Archive for luglio 2012

AA. VV., “COMPILATION 2011 – 14° FESTIVAL MUSICALE NAZIONALE DAL VIVO”

Come ogni anno, l’approssimarsi dell’estate coincide con l’uscita della consueta compilation di Voci per la Libertà: così, mentre a luglio si è svolta l’edizione 2012 della manifestazione ideata e portata avanti assieme ad Amnesty International, qualche settimana prima è la volta della pubblicazione del cd che testimonia l’edizione precedente.

La formula collaudata vede i finalisti del Festival affiancati da artisti già affermati e dal vincitore del Premio Amnesty Italia, che nel 2011 è stato Simone Cristicchi con l’incediario brano Genova Brucia, dedicato ai fatti del G8 2001, pezzo che tra l’altro ha subito varie vicissitudini, (per motivi che si possono facilmente immaginare), prima di poter essere pubblicato in quest’occasione.

Il piatto è come al solito ottimo e abbondante: sedici i pezzi, undici le band – o singoli – presenti (come di consueto, gli esordienti hanno l’opportunità di presentare due brani a testa). Tra le ‘giovani promesse’ si segnalano Repsel, artefici di un buon hard-rock dalle tinte gotiche, il cantautorato di Emanuele Bocci; completano la categoria Aeramag (vincitori del Premio Amnesrty Italia Emergenti) con la loro formula dalle suggestioni vagamente ‘bandistiche’; i Puntinespansione, capaci anch’essi di giostrare tra sapori folk e sonorità che rievocano vagamente la dance anni ’80, gli Heza. La lista degli artisti già affermati include, oltre al già citato Cristicchi, Roy Paci (accompagnato in quest’occasione da Grazia Negro)., Africa Unite, Mau Mau, Mojomatics e Gianmaria Testa. Conclude il un recitativo di Roberto Citran che legge un brano di Alessandro Baricca: trovata che, se indubbiamente rende ancora più sostanzioso l’ascolto, appare forse un pò superflua.

L’intento è nobile, i testi ‘importanti’, i suoni estremamente godibili: i motivi per dedicarsi all’ascolto di questa compilation ci sono tutti.

LOSINGTODAY

GIANLUCA DE RUBERTIS, “AUTORITRATTI CON OGGETTI” (NIEGAZOWNANA / VENUS)

Dopo l’esperienza con Studio Davoli e dopo il successo commerciale de Il Genio, Gianluca De Rubertis dà vita al suo primo disco solista, dall’attitudine marcatamente cantautorale. Si sia trattato di una ‘necessità fisiologica’, quella di ricercare delle atmosfere più ‘raccolte’, dopo il periodo movimentato trascorso grazie al precedente progetto, o di un naturale sviluppo nella propria carriera, “Autoritratti con oggetti”  permette di scoprire un autore di livello, come da tempo non succedeva. I tredici ‘autoritratti’ sembrano piuttosto dei ritratti del femminile, non a caso nelle foto che corredano il booklet, De Rubertis si fa affiancare, nella maggior parte dei casi, da donne.

Personaggi che in alcuni casi hanno un nome (Lilì, Mariangela), incontrati di sfuggita, guardati dall’esterno, raccontati attraverso i sentimenti dell’autore, magari in occasioni quotidiane ‘minime’, come la cena a un ristorante. Occasionalmente ci si separa dal tema dominante, per abbracciare scenari onirici, surreali (Hotel da Fine).

Una scrittura stimolante, intensa, che a tratti appare ‘automatica’, vagamente surreale, all’insegna del flusso di coscienza e ai confini del nonsense, o spesso orientata al ricerca di connessioni non scontate (specie quando ricorre alla rima baciata, memore della lezione di De Andrè) all’affiancamento di immagini non troppo contigue. Aleggiano spesso il sottinteso, il non detto, gli accenni, le allusioni (Paolo Conte dietro l’angolo)  in atmosfere ora all’insegna dell’ironia, o del leggero disincanto, in altri frangenti più orientate a ombre crepuscolari, ma senza mai sforare nella malinconia: piuttosto si potrebbe parlare di melancolia, quella strana sensazione di tristezza dolciastra: “non è gioia né amarezza, cos’è?”: un verso di Valzer della Sera appare sintetizzare alla perfezione il tenore ‘umorale’ del disco.

