Archive for the ‘cinema’ Category

BOHEMIAN RHAPSODY

Ascesa, trionfo e caduta di Freddie Mercury, seguendo la parallela parabola dei Queen.
Dai palchi di piccoli club ai trionfi negli stadi, dal rapporto complicato con la famiglia, fino a rinnegare le proprie origini, a una vita sentimentale travagliata, caratterizzata da un perenne vuoto riempito da abitudini sessuali fin troppo disinvolte, che finiranno per essergli fatali.

I film biografici (anche se in questo caso è più corretto definirlo come ‘molto liberamente ispirato alla vita di’) vivono quasi esclusivamente sull’identificazione tra il protagonista e il suo interprete: un buon film può essere completamente depotenziato dalla mancata corrispondenza; un film ‘ordinario’ può assurgere a capolavoro grazie a una perfetta imitazione.

“Bohemian Rhapsody” è in sé un film ordinario, che segue senza rilevanti deviazioni il ‘canovaccio’ tipico delle biografie, in un susseguirsi di episodi e aneddoti, spesso romanzati e con più di una ‘forzatura’ narrativa.
“Bohemian Rhapsody” è un capolavoro del genere, reso tale dall’interpretazione memorabile di Rami Malek (fin qui noto al grande pubblico soprattutto per le apparizioni nella saga di “Twilight” o per la serie tv “Mr. Robot”).
Si può dire che alla fine tutto il film, praticamente un musical, scandito dai brani della band, vive nell’attesa dei venti minuti finali, in cui Malek riproduce la memorabile esibizione di Mercury sul palco del “Live Aid”: lì, l’identificazione raggiunge il vertice, in un climax di fronte al quale i più emotivi si preparino a prendere i fazzoletti (io, ex adolescente ‘in fissa’ coi Queen del fazzoletto non ho avuto bisogno, ma gli occhi lucidi avoglia se ci sono stati e la lacrima è venuta giù).

Il resto, come detto, è fatto di musica – tanta, bella e potente – e aneddotica con varie imprecisioni (con due click potete trovare ampi articoli al riguardo), dalla quale esce il ritratto di un Freddie Mercury che finisce per condurre una vita sregolata per colmare il vuoto causato dalla propria incapacità di gestire fino in fondo la propria sessualità.

Sì, quindi, va bene: non posso dare torto a chi sottolinea come l’accuratezza storica del film si sia andata a far benedire fin dalle prime battute; ha ragione chi scrive che in fondo Freddie Mercury si divertiva pure e che descrivere tutto il campionario di feste, frequentazioni di locali ‘equivoci’ e orge come il segno di un vuoto interiore alla fine è riduttivo e sa molto di luogo comune (come se in fondo volersi ‘divertire’ sia una colpa e sia sempre il sintomo di un male più profondo).

Comprendo che sì, è vero, i comprimari si limitano alla ‘somiglianza’ agli originali (a parte Roger Taylor, che c’entra pochino); accetto pure certi pareri, secondo me abbastanza ingenerosi, all’insegna del ‘risparmiatevi i soldi e andatevi a vedere i video originali su Youtube’ o ‘se urlate al capolavoro, allora per coerenza non dovete perdervi una puntata di “Tale e quale show”‘.

Tutto giusto, corretto, comprensibile: però resta il fatto che a me alla fine la lacrima è scesa: e forse ok, dipende dal fatto che coi sentimenti e coi ricordi adolescenziali il gioco è facile e forse in fondo sentirsi sparare la musica dei Queen a tutto volume dentro un cinema evoca alla lontana cosa sarebbe potuto essere vederli dal vivo e ti fa sorgere un filo di rimpianto (io poi al cinema mi emoziono spesso) però boh, nonostante tutto, sì, nel suo genere per me “Bohemian Rhapsody” è un film destinato a farsi ricordare.

