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IXIA, JUST JAKE, REVMAN, IL RE TARANTOLA, FACTANONVERBA, DONSON, GRID, FUSCO, MONALISA, CORPOCELESTE: SINGOLI

IL SINGOLO DELLA SETTIMANA

Ixia
Tutto ebbe inizio
Maqueta Records / Artist First
Poi improvvisamente ti capita un brano come questo e meno male che c’è qualcuno che riesce ancora a evadere dal minimo quotidiano e metterci un po’ di fantasia.
Patrizia Ceccarelli ha cominciato con l’hip hop, prima di innamorarsi a tutto il mondo legato alle leggende celtiche, musica compresa, assumendo il nome di Ixia, prima nei giochi di ruolo, poi nel suo lavoro di cantante.
Così, dopo aver pubblicato qualche anno fa un primo lavoro in inglese, “Catherine”, incentrato sul viaggio di una donna che vuole ‘schiarirsi le idee’ sui due spasimanti che le corrono dietro, e in attesa di un secondo disco, ecco la sfida di reinterpretare e in parte reinventare quel primo lavoro in italiano.
Azzardo, considerato che la musica centurione qui da noi non è certo in cima alle classifiche, pur potendo contare su un certo zoccolo duro di appassionati.
‘Tutto ebbe inizio’ ci narra ovviamente l’inizio della storia, coi suoni tipici del genere, mescolando suggestioni folk con vaghe allusioni progressive che fanno da contorno a una dolcezza vocale che è l’elemento dominante del brano. Che la voce in questione appartenga a chi ha la bellezza eterea di un personaggio uscito da qualche leggenda, è dettaglio magari marginale, che però completa il ‘quadro’.
Insomma, si può dire che bello che ogni tanto arriva chi ci porta in altre epoche, altri mondi?

GLI ‘ALTRI’

Just Jake
Adone e Afrodite
Cosmophonix Artist Development / Artist First
Sebbene somigli a un mero pretesto per raccontare una storia d’amore totalizzante quanto fugace che al suo termine lascia le consuete macerie emotive, va comunque apprezzato il riferimento mitologico, segno che ogni tanto i giovani artisti di oggi riescono a riversare in brano troppo spesso volti al rapido consumo qualche riferimento colto.
Ugualmente apprezzabile l’idea di girare un video in in teatro antico, non ho capito quale, con tanto di tanti di statue che sembrano osservare impassibili l’esibizione del giovane Just Jake, calabrese di origine, emiliano di adozione.
Siamo di fronte a una proposta abbastanza consueta, un pop con qualche suggestione latina che tende a scivolare verso rap e varie derivazioni, col contorno del solito ‘effetto’ applicato alla voce.
Le parole non spiccano per originalità, ma resta comunque la scelta di location e titolo, che se non altro mostra la volontà di ampliare l’orizzonte culturale.

Revman
Tra di noi

Poliziotto di professione, rapper per vocazione, Sebastiano Vitale da Palermo ha scelto la”Giornata internazionale contro l’omofobia, la biofobia e la transfobia”, per pubblicare il suo nuovo singolo, brano in cui una dedica sentimentale si mescola un messaggio sulla singolarità e specialità di ognuno, ampliando il proprio a un messaggio di comprensione tra gli esseri umani, al di là qualsiasi differenza.
Non è un caso quindi che nel video sia presente un abbraccio tra ragazzi vestiti con le bandiere di Russia e Ucraina.
Rap – pop discretamente orecchiabile, ma l’importante è il messaggio.

Il Re Tarantola feat. Spasio Derozer
Aiutiamoli a casa loro comprando le loro lauree
Il Piccio Records / Artist First
Pezzo che in origine doveva chiamarsi ‘Trota’… se cercate ‘laurea Trota’ su Internet, capirete tutto.
Un sano brano di punk rock, proposto da Manuel Bonzi, non un novellino (tre dischi e un EP all’attivo), in collaborazione con Spasio Derozer che dell’omonima band è il batterista, ma qui interviene ai cori.
Registrato a casa propria durante la clausura collettiva di due anni fa, dipinge con chitarre sferraglianti quadro in cui talvolta si immaginano lavori improbabili, per poi prendere atto che chi li fa sul serio, arriva fa qualche parte: le lauree sono materiale da compravendita…
Ogni tanto, ci vuole.

