Archive for the ‘vita’ Category

UNA GIORNATA PARTICOLARE…

…passata interamente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Ci ero già stato, in passato, ma sempre in occasioni un po’ ‘mordi e fuggi’; ieri, approfittando dell’apertura gratuita, ho finalmente colto l’occasione per godermela.

Un bel ‘viaggio’ per arrivarci, sul ‘3’, da Trastevere a Valle Giulia (con cambio bus / tram a Piramide); ‘viaggio’ che consiglio a tutti, perché tocca alcuni dei posti più significativi di Roma… e poi, lì…

Non starò a fare un elenco di quello che ho visto (tutto, praticamente: arrivato lì, alle 11.00, me ne sono andato quasi alle 17.00), ma è stato elettrizzante, appagante: mi sono sentito come un bambino a Disneyland, immerso nell’arte che mi piace tanto, incuriosito, affascinato, meravigliato.

E’ stata una giornata bellissima, senza pensieri, preoccupazioni, ansie… in cui tra parentesi anche il ‘derby’ è passato in secondo piano, ci ho pensato poco o nulla (e la Roma l’ha pure vinto, evidentemente tutto ha portato bene).

Una così bella giornata, conclusa con un tale un senso di appagamento, di serenità (conciliata anche dal clima bellissimo, entrare con la luce, uscire con la luce), non mi capitava da anni… Una cura per la mente e per lo spirito, cui mi ripropongo di ‘sottopormi’ da qui a qualche mese e in seguito periodicamente, perché poi diciamocela tutta: arrivi alla fine e sei quasi ‘sfiancato’, per cui tante cose soprattutto alle fine le superi e devi tornare.

Però alla fine di tutto, la sensazione più bella, per me che spesso mi sento fuori posto, fuori contesto, è stata quella di sentirmi ‘a casa’, lì, tra Canova e Burri, Klimt e Manzoni, tra le lamiere accartocciate e gli orinali di Duchamp.

Una sensazione bellissima.

 

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INCONTRI

Ieri scendo al centro per il solito giretto del sabato pomeriggio, incrocio naturalmente la manifestazione al Pantheon, poi prendo la solita via laterale, per chi conosce Roma, quella in cui c’è una celebre rivendita di caffè… Lì vicino c’è una piazzetta, per la precisione, Piazza di S.Maria in Aquiro.

E’ lì che l’occhio mi cade sul tipo: fisico mingherlino, capelli biondastri alle spalle… ma soprattutto, gli occhi: quegli occhi ‘a fessura’ che sono la caratteristica tipica del personaggio, che non ti puoi sbagliare o quasi, che ti viene da pensare che se non è lui è o un sosia, o il gemello segreto.

Il tipo stava parlando con un altro soggetto, in inglese… a un certo punto, si salutano con un abbraccio; il tipo, accompagnato da una ragazza mora, carina, mi pare, si infila in un negozio. Io resto lì, fermo, titubante. Intanto, vado su Internet per sincerarmi, guardo un po’ di foto per capire se davvero è lui, o solo uno che gli somiglia… alla fine rinuncio, perché diciamocelo a 40 suonati fare la posta a un ‘vip’ fuori da un negozio dà l’idea un po’ malata, di un personaggio uscito da un libro di Stephen King… E comunque sono timido, in questi non so mai cosa dire in italiano, figuriamoci in inglese. Vado via.

In seguito su FB contatto un paio di conoscenti che essendo più dentro al mondo della musica magari mi potrebbero informare di voci circa la presenza del tipo in questione a Roma… Una di loro mi conferma che in effetti ha letto notizie del genere.

Bene, era lui. Ho un filo di rimpianto, naturalmente: incrociare uno dei più grandi musicisti degli ultimi vent’anni e non avere la prontezza di spirito, o il coraggio, di spiccicare nemmeno una parola, bloccato dall’incertezza che sia proprio lui e dall’incapacità di ‘cogliere l’attimo’. Tipico mio, comunque, nulla di cui meravigliarsi.

Il tipo in questione, comunque, era Thom Yorke dei Radiohead.

