Archive for febbraio 2016

MORRICONE: OSCAR!!!

FINALMENTE, CHE GIOIA!!!

E questo, credo sia l’omaggio più adatt0…

TORAKIKI, “AVESOME” (SYMBIOTIC CUBE)

A un annetto di distanza dall’uscita dell’Ep Mondial Frigor, torna Torakiki (e, si, il nome deriva proprio dal gatto che faceva da comprimario nei fumetti e nei cartoni di Spank, per intenderci quello che qui da noi era doppiato con uno spiccato accento tedesco), creatura nata dalla collaborazione di Alessandro Rizzato, Giacomo Giunchedi e Kevin Perrino, coadiuvati in questo caso da Roberto Rettura (registrazione), Matilde Davoli (mastering) e Justin Bennett (mix).

Elettronica a cavallo tra sperimentalismo e capacità di coinvolgere e far muovere l’ascoltatore, tra ascendenze eighties (con qualche scoria post punk) e suggestioni contemporanee (vedi alla voce: Aphex Twin); rarefazioni ambient e ritmi dancefloor; il battito incessante del basso che dona calore e a tratti un pizzico di emotività a synth e tastiere che si muovono costantemente ai confini di territori algidi. Sette brani, trai quali si distinguono gli episodi in cui l’intervento vocale contribuisce in termini di struttura e colore emotivo, grazie alle suadenti interpretazioni di Ilaria Ippolito e Giulia Olivari.

I Torakiki superano abbastanza agevolmente la prova del primo lavoro sulla distanza medio – lunga (poco più di mezz’ora la durata complessiva del disco, il cui titolo è una storpiatura voluta dell’inglese Awesome, ‘meraviglioso’ che peraltro è anche il nome del gatto del tecnico del suono Justin Bennett, coi Torakiki sempre di gatti si finisce per parlare…), pur lasciando a tratti l’impressione di avere troppe idee e spunti a disposizione non sviluppati fino in fondo, in un lavoro che a tratti a pare un po’ ‘slegato’ tra un brano e l’altro; forse darsi più tempo su un disco di maggiore durata avrebbe maggiormente giovato alla causa.

LITHIO, “LITHIOLAND” (RAW LINES / AUDIOGLOBE)

Un decennio e passa di carriera e due dischi all’attivo, i toscani Lithio ritornano con un disco che nelle intenzione vuole segnare la riscoperta delle proprie radici metal, all’insegna di una totale libertà espressiva, facendo allo stesso tempo tesoro del bagaglio di esperienze tecnico / produttive fin qui accumulate.

La band toscana assembla undici tracce all’insegna di un metal di stampo ‘moderno’, in cui la lezione dei classici degli anni ’80 e ’90 viene filtrata attraverso le esperienze successive, con accenni nu-metal, qualche spezia ‘sintetica’ (vedi alla voce Fear Factory) e momenti di compattezza granitica (vengono in mente, alla lontana, certi Machine Head degli ultimi tempi), ma senza mai perdere di vista il lato melodico della faccenda e impedendo che la componente sonora debordi ‘sotterrando’ voce e testi.

L’esito è un efficace esempio di metal tricolore, in cui la forse il maggiore ostacolo era quello di cantare in italiano; il discorso è vecchio: la lingua italiana in genere si adatta poco al metal, e spesso i risultati appaiono anche un filo ridicoli (per quanto poi, andando a tradurre i testi di certe band inglesi o americane, non è che ci si trovi a tutta questa ‘profondità’)… sia come sia, nel caso dei Lithio l’italiano sembra funzionare discretamente.

Una vocalità dai toni costantemente accesi e arrabbiati, intona testi che si scagliano contro certe derive della società, la costruzione di falsi miti, i rapporti interpersonali all’insegna del compromesso o peggio dallo scambio ‘commerciale’, che si contrappongono al proprio personale rifiuto, rivendicazione della propria diversità, anche se con momenti di difficoltà, o di autentica depressione, mentre il mondo continua la sua folle corsa verso l’autodistruzione… temi non nuovi, che la band esprime forse senza troppa originalità, ma che in questo contesto appaiono funzionare.

Il pregio maggiore del lavoro è, alla fine, proprio la sua compattezza, il suo funzionare nell’insieme, privo di sostanziali cali di tono, ma all’opposto, anche privo di un vero e proprio ‘pezzo killer’ che si faccia ricordare sopra agli altri.

