Posts Tagged ‘Massimo Volume’

LO-FI POETRY, “LA MIA BAND” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i veneti Lo-Fi Poetry: dopo il primo omonimo EP, un nuovo pugno di brani – cinque – all’insegna di un’ampia gamma di riferimenti: da certo rock alternativo (potrebbero venire in mente i Placebo) a una furiosa ruvidità grunge / punk, da sonorità più genericamente ‘indie’ a loop elettronici.

Il gioco delle ascendenze e delle definizioni è facile ed è lo stesso quartetto a scherzarci su, fin dal titolo e dalla title track di apertura, mentre gli altri pezzi vanno a comporre il classico ‘ritratto generazionale’ a base di ‘rivendicazioni’ (“Meglio soli che in mezzo ai ricchi”, è il grido ripetuto del brano di chiusura), momenti ‘sentimentali’ e una parentesi vagamente delirante.

Il risultato, abbastanza eterogeneo, alla fine soddisfa; l’inserimento episodico di piano e contrabbasso offre qualche arricchimento sonoro, il cantato che tende al parlato rimanda inevitabilmente a Massimo Volume od Offlaga Disco Pax, ma mantiene comunque una certa originalità; la presenza di un’ospite femminile – Rozalda – al microfono di ‘Gli umori di te’, il brano più ‘aggressivo’ del disco, è un’efficace variazione,

Un lavoro che si lascia ascoltare, lasciando a un eventuale più ‘corposo’ seguito un’idea più compiuta.

 

TWOAS4, “MAREA GLUMA” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per la creatura del cantante e chitarrista Oscar Corsetti accompagnato da Alan Schiaretti e Luminita Ilie.

Si prendono le mosse dal precedente lavoro, “Audrey in Pain English” , e non solo da un punto di vista cronologico: la continuità, anche concettuale, è sancita dalla title – track, versione in rumeno del brano conclusivo del disco precedente.

Un lavoro che rappresenta la componente sonora di un progetto multidisciplinare che include la scrittura, attraverso il racconto incluso nel booklet, una sorta di taccuino di riflessioni e appunti ‘di vita’, forse un po’ difficile da fruire, viste la ridotta dimensione dei caratteri, e la grafica, con una serie di quadri – eseguiti con varie tecniche – che accompagnano quel testo.

Un disco stratificato, per un verso strettamente legato all’attività dal vivo della band, tra rielaborazioni del proprio repertorio, prime esecuzioni in studio di pezzi abitualmente suonati nei live e che per l’altro riprende idee e materiali anche abbastanza remoti.

Disco dalla gestazione in parte complicata – Schiaretti (batteria e tastiere) ha abbandonato il progetto, anche se dopo aver comunque suonato le proprie parti – in parte arricchita dalla partecipazione di alcuni ospiti esterni, a cominciare da Andrea Bergesio ( Ezio Bosso, Eskinzo, Marco Notari) e dal suo apporto essenziale in sede di elaborazione del materiale di partenza passando a Stefano Vivaldi, in passato bassista nei Baustelle, il cantante, musicista e videomaker londinese Jon Roseman (già al lavoro con Dylan, Rolling Stones, Queen).

Undici brani, caratterizzati da un approccio multilingue, tra inglese, italiano e il rumeno di Luminita Ilie, in cui si mescolano new wave e no wave, post punk e art rock; con un cantato che più volte si avvicina al parlato (vengono in mente i ‘soliti’ Massimo Volume e Offlaga Disco Pax) e che nel suo snodarsi trasmette l’impressione di trovarsi, più che di fronte a un semplice disco, a una sorta di installazione, di performance, in questo ricordando a tratti i primi CCCP.

Frustate elettriche, abrasioni, accenni industriali, passando per una cover obliqua di ‘I wanna be your dog degli Stooges’, e sfocando nella rilettura post apocalittica dell’’Ave Maria’ di Gounod.

Un lavoro che richiede attenzione, che tiene l’ascoltatore sulla corda, i cui mutamenti di registro linguistico costituiscono il primo elemento di stimolazione; un lavoro che vive sia nella sua autonoma identità sia nel suo essere parte del più ampio progetto che mescola suoni, parole e grafica.

LEF, “NEW WAGUE 15” (O’DISC / AUDIOGLOBE)

La terza tappa del viaggio dei Lef riprende più o meno da dove si era conclusa la precedente: il precedente disco omaggiava il cinema espressionista tedesco, il nuovo si apre con un estratto da “M” di Fritz Lang, prima di compiere un consistente balzo in avanti, confermando quanto ci si aspetta da un lavoro che, fin dal titolo, appare omaggiare il cinema di Truffaut e Godart, nel contempo rivelando le proprie ascendenze sonore: “New Vague”, come un’ideale fusione tra ‘New wave’ e ‘Nouvelle vague’…

Trai nove brani (più una ghost track) presenti, titoli come ‘4 volte 100’ e ‘All’ultimo respiro’, oltre alla title track, sono un diretto richiamo a quella felice stagione del cinema francese, ma la band italo – inglese guarda anche ad un passato più recente, tra un ‘velluto blu’ che, citato in ‘Sessantanove’, appare un rimando a Lynch e una più esplicita suggestione in ’21 Grammi’.