 

 

RITORNO DAL RE

Che io ricordi, il mio primo contatto con Stephen King avvenne in un’estate dell’85 (o ’86?) allorché in televisione mi imbattei nel trailer di “Brivido” (unica sua regia cinematografica, ben poco memorabile, tra l’altro); all’epoca, avrò avuto 11 o 12 anni e quelle immagini (il ponte stradale che si ribalta, causando un macello, il coltello elettrico che taglia il polso della cuoca nella tavola calda, la mitragliatrice che spara da sola) mi provocarono una scarica di adrenalina non indifferente: non tanto paura (che io ricordi, l’unico vero spavento da ragazzino me lo provocò il video di “Thriller” di Michael Jackson), quanto di sottile ‘esaltazione’: l’idea delle macchine che si ribellano all’uomo col senno di poi sembra piuttosto stupida (anche considerando come venne svolta in quel film), ma ad un ragazzino di 11 anni risulta un mix di divertimento… e di paura (ma si, ammettiamolo). In quel trailer vidi per la prima volta Stephen King: mi risultò un pò strano, un filo inquietante forse, con quel sorriso e lo sguardo un po’ strabico.
In precedenza, a dire il vero, ci fu il trailer di “Shining” (quello degli ascensori e del mare di sangue), ma all’epoca non sapevo chi fosse Kubrick e il collegamento con King era del tutto assente nella presentazione.

Un annetto dopo (non tanti, forse un paio), convinsi i miei a portarmi a vedere “L’occhio del gatto” (strano come i miei primi contatti con Stephen King siano legati alle sue trasposizioni cinematografiche meno riuscite): ricordo distintamente quella serata perché mia madre, già abbastanza irritata dal primo episodio (quello in cui un fumatore incallito ricorre ad una clinica che per togliere il vizio ai nicotinomani ricorre a metodi estremi, e si trova di fronte alla moglie che viene quasi ‘fritta’ su una sorta di griglia elettrica), di fronte al secondo (un marito cornuto costringe l’amante della moglie a percorrere il cornicione esterno di un grattacielo), decise che quel film non era adatto ad un ragazzino di 11 anni, costringendo mio padre e me ad alzarci e andarcene… ricordo che da parte mia ci fu una piazzata allucinante; la verità è che io non ero affatto spaventato da quelle scene: all’epoca avevo già visto cose ben più inquietanti nel cartone animato “Bem – Il mostro umano”…

Non mi dilungherò sulla storia dei miei rapporti con mia madre; vi basti che quello fu un esempio classico: mia madre all’epoca non riusciva a capire che un film del genere per me non risultava per nulla spaventoso; che a 11 anni o giù di lì ero già in grado di separare realtà e finzione e di assistere a certe storie senza venirne sconvolto; di come non solo mia madre non riusciva a capirlo, ma di come in fondo non si sforzasse nemmeno, capirlo (e il problema, col passare degli anni è rimasto quello: la sua incapacità di capire e la sua totale mancanza di volontà di farlo, pena ammettere di essersi sbagliata).

Il primo libro che ho comprato di Stephen King è stato la raccolta “A volte ritornano”; col passare del tempo, molti altri ne sono seguiti… La mia vita di lettore mi ha portato a percorrere in lungo e in largo la letteratura horror, quella fantascientifica, ma anche la narrativa tradizionale: ricordo l’emozione di leggere i racconti di Poe e quelli di Lovecraft, le storie di Clive Barker, i romanzi di Asimov; potrei parlarvi del mio periodo ‘De Carlo’, in cui divorai quasi tutti i suoi libri uno appresso all’altro; di come imparai ad apprezzare, e progressivamente a disiniteressarmi, di Welsh; della mia passione per Nick Hornby e del piacere con cui sfogliavo le pagine di Roddy Doyle o Alain De Bottom; o di quando scoprii Jonathan Coe; del progressivo accumularsi nella mia libreria dei romanzi di Benni, Pennac e della Yoshimoto; di come, leggendo certi libri di Richard Ford o i racconti di Alice Munro o di Carver, abbia capito come si scrive ‘ad un livello superiore’; dei miei periodici ritorni sui classici…
Potrei continuare ad elencare nomi, raccontarvi di tutto questo e tanto altro, dipingere il ritratto abbastanza fedele di un lettore ‘onnivoro’…
Ma Stephen King, è tutto un altro paio di maniche.

Con King è diverso: ci sono tanti libri di cui ho scordato anche la trama (e purtroppo in qualche caso questo è vero anche per il ‘Re’), ma di norma, quando mi trovo davanti un libro di Stephen King, lo riconnetto immediatamente a qualche momento della mia esistenza.

