Archive for aprile 2012

THE HANDS OF THE WRONG PEOPLE, “PROPORTIONS” (PEAPOD)

Allora, ci sono uno scozzese, un tedesco e un belga… che, cresciuti a ‘pane-e-rockalternativoUSA-anni’90 -’00’… La fine è prevedibile e, in buona parte, scontata.

Gli Hands Of The Wrong People (qui al secondo full length, dopo il buon risconto ottenuto col precedente) “Spring Flakes” tornano, per il piacere degli appassionati di certe sonorità a cavallo low-fi e distorsioni che hanno caratterizzato il rock ‘indipendente’ d’oltreoceano, quello celato al di sotto dei roboanti fasti del grunge e le sue successive derivazioni.

Fin dall’inizio, la formula è chiara, con sonorità ‘ruvide’ che rimandano direttamente ai Dinosaur Jr e un pò di ‘zoppia’ à la Pavement. Un disco che si dipana tra momenti ‘allegri con brio’ e ‘andanti poco mossi’, e che nel corso del suo svolgersi affianca, a momenti di impatto più immediato, alcune discese in territori più accidentati, con qualche suggestione post-rock (pur non arrivando mai alle ‘complicazioni’ di band come Karate o Tortoise). Le tredici tracce presenti si mantengono sempre su un livello discreto, pur non mancando qualche episodio in cui si avverte un certo senso di incompiutezza, fino al farsi strada di un pizzico di noia.

“Proportions” è comunque nel complesso un disco riuscito, nel quale la band, di stanza a Berlino, mostra di aver imparato bene la lezione dei propri punti di riferimento, anche se magari finendo per ripeterla un pò troppo ‘a memoria’, senza troppi spunti di originalità: un disco che finisce insomma per assumere il sapore di una ‘variazione sul tema’ che, per quanto riuscita, nulla aggiunge al campionario del genere.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

SIMON FELTON, “SURRENDER, DOROTHY!” (PINK HEDGEHOG)

Secondo lavoro solista per Simon Felton, già membro dei Garfield Birthday. Disco che, pur nell’essere tipicamente ‘inglese’, butta ogni tanto lo sguardo al di là dell’oceano, “Surrender Dorothy” è il classico lavoro che cammina sul fragile filo che separa un’efficace riproposizione di filoni già ampiamente esplorati e un essere derivativo che rischia seriamente di offuscarne i pregi.

Così, se ad esempio nei primi due dei dieci brani complessivi si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un Morrissey privo di demoni interiori e perciò più solare, dal terzo pezzo in poi il disco sembra leggermente prendere quota, inserendo qua e là qualche vago elemento riconducibile al cantautorato folk non solo albionico, ma anche d’oltreoceano, una spruzzata di acidità psichedelica, ampie manciate di pop in salsa ‘indie’ con qualche episodio che, caratterizzato da un mood un filo più sofisticato, può richiamare alla lontana il Paul Weller degli Style Council o quello solista e, ancora più a ritroso, la nobile tradizione del songbook di Bacharach.
Simon Felton si dedica quasi esclusivamente alle voci, occasionalmente imbracciando basso o chitarra, in un mix facendosi affiancare da Anton Barbeau, cantautore californiano con una solida carriera alle spalle e dal produttore Alan Strawbridge, che si occupano di gran parte del lavoro sonoro, nel quale trovano spazio synth, tastiere, wurlitzer, mellotron.
“Surrender Dorthy!” è sicuramente un disco che scorre, si lascia ascoltare con piacere, anche grazie alla breve durata (di poco superiore alla mezz’ora), lascia probabilmente soddisfatti per la confezione sonora dei pezzi; tuttavia, resta il dato di fondo di un disco che per lo più segue la rotta tracciata dai propri punti cardinali, senza discostarsene ed evitando accuratamente qualsiasi ‘escursione fuori programma’, finendo per esaurire presto la propria spinta propulsiva.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGOTODAY

