Posts Tagged ‘folk’

ROSGOS, “LOST IN THE DESERT” (AREASONICA RECORDS)

Secondo lavoro per il progetto di Maurizio Vaiani, in precedenza attivo nei Jenny’s Joke; a due anni di distanza da “Canzoni nella notte”, Vaiani sceglie di tornare all’inglese (come negli stessi Jenny’s Joke) cercando un ‘respiro internazionale’.

Undici pezzi, prodotti con l’aiuto di Marco Torriani (Bugo), che appaiono guardare al cantautorato neo-folk d’oltreoceano, senza disdegnare u e asprezze tipiche di certo rock alternativo anni ’90, con accenni a noise e psichedelia e dando un’occhiata qua e là a un pop – rock, con qualche lontana somiglianza coi Coldplay.

“Lost in Desert” finisce così per essere un lavoro discretamente variegato, ma che conserva una certa coerenza interna; per il progetto RosGos forse un nuovo punto di partenza.

PANAEMILIANA, “PANAEMILIANA” (BRUTTURE MODERNE / LIBELLULA MUSIC)

 Progetto nato in quel di Bologna dall’incontro di due chitarristi jazz con altri tre musicisti di varia estrazione, Panaemiliana taglia il traguardo del primo lavoro discografico con dieci composizioni strumentali (solo un episodio arricchiti da un vocalizzo) in cui si riversa un proposta musicale cangiante e dai colori vividi anche negli episodi più tranquilli

La ‘Panaemiliana’ del titolo è forse un’autostrada ideale, che travalica presto i confini regionali per abbracciare presto ampie suggestioni, in particolare ispaniche e centro – sudamericane.

Flamenco e cha cha cha, il folk brasiliano e le sue ascendenze africane, spaghetti western e accenni di Bossa Nova, qua e là qualche reminiscenza della musica popolare di casa nostra si mescolano in un lavoro che omaggia in un pezzo il percussionista Giuseppe Bonaccorso detto Naco e – con una cover – il fisarmonicista Tony Murena.

Virtuosismi chitarristici mai sopra le righe e al servizio di una grana emotiva avvolgente, per un disco che incuriosisce, diverte e a tratti seduce.

THE SPELL OF DUCKS, “CI VEDIAMO A CASA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

La ‘banda’ degli Spell Of Ducks torna a un annetto di distanza dall’EP di esordio con un lavoro sulla lunga distanza, segnato dalla scelta di scrivere in italiano, accantonando l’inglese del primo lavoro.

La novità non può che portare importanti conseguenze sul fronte stilistico: la lingua ‘di casa’ accentua la componente cantautorale della band, con la parte cantata che tende a conquistare maggiori spazi.

Certo, trattandosi di un gruppo di sei elementi, resta quell’indole un po’ da ‘festa di paese’, rimarcata dall’uso del banjo e del violino, ma la lentezza, gli spazi in cui si fanno strada la nostalgia, a volte il rimpianto si ampliano. Amori finiti, omaggi a chi non c’è più, esortazioni ad uscire dall’immobilismo e le difficoltà di chi dall’immobilismo è costretto a uscire per necessità.

Il nuovo folk di band come Mumford & Sons e qualche citazione del Morricone western, fanno da sfondo a un disco che segna un passo deciso verso una maggiore maturità di scrittura, lasciando però l’impressione di potenzialità del variegato insieme strumentale non sfruttate pienamente.

LALLA BERTOLINI, “LO STRANIERO” (NEW MODEL LABEL)

La voce di Lalla Bertolini viene ‘da lontano’: una carriera ventennale, passata attraverso varie fasi e che solo oggi arriva al traguardo dell’esordio discografico, il dato anagrafico a cui corrisponde un bagaglio di influenze ed esperienze che si accumulano in questi otto brani.

Giovanna Marini e la canzone popolare italiana, Nada e il filone del cantautorato femminile, l’indie – folk d’oltreoceano. L’essenzialità di chitarra e voce, interventi episodici di contrabbasso e fisarmonica, ad accompagnare testi che parlano di storie d’amore negli anni ’20 e rapporti umani ai tempi della ‘Rete’, dove si riflette sull’arte, con Dylan che non ritira il Nobel e in cui nel procedere si fa strada la riflessione sul sé.

A restare è soprattutto questa voce, di un’intensità spiazzante: profonda, quasi roca, dalla quale traspaiono tutto il vissuto, l’esperienza, le emozioni del ‘mestiere di vivere’.