Factanonverba
Impossibile
Red Owl
Attivi, con alterne fortune, dalla seconda metà degli anni ’90, Marco Calisai e Paolo Vodret, sardi di Sassari, tornano con un rock alternativo con qualche venatura noise che invita a non guardarsi indietro, a rimpiangere il tempo magari sprecato, e a fermarsi a riflettere sulla necessità di un rapporto migliore e più ‘sano’ col tempo stesso.

Donson
Facile
Artist First
Si respira già aria d’estate, in questo nuovo singolo di Andrea Domini, alias Donson.
‘Facile’, ma ‘facile’ non è, il quotidiano coi suoi piccoli / grandi problemi, a cominciare da quelli sentimentali.
Pop sintetico, tinte solari, umori malinconici.

Grid
Nomade
Cosmophonix Artist Develpoment / Altafonte Italia
‘Nomade’ come simbolo di libertà: “Ho bisogno di cambiare quando chiama il vento”, canta (rtndendo all’hip hop) Fabiana Mattuzzi da Padova, con tutta la vitalità dei suoi vent’anni e anche una certa ‘consapevolezza’: già qualche singolo all’attivo, ma soprattutto un percorso avviato fin da ragazzina.
Libertà di percorrere la propria strada, viaggiare fisicamente, ma forse soprattutto interiormente…
Un pop dalle tinte estive che non rinuncia a una componente di ‘seduzione’: Grid è una bella ragazza e lo dimostra (senza esagerare) con la complicità di un video tipicamente ‘balneare’.

Fusco
Comfort Zone
Franco Fusco, o semplice Fusco, nel suo nuovo singolo invita l’acoltatore a muoversi e lasciare la sua ‘zona di conforto’.
Invito, diciamocelo, di questi tempi un po’ banalizzato, come se tutto dipendesse solo ed esclusivamente dal singolo e non da tutta un’altra serie di fattori che riguardano – in certi casi, purtroppo – il vivere all’interno di ‘gruppi sociali’ coi quali alla fine bisogna fare i conti…
La sostanza del messaggio può essere quindi più o meno condivisibile, la forma, un rock arioso a là Foo Fighters può risultare gradevole.

Monalisa
Fruit Joy
Gotham Dischi
Tormenti personali e pene d’amore dei trentenni di oggi, in questo singolo del trio dei Monalisa; l’incapacità di adeguarsi nei tempi attuali porta a rifugiarsi nel passato, nelle estati della propria infanzia, quando tutto sembrava più semplice…
Concetti non nuovissimi, espressi con un pop-rock dalla facile presa.

Corpoceleste
Oblio
Massimo Bartolucci, un paio di singoli all’attivo, sceglie ‘Corpoceleste’ come pseudonimo per il suo nuovo progetto, inaugurandolo con questo singolo.
Un fantasma è la presenza silenziosa del video simbolo, forse, di tutti coloro che vorrebbero essere ‘altro’ da ciò che sono e, non riuscendovi, finiscono in esistenze evanescenti, consegnandosi, appunto, all’oblio.
Pop con qualche aspirazione cantautorale, che per suoni e stile vocale fatica a discostarsi da tante altre proposte del genere: del resto Corpoceleste è giovane e ha ancora tempo per trovare un proprio stile.

WEID, LANDERS, FRANCESCO MORRONE, JIMMY INGRASSIA, ELEPHANTS IN THE ROOM, WHITE EAR: SINGOLI

Weid (feat. I fly)
Va bene così
TRB Rec
Non sempre, anzi, a dire la verità, ben poche volte, le storie d’amore hanno un lieto fine; così, davanti all’impossibilità di andare avanti o peggio, di forzare la situazione non resta che dire: “Va bene così”: ci si rassegna e si va avanti.
Il nuovo singolo di Simone Maritano da Torino, in arte Weid, riesce tutto sommato a inquadrare efficacemente la situazione, nella forma di un pop vagamente etereo.
Insomma: la voce è la sua e c’è almeno il tentativo di andare oltre certe rime fin troppo scontate.