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DOGMAN

Marcello è il proprietario di un piccolo negozio di toelettatura cani, nella periferia degradata di una grande città: si arrangia, arrotodando con lo spaccio di piccole dosi di cocaina e partecipando a qualche furtarello: a comprargli la droga e a ‘precettarlo’ per le proprie attività criminose è Simone, un bullo che tiene in scacco l’intera zona, una bestia che impone la sua legge a forza di pugni.
Marcello ne è succube, in un modo che va oltre il classico rapporto vittima – carnefice: qualcuno potrebbe definirlo ‘malato’; nella sua remissività, che arriva fino alle più estreme conseguenze, c’è la paura delle conseguenze di una ribellione, ma anche la speranza che da quel rapporto si possano raccogliere delle ‘briciole’ che gli consentano di vivere con maggiore tranquillità, magari potendosi permettere di pagarsi una vacanza assieme alla figlia, intuiamo tra l’altro che il protagonista è separato dalla moglie.
Marcello pensa forse di poter controllare e ‘ammansire’ Simone come fa coi suoi cani, in fondo si tratta pur sempre di bestie…
Le cose però prenderanno una piega ben diversa e dopo aver pagato un prezzo troppo alto, Marcello troverà finalmente la forza di ribellarsi, risolvendo ‘definitivamente’ il problema…

Quella del ‘Canaro della Magliana’ è una delle vicende di cronaca nera che resta ancora oggi scolpita nell’immaginario degli abitanti della Capitale; chi, come me, all’epoca tredicenne, ricorda ancora oggi come nei giorni successivi al ‘fattaccio’ coi compagni di classe ci si scambiassero particolari – più o meno veritieri – sulle efferatezze compiute dal protagonista… nel mio caso in aggiunta c’è il dato puramente biografico di chi abita in una zona continua allo stesso quartiere della Magliana: tutta quella storia successe a meno di due chilometri da dove abito, il cadavere della vittima venne ritrovato qui dietro, a dieci minuti di strada.
Quell’avvenimento resta ancora oggi velato da un alone quasi ‘mitologico’ perché in fondo nonostante la violenza dell’esecuzione e allo scempio del cadavere non si più non guardare al ‘Canaro’ non dico con simpatia, ma almeno con un filo di comprensione, essendo diventato un po’ il simbolo di chi alla fine si stufa di essere vittima di soprusi e finisce per ribellarsi; va comunque sottolineato che il ‘Canaro’ non era certo un stinco di santo e che tutta la vicenda si svolse in un contesto ampiamente degradato.

Matteo Garrone, che ha sottolineato di aver solo preso spunto da quell’episodio, mette in scena un climax di prepotenza e soprusi di fronte ai quali il povero protagonista finisce sempre per essere sottomesso, tanto da risultare quasi irritante, fino a quando – e viene da dire: “finalmente”” – finisce di accettare tutto e si ribella: un archetipo a metà tra il ‘borghese piccolo piccolo’ di Sordi e il ‘cane di paglia’ di Peckinpah, sullo sfondo di una periferia scialba, dai colori lividi – tutta la storia si snoda praticamente nell’ambito di un solo isolato – il cui unico contraltare sono i fondali marini che fanno da scenario ai momenti di serenità del protagonista assieme alla figlia.
Garrone racconta il tutto in maniera secca, essenziale, non evitando un finale per forza di cose violento, ma senza nulla concedere all’effettaccio o allo scorrimento di sangue fine a sé stesso.

A dare corpo e volto a Marcello è l’omonimo Marcello Fonte, che offre un’interpretazione intensa e sofferta, e col quale da parte mia c’è stato un supplemento di immedesimazione, visto che Marcello mi chiamo anche io e che come lui sono quello che si dice a Roma ‘un du’ soldi de cacio’ (insomma: piccoletto, mingherlino); devo dire in aggiunta che anche io, senza ovviamente agli estremi del protagonista, da ragazzino in qualche episodio ho provato la stessa sensazione di impotenza di fronte a certi prepotenti; gli fa da contraltare Edoardo Pesce – Simone: interpretazione altrettanto – e forse addirittura qualcosina di più – riuscita, nel suo dare vita a un personaggio odioso, per il quale alla fine non si prova alcuna pietà, pensando anzi che si merita quanto accaduto. Francesco Acquaroli e Adamo Dionisi sono due validi esempi di quelli che una volta venivano chiamati ‘caratteristi’.

P.S. Doverosa postilla, perché nel frattempo è giunta la notizia dell’assegnazione a Marcello Fonte del premio come miglior attore a Cannes: strameritato e del quale sono stato contentissimo.