DALI’ UN ARTISTA UN GENIO

Roma – Complesso del Vittoriano, fino al 1 Luglio 2012

Una mostra che fin da subito è stata definita ‘un evento’, e stavolta senza esagerare, visto che a prendere il puro dato ‘anagrafico’ era una sessantina d’anni o giù di lì che Roma non assisteva a una personale di Dalì di queste dimensioni. L’esposizione è introdotta da una bella galleria di ritratti fotografici realizzati da Philip Halsman, che fin da subito mettono in risalto il lato più ironico dell’artista, ulteriormente evidenziato dalla successiva ‘anticamera’, in cui in vari brevi video è lo stesso artista a presentarsi. L’esposizione vera e propria è divista in tre segmenti: nel primo, si indaga il rapporto che ha a lungo e in varie fasi legato Dalì all’Italia, con i quadri densi di simbolismo che riprendono l’arte classica, piuttosto che l’opera di Raffaello o Michelangelo. Lo spettatore viene poi gettato nel labrinto di simboli surrealisti dell’autore, con uno dei celeberrimi quadri all’insegna degli ‘orologi squagliati’, o il celeberrimo ‘Spellbound’ , utilizzato da Hitchcock nella scenografia del film omonimo (l’italiano “Io ti salverò”). La terza e ultima sezione è invece dedicata ai progetti che Dalì ha portato avanti parallelamente alla pittura: ecco esposti ad esempio i costumi realizzati per l’allestimento di “Rosalinda o Come vi piace” diretto da Visconti, i costumi ideati in occasione di una festa organizzata in occasione di uno dei tanti Carnevale veneziani; ancora, vari oggetti di design, fino ad una Vespa autografata a un paio di ragazzi che nel corso di una vacanza estiva erano passati a rendergli omaggio.
L’esposizione dà modo al visitatore di conoscere anche alcuni lati meno conosciuti dell’opera di Dalì, attraverso i bozzetti realizzati per alcune edizioni di una “Vita” di Cellini e per il “Don Chisciotte”, poi pubblicato in Italia negli anni ’60 dalla rivista “Tempo”. La mostra è conclusa dal breve cartone animato che, abbozzato da Dalì assieme a Walt Disney per “Fantasia”, è stato effettivamente realizzato solo nel 2004, affiancato da un’esilarante storia disegnata per Topolino dal grande Giorgio Cavazzano, in cui Topolino, Pippo e Paperino compiono un viaggio delirante nell’universo surrealista dell’autore. La mostra è dunque di quelle da non perdere, arricchita da numerosi contributi video provenienti dalla teche RAI, ma soprattutto corredata da un apparato editoriale come raramente se ne vedono in queste occasioni: ogni opera accompagnata da alcune note esplicative che aiutano lo spettatore a orientarsi trai simboli dell’arte di Dalì, ovviamente, come sempre avviene nel caso di questo tipo di arte, lasciandolo libero di darne la personale interpretazione.

“Autoritratto con pancetta”

“Angelus (Inspirat en Millet)”

“La Madonna di Port Ligat”

“Dematerializzazione vicino al naso di Nerone”

 

“Progetto per Spellbound”

 

 

IO E IL MATTO DELLA PISCINA

Nella piscina dove vado io c’è un matto; non metto la parola tra virgolette, perché significherebbe derubricare la cosa… le virgolette si mettono ‘per simpatia’, e qui di simpatico non c’è nulla. Probabilmente matto non è manco il termine giusto e potrebbe anche risultare offensivo, per una persona che indubbiamente ‘ha qualcosa che non va’ (altra perifrasi per dire che ha qualche tipo di disturbo mentale). Insomma, il tipo in questione lo incrocio abbastanza spesso… fortunatamente non di frequente, e raramente nello spogliatoio… a questo punto qualcuno si chiederà cos’ abbia che non va il tipo in questione: semplicemente, sbraita da solo. Si, sbraita da solo, nel senso che improvvisamente, e ad alta voce, se la prende con non si sa bene chi. Oggi per esempio. Restiamo soli io e lui, nello spogliatoio; non è la prima volta, e non è la prima volta che assisto a certi soliloqui; ma oggi a dirla tutta mi sono spaventato; perché questo è scoppiato improvvisamente con uno ‘STR***O!!!!’, seguito da varie frasi più o meno intelleggibili, che evidentemente facevano parte di un soliloquio detto ad alta voce. Ora intendiamoci, il ‘parlare tra se e se’ non è certo una malattia: a me sta capitando adesso, mentre scrivo, di sussurrare le parole che sto scrivendo; però, se uno ti esplode così, è diverso, anche perché ribadisco: io e lui, nessun altro, questo è pure abbastanza ‘piazzato’… Fortunatamente ero già quasi vestito, ho preso la borsa e senza manco asciugarmi i capelli, sono uscito. Ho parlato del fatto con la segretaria e un istruttore coi quali ci conosciamo da anni, mi hanno detto che non è la prima volta che succede, e che questo ‘esplode’ così pure quando sta in vasca, generando perplessità, risate o inquietudine a seconda dei casi. Il problema è che c’è pure una seconda parte: perché mentre eravamo passati a parlare di tutt’altro, io me me sono uscito con la frase ‘è scemo’ (non riferita alla persona in questione, ma a tutt’altro), proprio mentre il tipo usciva dagli spogliatoi. Uscita che è stata accolta da una silenzio sospeso, rotto da lui con un inequivocabile: “se avete qualcosa da dirmi, ditemelo”.  Insomma, devo ammettere che l’episodio mi ha turbato: ribadisco, mi era già capitato un paio di volte, ma questa è stata particolare, diversa. Uno scoppio di violenza verbale rivolto contro chissà chi… Io non sono un medico, peraltro, ma mi dico che questo prima o poi dalle parole potrebbe passare ai fatti… e stante che ‘ognuno c’ha la sua’ e che io sono facile a ‘girarmi dei film’ e andare in paranoia, adesso mi prenderà il sacro terrore di ritrovarmi solo nello spogliatoio con ‘sto soggetto… Ma tu guarda…

