Archive for the ‘musica’ Category

BAOBAB ROMEO, “HUM” (SEAHORSE RECORDINGS / AUDIOGLOBE)

Trio composto da Davide Bianchera, Mattia Bresciani e Sebastiano Confetta, tutti con varie esperienze alle spalle (i primi avendo già precedentemente collaborato), i Baobab Romeo si formano nel 2013, dando alla luce un EP un paio di anni dopo. Oggi, eccoli alla prese con la prima prova sulla media distanza: otto tracce, 35 minuti circa la durata.

Domina l’elettronica: tutti e tre si occupano dei synth, ed elettroniche sono anche le percussioni, cui si aggiungono basso e batteria.

Panorami post-industriali, scenari a tratti algidi, tempeste elettriche, momenti di più pacata (e un filo dolente) riflessione per un lavoro il cui filo conduttore vuole essere il ‘viaggio’ come evoluzione interiore ancor prima che spostamento fisico.

Il trio riesce ad assemblare un disco dalle atmosfere mutevoli, in cui di tanto in tanto fanno capolino vaghi accenni di space-rock; l’interpretazione dei testi (in inglese) offre al disco quel ‘contatto emotivo’ sempre un po’ a rischio, quando si parla di elettronica.

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SPIRYT, “SPIRYT” (SEAHORSE RECORDINGS

Il francese (del sud) Jean-Luc Courchet riprende l’attività musicale dopo uno iato di ben 15 anni, alle spalle quasi un decennio di carriera nei No Answer (tra anni ’80 e ’90) e poi da solo fino ai primi anni 2000.

Disco interamente strumentale, in cui dominano atmosfere goticheggianti e ascendenze medievali, tra suggestioni da cattedrale e paesaggi incontaminati.

Incombe, e non potrebbe essere altrimenti, la presenza dei Dead Can Dance, a campeggiare su un panorama di riferimento che può includere tutta la scena storica scena gothic, o ‘dark’.

La scelta di dedicarsi ai soli strumenti non può che ricondurre a suggestioni da colonna sonora cinematografica, in 14 composizioni fortemente giocate sul lavoro percussivo, più o meno sintetico, sul quale si innestano fini tessiture di synth.

Le atmosfere avvolgono e coinvolgono, anche se in alcuni frangenti si ha l’impressione di trovarsi di fronte a composizioni per certi versi appena ‘abbozzate’, che con l’inserimento di qualche suono in più (archi soprattutto, ma anche qualche fiato) avrebbero potuto avere uno sviluppo più compiuto.

DISCHI: TOP 20 2018

La mia classifica, trai dishi recensiti nel blog.

 

1) GENOMA, “MOSTRI, PARANOIE E ALTRI ACCADIMENTI”

2) SNOWAPPLE,  “WEXICO”

3) PRISCILLA BEI, “FACCIAMO FINTA CHE SIA ANDATO TUTTO BENE”

4) MEGANOIDI, “DELIRIO EXPERIENCE”

5) SAVANA FUNK, “BRING IN THE NEW”

6) CAPABRO’,  “MUSICANORMALE”

7) MATERIANERA, “ABYSS”

8) ELLEN RIVER, “LOST SOULS”

9) QUADROSONAR, “FUGA SUL PIANETA ROSSO”

10) ARTURA, “DRONE”

11) MARTE, “METROPOLIS IN MY HEAD”

12) SAMUELE GHIDOTTI, “L’INFERNO DOPO LA DOMENICA”

13) FABRICA, “BAR SAYONARA”

14) MONOBJO, “DIANA’S MIRROR”

15) ARCANO 16, “XVI”

16) MARTYR LUCIFER, “GAZING ALL THE FLOCKS”

17) TRUEMANTIC, “TRUEMANTIC”

18) ROPSTEN, “EERIE”

19) ALEA AND THE SIT, “GENERATION”

20) ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI”

 

PLAYILIST 4/18

Utima selezione dell’anno di brani estratti dai dischi recensiti sul blog.

Darbon           Lou Seriol

Migliorerà     Arcano 16

Incomprensioni     Nasti

Week-End       Someday

Venirne fuori         Mildred

Eva                   Nosexfor

The Wait         Alea And The Sit

You won’t go          Marte

SOMEDAY, “UNA GIORNATA BREVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i torinesi Someday, una via di mezzo tra un EP e un lavoro più lungo, che vede proseguire la collaborazione con Cristiano Lo Mele dei Perturbazione in qualità di produttore e la scelta importante di passare dall’inglese all’italiano.

