Archive for novembre 2014

MULHOLLAND DRIVE, “LA MISURA DELL’EQUILIBRIO” (PAGINA3/FARMSTUDIO FACTORY / AUDIOGLOBE)

Nati un paio di anni fa, gli umbri Mulholland Drive tagliano il traguardo del primo lavoro da studio, fregiandosi della collaborazioni, tra gli altri, di Paolo Benvegnù.
Il quartetto mescola una spiccata indole cantautorale (le parole appaiono sempre avere un certo risalto rispetto ai suoni) a sonorità rock cui certe frequenti abrasioni conferiscono non di rado tinte indie, con qualche accento new wave; non viene comunque tralasciato il lato melodico della questione, che anzi viene sempre cercato con una certa insistenza. L’insieme strumentale è abbastanza classico: ai canonici chitarra-basso e batteria si affiancano le presenze del piano e di qualche effetto ‘d’ambiente’, altrettanto consuete per queste occasioni, con funzione di ‘riempimento’ e di ‘arricchimento emotivo’.

“La misura dell’equilibrio”, dice il titolo: equilibrio rispetto ad una realtà che non piace: conflitto con un mondo circostante in cui una società all’insegna del ‘controllo’, sembra tirare fuori il peggio delle persone; conflitto non solo verso l’esterno, ma anche verso l’interno: non si sta bene con gli altri, ma forse nemmeno con sé stessi.
La soluzione allora, è la ‘fuga’, o meglio, la ricerca di momenti di ‘astrazione’: parentesi di autentica comunione con la natura, fughe nei sentimenti, vissuti o anche solo ‘ricordati’, scappatoie nell’immaginazione, in territori onirici: non a caso sia il titolo del disco che quello di uno dei pezzi omaggiano David Lynch, il cui cinema si svolge costantemente in territori indistinti a cavallo tra realtà, sogno immaginazione.
Un esordio che può convincere, pur con qualche limite e l’impressione che la band debba ancora focalizzare del tutto il proprio stile.

Chi vuole, può ascoltare qui.

CLAUDIA CESTONI, “LA CASA DI CLAUDIA” (THE SOUND OF VIOLINS)

Il disco d’esordio della cantautrice romana Claudia Cestoni è il classico ‘snodo’: allo stesso tempo, primo capitolo della propria discografia e punto di arrivo di una ‘gavetta’ che l’ha vista finora calcare i palchi della scena capitolina e non solo.

Un disco ‘cantautorale’ abbastanza ‘tipico’, si potrebbe dire, senza che ciò assuma una connotazione negativa: undici brani nei quali la cantante dà voce a dubbi alle proprie riflessioni, che sembrano girare soprattutto attorno al passare del tempo (Il tempo che passa) il confronto col proprio sé del passato (La casa di Claudia), il cambiamento inevitabile dovuto alla vita ed alle esperienze (Alice va in vacanza). Una riflessione sul sé che si estende anche al mettersi in discussione (Monet) e alla presa di coscienza e accettazione dei propri limiti (La Resa), mentre non manca la tematica sentimentale (Profumo d’incenso, Ritratto d’autunno, Ti prometto che).

Spazio anche per un brano interamente strumentale, mentre l’apertura – non a caso intitolata L’incipit – è affidata alla recitazione di Niccolò Agliardi, mentre il disco si fregia della produzione e dei suoni del violinista Andrea di Cesare, già collaboratore di Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Carmen Consoli; il lavoro è saldamente ancorato al binomio chitarra – voce, spesso con accenti rock, arricchiti da suggestioni folk e da parentesi di pop dai tratti eleganti.

Claudia Cestoni interpreta con personalità un disco caratterizzato da umori per lo più riflessivi, arricchiti da un lato da qualche fiammata e dall’altro da momenti di spiccata dolcezza.Un esordio che convince, dando l’idea che la cantautrice romana non abbia ancora scoccato tutte le frecce a sua disposizione.

 

TOMMASO TANZINI, “PIENA” (AUTOPRODOTTO)

Spesso un disco è concepito come un puro oggetto di consumo, un prodotto usa-e-getta da dare in pasto al pubblico, bruciando rapidamente per poi passare nel dimenticatoio; talvolta un disco è risponde ad una pura necessità comunicativa, al bisogno di dover esprimere ciò che si pensa di dover dire; a volte, un disco assume la forma di una seduta di autoanalisi, il modo per mettersi di fronte ad uno specchio e riflettere sul cammino percorso e sulle proprie prospettive… in questi ultimi casi i risultati non sono per niente facili, quasi del tutto privi di mediazioni, lasciati completamente alla sensibilità, all’empatia dell’ascoltatore.

