Archive for dicembre 2018

PLAYILIST 4/18

Utima selezione dell’anno di brani estratti dai dischi recensiti sul blog.

Darbon           Lou Seriol

Migliorerà     Arcano 16

Incomprensioni     Nasti

Week-End       Someday

Venirne fuori         Mildred

Eva                   Nosexfor

The Wait         Alea And The Sit

You won’t go          Marte

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SOMEDAY, “UNA GIORNATA BREVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i torinesi Someday, una via di mezzo tra un EP e un lavoro più lungo, che vede proseguire la collaborazione con Cristiano Lo Mele dei Perturbazione in qualità di produttore e la scelta importante di passare dall’inglese all’italiano.

“Una giornata breve”, una tra le tante di chi assistere allo scorrere del tempo e al trascorrere della propria esistenza senza averne il controllo, facendosela sfuggire tra le mani, osservandola come uno spettatore esterno, nella proverbiale impressione di stare vivendo la vita di qualcun altro.

I sei brani ruotano attorno a questo concetto di fondo, tra immaginazione e momenti onirici, impressioni frammentarie e ‘non detti’, che il più delle volte toccano la sfera sentimentale, con una costante aura di rimpianto, per il ‘ciò che sarebbe potuto essere e non è stato’.

Il quartetto torinese si esprime con sonorità radicate in tutto uno scenario ‘indie’ che mescola suggestioni vagamente post punk, aperture dreampop, momenti più volti a un certo ‘rock alternativo’ degli anni ’90, pur senza eccessi rumoristici, conservando anzi il gusto della melodia, nel segno di un appeal fondato sul pulsare del basso e sull’uso accorto dei synth.

Il brano conclusivo è una cover tradotta di ‘Feel’ dei norvegesi Motorpsycho, da quasi trent’anni band di culto della scena rock alternativa.

Un lavoro quasi ineccepibile nella forma, ma al quale forse, manca qualche abrasione, qualche momento di ‘rilascio’ in più, restituendo alla fine un’impressione di ‘energia trattenuta’.

MARTE, “METROPOLIS IN MY HEAD” (LIBELLULA MUSIC)

Le metropoli del titolo è New York, città dove Marte, al secolo Martina Saladino, genovese classe ’95, ha trascorso una vacanza – studio qualche anno fa; esperienza formativa, che ha detta della stessa autrice sembra aver trovato una sorta di ‘affinità elettiva’, di corrispondenza tra l’atmosfera della città e I propri ‘tumulti’ interiori.

Prendendo le mosse da qui la storia di “Metropolis in my head” prende le mosse da qui, snodandosi nel corso di una lunga gestazione, con pause, ripensamenti e ripartenze da zero; in mezzo, un’ulteriore esperienza fatta di viaggi ed esibizioni all’estero – dall’Irlanda alla Germania, fino a trovare, grazie alla collaborazione Fulvio Masini, la definitiva dimensione sonora da dare al disco.

Nove brani, all’insegna di un rock dalle tinte accese, a tratti quasi sofferte, con parentesi più delicati; suoni a tratti ruvidi, scabri, a ricordare, abbastanza prevedibilmente, certe cantanti d’oltreoceano, dalla ‘indie’ e dolente Cat Power, alla più rocker e ‘aggressiva’ Alani Morissette, ma quello delle assonanze è un gioco, che non riduce l’impatto di un’impronta stilistica discretamente delineata. LiL’interpretazione di Marte coinvolge, per impatto emotivo e grinta; i suoni avvolgono.

Un esordio che convince.

FUMETTAZIONI 7/2018

Ultimo appuntamento dell’anno con le brevi (più o meno) recensioni di letture disegnate.

 

INVINCIBLE 59
La ‘dittatura globale’ instaurata da Robot all’insaputa di gran parte dell’umanità… sembra funzionare: conflitti sedati, istruzione e sanità gratuite, progresso scientifico… La domanda è: si può barattare un ‘mondo perfetto’ con la negazione di ogni dissenso? La risposta di Invincibile è prevedibile, e promette esiti tutt’altro che pacifici…
Voto: 7
In appendice, prosegue la corsa di Wolf-Man verso la resa dei conti finale.
Voto: 6,5

 

CATWOMAN: DEFIANT
Una delle tante ‘alleanze temporanee’ tra Batman e Catwoman (siamo nel ’98, il recentissimo matrimonio ben al di là da venire), con la seconda a finire nei pasticci e il primo a correre al salvataggio. La caducità della bellezza umana (specie quella femminile) fa da sfondo, per una storia a tinte horror scritta con mestiere da Peter Milligan e disegnata da Tom Grindberg, capace di dare sensualità (con qualche accennato ‘azzardo’) alla protagonista, ma meno efficace in tutto il resto.
Voto: 7

