Posts Tagged ‘folk’

CINQUE UOMINI SULLA CASSA DEL MORTO, “KAIRÒS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Nell’antica Grecia, ‘Kairós’ era un particolare concetto di tempo, legato all’azione, traducibile, alla lontana, come ‘occasione’, ‘opportunità’. Concetto che sembrerebbe adattarsi bene all’idea dell’uscita, di un lavoro – il secondo, per i friulani (di Cividale) Cinque Uomini Sulla Cassa Del Morto – che assume una certa importanza.

Il quintetto ha apportato alcune correzioni alla propria formula, continuando certo a prediligere la strumentazione acustica, legata alla matrice folk, inserendo con parsimonia elementi elettronici, dando vita a un lavoro per lo più orientato a un rock la cui componente acustica riporta a vaghe ascendente country, guardando talvolta a una certa tradizione italiana, anche con qualche allusione prog, pur senza sottovalutare il lato ‘pop’ della questione, senza eccessivi ammiccamenti.

Lavoro che nasce – dichiaratamente – più che mai come disco d’insieme, in cui i cinque componenti hanno forse provato a ‘scavare’ maggiormente nel proprio vissuto, anche a seguito di certe critiche di eccessiva ‘leggerezza’; i temi sono comunque ‘canonici’: frequentemente si va a ‘sbattere’ sui sentimenti e le complicazioni annesse, con qualche parentesi dedicata all’introspezione, allo sguardo al tempo che passa, alle scelte, alle occasioni perse, alle opportunità, e qui si ritorna al titolo del disco.

Un lavoro corposo, che non si risparmia: 13 pezzi per quasi un’ora di durata non sono poi frequentissimi, per un’autoproduzione.

Un lavoro che si lascia ascoltare.

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GRAN BAL DUB, “BENVENGUTS A BÒRD” (AUTOPRODOTTO / SELF DISTRIBUZIONE)

Secondo lavoro per il progetto creato Sergio Berardo, conosciuto soprattutto per il suo lavoro coi Lou Dalfin e Madaski, poliedrico musicista con un’interminabile lista di esperienze all’attivo, a comInciare da quella, storica, con gli Africa Unite.

I due sono a capo della folta ciurma di un’ideale ‘aereo pirata’, una band(a) sbandata, forse più interessata a ‘far casino’ e bisboccia che non ad arrembaggi e razzie, mentre la ‘nave volante’ sorvola le terre dell’Occitania…

Giova infatti ricordare che i Gran Bal Dub si esprimono nella lingua d’Oc, portando avanti la tradizione millenaria delle terre al confine tra Francia e Piemonte; tradizione di parole e di suoni, attraverso il recupero di strumenti tradizionali – ghironde, corni, dulcimer tra gli altri – affiancati a fiati, archi, fisarmonica, banjo, ukulele, ‘addensati’ dal ricorsi alle sonorità sintetiche del dub, con una consistenza ‘liquida’ e dilatata, ma che in più di un episodio alza il ritmo, sfociando talvolta in serrati ritmi da dancefloor.

Il risultato è un viaggio rumoroso e sguaiato, con tanto di cori da taverna, 12 pezzi (4 dei quali sono brevi intermezzi) dai colori sgargianti, all’insegna dell’improbabile quanto riuscito matrimonio tra il folk delle feste di Paese e i ritmi delle serate dub.

CECCO E CIPO, “STRAORDINARIO” (BLACK CANDY / WARNER CHAPPELL / LIBELLULA MUSIC)

Quarto lavoro da studio per Cecco e Cipo: il successo giunto grazie a “X-Factor” nel 2014 comincia a essere ormai distante quanto in parte ‘consolidato’ nel loro pubblico di affezionati: appare quindi almeno in parte comprensibile la scelta di un rinnovamento sonoro, di andare a ‘bagnare i panni nel Tamigi’, aumentando la componente (più pop che rock) di una scelta sonora la cui matrice folk viene, almeno in parte, ‘depotenziata’.

Le parole del resto continuano ad avere la preminenza, con un’attitudine cantautorale, che continua ad essere allegra (pur con qualche accento malinconico) e scanzonata, avendo presente tutto un certo filone della canzone italiana.

Si parla per lo più di amore, ma anche di ‘quotidiano’, tra metafore calcistiche e brani autobiografici in cui si affrontano certi lati ‘comici’ del successo.

Otto brani che volano via veloci (meno di mezz’ora la durata complessiva), all’insegna di una leggerezza tipicamente primaverile.

KEET & MORE, “OVERALLS” (AUTOPRODOTTO / ALOHA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Dopo essersi fatti le ossa nel circuito dei (pochi) locali capitolini che ancora danno spazio al ‘rock emergente’e aver pubblicato un primo singolo, i Keet & More giungono al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza.

Un salto nell’America profonda, quella delle grandi pianure, degli spazi aperti assolati, delle paludi, tra blue-grass, country e folk, ballate un filo oscure e cori da saloon, suggestioni western e southern rock.