L’esordio solista di Tommaso Tanzini appartiene a quest’ultima categoria: arriva dopo tutta una serie di esperienze, la più importante delle quali lo ha visto militare nei Criminal Jokers e assume la forma di un flusso ininterrotto di pensieri, considerazioni, immagini… il titolo non è casuale: i dodici pezzi presenti si susseguono come un fiume in piena… il paragone non sembri irriguardoso, in tempi in cui i fiumi in piena lo sono veramente e spaventano: del resto lo stesso lavoro è stato registrato in quel di Pisa, in un periodo in cui la piena dell’Arno si era fatta minacciosa…

“Piena” è una sorta di ‘punto della situazione’: a monte, l’urgenza del cantante e chitarrista di buttare fuori quanto covato probabilmente da anni, in quello che alla fine è un dialogo ininterrotto con sé stesso, o con un ‘altro’ indefinito. Dodici brani difficilmente catalogabili: i suoni ridotti all’osso, spesso ad un’unica chitarra con qualche effetto riverberante, talvolta con l’accompagnamento di tappeti elettronici, all’insegna di echi new wave, con più di una contaminazione folk; ma alla fine su tutto svetta la voce dell’autore, quasi nemmeno cantata, all’insegna di una salmodia dal tono amaro, disincantato, annoiato, dolente, sarcastico. Un continuo riflettere sul passato, sui rapporti interpersonali e affettivi, anche sul proprio essere musicista, che trova il suo apice nell’afflato lirico di ‘Madre’, lettera forse mai scritta, su cui aleggiano presagi oscuri.

Non è un disco facile, “Piena”: il cantato talvolta monocorde, i suoni ridotti all’osso, un andamento che a tratti sfiora l’ipnosi, (pur se con qualche parentesi di maggiore dinamicità) i testi frammentari, talvolta ellittici nella loro giustapposizione di immagini e pensieri, lo rendono un ascolto non facile; un lavoro che non sembra rispondere alla necessità di comunicare con l’altro, quanto uno strumento con cui l’autore fa i conti con sé stesso.

LETTERA 22, “LE NOSTRE DOMENICHE” (LIBELLULA DISCHI / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro da studio per i Lettera 22, band di Recanati che già con l’esordio, “Contorno Occhi” (2011) ha ottenuto un discreto riscontro di critica e pubblico. Un secondo capitolo che si fregia della produzione e partecipazione di Paolo Benvegnù, attualmente uno dei nomi ‘forti’ dell’attuale scena cantautorale italiana.

Dodici brani nel segno di una certa ‘sospensione’: si avverte, nello svolgersi del disco,un senso di indefinitezza, di indecisione: come se i testi (firmati quasi completamente dalla chitarrista Arianna Graciotti) ritraessero dei momenti particolari, di attesa: un quotidiano precario, una “vita fatta di parentesi, di ipotesi mancate, di scene tagliate” (I giorni che non c’eri) , strascichi di vicende sentimentali concluse (Centimetri, Ti chiamo per nome) o riflessioni su relazioni in corso (Di un giorno feriale, Finestre aperte); fili conduttori cui si affiancano episodi volti all’immaginifico, a tratti al favolistica (Aironi, Drive In) , o per contro, riflessioni sulla Storia (1980) o la società (Le nostre domeniche).

Un catalogo di idee cui il quartetto marchigiano dà consistenza sonora nella forma di un classico pop-rock elegante, con ascendenze new wave: la produzione di Benvegnù si fa sentire (soprattutto nella già citata 1980) , ma senza eccessiva invasività, mentre l’interpretazione canora di Gianluca Pierini – che può a tratti ricordare quella si Samuele Bersani – si fa apprezzare, con una certa intensità, all’insegna di un mood sovente disincantato. Ensemble canonico: chitarra, basso e batteria, con piano e tastiere a fare da sostegno; domina l’elettricità, ma non mancano parentesi acustiche.

Caparezza qualche anno fa sottolineava l’importanza del secondo disco nella carriera di un cantante, o di un gruppo: i Lettera 22 superano efficacemente l’ostacolo.

Per farsi un’idea, il disco è ascoltabile su Soundcloud.

CHE SUCCEDE A ROMA?

Io non so quale sia l’impressione che si siano formati i non romani su quanto successo a Roma negli ultimi giorni (mi riferisco a quanto avvenuto a Tor Sapienza) ad uso e consumo di chi non abita qui, e come spunto di riflessione per i cittadini romani, esprimo solo una considerazione: non fatevi fregare, è tutta fuffa. A Tor Sapienza è successo poco o nulla, e quanto è successo, se non proprio montato ad arte, è stato strumentalizzato contro il sindaco Marino.