Landers
Grazie
Vanchiglia Dischi
‘Grazie’ è una parola che forse non si dice abbastanza, per cui forse ogni tanto è il caso di trovare un motivo per ringraziare – qualcuno o qualcosa – e magari da qui ripartire, per tenere duro davanti alle difficoltà e vivere una vita che non può vedere solo sognata.
Una sorta di inno alla (r)esistenza, che Landers (alias Maurizio Squillari da Torino, classe ’89), interpreta e suona all’insegna di un rock dai ritmi incalzanti e la vena arrembante: il piede insomma si muove, e anche se la vicinanza ai Foo Fighters è probabilmente eccessiva, si lascia ascoltare.

Francesco Morrone
Persone Sole
Believe Digital
Calabrese di nascita, girovago per vocazione, Francesco Morrone prosegue con le anticipazioni del suo primo disco sulla lunga distanza (per lui già un EP all’attivo).
Omaggio ai momenti di solitudine (e probabilmente il cantautore ne ha vissuti più d’uno,) in cui è possibile cogliere momenti di autentica felicità, forse perché in un mondo in cui si è sempre più ‘social’, stare per conto proprio diventa un valore
Brano a tratti evanescente, la grana fine di chitarra e voce che lo avvicina a certo neofolk americano.

Jimmy Ingrassia
Momenti
I momenti sono le parentesi di serenità da ritrovare, quelle in cui si è anche un pizzico inconscenti o inconsapevoli, un po’ come si è da ragazzini (da qui la copertina con il cantautore a un anno di età); la strada di quella ricerca passa per la consapevolezza di sé, dei propri errori, della necessità di dover cambiare perché le cose cambino.
Un appello, anche abbastanza accorato al farsi coraggio per poter ritrovare i momenti di leggerezza, più che mai necessari nei tempi attuali.
Voce e piano per il cantautore siciliano, ma ormai romano acquisito, dato che nella Capitale ha compiuto quasi tutto il suo percorso artistico (che l’ha portato tra l’altro a pubblicare qualche anno fa un primo album) che lo avvicinano inevitabilmente a ciò che la ‘scuola romana’ ha proposto negli ultimi tempi, a metà strada tra il cantautorato da ‘club’ di un Niccolò Fabi (con cui Ingrassia condivide tra l’altro l’ampia e riccioluta chioma) e l’attitudine più spiccatamente ‘stradaiola’ di un Fabrizio Moro.

Elephants In The Room
I Love It
MZK Lab
Giovane trio capitolino di belle speranze, gli Elephants In The Room raccontano una vicenda sentimentale, per una volta a lieto fine, con un funk rock di facile ascolto che li avvicina molto agli ultimi Red Hot Chili Peppers.
Una discreta capacità dietro agli strumenti, una vena solare che ogni tanto non guasta.
Promettenti.

White Ear feat. Vincenzo Destradis
Empty
Pirames International
Originario di Brindisi, ma trapiantato a Bologna da ormai vent’anni, il producer e polistrumentista Davide Fasulo, in arte White Ear è ormai un’apprezzata figura nel mondo delle ‘manipolazioni sonore’, con svariate collaborazioni all’attivo, anche con artisti di primo piano.
Il suo nuovo singolo, in cui si avvale della voce di Vincenzo Destradis, è un’ondeggiante risacca dedicata allo ‘svuotamento spirituale’ che segue una storia d’amore finita, ma anche qualsiasi evento che produca un impatto emotivo negativo.
Un pezzo crepuscolare, ma non eccessivamente dolente: siamo oltre la fase delle emozioni incontrollate, in quella sorta di limbo, di ‘camera di compensazione’ in cui si ha solo voglia di lasciarsi galleggiare, senza pensare a nulla.
Una consistenza liquida e rarefatta, su cui staglia il falsetto di Destradis.
Suggestivo.