Resta comunque il fatto che “Lithioland” è un disco che in fondo  funziona, specie se, più che un traguardo, lo si consideri come un punto di partenza,  dal quale la band prenda le mosse per poter ulteriormente affinare stile e idee nei capitoli successivi.

DUE VENTI CONTRO, “IN FONDO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Due Venti Contro Torinese, classe 1988, Giacomo Reinero alias Due Venti Contro ha ottenuto un discreto riscontro col disco d’esordio, “Va bene così”, uscito un paio di anni fa, che gli ha permesso di calcare i palchi di supporto, tra gli altri, a Gazzé e Dente.

Qualcuno diversi anni fa cantava che “il secondo disco è sempre più importante nella carriera di un artista”: Reinero / Due Venti Contro non sfugge alla ‘regola’, non potendo più contare sul ‘beneficio d’inventario’ e il credito che si dà ad ogni esordio e dovendo dimostrare quali e quante carte si hanno a disposizione.

Si può dire che il cantautore superi la prova, offrendo nove brani discretamente equilibrati, influenzati da riferimenti variegati, tra pop, rock, qualche lontano rimando hip hop o reggae, in un lavoro che appare ancora dominato dall’urgenza comunicativa tipica di ogni (semi)esordiente: Due Venti Contro va decisamente dritto al punto, con una scrittura essenziale e diretta che a tratti cede forse a qualche ingenuità.

Testi all’insegna di una tipica ‘poetica’ del quotidiano, in cui ricorre la ‘frattura’ tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è, tra le proprie aspirazioni e le necessità imposte dalla vita di tutti i giorni, tra i sogni e, come in uno dei titoli, i B-sogni. La difficoltà del realizzarsi compiutamente, facendo della musica la propria professione e nell’attesa il dover fare i conti con attività lavorative più ‘terra-terra’. Non mancano riflessioni sui sentimenti e parentesi di ‘critica sociale’, ad una società dove la comunicazione è sempre più pervasiva, divenendo un ronzio indistinto che finisce per impedire ogni comunicabilità.

Reinero / Due Venti Contro esprime tutto questo in modi sempre trattenuti, senza andare sopra le righe, cadere nelle trappole del melodramma o delle grida. L’esito è un lavoro composto, in cui tra le righe sembra emergere una vaga tendenza al non prendersi troppo sul serio, a smussare gli angoli magari con un pizzico di ironia (controluce sembra apparire l’ombra di Max Gazzé).

“In fondo” alla fine appare riuscito soprattutto nel suo efficace equilibrio d’insieme, più che nelle singole parti dove forse si intravede ancora la necessità di dare alla proprio stile un’impronta personale più marcata, soprattutto sotto il profilo sonoro. Resta insomma ancora della strada da fare, ma sembrano esserci tutte le potenzialità per poter proseguire il percorso.

MED IN ITALI, “SI SCRIVE MED IN ITALI” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quartetto piemontese dei Med In Itali, scritto come si legge, il modo ‘italico’ e un po’ cialtrone con cui spesso si pronuncia l’inglese metafora di una Nazione anch’essa raffazzonata, approssimativa, indolente, in cui gli impeti rivoluzionari si spengono davanti all’uscita del nuovo gadget tecnologico (‘Med In Itali’) e gli ardori giovanili finiscono per sprofondare rapidamente in un divano, davanti a film di cassetta o trasmissioni pseudointellettuali (‘Cumal’è’), mentre la società gioca sulla confusione dei ruoli, il politico che diventa comico e viceversa (‘Comico’) e alle porte si fa sempre più pressante la questione dei migranti (‘Sola’).

E poi c’è il vivere quotidiano, tra relazioni di coppia (‘Eroi’), la ricerca di vie di fuga ed oasi di tranquillità rispetto alle nevrosi quotidiane (‘Trantuillità’), la fatica del vivere (‘Lei’) – e perfino del venire al mondo (‘Ninna Nanna’) – quotidiano, la mancanza di prospettive che si trasforma in mancanza di speranza, alle soglie della disperazione (‘Statue di Vetro’).La via di fuga è il rifugio nel passato a volte fin troppo mitizzato (‘Nonna’),o nel lasciarsi andare all’esplosione primaverile dei sensi e dell’innamoramento (‘Maledetta Primavera’).