Tor Sapienza è una periferia come ce ne sono tante altre, a Roma e nel resto d’Italia, specie nelle grandi città; un quartiere nato ‘bene’, anche, al contrario di altri mostri urbanistici, che però è stato progressivamente abbandonato dai servizi pubblici: mezzi di trasporo, pulizia, illuminazione… così, Tor Sapienza è diventato un ‘brutto posto’… e i posti brutti rendono brutta pure la gente che ci abita; tutto qui: gli abitanti di Tor Sapienza sono gli abitanti di una zona degradata, con servizi pubblici inefficienti, in cui la criminalità – dalla prostituzione alla spaccio di droga – ormai fa come gli pare e piace.

Quanto successo nei giorni scorsi potrebbe essere considerato la tipica ‘goccia che fa traboccare il vaso’: in sé un centro di accoglienza per immigrati non costituisce un problema; se però il centro si aggiunge ai campi rom, allo spaccio e alla prostituzione, diventa un problema; e questo è un modo di vedere le cose. Si potrebbe però ragionare diversamente: chiediamoci il perché di una tale cagnara per una struttura di accoglienza che non ha nulla di criminale; e chiediamoci perché ad esempio non si è sollevato casino per la prostituzione o lo spaccio… forse perché prendersela con dei minorenni lontani migliaia di chilometri da casa è più facile che prendere di mira chi spaccia, temendo delle ritorsioni.

C’è qualcosa che non va: io ho il forte sospetto che, oltre all’esasperazione dei cittadini, sotto ci sia altro; ho il forte sospetto che le proteste dei giorni scorsi siano state aizzate da qualcuno – sia chiaro: di questo non ho prove, sono solo sensazioni – cogliendo l’occasione dell’aria particolare che si respira a Roma dal punto di vista politico. L’impressione è che il sindaco Marino sia destinato a cadere in tempi brevi; sono mesi che sembra si cerchi il ‘casus belli’ per liberarsi di un sindaco che ormai la sua stessa parte politica ritiene troppo ingombrante perché fa troppo di testa sua; e guarda caso, negli ultimi giorni è uscita fuori prima la strana vicenda dei permessi di sosta per la sua Panda al centro che non si sa che fine abbiano fatto; e poi esplode la questione di Tor Sapienza: la tempistica è talmente perfetta che non può non destare sospetti…

Qualcuno si chiederà perché ormai l’intero panorama politico romano vuole liberarsi di Marino… o meglio, perché la destra se ne voglia liberare è chiarissimo, un po’ meno chiare – forse – sono le motivazioni del suo stesso partito. Ora: su Ignazio Marino ne sono state dette tante, a torto od a ragione; naturalmente, Marino non è stato il miglior sindaco di Roma, ma manco il peggiore: è un anno e mezzo che sta dove sta, non è nemmeno a metà mandato ed un giudizio, se si vuole essere un minimo intellettualmente onesti, è del tutto prematuro. Il punto è che Marino non fa parte di nessuna delle conventicole della sinistra romana: è stato eletto alle primarie proprio perché gli elettori di sinistra ne avevano piene le palle dei giochetti di potere dei politici capitolini, perché la prospettiva di avere come sindaco Sassoli, arrivano fresco fresco dal Parlamento Europeo o  – peggio mi sento – Gentiloni (quello che adesso ha aggiunto alla sua collezione di poltrone quella di Ministro degli Esteri) sembrava ai più deleteria.

Marino, coi debiti distinguo, sembrava una sorta di ‘grillino infiltrato’ in seno alla sinistra romana… uno che dice le cose che pensa, uno non legato alle liturgie, uno non ammanicato coi palazzinari e via dicendo… il PD se lo è ritrovato, ed è stato costretto a tenerselo, ma dal momento in cui Marino è salito al Campidoglio, il suo stesso partito ha cominciato a remargli contro per toglierselo dai piedi. Quello che dà fastidio soprattutto al PD, è che Marino fa di testa sua senza chiedere nulla a nessuno: magari sbaglia, ma vivaddio non si fa imporre la linea da chicchessia… per questo, sono mesi che il PD sta brigando per levarselo dalle palle, e quello che è successo a Roma in questi giorni sta dando al PD romano l’occasione che aspettava: in parole povere:  al PD degli abitanti di Tor Sapienza non gliene frega un ca**o, gli frega usare qunato successo a Tor Sapienza per defenestrare Marino, per metterci magari al posto Zingaretti (il fratello di Montalbano), attuale Presidente della Regione Lazio, e dare il via al classico giro di poltrone; guarda caso, infatti, Zingaretti in questi mesi è stato zitto e buono, col classico atteggiamento ‘paravento’ di chi aspetta l’occasione giusta per farsi avanti: mai una parola sul sindaco di Roma, contro o a favore: Zingaretti è quello che fa lo gnorri proprio perché la sa lunga… non dice una parola, perché non vuole bruciarsi; non prende posizione, perché aspetta che qualcuno vada da lui col cappello in mano a chiedergli di fare il salvatore della patria. Va sottolineato peraltro che c’è una scuola di pensiero secondo cui Zingaretti potrebbe essere una sorta di anti-Renzi all’interno del PD, e la visibilità che gli darebbe la poltrona di sindaco di Roma gli tornerebbe molto utile.

