAHORSE RECORDINGS)

Il nome dell’artefice del progetto dovrebbe già suggerire qualcosa: difficile immaginare che ‘Martyr Lucifer‘ (attivo con questo progetto ormai dal 2011) faccia reggae o indie-pop… siamo, lo si sarà immaginato, dalle parti del (almeno per me) ‘caro, vecchio metallo’, del quale secondo me non ce n’è mai abbastanza…

Martyr Lucifer si colloca in particolare in quel filone dark / gothic che dagli anni ’90 in poi è andato a ‘sciacquare i panni metallici’ nelle acque oscure generate da band come Sisters of Mercy o Fields of The Nephim.

Alfieri del genere furono, tra gli altri, i Paradise Lost e qui il cerchio si chiude, dato che uno dei compagni di strada di Martyr in quest’occasione è il batterista Adrian Erlandsson, già componente di quel gruppo.

Ispirato alla criptozoologia (lo studio degli animali più o meno leggendari), “Gazing all the flocks’ è un disco che ripercorre con efficacia strade già battute, all’insegna di una riuscita alternanza tra parentesi più tirate e momenti più rilassati, improvvise accelerazioni e parentesi di dolcezza, il ricorso frequente al doppio cantato maschile / femminile – a fianco di Lucifer l’ucraina Leìt – atmosfere e suggestioni a cavallo tra letteratura horror e mitologia, con un riferimento alla favola di Leda e del Cigno.

Melodia e ardore sonoro, voci ora decadenti ora angeliche, qualche grido e alcuni ‘ruggiti’; chitarre che puntano a creare un muro sonoro compatto, senza essere eccessivamente monolitiche e anzi a conferire dinamicità; gli immancabili synth e un po’ di elettronica a rafforzare certe impressioni ‘dark’ e vagamente ‘industrial’, la sezione ritmica ad addensare il tutto.

12 pezzi che possono piacere agli appassionati del genere, forse intrigare i più curiosi, forse col solo limite di brani che in qualche occasione si allungano un po’ troppo: il metal è genere dove spesso ci si fa ‘prendere la mano’…

ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

CUBE, “CUBE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per i catanesi Cube, nati dalla precedente esperienza degli Stereonoises: sostanzialmente un duo, formato da Andrea Di Biasi, autore di testi e musiche, nonché voce del gruppo, e Antonio Gangemi; il primo, artefice della consistente componente elettronica, il secondo a occuparsi di batterie e percussioni; con loro, un manipolo di musicisti ‘ospiti’, chiamati a curare chitarre e bassi.

Un disco gradevole, pur nel suo evidente ripercorrere strade ampiamente battute: dall’elettropop degli anni ’80, al matrimonio – celebrato soprattutto in quel di Manchester – tra rock e dance, con qualche accenno di psichedelia.

Efficace la scelta di giostrare tra italiano e inglese, con una scrittura per lo più volta all’introspezione e ai rapporti sentimentali; mood per lo più malinconico, senza esagerazioni e comunque accompagnato da una certa vivacità nei suoni.

Un disco che si lascia ascoltare, pur con qualche incertezza, forse ancora troppo vincolato alle band di riferimento, ma che comunque presenta un gruppo con delle potenzialità.

DAVIDE PERON, “INATTESI” (NEW MODEL LABEL / UDU MUSIC)

Gli ‘inattesi’ del titolo possono essere i figli, con tutto il bagaglio emozionale che questi comportano; nelle parole che chiosano il booklet, la necessità di tornare a vedere i nuovi nati come ‘esseri umani’ e non di volta in volta come consumatori, contribuenti o ‘numeri’ buoni per le statistiche.

Il quinto disco del vicentino Davide Peron non è però un disco dedicato ai figli e alla genitorialità: l’inattesa è un concetto che si amplia, abbracciando l’incontro con l’altro (in controluce, il tema delle migrazioni); l’arrivo il ritorno di emozioni nuove o sopite, tra l’amore (l’emozione più inattesa di tutte) e i momenti ‘rivelatori’ che arrivano dal minimo quotidiano: un filo d’erba, un fiore.

Un disco cantautorale, che attraversa scenari di eleganza semiacustica, con ‘derive’ rock, appena accennate. Sette pezzi, meno di mezz’ora la durata complessiva, il contributo recitato di Eleonora Fontana, attrice e compagna del cantautore, che per vocalità può ricordare vagamente Fossati.

Un disco che scorre via un po’ troppo velocemente e che a tratti da’ l’idea di una compostezza formale un po’ eccessiva nei suoni, come se i testi, a tratti anche intensi, avessero meritato una veste sonora più decisa e caratterizzante.

FABRICA, “BAR SAYONARA” (OCTOPUS RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

Secondo disco per i campani Fabrica. Il “Bar Sayonara” del titolo esiste davvero, ed è un luogo dove la band si è spesso ritrovata nel corso della gestazione del disco, tanto da diventarne il simbolo e venire citato all’interno dello stesso lavoro.

I ‘bar’ alla fine sono quei luoghi in cui si ‘annusa l’aria’, crocevia sociali in cui diventa evidente che piega stiano prendendo le cose; e probabilmente usato nel titolo il ‘Sayonara’ non è solo un omaggio alle consuetudini del gruppo, ma una metafora dei tempi attuali.

I dodici brani che compongono il disco vanno a disegnare un quadro del ‘mondo che gira intorno’, oltre che dentro alla band (anche i testi sono risultato di un lavoro collettivo, di tre dei quattro membri); si parla certo della propria interiorità, ma si allarga lo sguardo, alle “rovine di una generazione”, a uomini disposti a scelte difficili, a una provincia – nel caso dei Fabrica, quella di Caserta -amata e odiata.

C’è, immancabile, l’amore, ma lontano dai classici stilemi dell’innamoramento, del prendersi e del lasciarsi, ma vissuto in maniera più matura, all’insegna di una reale necessita di condivisione e comprensione reciproca.

I Fabrica ricorrono a un pop – rock dalla vena cantautorale, elettricità e momenti acustici, in cui si sente la mano, in fase di produzione, di Giuseppe Fontanella dei 24 Grana, alfieri del rock campano dai ’90 in poi. Un disco che mostra la vitalità e validità del rock italiano, anche lontano dai riflettori e dai soliti nomi in circolazione.