 

JUSTICE LEAGUE – ACT OF GOD

Corposa storia alternativa in forma di miniserie che ci narra di come un inspiegabile evento privi i ‘super’ dei loro poteri, lasciando soli vigilanti allenati e genii tecnologici a ‘difendere’ il forte, mentre i ‘cattivi’ si organizzano per la conquista finale…
Cadute in depressione, ricerca di sé stessi, ripartenze da zero, per una storia all’insegna del proverbiale ‘non sono i superpoteri a fare l’eroe’.
Tema abbastanza ‘trito’, ma qui riproposto in modo efficace dal buon ‘mestierante’ Doug Moench con i disegni di Dave Ross.
Voto: 7

 

JLA: ANOTHER NAIL
Il bello delle storie ‘alternative’, staccate dal comune scorrere degli eventi nelle serie regolari, è che gli autori possono sbizzarrirsi come meglio credono.
Alan Davis ci prese gusto e, nel 2004, diede un seguito a “The Nail” (1998), in cui ci aveva posto di fronte a un mondo in cui Superman aveva cominciato con anni di ritardo la propria carriera da eroe.
Qui quelle vicende proseguono, ma il tutto è solo un pretesto per mettere in scena una corsa a perdifiato tra la Terra e lo spazio, coinvolgendo un nugolo di personaggi, fino al canonico scontro finale.
Davis ha così l’occasione di divertirsi, mettendo in scena un meccanismo ad orologeria che fino a 3/4 della storia non si capisce nemmeno bene dove vada a parare, sistemando tutti i pezzi in un finale che non poteva che essere epico.
Una lettura divertente e un godimento per gli occhi, grazie ai disegni dello stesso Davis, coadiuvato da Mark Farmer.
Voto: 8

 

THE WALKING DEAD 56
Ormai è un loop: se a dare problemi non sono i cadaveri ambulanti, sono i viventi; stavolta è lo stesso Rick a rischiare di mandare tutto in malora, mentre un altro personaggio storico sembra destinato alla fine…
Voto: 6,5

 

HULK – GRAY
Grigio: è il colore che Hulk aveva assunto nei primi tempi, prima del verde con cui il personaggio è universalmente noto.
I primi giorni del ‘gigante’; l’inizio, soprattutto, dell’affetto per Betty e di quel complicato rapporto che legherà Bruce Banner e la sua seconda personalità alla donna della loro vita.
Jeph Loeb e Tim Sale in uno dei capitoli del loro ‘ciclo cromatico’ dedicato ad alcuni dei più iconici personaggi Marvel.
Voto: 8

 

INVINCIBLE 60
Tempo di cambiamenti per Mark ed Eve, alle prese col trasloco su un altro pianeta, alla ricerca della tranquillità persa sulla Terra.
Voto: 6
In appendice, si approssima la conclusione delle vicende di Wolf-Man e proseguono le ‘rese dei conti’
Voto: 6

BUONE FESTE

A tutti i lettori, soprattutto gli affezionati e poi i saltuari e i casuali; a quelli che esprimono apprezzamento cliccando su un ‘like’, a quelli che perdono qualche attimo in più per scrivere due parole di commento…

TANTI AUGURI DI BUONE FESTE

Soprattutto, come al solito, che siano serene: che veramente offrano a chi crede la possibilità di vivere il verso spirito religione e che per tutti gli altri siano comunque un’occasione per ‘staccare la spina’ e stare insieme a coloro a cui si vuole bene; che per tutti siano un’oasi di tranquillità… almeno, secondo me così dovrebbe essere; poi in realtà che troppo spesso così non è e la vera ‘pace’, arriva quando le feste sono passate… 🙂

 

ALEA AND THE SIT, “GENERATION” (AREA LIVE / LIBELLULA MUSIC)

La cantautrice Alea, al secolo Alessandra Zuccaro, da Brindisi e il trio lucano dei The Sit si incontrano circa quattro anni fa, aprendo una collaborazione che giunge al secondo capitolo discografico.

“Generation” è un titolo che gioca dice tutto o quasi: il ritratto di una generazione, non più giovanissima, non ancora matura, con poche certezze e punti di riferimento, forse costretta più delle precedenti a cercare dentro di sé stimoli, motivazioni, ‘ragioni’; il rischio è quello di chiudersi nel proprio campionario di certezze incrollabili, la via di uscita quella di aprirsi al mondo, se si è artisti, come in questo caso, dare libero sfogo alla propria creatività.

