Archive for dicembre 2015

R.I.P. IAN ‘LEMMY’ KILMISTER (1945 – 2015)

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MATERIANERA, “SUPERNOVA” EP (TAINTED MUSIC)

Sarà forse il nome dato al progetto, Materianera, che evoca la ‘materia oscura’ teorizzata dalla fisica contemporanea; o, ancora di più, il titolo del disco, ‘Supernova’… Fatto sta che ascoltando questi sette pezzi, si finisce per avere una sensazione quasi ‘siderale’, una sorta di ‘sospensione cosmica’, come se suoni – e voci – divenissero echi stellari (per quanto il suono nello spazio non possa diffondersi).

Dipende probabilmente da quel tanto di dilatazione, la vaga rarefazione che il disco trae dal suo costante pulsare elettronico, suoni sintetici accompagnati da una vocalità elegante e per certi versi sfuggente.

Materianera nasce dall’incrocio di tre strade: Alan Diamond è figlio d’arte di Paul, uno di quelli che hanno contribuito a creare la figura del Dj come la intendiamo oggi, non più solo ‘selezionatore di dischi’, ma artista e autore… Rispetto al padre, ha intrapreso una strada più marcatamente sperimentale.

Davide ‘Enphy’ Cuccu ha fatto parte degli Stiliti, band ska che ebbe una breve notorietà una decina di anni fa, passando poi agli Statuto e approdando più recentemente nei Bluebeaters.

Yendri Fiorentino è la più nota dei tre: nativa di Santo Domingo, ma cresciuta in Italia, ha partecipato a una finale di X-Factor, firmato un contratto con la Sony, da lei poi sciolto, preferendo una strada più defilata, ma più autonoma, che l’ha portata ad entrare nel cast musicale di “Crozza nel Paese delle Meraviglie”, potendo nel contempo i suoi progetti personali.

Sonorità spesso liquide, talvolta all’insegna di contaminazioni dub e suggestioni che rimandando più o meno direttamente a certe esperienze d’oltremanica a cavallo tra ’90 e ’00, sulle quali si staglia una vocalità elegante, sofisticata, la cui intensità soul sembra in un certo senso ‘filtrata’ dalla vaga sensazione di provenire da un altrove spaziale, in quello che potrebbe essere una sorta di ‘pop da viaggio interstellare’.

Lo spazio è un luogo affascinante, ma per certi versi algido: lo stesso si può dire per “Supernova” che, per quanto cerchi una certa luminosità, finisce a tratti per perdere di immediatezza, forse un po’ troppo concentrato su un’eleganza sonora e stilistica.

ONO, “SALSEDINE” (AUTOPRODOTTO)

L’intento – più o meno dichiarato – è quello di spogliare l’elettronica della sua presunta freddezza e ‘fissità’, attraverso un’attitudine all’insegna dell’immediatezza; obbiettivo non nuovo, per gli Ono, quartetto che nel suo esordio sulla lunga distanza amplia quanto già presentato in un EP pubblicato lo scorso anno, aggiungendo ai cinque pezzi originari altri sei brani nuovi di zecca.

Elettronica, dunque, variamente declinata: tra parentesi che evocano – seppur alla lontana – certe colonne sonore anni ’70, dilatazioni che lambiscono l’ambient, vaghe suggestioni trip hop, allusioni flirt accennati con quello che qualche anno fa veniva definito ‘elettroclash’; mentre sottotraccia scorre, costante, un certo appeal da dancefloor, attuale o un filo vintage.

Synt e tappeti elettronici che si sposano con la vivacità delle chitarre, il pulsare avvolgente del basso, la forza – contenuta – delle percussioni.

Il vero tratto distintivo è però l’interpretazione vocale, peraltro inizialmente non prevista e aggiunta dal vivo dal cantante Cesare Barbieri: più vicina al parlato che non a un cantato vero e proprio, con esiti dal retrogusto rap / hip hop: parole che si affastellano, con un’indole in cui spesso si mescolano rabbia e sofferenza, a interpretare testi che disegnano un percorso, una sorta di ‘riassunto esistenziale delle puntate precedenti’ dall’infanzia all’età adulta: dalle estati trascorse al mare o in campagna, alle notti passate in discoteca.

Undici pezzi (con l’aggiunta di una ghost track, un frammento di ‘cazzeggio’ in studio), in cui le onde del ricordo si accompagnano ad una pioggia di riferimenti e citazioni: da Orazio a “Guerre Stellari”, da George Perec a Salinger.

“Salsedine” riesce a presentare in maniera discretamente originale e con uno stile abbastanza personale idee forse non originalissime: ma l’attitudine appare quella giusta, i risultati sono in più di episodio convincenti, sia nei suoni, decisamente coinvolgenti, sia nei testi che con la loro sofferenza di fondo creano un efficace contrasto.

Le premesse appaiono positive: vedremo se gli Ono avranno la possibilità di trasformarle in promesse mantenute.