THE INCREDULOUS EYES, “MAD JOURNEY” (MINOLLO RECORDS / FURTCORE RECORDS)

Oltre un decennio di attività e tre dischi (più un EP) all’attivo, nel segno di collaborazioni extramusicali (come quella col pittore Bartolomeo Casertano), il progetto dei fratelli Claudio e Danilo Di Nicola, accompagnati da Andrea Stazi e Davide Grotta scrive un nuovo capitolo della propria biografia musicale.

Si prendono le mosse da un racconto scritto dallo stesso Danilo, il ‘Mad Journey’ del titolo è un rapimento alieno dai contorni allucinato, per assemblare questi dodici brani che spaziano da momenti di quiete con reminiscenze folk-blues a serratissime sferzate dissonanti, da episodi ‘caracollanti’ con ritmi spezzettati vagamente post-rock a momenti di dilatazione psichedelica.

Un ‘viaggio’ imprevedibile, con ‘svolte’ dopo ogni curva, sviluppi inattesi; un lavoro ‘denso’, variegato, dinamico, che riesce a non stancare, anche rivelando qualcosa di nuovo ad ogni ascolto.

ALEPHANT, “WHOLE” (LIBELLULA MUSIC)

“Whole”, ossia ‘completo’, ‘intero’: una condizione di compiutezza che spesso è arduo anche solo iniziare a cercare, se questo vuol dire abbandonare la certezza e la sicurezza di contesti apparentemente ‘accomodanti’, sotto il profilo sentimentale, lavorativo, esistenziale.

Gli Alephant nascono dalla collaborazione dei fratelli Pierandrea ed Enrico Palumbo col batterista Marco Ferro, tutti con varie esperienze alle spalle tra pop punk e metal, fino a una comparsata sanremese.

Percorsi di vita che hanno portato i due fratelli dalla natia Torino l’uno in Francia, l’altro in California, facendo di “Whole” il frutto di una collaborazione a distanza.

I 10 brani che ne escono devono un qualcosa a un certo filone semiacustico del rock-folk statunitense degli ultimi 10 – 15 anni, a gruppi come The National o Lambchop, con momenti più movimentati che possono ricordare alla lontana i Kings of Leon.

“Whole” ha dalla sua questo respiro internazionale, l’essere il prodotto di musicisti rodato che sanno quello che vogliono e come ottenerli. Un disco solido, dalla forte coerenza interna, privo di cali di tono o di riempitivi. Non mancano certe suggestioni ‘lisergiche’ o l’evocazione dei ‘grandi spazi’, come se proprio certi panorami sterminati e le loro infinite possibilità fossero il luogo d’elezione per raggiungere la propria completezza, evadere da troppe gabbie (magari autoimposte), chiudere i ‘conti in sospeso’; un percorso non facile, tratti doloroso (come nel caso di rotture sentimentali), lungo il quale si rischia anche di perdersi, sporgendosi sull’abisso, prima di raggiungere la meta finale.

LEANDRO, FOSSIMO GIÀ GRANDI (BUNYA RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

“Fossimo già grandi”, sembra suggerire il torinese Leandro, classe ’94, ci risparmieremmo un bel po’ di incertezze, insicurezze, dubbi e interrogativi.

Gli otto pezzi che compongono l’esordio sulla lunga distanza (dopo un precedente singolo) del cantautore abbozzano un ‘ritratto generazionale’ di chi oggi, a cavallo tra i venti e i trent’anni, ha ancora più domande che risposte, sotto il profilo esistenziale e anche sentimentale.

Si riflette sulle scelte da prendere, su ciò che scegliendo si deve lasciare, sulle strade da intraprendere, trovando spazio per un brano dedicato ai rapporti tra fratelli (non così frequente) e per una riflessione più ‘sociale’, dedicata alla tendenza diffusa a cercare nemici immaginari, da identificare magari con chi cerca di attraversare il mare e arrivare qui.

Un cantautorato che, pur rievocando inevitabilmente dei precedenti (a me vengono in mente Niccolò Fabi o Riccardo Sinigallia), riesce a mantenere una sua impronta stilistica, accompagnando la voce con una scelta sonora ispirata anche a certe ‘sperimentazioni’ di Radiohead o Sigur Ros, restando legata a territori ‘indie’ e che occasionalmente si addentra in territori più ‘radio friendly’.

GASPARAZZO BANDABASTARDA, “PANE E MUSICA” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Giungono all’ottavo disco gli scavezzacollo della ‘Banda Bastarda‘ che in tempi complicati sembrano voler andare al ‘nocciolo’ alle cose iMportanti: “Pane e Musica”, appunto e tanto basta.