Alea si mette così in gioco, in un lavoro che pur rispecchiando ampiamente i suoi studi da cantante jazz, si apre ad altri mondi sonori: dall’hip hop, con la collaborazione di Big Simon dei Krikka Reggae (‘DaDaism’, che apre il disco) alle musiche del ‘sud del mondo’ con quella del percussionista senegalese Meissa Ndaye, (‘Joye’) mentre l’apporto dei The Sit offre una continua colorazione, tra trascinanti ritmi funk e suggestioni della gloriosa stagione del jazz elettrico – anche italiano – degli anni ’70 (‘The Wait’). Non mancano parentesi tranquille, più da jazz club.

Alea si muove con eleganza lungo le undici tracce (la conclusiva un radio edit dell’opener DaDaism), con una decisa preferenza per l’inglese (pur non mancando episodi in italiano e brani ‘misti’), facendo sfoggio di tecnica, spesso ricorrendo al ‘vocalese’, ma cercando di non perdere di vista il lato emotivo della questione.

BOHEMIAN RHAPSODY

Ascesa, trionfo e caduta di Freddie Mercury, seguendo la parallela parabola dei Queen.
Dai palchi di piccoli club ai trionfi negli stadi, dal rapporto complicato con la famiglia, fino a rinnegare le proprie origini, a una vita sentimentale travagliata, caratterizzata da un perenne vuoto riempito da abitudini sessuali fin troppo disinvolte, che finiranno per essergli fatali.

I film biografici (anche se in questo caso è più corretto definirlo come ‘molto liberamente ispirato alla vita di’) vivono quasi esclusivamente sull’identificazione tra il protagonista e il suo interprete: un buon film può essere completamente depotenziato dalla mancata corrispondenza; un film ‘ordinario’ può assurgere a capolavoro grazie a una perfetta imitazione.

“Bohemian Rhapsody” è in sé un film ordinario, che segue senza rilevanti deviazioni il ‘canovaccio’ tipico delle biografie, in un susseguirsi di episodi e aneddoti, spesso romanzati e con più di una ‘forzatura’ narrativa.
“Bohemian Rhapsody” è un capolavoro del genere, reso tale dall’interpretazione memorabile di Rami Malek (fin qui noto al grande pubblico soprattutto per le apparizioni nella saga di “Twilight” o per la serie tv “Mr. Robot”).
Si può dire che alla fine tutto il film, praticamente un musical, scandito dai brani della band, vive nell’attesa dei venti minuti finali, in cui Malek riproduce la memorabile esibizione di Mercury sul palco del “Live Aid”: lì, l’identificazione raggiunge il vertice, in un climax di fronte al quale i più emotivi si preparino a prendere i fazzoletti (io, ex adolescente ‘in fissa’ coi Queen del fazzoletto non ho avuto bisogno, ma gli occhi lucidi avoglia se ci sono stati e la lacrima è venuta giù).

Il resto, come detto, è fatto di musica – tanta, bella e potente – e aneddotica con varie imprecisioni (con due click potete trovare ampi articoli al riguardo), dalla quale esce il ritratto di un Freddie Mercury che finisce per condurre una vita sregolata per colmare il vuoto causato dalla propria incapacità di gestire fino in fondo la propria sessualità.

Sì, quindi, va bene: non posso dare torto a chi sottolinea come l’accuratezza storica del film si sia andata a far benedire fin dalle prime battute; ha ragione chi scrive che in fondo Freddie Mercury si divertiva pure e che descrivere tutto il campionario di feste, frequentazioni di locali ‘equivoci’ e orge come il segno di un vuoto interiore alla fine è riduttivo e sa molto di luogo comune (come se in fondo volersi ‘divertire’ sia una colpa e sia sempre il sintomo di un male più profondo).

Comprendo che sì, è vero, i comprimari si limitano alla ‘somiglianza’ agli originali (a parte Roger Taylor, che c’entra pochino); accetto pure certi pareri, secondo me abbastanza ingenerosi, all’insegna del ‘risparmiatevi i soldi e andatevi a vedere i video originali su Youtube’ o ‘se urlate al capolavoro, allora per coerenza non dovete perdervi una puntata di “Tale e quale show”‘.

Tutto giusto, corretto, comprensibile: però resta il fatto che a me alla fine la lacrima è scesa: e forse ok, dipende dal fatto che coi sentimenti e coi ricordi adolescenziali il gioco è facile e forse in fondo sentirsi sparare la musica dei Queen a tutto volume dentro un cinema evoca alla lontana cosa sarebbe potuto essere vederli dal vivo e ti fa sorgere un filo di rimpianto (io poi al cinema mi emoziono spesso) però boh, nonostante tutto, sì, nel suo genere per me “Bohemian Rhapsody” è un film destinato a farsi ricordare.