Archive for febbraio 2017

ARIA HA FATTO L’OVO… ANZI, DUE!!

Come avviene già da diversi anni, i falchi pellegrini Aria e Vento sono tornati a nidificare e proliferare nella cassetta installata sul tetto della Facoltà di Economia de “La Sapienza”: quest’anno siamo già a due uova… qui, la ‘cam’ che li segue in diretta:

http://www.birdcam.it/webcam-1/

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FILIPPO DR. PANICO, “TU SEI PAZZA – DE LUXE EDITION” (FRIVOLA RECORDS)

A un annetto di distanza dalla prima uscita, ecco una nuova versione di “Tu sei pazza”, secondo disco da studio di Filippo de Lisa, alias Filippo Dr. Panico.

Riassunto delle puntate precedenti: originario della Basilicata, cresciuto in una famiglia in cui la musica ha sempre avuto ampio spazio, Filippo si trasferisce a Roma, dove lavorando in una pizzeria d’asporto, finisce per consumare in quantità industriali la tipica canzone italiana da radio più o meno commerciale.

Il risultato è una sorta di ibrido, il più delle volte irridente, di quel filone: tra citazioni più o meno esplicite, Ranieri e Cocciante, Carboni e Venditti, Filippo Dr. Panico assembla una decina di brani incendiari e corrosivi, tra chitarre scalcinate e un cantato ‘sboccato’, sia nell’espressione, costantemente sopra le righe, sia nelle parole, che non si risparmiano nemmeno un bel bestemmione di contorno, quando serve… Coadiuvato da un manipolo di sodali a imbracciare gli strumenti, tra i quali si distingue un sassofono capace di dare una più accesa tinta alla colorazione dei brani.

Non una parodia, solo in parte una presa in giro, per quello che finisce per essere una sorta di ‘canzoniere italico alternativo’: i pezzi che girano attorno al consueto tema delle relazioni amorose più o meno felici / improblemate / esasperanti, ma con un’attitudine per nulla incline alla compostezza sonora e interpretativa, preferendo una sguaiata immediatezza.

La versione De Luxe del disco propone cinque brani aggiuntivi: nuove versioni di alcuni pezzi del disco d’esordio e di uno di questo, più un inedito; in aggiunta, un libretto di poesie e aforismi, anch’esso in linea col Dr. Panico – pensiero: poca inclinazione alla correttezza, per riflessioni spesso sarcastiche – e sacrileghe – sul quotidiano, la società, i sentimenti.

FALLEN “NO LOVE IS SORROW” (AOSMOSIS RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, progetto portato avanti dall’artista precedentemente fattosi conoscere come The Child of A Creek.

Sei le composizioni presenti, come di consueto strumentali, formula più o meno invariata rispetto ai precedenti lavori dello stesso compositore: ci si addentra in territori al crocevia tra un filone che mescola rarefazioni ambienti e ripetizioni dai caratteri minimalisti con l’intensità di certe ispirazioni gotiche, in un insieme sonoro che affonda le proprie radici nella lezione impressionista.

Prevalgono le atmosfere dilatate, a tratti liquide, frutto di una strumentazione variegata in cui trovano spazio tappeti sintetiche, chitarre e batterie passate attraverso processi elettronici, la concretezza ‘materiale’ del pianoforte, l’afflato rasserenante, ma più spesso malinconico, dell’oboe, spezie dal lontano oriente apportate dai suoni del santoor o del koto.

Il titolo non lascia molto spazio all’immaginazione: le atmosfere sono dominate da un velo di malinconia che talvolta diviene un più pesante drappo; i titoli dei singoli brani vanno riportano suggestioni di sguardi verso l’infinito (Eyes like windows), sprazzi di luce (Shimmering), l’incontro tra elegia e carnalità (Soft Skin, Eternal Verses), fino al finale di un New Beginning che alla fine sembra comunque aprire la speranza alla fine di un percorso travagliato.