Guardo la copertina di “Cose Preziose” (nell’edizione dell’allora Euroclub, che ora credo non esista più) e ricordo di come rimasi estasiato dal meccanismo ad orologeria costruito in quel romanzo; i tanti suoi libri comprati usati in un chiosco di libri e fumetti in viale Marconi (tutt’oggi esistente); i libri comprati alla Feltrinelli di Largo Argentina, quando ancora non era grande come oggi, e in cui c’era un angolo, al secondo piano, tutto dedicato a King; i libri tascabili pubblicati nelle collane supereconomiche, da edicola, letti magari sulla Metro, andando all’Università; o, qualche anno fa, “Duma Key”, letto sull’autobus nel breve periodo in cui feci il volontario ai Mondiali di Nuoto qui a Roma; libri che evocano estati al mare, o inverni in casa…

Qualche giorno fa, dopo tanto tempo, ho comprato due libri di Stephen King: “Colorado Kid” (già finito di leggere) e “Joyland” (cominciato da qualche giorno), a cui è seguito “Dr. Sleep” (le cui pagine spiegazzate mi ricorderanno la lettura sulle panchine di Villa Pamphilj): e l’impressione è sempre la stessa: una sorta di ‘ritorno a casa’, un emozione che ti prende fin dalle prime righe, quando riconosci lo stile (anche se ‘filtrato’ dai traduttori, dallo ‘storico’ Dobner al più recente Arduino) e ti accorgi che in fondo poco è cambiato: è come quando torni in qualche posto che conosci bene; magari un negozio può avere chiuso e per arrivarci hai dovuto superare uno svincolo che prima non c’era, ma appena giungi lì, capisci che il posto è quello: immagini, odori, impressioni…

In questo i sensi non vengono colpiti ‘direttamente’, ma fin dalle prime righe le sensazioni che vengono evocate sono le stesse: il modo di descrivere climi, luoghi, personaggi, atmosfere… e si è sicuri che, nonostante non si sappia come va a finire (raramente con King le cose finiscono ‘bene’, le sue storie raramente si concludono con “…e vissero tutti felici e contenti”… spesso e volentieri bisogna accontentarsi del “… e vissero…” e nemmeno tutti), si verrà accompagnati in un mondo che si conosce bene. C’è un suo romanzo – non ricordo quale – che comincia con “Sei già stato qui”: in quel caso King si riferiva a Castle Rock, ambientazione di molti suoi romanzi a cavallo tra gli ’80 e i ’90; ecco: questo incipit è quello che potrebbe idealmente aprire ogni romanzo di Stephen King: “sei già stato qui”, stavolta non a Castle Rock, ma nell’universo letterario del “Re”.
Per quanti libri abbia potuto leggere, per quanti libri potrò mai leggere, dubito che aprendone uno di un qualsiasi autore proverò la stessa emozione che provo con un libro di Stephen King: per quanti universi letterari potrò mai girare, il ritorno dal Re è sempre un po’ come un ritorno a casa.

R.I.P. TALUS TAYLOR (1933 – 2015)

Non credo di sbagliare di molto, se dico che la mia prima lettura preferita da bambino furono i Barbapapà… la notizia della dipartita del loro creatore mi ha messo un filo di tristezza…

 

CI VUOLE UN’ALTRA VITA…

…cantava Battiato. Bene, non sto: la solita sensazione di volere dei cambiamenti senza avere la forza di portarli avanti fino in fondo, perché questi includerebbero delle rinunce e stare attaccati allo scoglio è sempre la strada più facile, anche se poi magari lo scoglio si sta sgretolando.

A giugno ho girato la boa dei 40, portandomi appresso il solido fardello di insoddisfazioni… se si pensa troppo, del resto, ansia e paranoia trovano le porte spalancate. Mi guardo intorno, mi guardo indietro e cosa trovo? Un presente e un avvenire in cui io c’entro poco: una serie di decisioni sbagliate prese in ambito di studio e professionale, dei fallimenti sentimentali non parliamone proprio.

Mi guardo intorno, e concludo che se trai venti e i quaranta ci si costruisce un avvenire, io non ho costruito proprio un bel niente, a parte pile di fumetti, cd e libri di fronte ai quali spesso mi chiedo cosa contengano; bel modo di usare il tempo.
In questi anni mi sono saputo costruire solo una routine che molti altri riterrebbero allucinante: in pratica da venti-quarantenne ho vissuto una vita da pensionato. Internet non ha aiutato: al netto dei recenti problemi tecnici che mi hanno portato a rinunciare all’ADSL, a monte c’è probabilmente la necessità di darci un taglio: tre ore e passa al giorno passate a bighellonare più o meno senza meta per la rete mi sembrano un enorme spreco di tempo.