Un disco profondamente ‘cinematografico’, e non solo per i titoli: scrittura ed atmosfere evocano immagini da film, storie o frammenti di pensiero narrate da personaggi colti spesso in ambienti urbani crepuscolari.

I suoni proposti dai sei componenti del gruppo discendono direttamente dagli ’80, tra new w vave e post punk, con il classico cantato – diviso tra italiano ed inglese – ‘profondo’ (vengono in mente, prevedibilmente, il primo Pelù, Federico Fiumani dei Diaframma ed Emidio Clementi dei Massimo Volume, in certi episodi quasi parlati più che cantati) affiancato a chitarre dall’elettricità abrasiva.

Un disco che poco aggiunge ad un sentiero già ampiamente spianato nel corso dei decenni, ma che ne offre comunque una rilettura discretamente efficace.

IL MERCATO NERO, “SOCIETA’ DRASTICA” (SEAHORSE RECORDINGS / NEW MODEL LABEL)

“Questo è un altro passo falso dell’hip-hop”, ‘canta’ Manuel Fabbro nel pezzo di apertura di “Società drastica”: che sia ironia genuina o falsa modestia, in fondo importa poco; quello che importa è invece che questo disco di esordio del progetto Il Mercato Nero, non è per nulla un passo falso, anzi: è uno di quei dischi che ogni tanto ti fanno pensare che c’è ancora qualcuno che quando mette le proprie idee su cd (o altro supporto musicale) lo fa quanto meno suscitando curiosità e interesse nell’ascoltatore…

“Mercato Nero” è un progetto sul quale hanno messo le mani, oltre a Fabbro anche Matteo Dainese (già con Ulan Bator e Circo Fantasma, più recentemente artefice di due dischi con l’alias de Il Cane) ed Egle Sommacal (nome molto più noto ai frequentatori della scena indipendente italiana, in quanto componente storico dei Massimo Volume): il risultato è un esempio assai riuscito di connubio tra hip-hop ed elettronica, col caro, vecchio rock a fare da ‘sensale’; non che l’idea sia di per sè una prima assoluta, ma la sua applicazione in questo caso è efficace e affascinante.

Il profluvio di parole snocciolate da Fabbro, nelle quali si mescolano interiorità e lo sguardo sulla società, quella ‘drastica’ del titolo  che “non ho capito cosa mangia, mastica” nella quale si mescolano figure ai margini, tossici e saccopelisti,  nevrosi esistenziali ed echi dei ‘fattacci’ della  cronaca nera e gli scandali pallonari

da un lato, dall’altro le musiche di Dainese e Sommacal, a costruire paesaggi spigolosi, a tratti vagamente obliqui, accenni di psichedelia e vaghe straniamenti, fino alla coda dell’ultima delle dieci tracce ‘ufficiali’ del disco che digrada progressivamente fino a sfociare in una ghost track conclusiva affidata alla sola consistenza liquida degli strumenti, all’insegna di crepitii e lievi rumorismi.

Correndo il rischio di essere esagerati, “Società Drastica” ha tutta l’aria di essere un disco ‘importante’, di quelli che forse non segneranno una svolta, ma che per certi versi mostrano come certi ‘generi’ che oggi rischiano seriamente di venire sotterrati dall’abuso del mainstream, siano ancora in grado di percorrere itinerari interessanti… basta solo che ci sia qualcuno che abbia voglia di sollevare lo sguardo dalla mappa per guardarsi intorno.

 

IL CANE, “BOOMERANG” (MATTEITE / AUDIOGLOBE)

Matteo Dainese alias Il Cane, giunge con “Boomerang” al terzo capitolo della sua biografia discografica. La formula appare ormai più o meno definitivamente codificata: un pop abbondantemente condito di elettronica – che rispetto al precedente episodio in questo caso prende decisamente il sopravvento su certe ruvidità indie – ad accompagnare testi solo apparentemente ‘leggeri’.

Il Cane continua a guardare il mondo circostante con aria disincantata e a tratti un filo cinica, prendendo appunti e riasseblandoli in testi che mescolano considerazioni varie ed eventuali su comportamenti, caratteri umani, rapporti interpersonali e affettivi. L’interpretazione è sempre leggera, come se ci fosse costantemente un sorriso (magari un filo sardonico) sulla faccia.

Gli undici brani  del disco (più una ‘ghost track’  posta in chiusura, al termine di una lunga pausa silenziosa) come detto, veleggiano su un gradevole mix di pop elettronico, magari con qualche vaga ‘obliquità’; predominano colori luminosi, pur se in tonalità pastello, a dipingere atmosfere sempre un pò soffuse, quasi indolenti, anche se non mancano episodi più riflessivi e ombreggiati.

Come nel precedente disco, Dainese non è solo, ma si fa accompagnare da un numero (stavolta assai consistente), di ospiti, trai quali per brevità si possono citare Ilaria De Angelis (…A Toys Orchestra), Egle Sommacal (Massimo Volume) e Marco ‘Testa di fuoco’ (Giorgio Canali e Rossofuoco).

Un disco che si lascia piacevolmente ascoltare, forse anche grazie alla maggiore brevità e compattezza rispetto al precedente lavoro.