Un lavoro che come i precedenti ondeggia tra la difficoltà di una formula sonora che per la sua natura sperimentale richiede all’ascoltatore meno ‘pratico’ di tali territori uno ‘sforzo intellettuale’ in più, e la forza delle suggestioni che alla fine consentono più o meno a chiunque di lasciarsi andare.

ELLA, “DENTRO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Un disco senza filtri: mettersi completamente in gioco, rivelare sé stessa, dare voce a emozioni forse a lungo taciute come forse non si è potuto o voluto fare con le sole parole. L’esordio sulla lunga distanza di Ella, all’anagrafe Eleonora Cappellutti, torinese, alcune esperienze pregresse e un EP alle spalle, è un disco di una ‘nudità’ disarmante, intesa come privazione di scudi, difese, il dare voce a ciò che si ha ‘dentro’, appunto, senza remore.

Dieci tracce che nascono cicatrici lasciate da vicende sentimentali sofferte: la nostalgia, le recriminazioni, i sogni di un finale diverso, la tenerezza. C’è, ad esempio, verso di ‘Grattacielo’ che cita: “Io non volevo a fare a meno di farmidelmale / Io non potevo fare a meno di farti del male”: il nocciolo di una relazione complicata e per certi versi (auto)distruttiva.

Suoni liquidi, l’elettronica che prende gran parte dello spazio, l’elettricità che si fa sentire quasi con discrezione, il pianoforte a farsi spesso largo, con decisione, qua e là si avverte più di un’ascendenza trip-hop; parentesi da elettropop anni ’80; si segnala una cover, dai riflessi onirico – industriali, di Cuore Matto di Little Tony, scelta come singolo a apripista… anche se forse sarebbe stato più meritevole uno dei brani originali, a cominciare proprio da ‘Grattacielo’.

In tutti i casi, “Dentro” resta: col suo carico di emozioni e sensazioni, talmente legate a un vissuto ‘personale’, che alla fine si ha quasi pudore a parlarne troppo, preferendo invitare all’ascolto e nulla più.

RICKSON, “CHI TI AIUTERÀ” (THE BEAT PRODUCTION / LIBELLULA MUSIC)

Disco di esordio per questa band di Arezzo formatasi nel 2015, i cui componenti avevano comunque già avuto collaborato in precedenza.

Otto brani tra un passato ormai quasi remoto, quello del brit pop originale, degli anni 60 e delle conseguenti derivazioni beat nostrane e anni più recenti (vedi alla voce: Strokes), con qualche occasionale distorsione. Il nucleo del disco è comunque decisamente ancorato a un pop che cerca una veste elegante attraverso l’uso di piano e synth, mentre le chitarre trovano qua e là lo spazio per qualche assolo che rinforzi l’aspetto elettrico della faccenda. Atmosfere retrò nelle quali si respira aria di promesse estive di amore eterno, destinate a evaporare in autunno, i travagli sentimentali il filo conduttore, accompagnati da sprazzi esistenzialisti, una spolverata di spleen.

In copertina due bambini si arrampicano su un muretto, il booklet nella forma che ricorda il diario di un liceale: tutto più o meno riporta lì, a un passato per il gruppo forse più o meno biografico che trova la propria corrispondenza in riferimenti sonori dai tratti quasi vintage senza apparire troppo passatisti.

Un lavoro che scorre via leggero, forse un po’ troppo a dire la verità: un esordio che sembra ‘giocare sul sicuro’, in attesa che la band dia alla propria proposta un’impronta stilistica più decisa.

DAVIDE SOLFRINI, “VÈSTITI MALE

Un po’ più di un EP, un po’ meno di un full length: il nuovo lavoro di Davide Solfrini, romagnolo di Cattolica, si pone un po’ al confine, con i suoi sei brani e una mezz’ora circa di durata, arrivando ad arricchire un curriculum sonoro che conta già due lavori sulla lunga distanza arrivati a seguire altrettanti EP, pubblicati all’inizio del proprio percorso.