A leggerla così, si potrebbe pensare che “Med In Itali” sia un disco plumbeo, opprimente: e invece, proprio come nel gioco di parole del titolo, anche sotto il profilo sonoro tutto è spesso e volentieri tradotto in modi giocosi, in toni sarcastici (a tratti quasi cinici), all’insegna di un ensemble strumentale che, grazie alla sezione dei fiati e a qualche arco, si esprime spesso all’insegna dello swing, riecheggia le orchestrine dixieland, salpando talvolta verso lidi caraibici, con accenti calypso ed episodi reggaeggianti; non mancano parentesi più raccolte, né ci si nega qualche episodio più apertamente pop (ma mantenendo una certa misura) mentre i dodici brani presenti sono costantemente percorsi da una vena cantautorale.

Un lavoro dai toni spesso e volentieri accesi, dai colori variopinti, con qualche momento crepuscolare, specchio di un’Italia in bilico tra la farsa e il dramma.

THE HATEFUL EIGHT

All’indomani della fine della Guerra di Secessione, otto personaggi variamente assortiti si ritrovano bloccati da una tormenta di neve in un emporio isolato tra le montagne del Nord America.
Ognuno è mosso dalle proprie personali motivazioni, a cominciare da un cacciatore di taglie che sta ‘accompagnando’ una condannata a morte nel suo viaggio verso la forca… ma ovviamente non tutti sono chi dicono di essere e la situazione non tarderà a degenare, sfociando in un prevedibile bagno di sangue.

Il nuovo film di Quentin Tarantino non è un western: del genere ha solo l’aspetto per così dire, esteriore, ma cambiate ambientazione storico / geografica, costumi e quant’altro, e il risultato non cambierebbe poi tanto; “The Hateful Eight” è un thriller perfettamente congeniato, che si inserisce in un ‘filone’ che va dall’hitchcokiano “Nodo alla gola” al più recente “Carnage” di Polanski.

Probabilmente il film più ‘teatrale’ di Tarantino, che offre un eccezionale saggio di maestria registica e di sceneggiatura, riducendo all’osso la ‘narrazione’ (lasciata in pratica solo a un paio di flashback) per concentrarsi su dialoghi e inquadrature, costruendo un meccanismo a orologeria che accompagna lo spettatore verso il classico finale ‘tarantiniano’, ampiamente atteso e telefonato, ma per nulla deludente.

Non mancano ovviamente le battute a effetto, le citazioni, le allusioni (il gioco è quello consueto, a ognuno la libertà di andare a cercare il ‘canone’ di riferimento, vero o presunto), gli ‘effettacci gore’ (il sangue scorrerà, copioso), le esagerazioni che finiscono per strappare la risata…

Eppure, forse per la prima volta con un film di Tarantino, ci si alza dalla poltrona con un senso di inquietudine: come in tanti hanno già sottolineato (e in parte anche io sono stato influenzato da queste considerazioni), i personaggi di “The Hateful Eight” sono tutti delle carogne: non se ne salva uno; rappresentanti di un’epoca storica in cui la bontà d’animo finiva per essere fatale e portare spesso a morte prematura, i protagonisti di questo film rappresentano uno schiaffo in faccia a ciò che oggi intendiamo per etica, morale, diritti umani: gente del tutto incurante per la vita umana, che all’opposto è la prima cosa con cui pulirsi il c**o se necessario; non c’è un filo di bontà, di magnanimità, di ‘pietas’, di empatia: homo homini lupus, come se ognuno fosse il solo essere umano di questo mondo, e tutti gli altri fossero me**da da scaricare nel water. Persone (personacce) mosse dall’unico principio del farsi i ca**i propri, accoppando anche per futili motivi chiunque si pari sulla propria strada; gente con dei ‘principi’? Forse, se per principi intendiamo un senso dell”onore’, del ‘rispetto’, della ‘legge’ o della ‘giustizia’, ma intesi in modo del tutto personale: se poi incidentalmente coincidono con quelli del prossimo, bene; se così non è, il prossimo lo si accoppa senza tanti complimenti.