L’aggettivo più calzante è ‘solare’, per undici brani con cui dichiaratamente non si vogliono mandare messaggi o riflettere sui ‘massimi sistemi’, ma che sono ‘solo’ la prova di un trio di amici che si divertono a fare musica assieme, prendendo spunto dal quotidiano e lasciando intatta una sana attitudine ‘cazzeggiona’ con cui maneggiare gli strumenti, tra cui, e non poteva essere altrimenti, armonica, banjo, violini e steel guitar.

Si batte il piede, si scuote la capoccia e tanto basta, perché ogni tanto c’è anche bisogno anche di dischi come questo.

LOU SERIOL, “OCCITAN” (AUTOPRODOTTO / EGEA MUSIC)

Venticinque anni e passa di attività alle spalle, i Lou Seriol sono appena alla quarta uscita discografica: non ‘facile’, del resto, la scelta di esprimersi in occitano, lingua antica che, pur poco usata, sembra aver trovato nella musica uno dei principali canali di diffusione e mezzi per la propria sopravvivenza.

I dodici brani che compongono “Occitan” non si limitano però non solo e non tanto alla sola tradizione, al folk e alla canzone popolare, ma anzi, lanciano lo sguardo oltre, facendo tesoro di decenni di esperienze, e mostrando soprattutto le proprie influenze caraibiche, tra reggae e ska, dub e calypso, flirt col dancefloor, escursioni in territori blues e funk, qualche accenno rock, parentesi da jazz band: la formazione – base è di cinque elementi, ma nutritissimo il numero degli ospiti, con una strumentazione allargata ad includere archi e fiati, armonica e banjo.

L’esito è un disco variopinto, solare, all’insegna del più classico dei contrasti con la bramosità dei territori al confine tra Italia e Francia, che usa una lingua antica per parlare di questioni più che mai attuali, di libertà, giustizia e immigrazione e che in chiusura offre una rilettura arrembante di un classico come ‘Anarchy in the U.K.’

ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI” (NEW MODEL LABEL)

“Vincanti”, ovvero: i ‘canti del vino’: il sesto disco di quella che più che una band è una vera e propria ‘banda’ – i componenti sono una dozzina, senza contare gli ospiti – è dedicata alla bevanda ‘regina’ della storia degli uomini (almeno, quelli affacciati sul Mediterraneo), oggetto di molteplici celebrazioni, da Archiloco a Piero Ciampi.

Una celebrazione in 14 brani, ripercorrendo idealmente l’eterno ciclo del vino, dai filari ai bar o alle enoteche, offrendo naturalmente il pretesto per parlare d’altro: la convivialità, la capacità del vino di far cadere certe ‘maschere’, la vite come esempio di resistenza…

Il vino, insomma, come metafora di un modo di vita più ‘genuina’ e ‘vera’, meno condizionata.

Me, Pék e Barba lo fanno ovviamente in modo allegro, scanzonato e non poteva essere altrimenti, come in quelle feste di Paese che celebrano la vendemmia, ma non senza un retrogusto malinconico, come il calore del sole di ottobre, mitigato dai primi freddi (o almeno, così era prima del riscaldamento globale che rende ottobre più simile a luglio).

Si ricorre talvolta al dialetto (da nord a sud), a ricordare come il vino sia un prodotto soprattutto locale, ma che finisce per essere reso globale dalla somiglianza delle tradizioni che lo circondano…

Un disco impregnato di folk e canzone popolare, tra fisarmonica, banjo, ghironda, bouzouki e l’aggiunta di armonica, archi, mandolino; memore della lezione di Modena City Ramblers e Gang (Mario Severini ha scritto l’introduzione al booklet); folto il numero degli ospiti, a cominciare da Omar Pedrini e Puccia degli Apres La Classe.

Più che un disco, una festa.

P.S. La ‘Legge del Contrappasso’: quasi del tutto astemio, ma con un padre che il vino lo fa pure ‘per diletto’, che mi ritrovo a recensire un disco sul vino…

TOSCHES, “FINDING MYSELF EP” (SEAHORSE RECORDINGS)

Esordio per il torinese Nicolò Vignolo, alias ‘Tosches’, formazione da chitarrista classico, riferimenti che vanno da De Gregori ai Dire Straits, ma un esito che appare più vicino a certi ultimi sviluppi della tradizione cantautorale / folk americana.

Cinque pezzi, impianto semiacustico, voce e chitarra a farla da padrone, con piano e qualche tastiera a fare da rinforzo col consueto contorno di sezione ritmica.

Suggestioni da camere di motel isolati lungo autostrade che corrono in spazi sterminati, si riflette su sé stessi o si parla di affetti, citando sul finale i Pink Floyd di ‘Wish You Were Here’.

Niente di nuovo, ma il materiale è maneggiato con sicurezza, la lezione è stata appresa bene e per essere un saggio / assaggio della proposta di un ventitreenne, il tutto risulta assai convincente, soprattutto in prospettiva.