Oltre che stare dietro al microfono (in alcuni episodi affiancato da voci femminili come quella di Lucia Manca, fresca di esordio discografico) De Rubertis si occupa del piano, spesso del basso, occasionalmente di altri strumenti; lo accompagna un manipolo di ospiti – tra gli altri, Roberto dell’Era e Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours – ad erigere panorami sonori che appaiono ispirati ora al cantautorato classico italiano, ora al pop sofisticato francese à là Gainsbourg, ora a riprendere vagamente certe atmosfere circensi ‘caposelliane’, o a citare occasionalmente il giocoso cantautorato ‘jazzato’ di Jannacci e, prima di lui, Buscaglione. Non mancano episodi di ispirazione classica, attraverso l’utilizzo di dense orchestrazioni, o all’insegna di più essenziali strumentazioni da notturno.

Il bagaglio di esperienze accumulate nel corso degli anni non fa certamente di De Rubertis un novellino: “Autoritratti con oggetti” riesce a trasmettere con efficacia tutto il ‘mestiere’ affinato da un autore che appare dotato di un’impronta stilistica già quasi completamente compiuta: un lavoro con cui l’artista impone la propria ‘penna’ come una delle più interessanti dell’ultima generazione del cantautorato tricolore.

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AU, “BOTH LIGHTS” (THE LEAF LABEL)

Un profluvio di suoni; un’ondata di caotiche distorsioni che, per uno di quegli strani effetti ‘magici’ finiscono per costruire muri di melodia avvolgente… Il terzo, fantasmagorico lavoro degli Au, duo di Portland formato da Luke Wayland e Dana Valatka: il primo, a disegnare coi sintetizzatori panorami sonori alieni, algidi come l’artico, ma pronti ad esplodere nell’incandescenza di un vulcano islandese; la seconda, ad arricchire il tutto con le sue multicolori percussioni.

Il risultato sono questi undici brani, nei quali si mescolano composizioni strumentali (la maggior parte) e brani cantati (talvolta da entrambi), ardite rapide che sfociano in cascate sonore iridescenti e più tranquilli, placidi frangenti, colorati dalla grana crepuscolare del piano.

Una serie di brani in cui si mescolano momenti che rimandano a dei Sigur Ròs ‘iperproteici’, parentesi dal sapore prog, sprazzi ai limiti del jazz rock e frustate sperimentali dal sapore talvolta zappiano (con l’aggiunta di qualche fiato) e più spesso minimalista per un disco dal quale è veramente dura staccarsi, scoprendo ad ogni ascolto particolari precedentemente sfuggiti.

Uno dei migliori ascolti di questo 2012.

LOSINGOTODAY

FEV, “NEBBIA BASSA” (BLACK FADING)

Fare del rock (senza altri prefissi o specificazioni) in Italia oggi non è per niente facile, visto che ormai quando si parla di ‘rock italiano’, si finisce puntualmente per andare a scontrarsi con  i soliti due nomi di ‘quelli che riempono gli stadi’ e si punzecchiano sui social network… Un sostanziale duopolio che rende la vita assai complicata per chi voglia suonare del rock in Italia, distanziandosi magari dai quegli ingombranti ‘modelli’… Eppure, in Italia di rock band che si distinguano da quelle proposte c’è un gran bisogno: non è un caso se l’esordio dei bolognesi FEV (acronimo di Falce E Vinello) – che con i ‘soliti noti’ condividono solo l’area di provenienza – si fregi della partecipazione di un nugolo di ospiti, che hanno fatto la storia del rock (anche con derivazioni punk e combat folk) italiano: fa in effetti abbastanza impressione vedere partecipare al lavoro di una band esordiente Banda Bassotti, Modena City Ramblers, Gang, Steno dei Nabat, Cisco, Daniele Biacchessi (che partecipa in un reading dedicato alla Strage della Stazione di Bologna, ma anche impugnando l’armonica). Un elenco di ospiti che già da solo rappresenta una garanzia della solidità – e soprattutto dell’onestà – di ciò che di va ad ascoltare.