Un’allegoria, una metafora di ciò che è diventato il mondo di oggi? Forse: in fondo se è vero che ancora oggi al mondo c’è chi per uno ‘sgarro’ è più che disposto ad accoppare il prossimo, è altrettanto vero che il ‘mors tua, vita mea’ è un principio attorno a cui continua a girare il mondo: basta pensare alla finanza che divora i risparmi delle persone, alle industrie cancerogene, ai politici che si fanno gli affari loro alle spalle dei cittadini che gli danno il voto.

Il cast: come al solito, eccezionale: una schiera di vecchie conoscenze tarantiniane, a cominciare da Tim Roth, Michael Madsen e Kurt Russell (cui si aggiungono James Parks e Zoe Bell); un carismatico Bruce Dern; un Walton Goggins in continua crescita; un Channing Tatum che (per quanto in un ruolo limitato), aggiunge al proprio curriculum una pellicola tarantiniana, rafforzando ulteriormente la sua carriera di attore… ma, su tutti, una Jennifer Jason Leigh  (attrice dalle enormi potenzielità, troppo spesso sopravvalutata) in stato di grazia e che l’Oscar per il quale è candidata lo meriterebbe tutto, e soprattutto un Samuel L. Jackson che giganteggia nel suo ruolo più cattivo di sempre (e menzione d’onore per Luca Ward che gli ha dato il marchio di fabbrica vocale a casa nostra, un carattere distintivo senza il quale l’attore sui nostri schermi non sarebbe lo stesso) e che forse una nomination all’Oscar l’avrebbe pure meritata.

Eccezionale la fotografia, nelle riprese dei grandi spazi aperti, e poi… la colonna sonora di Morricone, con la lunga suite iniziale che da sola dà corpo e ‘significato’ alla lunga sequenza che apre il film.

Tarantino stavolta è stato completamente ignorato dall’Academy per gli Oscar, anche se regia e sceneggiatura avrebbero ampiamente meritato la nomination: forse perché stavolta, oltre a tutti i ‘soliti’ pregi dei suoi film, il regista più di altre volte sgombrando il campo da ogni ipocrita buonismo, mette di fronte lo spettatore a una verità scomoda: che l’uomo in fondo altro non è che una bestia e che quando si viene al dunque è più che mai disposto a sopprimere il proprio simile; e questo i ‘guardiani’ del cinema buonista che premia solo gli eroi positivi, meglio se suscitano la facile lacrima questo proprio non potevano permetterlo.

FILIPPO DR. PANICO, “TU SEI PAZZA” (FRIVOLA RECORDS)

Filippo Dr. Panico L’attitudine priva di filtri, un filo sgangherata, spesso e volentieri dissonante del punk che incontra le canzoni italiane da radio commerciale.

Filippo Dr. Panico nasce in Basilicata, respira musica fin da bambino (il padre organizzava concerti di musica classica e colleziona strumenti), durante la prima giovinezza si butta sul punk, si trasferisce a Roma dove nel corso delle ore passate a lavorare in una pizzeria d’asporto, assume – più o meno volontariamente – corpose dosi delle classiche hit radiofoniche italiane.

Un primo disco, “So’ ragazzi”, registrato praticamente solo in casa e ora – a tre anni circa di distanza – il secondo lavoro, registrato per lo più in presa diretta presso lo studio Hombre Lobo, all’interno del celeberrimo centro sociale capitolino Brancaleone.

Dieci brani che, appunto, finiscono per essere una sorta di versione punk della radiofonia tricolore: canzoni d’amore – tra fughe e ritorni, complicazioni, insicurezze, incomprensioni e traversie assortite – all’insegna di emozioni che, alla compostezza tipica di certi cantanti, preferiscono lo sbraitare dietro al microfono; sentimenti filtrati attraverso uno sguardo ironico, sardonico, spesso corrosivo. La proverbiale accuratezza degli arrangiamenti sostituita dallo sferragliare delle chitarre, arricchite talvolta dall’uso dei fiati; ritmi sostenuti ma non troppo, talvolta in levare, un incedere zoppicante, una veste sonora un filo trasandata, che però alla fine – proprio come nella migliore tradizione tricolore – non perde mai di vista il lato melodico della faccenda. Disinvoltura vagamente alcolica, incurante delle conseguenze.