CRANCHI, “UN POSTO DOVE STARE” (NEW MODEL LABEL / HAPPENSTANCE RECORDS)

Il sesto disco di Cranchi (Massimiliano) da Mantova.

Ricerca di un ‘posto dove stare’, paradossalmente o forse no durante la ‘clausura collettiva’ del 2020, quando si è dovuti stare dove si stava.

Luoghi reali o filtrati dall’immaginazione di altri tempi attuali, o più o meno passati.

Dante e Borges, Vonnegut e Steinbeck.

I profughi di Mostar per ricordare quelli del Mediterraneo e involontariamente quelli dell’Ucraina, quasi un presagio.

Calciatori argentini di culto.

L’amore, complicato o in esaurimento.

Ricordi famigliari.

Tutto visto, o immaginato, dalle rive del Po, con un’atmosfera indefinita, come certi silenzi in mezzo alla nebbia.

Certo indie folk nordamericano (con escursioni al sudamerica) riportato nella pianura padana: non Nebraska, ma Felonica (MN), più che cantato mezzo declamato, con disillusione: l’ombra di Guccini che si allunga.

Cranchi, di nuovo, una riposta possibile a chi chiede che fine abbiano fatto ‘i Cantautori’.

LA ROSTA, “HOTEL COLONIAL” (NEW MODEL LABEL)

Non fosse altro che per la suggestione cinematografica – per chi ricorda l’omonimo film di Cinzia Th Torrini, datato 1987 – “Hotel Colonial” è un titolo che evoca immagini, profumi, colori, storie, personaggi (non sempre raccomandabili).

Uno di quei classici ‘crocevia letterari’ in cui s’incontrano, anche solo di sfuggita, volti e storie, che forse si sarebbero potuti incontrare solo lì.

Il secondo disco del trio di stanza a Reggio Emilia (che da uno dei quartieri della città prende il nome), giunge a sei anni dal precedente: Massimo Ice Ghiacci (già Modena City Ramblers) e Marco Goran Ambrosi (Nuju) stavolta sono accompagnati da Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut).

Undici i brani presenti nel corso dei quali, appunto, s’incontrano volti e storie, all’insegna, come scrive il gruppo dell”errare’, inteso sia come girare senza meta (in fuga o alla ricerca di qualcosa) sia come sbagliare.

Stanze, e storie come camere di un immaginario albergo, disperso nel nulla assolato di qualche remota provincia sudamericana.

Viaggi interiori, ricerca di ‘un senso’, rimpianti – anche sentimentali – sull’onda che al sudamerica rimandano costantemente, con vaghe suggestioni mariachi, chitarre a e voce, armonica e mandolino, un violino occasionale, organi e sintetizzatori (senza esagerare).

Un pizzico di Morricone, una una spruzzata dei Negrita, una punta di Manu Chao, accenti ‘combat folk’ che vanno e vengono – l’impronta, inevitabile, dei ‘Modena’ – qualche rimando punk.

L’Hotel Colonial è lì insomma, ad aspettare chiunque sia privo di un direzione o stia vivendo un ‘momento sbagliato’; dietro ogni porta una storia, in attesa che ognuno trovi la propria.

LALLA BERTOLINI, “LA TERRA LIBERATA” (NEW MODEL LABEL)

Viene da lontano, Lalla Bertolini: un’attività di lungo corso che solo negli ultimi anni ha trovato una realizzazione una realizzazione discografica, con l’esordio della primavera 2020 – “Lo Straniero” – e ora con questo secondo lavoro.

Ancora otto brani (di scrittura più o meno recente, tra cui la rivisitazione di Franco Fosca, esponente dell’underground capitolino a cavallo tra i ’90 e i ’10), ancora una ventina di minuti di durata; ancora, soprattutto, la potenza di questa voce che, continua a dare l’impressione di venire da lontano, di portare con sé un ‘carico’ biografico e un ‘bagaglio tradizionale’.

Un pugno di canzoni in cui domina una dimensione quasi onirica, ‘sfuggente’, che sembra riportare elementi ‘ancestrali’: si parla di acqua (di mare), dello scorrere del tempo e delle stagioni, di fuoco, di terra.