ARRIVANO I VENDICATORI!!!

Come tutti credo sappiate, mercoledì prossimo gli Avengers sbarcheranno al cinema. Per chi vuole,

L’ANTEPRIMA

e la

RECENSIONE (che specifico, non contiene spoiler sulla trama)

 

 

VARIE CINEFILE

Un paio di recensioni…

UNBREAKABLE

LADY IN THE WATER

…e qualche news…

A DAVID GORDON GREEN IL REMAKE DI SUSPIRIA

ADRIAN LYNE RIPORTA GRISHAM SUL GRANDE SCHERMO

BIOPIC SU GEORGE WASHINGTON PER DARREN ARONOFSKY

JAMES VAN DER BEEK (DAWSON CREEK) CI RIPROVA AL CINEMA

TONI COLLETTE E STEVE CARELL DI NUOVO INSIEME SUL SET

MATT LUCAS, DA “LITTLE BRITAIN” A THERESE RAQUIN

VINCE VAUGHN RIAPRE L’AGENZIA ROCKFORD?

BEFORE THE CRASH, “UPON THE IMPACT” (AUTOPRODOTTO)

C’era una volta il ‘grunge’… e a ormai vent’anni di distanza, ci si ritrova a parlare delle influenze che quel periodo continua a far sentire sulla ‘musica che gira intorno’: stavolta è il turno di questo quartetto del New Ampshire.

Musicisti già ampiamente ‘rodati’, che danno vita a un disco che riprende l’humus di quell’esperienza, tra post – punk, rumorismo, un pizzico di psichedelia, privandolo di quella bella dose di ‘furia’ che lo caratterizzava.

Il risultato potrebbe essere definito un disco di ‘AOR’ alternativo, all’insegna di suoni che ondeggiano tra pesantezza e distorsione, senza rinunciare ad un discreto appeal melodico e, in qualche caso, ‘radio friendly’.

I Before The Crash finiscono per ricordare certi gruppi di fine anni ’90 (i Creed, se qualcuno se li ricorda), o magari i Foo Fighters, in quello che è, seppur un lavoro gradevole, ma che tutto sommato finisce per essere ‘archiviato’ abbastanza in fretta, per la sua sostanziale mancanza di originalità.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

MAYA GALATTICI, “ANALOGIC SIGNALS FROM THE SUN” (GARAGE RECORDS)

I ‘Maya Galattici’ sono Marco Pagot e Alessandro Antonel, già precedentemente attivi coi Chinaski. Abbandonati gli arodri rock del precedente progetto, il duo di Vittorio Veneto ha scelto la strada di un indie pop dagli spiccati contorni elettronici, che si colora spesso e volentieri di psichedelia.

Nel corso del breve viaggio (una mezz’ora circa) e dei nove brani presenti (cantati in inglese, spesso a due voci), il duo sfodera un variegato campionario le cui influenze sono riconducibili ad una vasta gamma di esperienze: ovvio ma quasi inevitabile citare gli Air più cinematografici, a fianco di certe suggestioni dei Flaming Lips meno debordanti, piuttosto che certe atmosfere liquide à la Beck, con qualche vago accenno alla psichedelia inglese dei primi anni ’90 (leggi alla voce: Spacemen Three).

La confezione è efficace, all’insegna di una costante gradevolezza sonora (per quanto a tratti un filo ‘calligrafica’), frutto di un ‘armamentario’ che ricorre ad una variegata strumentazione: ampia la gamma sia delle tastiere che delle percussioni, affiancate al consueto duo chitarra – basso, cui si aggiunge episodicamente un violino.

Il punto debole sembra essere, tuttavia, una certa ripetività, non tanto da un brano all’altro (la varietà di riferimenti garantisce un’analogo alternarsi di atmosfere), quanto all’interno degli stessi pezzi, che spesso si limitano a girare attorno alla stessa idea, non trovando magari quegli svolgimenti che li avrebbero resi più efficaci, talvolta dando una certa impressione di incompiutezza, come si trattasse di ‘bozzetti’ in attesa di essere più compiutamente delineati.