L’esito è un disco strano, vagamente disorientante: Filippo Dr.Panico scherza ma non troppo, prendendo continuamente di mira la ‘tradizione’: da Massimo Ranieri a Luca Carboni, da Venditti a Cocciante, in quello che alla fine si trasforma in un omaggio (volontario?) a quella canzone che, pur non avendo ricevuto il bollino di ‘d’autore’, ha finito in fondo per far parte a pieno titolo del patrimonio sonoro nostrano.

In una terra parallela, insomma, le canzoni di Filippo Dr. Panico entrerebbero di diritto nelle heavy rotation di quelle radio che fanno da sottofondo alla spesa, ai trasferimenti in auto, alle faccende di casa… se solo in Italia non ci fosse questa fissazione per la forma e gli arrangiamenti fin troppo leccati; per chi ha un palato meno ‘plastificato’, le canzoni di Filippo Dr. Panico costituiscono un’efficace alternativa di accompagnamento quotidiano.

MACHWEO, “MUSICA DA FESTA” (FLYING KIDS RECORDS)

A poco più di vent’anni (classe ’92) Machweo – al secolo Giorgio Spedicato – si è già affermato come uno dei nomi più interessati dell’elettronica ‘danzereccia’ italiana, in un percorso che l’ha portato a ottenere ottimi riscontri in Italia e all’estero, dai palchi fino al mondo della moda: quello che finora è il suo maggiore successo, il singolo Tramonto, è stato scelto da Vogue come colonna sonora del video di presentazione della collezione 14/15 di Diesel.

Dopo aver pubblicato due Ep e un primo lavoro sulla lunga distanza, Machweo torna con un nuovo full length, omaggiando stavolta la ‘club culture’ degli anni ’90: un ‘età dell’oro’ che il nostro non ha potuto vivere in presa diretta: sia per ovvi motivi anagrafici, sia perché, essendo sempre vissuto in provincia (sia al sud che oggi al nord, risiedendo a Carpi), quel mondo l’ha sempre sentito raccontare, visto da lontano, filtrato attraverso i racconti di altri.

“Musica da festa” diviene così il racconto di un passato non vissuto, e dunque in buona parte mitizzato: il titolo riecheggia ricordi infantili, ragazzini che cercano di imitare i più grandi raccogliendo le loro briciole sonore e facendole girare durante le feste di compleanno, magari… La ‘club culture’ vissuto dentro casa… e, lungo il percorso compiuto dal compositore, poi rivissuta, attraverso il riascolto di quei suoi, o gli scampoli presenti su Youtube (negli anni ’90 Internet era cosa da professionisti e pochi e eletti, non certo canale per diffondere riprese video della qualsiasi).

Si parte dai più noti Sabres of Paradise nome celeberrimo di quella scena, tanto da non risultare del tutto sconosciuto, anche solo per sentito nominare, anche ai non cultori del genere per costruire un disco in cui suggestioni, riferimenti, radici, risulteranno chiari soprattutto ai più abituati a certe sonorità; a questo punto, io devo fermarmi, non avendo mai approfondito il genere; mi limiterò ad alcune osservazioni, in ordine sparso dodici brani presenti si dividano in parti pressoché uguali tra composizioni lunghe (del resto si tratta di musica da dancefloor) che spesso e volentieri sforano i sei minuti di durata, e brevi intermezzi ‘di alleggerimento’, talvolta semplici interferenze, distorsioni, il ritmo di un treno; come l’elemento vocale sia praticamente assente – ad eccezioni di isolati campionamenti e dell’intervento, nel pezzo conclusivo, dell’eterea Costanza delle Rose; la singolare citazione in uno dei titoli, della meteora calcistica Taribo West.

I suoni si snodano all’insegna dei classici ritmi insistiti, ma sottolineerei come in più di un episodio si avverta un certo senso della melodia che rende i pezzi qualcosa di diverso da certe composizioni che a volte possono apparire ossessive, del tutto inseparabile dal contesto di un’inesausta notte da club, mentre in altri capitoli sembra di assistere alla discesa in vischiosità magmatiche, a viaggi in profondità siderali.

Certo, “Musica da Festa” è e rimane un disco di ‘dance’, e come tale completamente godibile soprattutto dagli abituali frequentatori del genere; per tutti gli altri, può essere l’occasione di ascoltare qualcosa di diverso, di una gita occasionale in territori sonori inesplorati.