Non però, attenzione, un disco ‘elementale’, o naturale: piuttosto, gli ‘elementi’, fanno da contorno, da scenario, quasi da spettatori impassibili di vicende umane legate o meno alla biografia della cantautrice romana.

Si guarda però anche al di là: un brano dedicato al mai chiarito rapporto tra Simone Weil e Trockij, un pezzo che rievoca un viaggio a New York, tra suggestioni passate e presenti, la ‘title track’, che risalente agli inizi della affermazione leghista, sembra rievocare anhce l’11 Settembre.

Un lavoro in cui Bertolini guarda oltre anche nei suoni: se l’esordio si fondava su chitarra e voce, oggi troviamo un ensemble strumetale che si allarga all’elettricità (anche lasciando i lidi folk per tingersi di rock), ospitando chitatta e batteria assieme a un contrabbasso, fiati e suoni-giocattolo episodicamente.

A restare però è soprattutto la sua voce, che sembra voler mollare certi ‘ormeggi’ – forse qualche timidezza – facendosi più sicura e affermando un’artista che merita ascolto e attenzione.

THE GHIBERTINS, “THE LIFE & DEATH OF JOHN DOE” (MOB SOUND RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

‘John Doe’ è, naturalmente, lo sconosciuto per antonomasia, il ‘soggetto ignoto’ di tanti film e serie americani, qui per estensione, diventa un po’ il simbolo dell’uomo comune, la cui vita tra alti e bassi, glorie e miserie, vittorie e sconfitte viene riassunta nel secondo lavoro sulla lunga distanza dei milanesi The Ghibertins.

Nove brani (cui si aggiungono l’Intro’ e l’Outro’), uno per ogni decennio, dall’infanzia alla vecchiaia avanzata, che il quartetto milanese snoda attraverso un mix sonoro dove prendono piede certe suggestioni del neo-folk d’oltreoceano (penso, tra gli altri, a Sufjan Stevens), spesso con una ricchezza sonora che restituisce impressioni quasi orchestrali.

Il tradizionale nucleo chitarra – basso – batteria viene arricchito da un trio di archi e un quartetto di fiati; la voce di Alessio Hoffmann trova talvolta la controparte femminile di Alice Grasso, con interventi di due complessi corali, uno dei quali di bambini.

Il risultato è un lavoro che, pur intriso di una ricorrente malinconia, trova momenti di luminose aperture, accompagnando la narrazione – in prima persona – di una vita non facile, che tra errori e momenti di solitudine, riesce però a trovare la pace e il calore degli affetti.

PATRICK DE LUCA, LA COMPLICE, FRANCESCO MORRONE, SARA LAURE: SINGOLI

Patrick De Luca

Asfalto e Nuvole

Visory Records / PaKo Music Records

Avevamo lasciato Patrick De Luca la scorsa estate, con il latin pop di ‘In questa notte buia’, suo secondo singolo; lo ritroviamo con un brano più volto a una certa ‘malinconia esistenziale’, forse un po’ ‘di maniera’, tra pop e r’n’b’.

La voce, c’è; il resto, un po’ meno.

La Complice

Torta Margherita

Troppo Records

La ‘Torta Margherita’ come simbolo del calore domestico e di una storia d’amore ormai conclusa.

Irene Ciarrocchi da Fermo, formazione accademica (jazz) già un pugno di singoli all’attivo e aperture ai live, tra gli altri, di Dente, Moltheni e Dimartino, torna con questo brano apertamenye sentimentale (a differenza dei precedenti).

Il connubio voce – elettronica dà al tutto un che di onirico, vagamente etereo, vicino eppure distante come lo sono i sogni.

Francesco Morrone

Le Mani

Believe Digital

Cosentino di nascita, nomade per vocazione: Francesco Morrone ha fatto del viaggio la sua cifra esistenziale, sovrapponendola alla propria dimensione artistica: l’Italia percorsa in lungo e in largo in bicicletta per promuovere il suo primo EP, un tour internamente percorso a bordo di una Wolksvagen T3 Caravelle.