Vince la voglia di uscire di casa, fosse anche solo per girare senza meta nelle strade semideserte del quartiere; fosse anche solo per camminare senza meta, è sempre comunque meglio che stare dentro casa, davanti allo schermo di un computer o circondato dalle pile di materiale di cui sopra, che ormai hanno assunto un peso opprimente, quasi anche fisico (letteralmente, lo spazio comincia a mancate); mi accorgo che sto veramente bene solo quando sto fuori di casa, se solo o in compagnia, con una meta (mostre o cinema) o senza, se accennando un po’ di corsa (la fantasia con ‘sto clima, manca) o solo per starmene immobile come una lucertola al sole di Villa Pamphilj.

Mi rendo conto dei troppi legami autoinflitti, della routine disarmante, di troppe abitudini, di troppi eventi fissi: il giro del sabato fino al negozio di fumetti, la partita domenicale a casa di amici… certo non dico di ambire alla vita dell’homeless, ma vorrei, forse, un’esistenza che mi desse ogni giorno l’imprevedibilità dell’incontro casuale, anche sentimentale e – perché no – sessuale; di certo tutto questo non è possibile a priori restando dentro casa a leggere, guardare, ascoltare.

Per cui, in questi giorni, esco; non appena possibile; soprattutto non appena emerge un accenno di noia, anticamera della paranoia… tutto pur di non stare dentro casa e, guardandomi intorno, assistere a quello che finora è stato sostanzialmente un fallimento esistenziale. Esco senza meta, e magari non incontro nessuno; esco per stare in mezzo alla gente, con la speranza che magari un giorno o l’altro un scambio sfuggente di sguardi con una donna faccia schiudere un portone sentimentale che da tanto tempo ho sprangato chiudendo la chiave in un cassetto… fantasie da liceale? Probabilmente: in fondo, non sono mai cresciuto… mi sembra di essermi fermato da qualche parte qualche decennio fa: di certo non mi sento un quarantenne; io non ce li ho quarant’anni, non li voglio avere. Nella mia condizione, avere quarant’anni, fa schifo. Recentemente mi è capitato di fare quegli stupidi test sull’età mentale su Facebook, non varranno niente, ma il fatto che una volta il risultato è stato ’21’ e la successiva ’16’ non mi ha manco meravigliato: sono decisamente fuori dal tempo; sicuramente, fuori dalla mia età anagrafica.

Il mio programma è stare fuori di casa il più possibile, soprattutto stare all’aperto, o in posti possibilmente affollati: ho bisogno di stare in mezzo alla gente, di vedere gente, di uscire; non importa se avere o meno un posto dove andare, o avere qualcosa da fare; ho bisogno di uscire.

SCARSA VENA, POCA ISPIRAZIONE

La mia scarsa frequentazione del blog prosegue… è un periodo in cui, a dirla tutta, non ho molta voglia di scrivere: forse di argomenti ne avrei pure, ma manca proprio la voglia di scrivere.

In parte, certo, dipende dalle mie attuali limitazioni nell’uso di Internet: mollata l’ADSL, mi appoggio alla connessione mobile dei miei, che però ha dei limiti di tempo, per cui una volta esaurite le necessità lavorative, di tempo da dedicare ad altro non ne resta molto… in realtà per certi versi mi sembra di essere tornato a quando non avevo l’ADSL e mi connettevo ad Internet con la ‘pressione’ dei tempi e della spesa telefonica…

Tuttavia, non posso fare a meno di notare che poi alla fine anche così Internet non mi manca: non voglio fare lo snob, sottolineo: lungi da me dire che Internet non serva, ma almeno nel mio caso, notare come alla fine un buon 80 per cento del tempo trascorso nella Rete si riducesse ad attività derubricabili nella categoria ‘fuffa’, è la constatazione di un dato di fatto.

Sebbene con dimensioni molto più ampie, alla fine Internet segue lo stesso schema di tante rivoluzioni tecnologiche degli ultimi trenta – quarant’anni, ovvero: l’uso aumenta con la disponibilità. Pensate ad altri apparecchi:  è con l’avvento del telecomando, per esempio, che si è cominciata a sentire la necessità dello ‘zapping’, del cambiare canale ogni due per tre; l’arrivo del videoregistratore creò la ‘necessità’ di registrare la qualsiasi e accumulare videocassette; il cellulare ha creato il bisogno di comunicare sempre e comunque… con Internet è stata la stessa cosa: non ci troviamo, insomma, di fronte ad uno strumento che risponde ad una necessità precedente; ci troviamo invece di fronte ad un qualcosa che, per così dire, autogenera il bisogno di essere utilizzato.