“Una giornata breve”, una tra le tante di chi assistere allo scorrere del tempo e al trascorrere della propria esistenza senza averne il controllo, facendosela sfuggire tra le mani, osservandola come uno spettatore esterno, nella proverbiale impressione di stare vivendo la vita di qualcun altro.

I sei brani ruotano attorno a questo concetto di fondo, tra immaginazione e momenti onirici, impressioni frammentarie e ‘non detti’, che il più delle volte toccano la sfera sentimentale, con una costante aura di rimpianto, per il ‘ciò che sarebbe potuto essere e non è stato’.

Il quartetto torinese si esprime con sonorità radicate in tutto uno scenario ‘indie’ che mescola suggestioni vagamente post punk, aperture dreampop, momenti più volti a un certo ‘rock alternativo’ degli anni ’90, pur senza eccessi rumoristici, conservando anzi il gusto della melodia, nel segno di un appeal fondato sul pulsare del basso e sull’uso accorto dei synth.

Il brano conclusivo è una cover tradotta di ‘Feel’ dei norvegesi Motorpsycho, da quasi trent’anni band di culto della scena rock alternativa.

Un lavoro quasi ineccepibile nella forma, ma al quale forse, manca qualche abrasione, qualche momento di ‘rilascio’ in più, restituendo alla fine un’impressione di ‘energia trattenuta’.

MARTE, “METROPOLIS IN MY HEAD” (LIBELLULA MUSIC)

Le metropoli del titolo è New York, città dove Marte, al secolo Martina Saladino, genovese classe ’95, ha trascorso una vacanza – studio qualche anno fa; esperienza formativa, che ha detta della stessa autrice sembra aver trovato una sorta di ‘affinità elettiva’, di corrispondenza tra l’atmosfera della città e I propri ‘tumulti’ interiori.

Prendendo le mosse da qui la storia di “Metropolis in my head” prende le mosse da qui, snodandosi nel corso di una lunga gestazione, con pause, ripensamenti e ripartenze da zero; in mezzo, un’ulteriore esperienza fatta di viaggi ed esibizioni all’estero – dall’Irlanda alla Germania, fino a trovare, grazie alla collaborazione Fulvio Masini, la definitiva dimensione sonora da dare al disco.

Nove brani, all’insegna di un rock dalle tinte accese, a tratti quasi sofferte, con parentesi più delicati; suoni a tratti ruvidi, scabri, a ricordare, abbastanza prevedibilmente, certe cantanti d’oltreoceano, dalla ‘indie’ e dolente Cat Power, alla più rocker e ‘aggressiva’ Alani Morissette, ma quello delle assonanze è un gioco, che non riduce l’impatto di un’impronta stilistica discretamente delineata. LiL’interpretazione di Marte coinvolge, per impatto emotivo e grinta; i suoni avvolgono.

Un esordio che convince.

ALEA AND THE SIT, “GENERATION” (AREA LIVE / LIBELLULA MUSIC)

La cantautrice Alea, al secolo Alessandra Zuccaro, da Brindisi e il trio lucano dei The Sit si incontrano circa quattro anni fa, aprendo una collaborazione che giunge al secondo capitolo discografico.

“Generation” è un titolo che gioca dice tutto o quasi: il ritratto di una generazione, non più giovanissima, non ancora matura, con poche certezze e punti di riferimento, forse costretta più delle precedenti a cercare dentro di sé stimoli, motivazioni, ‘ragioni’; il rischio è quello di chiudersi nel proprio campionario di certezze incrollabili, la via di uscita quella di aprirsi al mondo, se si è artisti, come in questo caso, dare libero sfogo alla propria creatività.

Alea si mette così in gioco, in un lavoro che pur rispecchiando ampiamente i suoi studi da cantante jazz, si apre ad altri mondi sonori: dall’hip hop, con la collaborazione di Big Simon dei Krikka Reggae (‘DaDaism’, che apre il disco) alle musiche del ‘sud del mondo’ con quella del percussionista senegalese Meissa Ndaye, (‘Joye’) mentre l’apporto dei The Sit offre una continua colorazione, tra trascinanti ritmi funk e suggestioni della gloriosa stagione del jazz elettrico – anche italiano – degli anni ’70 (‘The Wait’). Non mancano parentesi tranquille, più da jazz club.

Alea si muove con eleganza lungo le undici tracce (la conclusiva un radio edit dell’opener DaDaism), con una decisa preferenza per l’inglese (pur non mancando episodi in italiano e brani ‘misti’), facendo sfoggio di tecnica, spesso ricorrendo al ‘vocalese’, ma cercando di non perdere di vista il lato emotivo della questione.