Il cantautore, classe 1981, dà vita a una galleria di personaggi, pretesti per parlare dell’oggi e della società, proseguendo discorsi già avviati nei lavori precedenti, a cominciare da quello sul mondo del lavoro, forte della sua esperienza come operaio. Solfrini affronta il tema con rabbia – trattenuta e amara ironia in parti uguali: alla fine la vera ‘stortura’ del sistema appare l’acquiescenza e l’incapacità delle ‘vittime’ di reagire, unico atto di possibile ribellione quello di ‘vestirsi male’, come cita il titolo. L’altra faccia della medaglia è l’introspezione, anche qui senza fare sconti.

Sotto il profilo sonoro, Solfrini – almeno rispetto a Muda, esordio sulla lunga distanza (recensito altrove qui) – sembra aver abbracciato con più decisione certe sonorità d’oltreoceano, in particolare con reminiscenze dei REM, continuando allo stesso tempo un discorso cantautorale che per certi momenti ironici continua a ricordare a tratti Ivan Graziani e Alberto Fortis nei momenti di maggiore asprezza.

Il nuovo tassello di una produzione che, almeno sotto il profilo quantitativo, comincia ad essere corposa; il limite forse in questo caso è proprio la durata: questi sei brani alla fine danno l’idea di un discorso non compiutamente concluso, come se alla fine si sentisse la mancanza di quei due / tre pezzi necessari a ‘chiudere il cerchio’.

ROSSO PETROLIO, “ROSSO PETROLIO EP” (AUTOPRODOTTO /LIBELLULA DISCHI)

Prima di Rosso Petrolio, c’è Antonio Rossi: romano, classe 1988, una ponderosa gavetta alle spalle, passata da un periodo di studio a Londra, la canonica attività dal vivo, non solo nella capitale, da solo e di spalla ad artisti affermati come Levante o Niccolò Fabi, varie esperienze e collaborazioni, un nuovo lungo soggiorno all’estero, stavolta in Portogallo. Più recente la definitiva ‘trasformazione’ in Rosso Petrolio cui, a stretto giro, segue la pubblicazione di questo EP.

Cinque brani – tre in italiano, due in inglese – all’insegna di un cantautorato contemporaneo, che attinge in pari misura al folk d’oltreoceano e a quello d’oltremanica, non disdegnano però atmosfere e suggestioni derivanti dalla meno tradizionale e di più recente affermazione scuola scandinava. Relazioni sentimentali in via di chiusura o dallo sviluppo complicato, riflessioni più ampie sul sé, lo svolgersi della vita tra incertezze e insicurezze, momenti cupi… Una proposta sonora scarna, tutta giocata su un’interpretazione accorata ma non troppo, affiancata da tessiture di chitarra dalla grana fine, ma pronte ad accendersi di frenesia.

Riconducibile, ma solo in parte, al nuovo cantautorato italiano – vedi alla voce The Niro e Le Luci della Centrale Elettrica – Rosso Petrolio appare però alla ricerca di un’impronta stilistica più personale, magari attenuando il proprio lato drammatico, evitando di cadere nel ‘manierismo depressivo’ dei succitati. Tirare in ballo il fado, seppur considerando l’esperienza portoghese del nostro, appare comunque inesatto: tuttavia alla lontana, in certi arpeggi di chitarra e nell’atmosfera di malinconia sospesa, il cantautore sembra aver assorbito qualcosa di quel mondo sonoro: uno dei brani, forse il migliore del lotto, riporta del resto a quell’esperienza, intitolato ‘Dall’altra parte dell’Oceano’.

Accompagna l’EP non un classico booklet, ma un libretto di poesie, intitolato “Cronache di un naufragio”, per quella che alla fine diventa un’opera dalla duplice natura.