“Nebbia bassa” è infatti un disco di rock, variamente declinato: tra spezie ‘hard’ qualche vago profumo punk o combat folk, ma in generale, puro e semplice rock, di quello che accosta l’intensa grana emotiva del cantato alla pronta esplosione delle chitarre, con la sezione ritmica a fare da muro portante. Soprattutto, però, l’esordio dei FEV è un disco impegnato (senza che questo voglia dire pedante, o retorico), che parla dei bombardamenti su Bologna e della Resistenza, di Giuseppe Di Vittorio (trai ‘padri’ del sindacalismo italiano) e dei movimenti del ’77,  della Strage della Stazione, del revisionismo storico (all’insegna dei ‘morti tutti uguali’) e di Federico Aldrovandi.

Arricchito da interventi scritti (di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, di Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione trai familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, e dell’ex segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani) che se ce ne fosse bisogno, danno ulteriore conferma dell’onestà e della valenza ‘civile’ del progetto.

I FEV sono insomma il rock italiano che si (ri)scopre capace di alzare lo sguardo, di smettere di guardarsi le scarpe o l’ombelico (e magari di ammirarsi, con compiacimento) allo specchio, per guardarsi invece attorno, conservare la memoria del passato per capire meglio il presente: un disco del quale c’era veramente bisogno.

LOSINGTODAY

IMMENSE!!!

A vedere la cerimonia di premiazione, c’era quasi da non crederci: tre tricolori, a mia memoria, è la prima volta: ci sono riuscite Elisa di Francisca, Arianna Errigo e Valentina Vezzali, che hanno monopolizzato il podio del fioretto femminile. L’impresa l’ha compiuta ancora una volta Valentina, che ha strappato il bronzo piazzando una serie fulminante di stoccate in finale di incontro, e poi quella decisiva nel minuto supplementare. Nella finale, dopo aver accumulato un discreto vantaggio, Elisa di Francisca ha subito il ritorno della Errigo, prima di vincere l’oro anche lei alla ‘prima stoccata’ nel minuto supplementare. GRANDIOSO. La prima giornata delle Olimpiadi è partita, per l’Italia, col ‘botto’:  a rompere il ghiaccio, nel primo pomeriggio, è stato Luca Tesconi, argento inatteso nella pistola da dieci metri; per la cronaca, Tesconi è stato anche l’ultimo azzurro a ottenere la qualificazione olimpica. Un paio d’ore più tardi sono stati i nostri arceri: Matteo Galiazzo, Michele Frangilli e Mauro Nespoli hanno vinto il primo oro per l’Italia. Già così la prima giornata sarebbe stata soddisfacente; ma poi è arrivata l’impresa delle fiorettiste e allora anche la vittoria nell’arco è finita un pò in secondo piano. La sorpresa di giornata è la sconfitta degli inglesi nella gara di ciclismo su strada, dove Cavendish era il vincitore annunciato: niente da fare, invece: oro al kazako Vinokourov che ha indovinato la fuga giusta assieme al colombiano Uran; terzo si piazza il norvegese Kristoff.  Altra sorpresa quella di Michael Phelps, rimasto ai piedi del podio dei 400 metri misti. Un paio di notazioni per finire: bella la cerimonia d’apertura: i cinque cerchi olimpici che escono dalla fonderia, Mister Bean in “Momenti di Gloria” e l’assemblaggio del braciere in diretta i momenti migliori. La RAI sta superando le peggiori previsioni: io sono ancora qui a chiedermi, visto che oltre a RaiDue ‘rete olimpica’, ci sono altri due canali dedicati allo sport, questi non vengano utilizzati, continuando a proporre repliche inutili: potevano servire a  trasmettere altri eventi, nei quali gli italiani non fossero impegnati: come al solito, nel caso della Rai la realtà batte anche le peggiori fantasie…