Nonostante questo, “Analogic signals…” resta tutto sommato un disco interessante, soprattutto per la formula scelta, che alla fine dell’ascolto riesce a lasciare intatto l’interesse per un eventuale seguito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

EXIT 13, “STURMEY ARCHER” (BACKWATER RECORDS)

Un caso più unico che raro di ‘longevità nelle retrovie’, quello degli Exit 13: con alterne fortune al di qua e al di là dell’oceano,  cambi di formazione e una discografia all’insegna della più totale discontinuità, la band originaria di Ispwich è riuscita, pur tra lunghe pause, a restare attiva dall’inizio degli anni ’80 fino ad oggi.

Sostanzialmente ridotto a un progetto solista del fondatore Steve Mann, il ‘gruppo’ ritorna con questi tredici brani che in effetti assumono più il sapore di un progetto semi-cantautorale che di quello di una band con tutti i crismi.

Le tredici tracce di”Sturmey Archer” riportano, anche abbastanza prevedibilmente, una varietà di elementi riconducibili in vario modo a varie ‘scuole’ succedutesi nel corso degli ultimi tre decenni: un pizzico (quasi solo un vago retrogusto) di new wave, una più profonda impronta da indie rock made in U.S.A, con qualche suggestione del cosiddetto ‘paisley underground’ di Dream Syndicate, senza però dimenticare la terra di provenienza, con parentesi magari riconducibili all’ultimo Joe Strummer.

“Sturmey Archer” è un disco che si lascia volentieri ascoltare, che pur privo di ‘vette’, consegna più di un brano gradevole, dall’attitudine anche radio friendly’ senza però eccessivi ammiccamenti, in cui una strumentazione canonica si arricchisce episodicamente dell’intervento in un violoncello, a creare maggiore ‘atmosfera’; il tutto a circondare un cantato ‘vissuto’, spesso colorato di disincanto.

Un lavoro insomma che appare il frutto del lavoro di esperto artigiano, magari privo di estrosa genialità, ma che riesce con perizia a far fruttare efficacemente il proprio mestiere.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

L’ELEGANZA DEL RICCIO

Parigi, un conodominio alto-borghese, abitato da alti funzionari dello Stato e stimati professionisti. Reneé è la portiera dello stabile, Paloma la figlia minore di un politico in carriera; entrambe nascondono un segreto: per la prima è l’amore per la cultura, che attraverso una lunga formazione da autodidatta l’ha portata possedere un ‘sapere’ di gran lunga superiore a quello dei supponenti abitanti del palazzo; per la seconda, è l’intelligenza, più elevata della media. Entrambe nascondono queste loro doti, Reneé sotto le apparenze del più trito stereotipo della portiera dall’aspetto sciatto e i modi trasandati che passa il tempo davanti a insulsi programmi televisivi, Paloma ‘costringendosi’ a mostrarsi anonimamente normale e covando nel contempo l’idea di un suicidio drammatico e spettacolare in occasione del prossimo compimento dei tredici anni. A sbaragliare l’esistenza della prima e i piani dell’altra sarà un nuovo inquilino, un giapponese dai modi gentili, l’elevata cultura e una spiccata capacità di guardare oltre le apparenze. Reduce dal buon successo di “Estasi culinarie” , risalente al 2000, sei anni dopo  Muriel  Barbery pubblicava “L’eleganza del riccio”, diventato rapidamente il classico ‘caso letterario’ fino a meritarsi, qualche anno dopo, una trasposizione cinematografica. Un successo meritato, perché la Barbery riesce a scrivere uno di quei libri ‘densi’ ma allo stesso tempo leggeri, capaci di varcare il confine, tra letteratura ‘leggera’ e narrazione per ‘elevati spiriti’. Un mix di dramma e comicità che, pur già ampiamente sperimentato, viene riproposto con efficacia in cui la Barbery è abile nell’inserire lunghe disquisizioni sull’animo umano, riflessioni sulla letteratura, l’arte, la filosofia, rendendo certo alcuni passaggi un filo ostici per il lettore medio, ma riuscendo nell’intento di non trasformare la lettura in un esperimento destinato solo alle ‘elite’ . L’efficacia del libro sta tutta qui: dipingere caratteri veri, senza mai abbandonare l’ironia e facendo in modo che il lettore vi si affezioni e nel contempo riuscire a parlare di qualcosa di ‘alto’, finendo magari per incurosire i lettori meno avvezzi a certe tematiche e spingendoli ad approfondire (e in questo, meglio chiarire, senza alcun intento pedagogico o saccente pedanteria).