Lo fanno coi loro consueti modi scanzonati, ludici ma senza lasciare a casa l’impegno.

Un disco che ci riconsegna la solita scorribanda tra i generi: reggae, spezie balcaniche, la canzone popolare italiana, funk e calypso.

I sei musicisti che coprono lo Stivale, dalla Puglia all’Emilia passando per l’Abruzzo, omaggiano Scola e il calciatore antifascista Bruno Neri, scrivono odi alla ‘O’ (intesa come vocale) e alla ‘Patata’ (intesa come tubero, ma anche altro volendo) inni allo za’vov, un tributo al poeta curdo Hisam Allawi

Un disco solare e dai colori vivaci, che invita al movimento, coprendosi improvvisamente di nubi minacciose sul finale, quando il preoccupato sguardo sulla realtà quotidiana di casa nostra prende il sopravvento.

PIETRO SABATINI & CO., “PAST AND PRESENT / PASSATO E PRESENTE” (UDU RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Pietro Sabatini fa parte di quella ‘storia sconosciuta’ del rock italiano, fatta di carriere pluridecennali lontano dai riflettori: trent’anni e passa trascorsi a cantar e suonare folk irlandese nei Whiskey Trails e una carriera solista che ha un po’ abbandonato quei suoni per abbracciare i più ampi spazi del rock e del blues d’oltreoceano.

Arriva oggi questo doppio cd, insieme riepilogo del passato recente e presentazione di inediti.

Diciotto i pezzi complessivi, uno in più considerando l’accorpamento di due brani nella traccia di apertura, che tra l’altro omaggiano l’indimenticata Irlanda, riprendendo alcuni testi di Seamus Heaney; 80 minuti circa la durata.

Domina l’inglese nel primo cd, più spazio all’italiano nel secondo; un manipolo di compagni di strada a contribuire con hammond, piano elettrico e sezione ritmica, con Sabatini ‘factotum’, tra voce, chitarre, tastiere, basso e bouzouki.

Ricorre il sogno, a tratti l’immaginazione di una realtà diversa e più ‘umana’ in contrasto con la commercializzazione dei tempi attuali; si invita a resistere e non è casuale l’inserimento di una ‘Bella Ciao’ (cover con qualche elemento di originalità) e di un pezzo dedicato alle ‘Belle partigiane’.

I panorami sonori sono, come detto, quelli dei grandi territori americani, la tradizione più o meno recente, tra il blues, Springsteen e le più recenti evoluzioni del country (quello definito ‘alternativo’), con una certa sensibilità pop e qualche accento cantautorale.

Il piatto è insomma abbondante, ed è soprattutto un’occasione per chi non conosceva Sabatini di incontrare un autore che mostra tutta la solidità acquisita in decenni di carriera.

IL DINOSAURO E I MANICHINI, “IL DINOSAURO E I MANICHINI” (NEW MODEL LABEL)

Esordio per il nuovo progetto del cantautore (ma formatosi come batterista) Andrea Campostrini, dopo lo scioglimento di un gruppo precedente.

Il ‘dinosauro’ è chi, nei tempi attuali, preferisce guardare alle proprie radici, che magari, come in questo caso, affondano realmente nella ‘terra’, volgendosi altrove, rispetto a un atteggiamento comune tutto incentrato sul mostrarsi, magari nelle vetrine dei ‘social’, appunto come ‘manichini’.

Dodici pezzi dall’impianto per lo più autobiografico, sprazzi di pensieri, pagine di diario, tra riflessioni, sentimenti, sguardi sulla realtà.

Si veleggia tra intimità ed esplosioni di rabbia, pianoforte e ruvidità chitarristiche, ad accompagnare Campostrini un nutrito gruppo di musicisti tra cui Alberto Nemo, che ha collaborato anche in sede di registrazione.

Ci troviamo per certi versi a metà strada tra il cantautorato rock – folk di Rino Gaetano e Ivan Graziani e certe esperienze più recenti (De Niro, Le luci Della Centrale Elettrica).

Un lavoro che fa dell’immediatezza la sua impronta principale, prendendosi forse qualche rischio: personalmente non amo chi alza troppo la voce, a tratti con un atteggiamento un po’ inca**ato e magari buttando lì qualche parolaccia per rimarcare il concetto…

L’impressione comunque è che le potenzialità non manchino, potendo forse essere sviluppate con una direzione sonora più precisa e qualche ‘freno emotivo’ in più.