LORO 2

Sconfitto (per poco) alle elezioni, Berlusconi è sul punto di cedere, ma ritrovato lo smalto del venditore dei tempi migliori, rieccolo sulla breccia: via con la compravendita dei Senatori, con ‘favori’ annessi, coinvolgendo anche giovani ragazze da ‘sistemare’,  magari nelle fiction delle sue tv, e si continua con le feste in Sardegna, le ‘cene eleganti’ e quant’alto, con adeguata esposizione di corpi femminili (nulla a che vedere con la prima parte, però), mentre si conclude con poca gloria la parabola dell’arrivista Sergio Morra, fino a quando proprio una di queste giovani ragazze ha il coraggio di mettere ‘lui’ di fronte al suo essere patetico. Eppure, ‘lui’ continua a essere convinto di sé stesso e delle sue capacità, una testa ‘piena di progetti’ anche a 80 anni.
Torna al Governo, la moglie lo pianta con una piazzata che manco Travaglio e nel frattempo il terremoto de L’Aquila sembra aprire – forse – una voragine incolmabile tra ‘Lui’ e ‘noi’ gente ‘normale’.
Come si sperava, e si poteva prevedere, in questa seconda parte Sorrentino si concentra soprattutto su di ‘lui’, senza fare sconti, ma cercando di tratteggiare il lato ‘umano’ di una persona alla quale in fondo piace ‘divertirsi’ e che fa tutto ciò che i soldi gli permettono, senza riuscire ad accettare il fatto che una persona con un ruolo pubblico deve giocoforza porsi dei limiti anche nel privato. Una persona che alla fine, costruisce delle verità di comodo destinate non tanto agli altri, quanto innanzitutto a sé stesso, per evitare di ammettere le proprie debolezze.
La potenza dell’uomo sta nel fallimento di chi ogni volta ha cercato di accelerarne la fine politica e di chi ha cercato di ‘sfruttarlo’, cercando di ottenere più di quanto lui non  abbia voluto concedere.
Dopo aver visto tanti ‘Loro’ e tanto ‘Lui’, il finale sembra dedicato a ‘noi’, gente ‘normale’ coi propri problemi e a volte tragedie, lontanissimi da certo ‘mondi’… eppure, viene da pensare che proprio ‘noi’ abbiamo alla fine contribuito al suo successo, guardando le sue televisioni, comprando i suoi prodotti e alla fine votandolo.
Servillo (quasi) magistrale è al centro della scena; Elena Sofia Ricci, una Veronica Lario credibile (e che si spoglia pure lei) e poi tutto il resto della ciurma, tra la giovanissima Alice Pagani (una ‘promessa’?) e uno Scamarcio di fronte al quale per l’ennesima volta ci si chiede quali doti abbia a parte la bellezza donatagli da Madre Natura.
Certo, resta comunque l’idea di un film che non dice nulla di nuovo, perché alla fine in vent’anni e passa un’idea sul Berlusconi pubblico e privato ce la siamo fatta tutti; né abbiamo avuto chissà quali rilevazioni riguardo quanto poteva succedere in certe occasioni, o quali fossero e siano ancora le dinamiche di certi ambienti: il caro, vecchio detto sul ‘pelo di f*** e il carro di buoi’ non tramonta mai.
L’impressione finale, allora, è che di questo film resti soprattutto la ‘carne’ esposta ampiamente nella prima parte e in misura minore nella seconda: un’esposizione di nudi femminili e situazioni ‘al limite’ come raramente si è vista nel cinema italiano ‘serio’; certo funzionale alla storia, ma per certi versi eccessiva e a un certo punto noiosa. Io comunque se fossi in quelli di Pornhub a Sorrentino un film hard glielo proporrei…

LORO 1

Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) ambizioso e spregiudicato trafficone tarantino, giunge a Roma con l’avvenente moglie, mosso dall’obbiettivo di incontrare ‘lui’…
‘Lui’ nel frattempo è in Sardegna, momentaneamente escluso dal Governo, impegnato a cercare di tenere in piedi ciò che resta del suo matrimonio.
La prima parte del nuovo film di Sorrentino si divide in due ‘sezioni’: la prima, ci mostra un mondo decadente, con giovani donne disposte a usare senza tanti complimenti il proprio corpo per fare strada…
Siamo a due passi dalla Roma de “La Grande Bellezza”: lì la protagonista era la noia di una generazione di intellettuali falliti sotto il profilo ideale, qui quel divertimento ‘obbligato’ che rappresenta il raggiungimento del successo nel mondo politico ed economico.
Mi scuso per i ‘francesismi’, ma in sintesi ci viene presentata un’ora di troie, cocaina, tette, culi, strusciamenti (etero e lesbo).