Non è un caso, quindi, se in questo suo nuovo singolo, anticipazione del prossimo lavoro sulla lunga distanza, Morrone riflette ancora una volta su questo “Girovagare”, su questo “Non darsi pace”, frutto di “Un dissidio interiore”, di “Una guerra da sfamare”.

Sì guarda qui e al di là del Mediterraneo, sonorità ‘popolari’ e provenienti da lontano, il mare un dimensione naturale per chi viaggia, che però all fine si chiede “perché rimani tra le mie mani?”.

Il ‘restare’ che diventa a tratti incomprensibile per chi è abituato a partire.

Sara Laure

Prima Donna

Cosmophonix Artist Development

Secondo singolo per questa giovane cantante afroitaliana, dalla provincia italiana.

Un convincente soul / r’n’b dei tempi attuali, impastato di elettronica il cui esito, con tutti i debiti distinguo in termini di capacità produzione, non è poi così distante dai punti di riferimento internazionali.

Molto del merito va alla cantautrice, che riesce a rendere credibile il cantato in italiano (cosa poi non troppo scontata, visto il genere), per un brano dedicato al coraggio e alla rivalsa di affermare sé stesse – il pezzo è rivolto innanzitutto alle donne, ma alla fine non solo, quando si è vittime di bullismo e soprusi assortiti.

Il cammino certo non è facile – “Quante lacrime ho dovuto versare per far emergere il diamante reale” – ma bisogna avere il coraggio di intraprenderlo, e Sara Laure del suo ‘diamante’ – artistico e a dirla tutta pure estetico – può sicuramente essere orgogliosa.

NICHELODEON / INSONAR & RELATIVES, “INCIDENTI – LO SCHIANTO”(SNOWDONIA)

Nichelodeon è il progetto che il cantante e polistrumentista Claudio Milano porta avanti da oltre un decennio: con questo lavoro, e quelli collegati, siamo giunti al sesto disco;

InSonar & Relatives è il faraonico ensemble che l’autore ha assemblato per l’occasione: oltre 40 elementi che hanno contribuito a creare e formare quest’opera.

“Incidenti – Lo Schianto”, che giunge a sette anni di distanza dal precedente lavoro, frutto di una gestazione di cinque anni (2014 – 2019), subendo poi i ritardi di pubblicazione connessi alla situazione degli ultimi due anni è…

Cosa sia, è difficile spiegarlo: si farebbe prima a dire: “Andatevelo ad ascoltare… se avete il coraggio”.

“Incidenti – Lo Schianto” non è un disco ‘comune’, nemmeno per chi scrive, che insomma, con un minimo di ‘presunzione’ è abituato a percorrere anche sentieri sonori poco battuti…

17 tracce, che vanno a coprire gli 80 minuti, durata limite di un cd, che gettato l’ascoltatore in un vortice: avant-metal, folk medievale di tradizione italica, elettronica, jazz, è l’elenco stilato dallo stesso Milano, cui si aggiunge la musica colta, che fa da collante, attraverso un’esposizione vocale che viaggia tra suggestioni liriche, che sfociano nell’operistica, e recitativi, e l’ensemble strumentale, concepito come una formazione da ‘camera’, in cui elementi classici, violino in primis, dialogano con l’avanguardia elettronica, la ‘tradizione attualizzata’ (ghironde e arpe elettrificate), strumentazione ‘rock’ (chitarre, moog), pianoforte preparato, fiati, fisarmonica e l’elenco potrebbe proseguire.

Un viaggio e un vortice sonoro che viene definito ‘Senza Valore’, forse per tagliare la testa al toro nei confronti di qualsiasi polemica o critica, una sorta di “Così è se vi pare”; un lavoro che per stessa dichiarazione dell’autore nasce dalla rabbia e come tale non può che essere immediato (proprio nel senso di ‘senza mediazioni’) e viscerale, semplice, ma non ‘facile’, essenziale e diretta espressione di un’emozione.

Lavoro che come tale rinuncia, e anzi non prende nemmeno in considerazione, l’idea di ‘farsi piacere’, di creare un ‘canale di comunicazione’, per lo meno dal punto di vista superficiale.