Avere Internet a disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro, insomma, accresce il bisogno di utilizzarla, ed è chiaro che la maggior parte del suo uso non risponde a reali necessità, ma a fuffa: è più o meno lo stesso principio su cui funzionano i ‘social network’, e se vogliamo anche gli stessi blog: avere a disposizione un qualcosa su cui raccontarsi o raccontare, accresce automaticamente il bisogno di raccontarsi, di dire la propria su tutto, o di aggiornare sempre l’universo mondo su ciò che si sta facendo in un dato momento.

Per certi versi sto parlando della scoperta dell’acqua calda, mi rendo conto, ma sono considerazioni rispetto alle quali un ‘comune’ utente Internet si trova di fronte solo in dati momenti. La soddisfazione, nel mio caso, nasce dall’aver assodato, in questa situazione, la mia capacità di adattamento: rinunciare all’ADSL non ha portato, ad esempio, alla parossistica ricerca di un sostituto immediato, per continuare a stare su Internet come prima; più semplicemente, almeno per il momento, mi sono adeguato a ciò che avevo a disposizione sul momento: non mi è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di andare subito alla ricerca di uno smartphone, di un portatile o di una semplice chiavetta Internet per poter continuare a navigare autonomamente; lungi da me rivolgermi ad un altro operatore per ricominciare da capo la trafila.

La mia necessità di utilizzo di Internet si è scontrata con la mia ritrosia ai ‘problemi’: per me la tecnologia deve essere uno strumento che mi dià un’utilità, non che mi crei pensieri e problemi… di mio sono già una persona abbastanza ansiosa, sinceramente la prospettiva di trovarmi di fronte a dei problemi da risolvere pur di navigare su Internet mi repelle, non mi appartiene proprio, la scanso come la peste e mi adeguo a ciò che ho a disposizione… il che non vuol dire che tutto ciò proseguirà in eterno, prima o poi tornerà a farsi sentire la necessità di avere una connessione ‘autonoma’, ma per il momento la repulsione dell’idea di dover affrontare trafile e probabili problemi tecnici (è risaputo che ogni volta che si compra un nuovo apparecchio, prima di poterlo utilizzare c’è sempre un qualche problema da risolvere) è più forte del bisogno di potermi connettere come e quando mi pare, specie considerando tra l’altro che alla fine la stragrande maggioranza del tempo passato su Internet si risolverebbe in attività decisamente futili.

E quindi, niente, si continua così, almeno finché non tornerà la voglia: in fondo ogni tanto, questi momenti fanno pure bene; si torna a rimettere tutto in un’ottica diversa, nel mio caso forse a riportare tutto a dimensioni più congrue.

PAUSA FORZATA

A chi mi segue abitualmente non credo sia sfuggita la  mia assenza, non abituale.

Il motivo è semplice: da due domeniche sono praticamente senza ADSL; non sto qui a dilungarmi, basti sapere che l’azienda che mi offre il servizio non riesce a darmi una motivazione, né è stato possibile parlare con un tecnico per avere un qualsiasi tipo di chiarimento in merito; risultato: dieci e giorni e passa senza nulla sapere, contattando di tanto in tanto il call center per avere chiarimenti, che loro non sono in  grado di fornire: evidentemente, ci sono delle inefficienze di comunicazioni, trai tecnici e il call center di primo contatto, oltre a non essere previsto – almeno in questo caso – un contatto diretto con l’utente.

Morale della favola: sono costretto a ricorrere al portatile dei miei, una soluzione – tampone che ovviamente mi costringe a ridurre l’attività internettara al minimo necessario per il lavoro e poco altro; di certo, niente tempo per il blog e cinque – dieci minuti al giorno per FB, tanto per ordinaria manutenzione.

Sinceramente, ne ho le scatole piene: non è una questione di ‘dipendenza’ (ringraziando il cielo, non è un dramma ridurre il tempo trascorso sulla Rete); mi dà fastidio il non avere notizie, il ‘restare appeso’, senza sapere che fare: potrebbero benissimo fare in modo che al momento dell’intervento, il tecnico contatti direttamente l’utente… La tentazione a questo punto è di disdire tutto, farla finita con l’ADSL e passare ad altro… cosa, ancora non saprei….