Poi, negli ultimi 40 minuti, arriva Servillo – Berlusconi (così così il milanese, ottima la mimica) e il clima si rasserena, pur non tacendone l’arroganza, ignoranza e grettezza. L’idea di fondo è forse quella di presentare il mondo dei ‘loro’ che gli girano intorno come peggiore di ‘lui’ stesso, come le cronache tutto sommato ci hanno mostrato.
Resta comunque il dubbio di trovarsi davanti a una grande paraculata di Sorrentino che per oltre mezzo film non fa vedere altro che donne mezze (o tutte) nude, Kasia Smutniak inclusa (applausi).
Il prossimo, suggerirei direttamente un porno.
A restare su tutto è la prova di
Bentivoglio – Bondi: grandissimo.
Appuntamento a “Loro 2” per una più completa e corretta opinione.

AVENGERS INFINITY WAR

Quando Thanos – già artefice della prima invasione aliena di New York – decide di impadronirsi delle sei ‘Gemme dell’Infinito’ (potentissimi oggetti capaci di controllare i vari aspetti della realtà, due delle quali sono sulla Terra, in possesso del Dr. Strange e Visione), al fine di ‘risolvere’ il problema del sovrappopolamento universale facendo piazza pulita della metà dei suoi abitanti – gli Avengers dovranno ‘ritrovarsi’ e unire le forze coi ‘nuovi arrivati’ della comunità dei supereroi… ma basterà?

Finalmente, quello che tutti gli appassionati di fumetti attendevano dalla famosa scena ‘post credit’ del primo Avengers; finalmente, tutto quello che gli appassionati del filone cinematografico aspettavano.
“Avengers Infinity War” arriva e (in larga parte) non delude: un gigante ipertrofico, sviluppato tra lo spazio e la Terra, pianeti devastati e New York, l’Africa e stelle morenti; gli Avengers si riuniscono per una battaglia campale nel Wakanda; Iron Man e Thor, col Dr. Strange e l’Uomo Ragno assieme ai Guardiani della Galassia nello spazio: botte da orbi ovunque come se non ci fosse un domani fino al finale ‘spalancato’ che apre le porte alla nuova fase dell’Universo Marvel su grande schermo, mentre all’orizzonte si profila l’arrivo di un nuovo ‘capitano’ – anzi: capitanA – che promette di essere l’unica veramente in grado di prendere a calci nelle terga il ‘cattivone’ di turno.

Si fa piacere, questa ‘Guerra dell’Infinito’: lasciando fuori dalla porta i raffronti col fumetto, avendo ormai assimilato la tendenza alle ‘battutine’ (che se non altro dono più dosate e non sparse ‘ad minchiam’ qua e là), si fanno apprezzare la ‘crisi d’identità’ di Banner, incapace di far riemergere un Hulk traumatizzato e un Groot metafora di un’alienazione giovanile solo apparente.

Il resto, come detto, sono ‘botte’, che per certi versi cominciano a dare l’impressione di ‘giá visto’; il finale però merita, perché – almeno per i meno smaliziati – lascia più domande che risposte: piccola rivincita per gli appassionati di fumetti, molto più ‘avvezzi’ a certe situazioni.

Chiudo con una nota personale: erano due che non andavo a vedere un ‘cinecomic’, da “Batman v Superman”; per la Marvel devo risalire a “Age of Ultron”: è stata una pausa ‘salutare’, che mi ha permesso di riconciliarmi col ‘genere’, affrontando questo film liberandomi del bagaglio di ‘pretenziosità’, tipico degli appassionati di fumetti.
Il discorso sarebbe lungo, ma va ormai serenamente accettato che i fumetti non sono i film, così come la Marvel di oggi non è quella di 15, 30, 45 anni fa. “Avengers Infinity War” promette divertimento e divertimento offre: questo alla fine può bastare.