Poi nel profondo è altro discorso, perché in controluce, tra le righe di queste canzoni sghembe, i vocalizzi che riecheggiano Demetrio Stratos, l’atteggiamento talvolta irridente, sardonico, tra litanie, versioni aliene di ‘Mamma dammi 100 lire’ e cori dei puffi in versione manicomiale, ci sono le emozioni, che appunto sono semplici e dirette e basta aprirsi ad esse per riuscire ad intercettarle.

ISAAC, “SIBILO” EP

Secondo EP per Isaac, ovvero Marco Prestanicola, romano, studi da tecnico del suono, un’ammirazione dichiarata per James Blake e Bon Iver, riferimenti che si affiancano a progetti come Apparat e Applefish, oltre a, in ambito televisivo, “Lost” o “BoJack Horseman”.

Cinque brani dal mood malinconico, a tratti dolente (si parla, tra l’altro, di solitudine o di occasioni perse nei rapporti con persone importa), per un lavoro dominato da una vocalità costantemente filtrata da effetti (ogni tanto giova ricordare che l’elettronica non serve solo a camuffare certi evidenti limiti), che si staglia su tappeti costruiti da synth e ulteriori strumenti elettronici.

L’esito è la costruzione di una sorta di ‘altrove’ da cui arrivano le parole, spesso quasi sussurri, di Isaac, una dimensione onirica, a tratti siderale, suggestioni che sullo sfondo evocano quasi l’effetto di una risacca.

Jeff Buckley per un verso e Thom Yorke in un altro finiscono per essere le coordinate abbastanza immediate di un lavoro che fonde indie ed elettronica in modo abbastanza efficace, in cui il fluire dei cinque pezzi, privo di sostanziali ‘cesure’ dà l’idea di trovarsi a una sola, lunga composizione.

IL GEOMETRA, “CANZONI CRISTIANE” (AUTOPRODOTTO / ARTIST FIRST)

Riavvolgere il nastro: Il Geometra nasce nella prima metà degli anni ’10: un EP, un primo lavoro sulla lunga distanza – “Ultimi, datato 2015”, poi… poi la vita, il lavoro e quant’altro… fino a inizio 2020, quando Jacopo Maria Magrini si trova, suo malgrado, a vivere la ‘clausura collettiva’ in quel di Parma, lontano da famiglia, amici e quant’altro.

Riemerge la voglia di scrivere, di comporre… e il risultato è una serie di canzoni il cui filo conduttore, più o meno inaspettatamente, è il rapporto con Dio, l’insieme dei valori appresi da ragazzino, in casa o fuori…

Intendiamoci: non siamo di fronte a un disco di ‘musica cristiana’, da Radio Maria o simili; in questi sette brani, assemblati riunendo lo storico trio con Lorenzo Venanzi, Francesco Bitocchi, pubblicato un po’ per sfida e forse senza eccessiva convinzione, il rapporto con certi ‘valori cristiani’ emerge quasi come una necessità, nelle parole dello stesso Magrini, come gli unici ‘utensili’ a disposizione per fare del bene o non fare del male.

Canzoni che ci parlano di incertezze riguardo al futuro, di vite quasi in balia degli eventi, della ricerca della felicità e della propria realizzazione, fino a un episodio – ‘Madri’ – che sembra staccarsi dal contesto per parlarci appunto, di chi ha perso il figlio in Croce, in guerra o in stato di arresto, che sembrano riportare una certa disillusione, un sentirsi inermi di fronte agli eventi, giusto un filo di speranza a cui aggrapparsi, ma nemmeno sempre.

Così, attraverso una tipica impronta cantautorale, suoni essenziali e a tratti scarni, per scelta e per le necessità legate a tutti i limiti imposti dalla situazione che viviamo da oltre un anno e mezzo, ci si trova di fronte a un disco che riflette, come nel brano finale, ‘Miracoli’, su quanto ci si affanni a vivere un’esistenza piena di fardelli, nella speranza – spesso vana – che ogni tanto arrivi qualcosa ad alleggerire il peso del vivere.