Ignazio Marino probabilmente non riesce manco a fare tutto ciò che vorrebbe, perché ha contro non solo l’opposizione, ma anche il suo partito… in questa situazione secondo me si è venuta a creare una sorta di ‘santa alleanza’ contro il sindaco, che va da CasaPound al PD, tutti accomunati dal desiderio di liberarsi di Marino e rimettere in gioco le poltrone della capitale… e siccome a me le situazioni in cui tutti si coalizzano contro una persona sola mi danno il voltastomaco, allora io dico che proprio per questo Marino deve restare dove sta: la sola prospettiva di tornare ad elezioni e vedere salire al Campidoglio il fratello di Montalbano che parla con la zeppola o l’imprenditore Marchini o Giorgia Meloni a me dà la nausea. Ancora più nauseante, se possibile, è il fatto che per far fuori Marino stiano venendo strumentalizzate le legittime rivendicazioni di cittadini che hanno problemi incancreniti, la responsabilità dei quali è divisa più o meno equamente da chi ha preceduto l’attuale sindaco: i signori Rutelli, Veltroni ed Alemanno; però si scarica tutto su chi sta al Campidoglio da un anno e mezzo, solo perché sta sui co***oni ai ‘capi’ del PD romano…

L’impressione è comunque veramente brutta, e non mi meraviglierei se in Primavera si riandasse a votare per il Sindaco; tanto, dato che si voterà pure per il Parlamento, una scheda in più che vuoi che sia…

MIRIAM IN SIBERIA, “FAILING” (AUTOPRODOTTO)

I Miriam In Siberia nascono in quel di Aversa nella prima metà degli anni ’00: da allora, un Ep e due lavori sulla lunga distanza ne hanno scandito la biografia sonora, cui si aggiunge ora un terzo capitolo, che prosegue nel solco delle sonorità ‘pesanti’ che già caratterizzavano il precedente lavoro e che segna in parte una svolta stilistica, essendo il primo lavoro interamente cantato in inglese.
Il quartetto campano confeziona un disco che fa della saturazione sonora la sua principale caratteristica: un lavoro che risale alle radici ‘seventies’ dello stoner, con chitarre dalla grana sabbathiana cui si aggiunge sullo sfondo l’onnipresenza di synth dal sapore psichedelico, mentre la sessione ritmica procede con passo da pachiderma.
Lungo i cinque pezzi presenti, i Miriam In Siberia mostrano di trovarsi a proprio agio sia con atmosfere rarefatte che con momenti di più dinamico furore sonoro, all’insegna di una formula musicale capace di guardare anche alle esperienze più attuali di band come Black Mountain od Oneida.
Il risultato è un disco a tratti trascinante, magari con qualche lieve calo di tensione, ma che nel complesso riesce a mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore; una band da scoprire, già sulla strada per la piena maturità, ma che dà l’idea di avere ancora potenzialità da sviluppare.

TORAKIKI, “MONDIAL FRIGOR” EP (AUTOPRODOTTO)

Tre brani, poco più di un biglietto di presentazione, per questo trio di stanza a Bologna, ma i cui membri provengono tutti dal centro-sud Italia.

Un così esiguo numero di pezzi a disposizione non permette certo di farsi un’idea compiuta della proposta del gruppo e delle sue potenzialità: procedere per impressioni diventa allora più o meno una necessità.

Allora basterà limitarsi a sottolineare come il gruppo affondi le proprie radici negli anni ’80, con un brano di apertura dalle connotazioni fortemente new wave, per poi passare nei brani successivi a dilatare progressivamente i propri suoni, connotandoli di forti sapori ambient.

Ad ascoltare questi tre pezzi, l’impressione è comunque discretamente positiva: i Torakiki (a qualcuno il nome non risulterà nuovo: è infatti ispirato all’omonimo gatto del cartone Hello Spank, quello doppiato con l’accento tedesco, per intenderci) insomma sembrano pronti per cimentarsi sulla lunga distanza, mostrando tutto il contenuto del proprio ‘Mondial Frigor’, titolo scelto come metafora del catalogo di sogni, aspirazioni, forze e debolezze che ognuno racchiude dentro di sé.