P.S. Mentre pubblico su WP, mi accorgo di non aver fatto alcun riferimento agli attori, il che qualcosa vorrà effettivamente dire: alla fine, questo è uno dei film meno ‘recitati’ dell’intero corpus cinematografico marvelliano; si potrebbero giusto citare la buona prova di Josh Brolin come Thanos, per quanto trasfigurato dalla grafica computerizzata e l’apparizione di Peter Dinklage, beniamino dei seguaci di “Game of Thrones”; per il resto, veramente poca roba, con attori, a cominciare da Scarlett Johansson, che ormai ottengono perfino di rinunciare alla tinta dei capelli e altri che in tutta evidenza si limitano a svolgere un compitino, con poco o nullo coinvolgimento. L’impressione è di essere veramente alle soglie di un cambio generazionale e che i vari Downey Jr. (che ormai anche ‘a vista’ comincia a sembrare troppo ‘maturo’ per interpretare un supereroe), Evans e Ruffalo, siano ormai discretamente annoiati di vestire i panni degli Avengers; l’unico che sembra ancora ‘crederci’ in una certa misura è Chris Hemsworth; più coinvolte le ‘nuove leve’, anche se poi questo film non ha richiesto chissà quali ‘prove’ interpretative.

READY PLAYER ONE

In un non lontano futuro la popolazione terrestre, per fuggire da una realtà più o meno squallida, vive la maggior parte della propria vita connessa in rete, in un mondo virtuale – Oasis – in cui è possibile essere più o meno chiunque, costruendosi un’identità ispirata alle migliaia di personaggi creati nella storia dei fumetti, dell’animazione, del cinema, della tv e – ovviamente – dei videogiochi.
Tra le varie avventure che si possono vivere su Oasis, la più impegnativa è quella che James Halliday, defunto creatore di questo mondo, ha costruito su sé stesso e la propria vita e che come premio finale ha nientemeno che il potere assoluto sulla stessa Oasis.
Il giovane Wade, attraverso il suo alter ego Parzival, assieme ad un manipolo di compagni di avventura, si metterà alla ricerca della soluzione, per impedire che Oasis cada nelle mani di una multinazionale con pochi scrupoli, che replicherebbe anche su scala virtuale le differenze economiche della realtà, che qui vengono azzerate, o comunque stabilite dalla bravura dei giocatori, a prescindere dal loro livello sociale…
Steven Spielberg fa centro pieno: certo, gioca facile, colpendo al cuore della generazione che ha trascorso interi pomeriggi in sala giochi o davanti alle prime consolle attaccate ai televisori, ma anche a quella successiva, dei ‘millennials’ e dei giochi di ruolo online.
“Ready Player One”, più che da una storia ampiamente prevedibile, trae il 90% della sua linfa vitale dalla inesauribile sequenza di citazioni e ‘apparizioni’ che si susseguono senza un attimo di pausa, in un calderone che offre l’occasione di vedere insieme personaggi appartenenti ai vari reami della cultura pop destinati altrimenti a non incontrarsi mai.
E’ un film dal quale chi ama certi ‘mondi immaginari’, non può che uscire coi ‘capelli dritti’, emozionato e anche con un pizzico di commozione.
Il giovane cast, guidato da Ty Sheridan, svolge un ruolo marginale rispetto alle proprie controparti virtuali; Simon Pegg è un comprimario d’eccezione; Mark Rylance si farà ricordare nel ruolo del ‘demiurgo’ del mondo virtuale con proverbiali problemi di gestione dei sentimenti.
A Spielberg mi sento di muovere solo due appunti: il poco coraggio nell’esprimere il contrasto tra ‘reale e virtuale’, con la compagna d’avventura del protagonista caratterizzata solo da un difetto estetico trascurabile (il ‘grande pubblico’ forse non avrebbe gradito un/una protagonista ‘brutto/a), e il ‘pistolotto’ finale col quale, in modo un po’ scontato, si finisce per cantare le lodi della realtà rispetto all’immaginazione.
Questioni ‘filosofiche’ a parte, “Ready Player One” resta un memorabile esempio di gioco di prestigio grafico e visuale, una gioia per gli occhi e per il cuore.