NA ISNA, “UN DIO FURIOSO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Na Isna A leggere le note di accompagnamento dell’esordio dei modenesi Na Isna (il nome deriva da quello del frontman, originario della Guinea Bisseau), si ha l’impressione che il ‘dio furioso’ del titolo non sia solo la natura, che esercita la sua potenza attraverso la furia degli elementi, ma qualcosa di più articolato, il complesso di situazioni che ci si trova ad affrontare giorno dopo giorno.

Il ‘dio furioso’ è, insomma, l’esistenza stessa, che mette le persone davanti a difficoltà continue, dal proprio personale vissuto, ai ‘massimi sistemi’.

I rapporti interpersonali, quelli con sé stessi e col mondo che ci circonda: ogni momento è una lotta per non soccombere, abbattere dal rimorso, dai rimpianti, dalle occasioni perse, o dal senso di impotenza davanti a ciò che succede nel mondo, alla forza della ‘Storia’ che quando troppo presto dimenticata ripresenta puntualmente il conto, spazzando via troppe amnesie ‘di comodo’, come sta venendo col fenomeno epocale delle migrazioni.

Concetto di fondo per espresso in dieci pezzi nel corso del quale la scrittura dei Na Isna trae ispirazione dai versi Rimbaud, Dylan Thomas (in due occasioni), Andrea Zanzotto, cercando nel resto del disco la strada per dare forma compiuta alla propria vena cantautorale.

Il quintetto modenese ricorre ad un campionario sonoro in equilibrio tra folk dai contorni intimisti e raccolti e – più spesso – una più accesa vena indie, all’insegna di sonorità scabre, a tratti caratterizzate da una ruvidità che sfiora il noise, affidandosi talvolta a muri sonori in crescendo, sostenuti da un campionario strumentale che a fianco della chitarre predominanti accosta fiati, archi, synth, componenti elettroniche, anche grazie al contributo di un paio di musicisti ospiti.

“Un dio furioso” appare un esordio riuscito, il lavoro di una band alla ricerca della chiusura del proprio cerchio stilistico, dell’equilibrio tra le varie componenti della propria proposta, della realizzazione compiuta delle proprie potenzialità.

Chi è curioso, può ascoltare su Soundcloud.

IO E LA TIGRE, “10 & 9” (GARRINCHA DISCHI)

Riassunto delle puntate precedenti: Aurora (Io) e Barbara (La Tigre) si incontrano, suonano insieme (ne Le Meleagre), non ottengono gli esiti sperati, si dividono per poi ritrovarsi e scoprire che in fondo l’alchimia esiste ancora. Un nuovo progetto, il primo risultato un Ep pubblicato lo scorso anno; ora, logico passo successivo, la prova sulla ‘lunga’ (siamo comunque poco oltre la mezz’ora) distanza.

“10 e 9” (due numeri che per varie ragioni, tutte più o meno casuali sono diventati una sorta di portafortuna per la band) lo si potrebbe definire un disco ‘vivo e vitale’; dominato forse da un impeto comunicativo, la necessità di dare una definitiva forma sonora a un percorso – come espresso anche dalla veste grafica del cd – amicale ancora prima che professionale.

Certo non parlano solo del loro rapporto smarrito e poi ritrovato, Io e La Tigre: parlano di sé stesse, delle loro emozioni, di rapporti interpersonali e affettivi complicati di volta in volta con rabbia, tristezza, tenerezza o disillusione, tra dediche al proprio cane o agli amici.

Lo fanno con una naturalezza a tratti dal sapore quasi adolescenziale, senza filtri, senza inutili complicazioni, sia con la scrittura che coi suoni: essendo in due, l’essenzialità è quasi automatica, ora espressa in episodi al calor bianco, che ricordano molto gli esempi più felici del grunge al femminile o del successivo periodo delle ‘riot girl’ (con alle spalle l’ombra lunga dei Pixies, più o meno immancabile in questi casi), tra chitarre sferraglianti e una batteria che lancia a briglia sciolta il proprio impeto rutilante; in altri episodi tutto è più intimo, raccolto, sintetizzato nella delicatezza di voce e arpeggi, la sezione ritmica a mettersi, timidamente, in un angolo.

12 pezzi, per un lavoro che affianca episodi trascinanti a qualche piccolo passaggio a vuoto, che magari negli ascoltatori più ‘navigati’ potrà stimolare spesso una sensazione di ‘già sentito’, compensata da un’attitudine di fronte alla quale è difficile non farsi coinvolgere.

FRIEDRICH CANE’ / GIACOMO MARIGHELLI, “DEL MOVIMENTO DEI CIELI” (LA CANTINA SOTTO LA VITA / NEW MODEL LABEL)

Che poi, a dirla tutta, il titolo esatto sarebbe: {del + mo[vi(men)to] + dei + ci(eli)} che forse, come diceva qualcuno “non c’entra però c’entra”; perché a ben vedere, forse per definire una storia d’amore, una frase per quanto evocativa, non basta; ci vuole qualcos’altro, come appunto esprimerla sotto forma di espressione numerica, e magari manco basterebbe e sarebbe più efficace un’equazione con uno svariato numero di incognite, ma a quel punto il titolo sarebbe chilometrico e manco tanto intelligibile… del resto, chi c’ha mai veramente capito qualcosa, in fondo, di sentimenti…

Friedrick Cané e Giacomo Marighelli sono attivi da anni, il, primo come musicista e produttore, il secondo nei suoi progetti a nome Margaret Lee e Vuoto Pneumatico. Il loro incontro dà vita ad un lavoro per certi versi complicato, quasi ostico.