A VOI

I GIOCHI SONO APERTI

Almeno ufficiosamente, i ‘Giochi della XXX Olimpiade’ cominciano oggi, con le prime partite del torneo femminile di calcio. L’inaugurazione, come credo tutti o quasi sappiano ci sarà però venerdì. Sono giochi ‘strani’: basterebbe solo accennare ai fatti aberranti cui si sta assistendo in questi giorni, lo strapotere dei marchi, il divieto di usare il richiamo alle Olimpiadi se non autorizzati, le polemiche sui viaggi in seconda classe riservati a certe rappresentative femminili mentre le squadre maschili hanno tutti i comfort… gli esempi potrebbero continuare. Sono Olimpiadi ‘strane’ perché il clima non è certo dei migliori: io le Olimpiadi le ho sempre seguite, sono uno di quegli avvenimenti che è ancora in grado di emozionarmi, ma quest’anno è tutto più ovattato, ci sono troppe incognite… C’è anche l’impressione che ‘l’esclusività olimpica’ sia venuta meno: una volta, certi sport in televisione li potevi vedere solo ogni quattro anni; oggi, col digitale terrestre, perfino la RAI in chiaro ti fa vedere l’hockey su prato, la pallamano, lo judo o le gare di tiro. L’Italia si presenta a ranghi ridotti rispetto al recente passato, anche per la mancanza di alcune squadre, come quelle di calcio o basket.  Sul numero, e il ‘colore’, delle medaglie, secondo me c’è da farsi poche illusioni: con buona approssimazione, credo sarà un successo se arriveremo ai venti podi, azzardo sei ori, sette argenti e sette bronzi. La concorrenza è sempre più globale:  Cina, Stati Uniti e Russia fuori portata, ovviamente; alle loro spalle forse arriverà la Gran Bretagna ospitante,  a giocarsi il quarto posto con Germania e Australia; il Giappone dovrebbe proseguire il trend positivo degli ultimi anni; la Francia dovrebbe riuscire a fare ancora una volta meglio di noi. L’Italia può aspirare ad entrare nella Top 10 (a Pechino fu nona, sia per numero di medaglie complessivo, che per ori), ma dovrà fare i conti con la concorrenza di alcuni Stati dell’ex est, come Ucraina e Bielorussia, con la Spagna; occhio alla Corea del Sud e, soprattutto, al Brasile che potrebbe offrire delle sorprese. Il problema è che queste sono Nazioni in ascesa, in Italia è tutto fermo da anni: pochi investimenti, pochi impianti, un sistema sportivo in cui la scuola fa poco o nulla, lasciando gran parte del lavoro ai genitori; poi quando gli atleti crescono, arrivano le varie società legate alle forze armate: per carità, lodevole e nobilissimo impegno, ma lo schema appare ormai datato. Le speranze di medaglia sono le solite: scherma e tiro, qualcosa forse dal canottaggio; la pallanuoto può ben figurare sia trai maschi che tra le femmine; le pallavoliste sono tra le favorite, gli uomini una possibile sorpresa; le ragazze della ritmica negli ultimi anni sono andate avanti come un rullo compressore; qualcosa potrebbe arrivare dalla ginnastica e dagli sport ‘di combattimento’ (Judo, Pugilato, Taekwondo). Nell’atletica, assente Andrew Howe (un grande talento buttato praticamente alle ortiche da una gestione scriteriata da parte di chi doveva farlo crescere), abbiamo praticamente la sola Di Martino (nell’alto una concorrente in meno, la superfavorita croata Vlasic), anche se io uno sguardo alla gara del salto triplo maschile (e perché no, pure femminile) glielo darei. Nel nuoto c’è ovviamente la Pellegrini, insieme a lei Scozzoli con Paltrinieri possibile outsider; per Alessia Filippi è già stata un’impresa esserci. Nel tennis (mancherà Nadal) dopo tempo immemorabile, abbiamo qualche chance: il doppio Errani – Vinci è trai migliori del mondo. Con tutta probabilità comunque, queste Olimpiadi confermeranno il trend del prevalenza dello sport italiano femminile rispetto a quello maschile… anzi, ho l’impressione che stavolta si parlerà di autentico predominio, Questo il quadro generale,  più o meno: la mia speranza è come al solito di vedere qualche oro inatteso: ve lo ricordate a Pechino Andrea Minguzzi nella lotta greco-romana? E allora, via ai Giochi. Nonostante tutto, le Olimpiadi restano ancora le Olimpiadi: per quanto possibile, godiamocele.