 

BLADE RUNNER 2049

Risulta un po’ difficile, parlare di “Blade Runner 2049”: un po’ perché non si può certo ignorare il suo essere sequel di un film che rappresenta una delle ‘pietre miliari’ di un genere; un po’ perché parlare di questo film solo in quanto ‘seguito’ risulterebbe alla fine ingeneroso; un po’ perché, diciamocela, ed è questo, soprattutto, il bello del film, il rischio è da un lato di finire per essere ultrasintetici onde non rivelare troppo, o di buttare giù un ‘mattone critico’ (e io in fondo non sarei nemmeno in grado) per parlare di tutto o quasi.
Siamo, appunto, nel 2049 e i nuovi modelli di ‘replicanti’, più ‘obbedienti’ rispetto ai loro precursori, danno la caccia a quelli ancora in fuga.
Uno di questi, l’agente ‘K’, finirà per imbattersi, più o meno volutamente, in un ‘giallo’ che ruota attorno a un evento che sancirà un punto di non ritorno nell’evoluzione della ‘vita artificiale’, che lo vedrà coinvolto in prima persona, finendo per farlo incontrare con Rick Deckard, protagonista del primo film… di più veramente non è lecito dire.

Molti, credo, ricorderanno le parole di Roy Batty in “Blade Runner”, la mitologica frase sulle ‘cose che voi umani non potreste immaginarvi…’; quella frase si concludeva coi ‘ricordi che si perdono come lacrime nella pioggia’; i ‘ricordi’ sono, appunto, una delle cose che ci rendono ‘vivi’, umani; e la riflessione di “Blade Runner 2049”, gira tutta attorno a questo, ai ricordi, la cui veridicità rappresenta una delle prove finali della propria umanità, in un mondo in cui i ricordi stessi possono essere impiantati artificialmente nei replicanti per dare loro una sorta di passato fittizio.

Il protagonista intraprende un’indagine di cui molto presto l’oggetto diventa egli stesso e la propria umanità, in un modo che a tratti può ricordare “A.I.” e forse non a caso, vista la firma di Kubrick su almeno parte di quel progetto: magari è solo un impressione, ma in questo film ho trovato molto di Kubrick: la lentezza di ‘2001…’, l’abbandono di certi luoghi che può ricordare alla lontana quello dell’Overlook Hotel.

Il viaggio di ‘K’ attraversa un mondo non solo futuristico, ma futuribile, molto più futuribile di quello delineato dal suo predecessore: tecnologie che indagano corpi e ossa a livello quasi atomico, ‘assistenti elettroniche’ che giungono alle soglie – e forse un passo oltre – dell’autoconsapevolezza, fino a ‘fondersi’ quasi letteralmente coi viventi per viverne le stesse esperienze… megalopoli dominate da torri interminabili, paesaggi extraurbani costellati di serre in cui i prodotti della terra che vengono cresciuti ormai quasi esclusivamente per via artificiali.

A convincere più di tutto è questo scenario, certo prodotto grazie ai passi da gigante compiuti dalla tecnologia, e quindi non ci si dovrebbe stupire, ma alla fine si resta ugualmente estasiati.

Denis Villeneuve riesce a dare vita a un film coerente, rispettoso del predecessore, che omaggia con apparizioni e ‘comparsate’ che vanno oltre l’attesissimo ritorno di Deckard / Ford, nel contempo costruendo un’opera che funziona benissimo da sola; al suo interno si muove un convincente Ryan Gosling, circondato da uno stuolo di donne tra le quali si segnala soprattutto Ana de Armas; Ford è sempre Ford, assorbito dalla presenza iconica del suo personaggio; Jared Leto, pur in ruolo ridotto, come al solito offre una prestazione di livello.

E’ difficile riuscire a vedere e considerare “Blade Runner 2049” senza tenere conto di ciò che l’ha preceduto; eppure, forse questa è la strada migliore per goderselo; poi ovviamente si possono fare tutte le considerazioni del caso, gridare all’impresa riuscita o esacerbare la propria insoddisfazione, ma penso che alla fine ogni film debba vivere di vita propria, anche – e forse, un filo paradossalmente – soprattutto in questo caso.