Una storia d’amore narrata per istantanee, momenti a tratti fissati con una data precisa, ma raccontata in modo non lineare, andando avanti ed indietro nel tempo, alternando momenti ‘fisici’, quasi ‘carnali’ a parentesi che guardano altrove, quasi usando le passioni terrene per delineare una sorta di cosmologia metafisica in cui l’unica mappa per orientarsi è forse offerta dai Tarocchi, almeno per coloro che li conoscono.

A leggerla così certo sembra complicata e per certi versi lo è e allora forse la strada migliore è semplicemente quella di lasciarsi suggestionare dal sapore costantemente metaforico ed allegorico dei brani, senza starci troppo a pensare su, agevolati in questo da un tessuto sonoro liquido, magmatico, in cui si mescolano suggestioni gotiche, accenti trip hop, schegge sperimentali, sui cui svetta una vocalità allo stesso modo non consueta, che in perenne equilibrio sul confine tra canzone e parlato che finisce per declamare i testi, lasciando spesso e volentieri spazio ad un enfasi che a tratti può risultare un filo melodrammatica, nel suo essere dolente, risentita, a tratti vagamente rabbiosa.

Un disco dall’incedere accidentato, che poco o nulla concede al facile ascolto, non solo nei testi, ma anche nei suoni, la cui consistenza liquida invita a certo a lasciarvisi galleggiare, ma si tratta di acque crepuscolari, inquiete, di cui non è facile scorgere il fondo.

“Del Movimento dei Cieli” è insomma un lavoro privo di compromessi, fondato com’è sulla potenza delle sue suggestioni e il suo esito può dunque essere controverso: godibile soprattutto per chi riesce ad entrarvi in risonanza, in altri casi un filo ‘ostile’, per certi versi apprezzabile se guidati da una certa curiosità.

LUCIO LEONI (BU CHO), “LOREM IPSUM” (BARACCA E BURATTINI / LIBELLULA DISCHI)

Romano (e in questo caso la provenienza ha un peso decisivo) Lucio Leoni, nome d’arte Bu Cho (in romanesco si leggerebbe bucio, con la ‘c’ ovviamente strascicata) Lucio Leoni ha superato abbondantemente la trentina; dopo aver mollato e ripreso la passione per la musica, aver dato vita nei primi 2000 agli Yugo In Incognito – band cui per un breve periodo arrise una certa notorietà nel circuito live capitolino – essere passato attraverso successive esperienze senza gli stessi esiti, giunge a provare la carta solista.

Il primo lavoro, pubblicato per Baracca e Burattini, non raggiunge il risultato sperato, forse per l’idea un filo troppo vintage di distribuirlo su musicassetta… e così arriviamo a “Lorem Ipsum”.

Affastellarsi di pensieri, accavalarsi di idee, spesso un flusso di coscienza sull’onda del ricordo, tra rimpianto ed ironia, o sulla malinconia del presente; disco parlato più che cantato, ai confini tra rap ed esplicito spoken word, accompagnato da beat insistiti, effetti rarefatti, vaghi rumorismi.

Una voce che negli episodi più raccolti e sofferti sembra provenire da un luogo indefinito, una giornata piovosa o un banco di nebbia, più diretta e priva di filtri quando il registro si fa più ironico e sarcastico.

Nove pezzi, tra dediche alla luna, stralci sentimentali, stornelli 2.0… Spiccano i ricordi di scuola, tra incubo e sorriso di ‘Prima Campanella’, la nostalgia per una città più paesana e più umana di ‘Na Bucia’ e soprattutto ‘A me mi’, autentico inno generazionale.

“Lorem Ipsum” sembra a tratti il lavoro di uno stornellatore contemporaneo, caratterizzato da quel modo disincantato, a volte sarcastico di guardare al mondo che fa parte del patrimonio genetico dei romani, eredità secolare che ha i suoi trisavoli nel Belli e in Trilussa ed è arrivata fino a noi attraverso Petrolini, Sordi, Proietti, fino a Remo Remotti.

Patrimonio ancora oggi comune a buona parte della cittadinanza, anche se – per inciso – destinato progressivamente ad annacquarsi a causa delle spinte della globalizzazione e di una città che appare destinata a riscoprire un’identità multietnica già vissuta svariati secoli addietro.

Fortunatamente c’è ancora chi a quell’impronta comune riesce anche a tradurla in musica e suoni, riproponendola in chiave contemporanea.

Troppo presto – e forse troppo poco – per definire Lucio Leoni l’erede di una tradizione, ma per il momento ritrovare certi climi, certe atmosfere, una certa attitudine basta e avanza.