CLINTON, SANDERS E GLI ALTRI

E’ cominciata la ‘grande corsa’ delle Primarie americane: piccole e grandi sorprese, come in fondo molto spesso succede quando dopo tante chiacchiere si passa al voto, e viene da notare come quasi ovunque poi il ‘popolo’ faccia di testa sua e smentisca spesso e volentieri le analisi dei cosiddetti ‘esperti’… quello del ‘politologo’ per inciso è uno di quegli ‘strani mestieri’ che in fondo si riducono all’espressione di opinioni personali, spesso nemmeno tanto circostanziate, da parte di presunti o sedicenti esperti che poi nell’80 per cento dei casi risultato attendibili quanto un qualsiasi sito di consigli sulle scommesse calcistiche. Chiuso l’inciso.

Le elezioni americane saranno sempre più tema dominante nei prossimi mesi, prima con le primarie, poi col confronto trai candidati designati e poi col voto… non entro in disamine; mi limito a osservare come al momento (e siamo solo all’inizio, in fondo) sembrerebbe profilarsi la stessa situazione di otto anni fa, con i democratici a dividersi la posta e i repubblicani ad agire di rimessa; la discesa in campo di un personaggio quanto meno ‘colorito’ come Trump ha dimostrato che tutto sommato gli Stati Uniti non sono messi tanto meglio di noi, quanto a credibilità dell’aspirante classe dirigente; mi stupisco, sinceramente, che trai repubblicani al momento non sia riuscito a sfondare uno come Rubio, che per età e storia personale potrebbe proporsi come una sorta di Obama di destra.

Hillary Clinton appare, ancora più di otto anni fa, la leader designata dei democratici: stavolta a metterle i bastoni tra le ruote non è un giovane afroamericano che incarna la speranza del possibile, ma  Bernie Sanders, un attempato signore che ha il fegato di definirsi socialista in una nazione in cui la parola è più o meno comunemente considerata un insulto e in un mondo dove ormai ben pochi hanno ancora il coraggio di definirsi tali.
Sanders sembra un uomo fuori dal mondo e dal tempo, ma forse ci vuole proprio una persona ‘esterna’, uno che non prende i soldi dalle grandi banche d’affari ma dai sindacati degli insegnanti e degli autotrasportatori per poter incarnare quel minimo di speranza residua in un mondo che non sia governato dalla finanza.
Clinton di certo non può incarnare quell’idea (basta solo leggere l’elenco dei suoi finanziatori per rendersene conto): la sua è la promessa di un mondo in cui banche e finanza sono sostanzialmente lasciate libere di continuare ad agire come hanno fatto finora, versando in cambio un ‘obolo’ a favore dei poveri; sembra una situazione ‘italiana’, con la pura estetica del volere piacere a tutti di ClintonRenzi e la fedeltà ai principi (col rischio di risultare antipatici a qualcuno) di SandersRodotà.

Ammetto peraltro che le mie sono analisi tendenziose e dettate dalla suprema antipatia che mi ispira Hillary Clinton: al contrario di tanti osservatori, il personaggio non mi piace per nulla; arrivismo a parte (ma è il meno: in quel mondo se non sei un arrivista non vai da nessuna parte), non capisco il principio secondo cui bisognerebbe in qualche modo tifare Hillary perché donna: che le donne al Governo facciano meglio degli uomini, portando pace e prosperità per tutti è un luogo comune: Thatcher in Gran Bretagna ha fatto danni, Merkel in Germania ha mostrato di essere disposta a mandare in fallimento mezza Europa solo per salvare la sua nazione, Roussef in Brasile sta annegando negli scandali e l’elenco potrebbe proseguire… mi sembra che il ‘buon Governo femminile’ sia più che altro un’eccezione (Bachelet in Cile? L’attuale leader della Corea del
Sud?).
A non convincermi di Clinton però sono soprattutto le motivazioni: in fondo Obama era mosso dall’ambizione di essere il primo Presidente afroamericano; Clinton, più che dall’essere la prima Presidente(ssa) donna, mi pare mossa soprattutto da uno spirito di rivalsa nei confronti del marito: la voglia di dimostrarsi migliore di Bill, dopo tutto quello che Bill le ha fatto.

Si possono fare tutti i fini ragionamenti politici che si vogliono, ma alla fine tutto si riduce alla persona e alle proprie esperienze: a inzio anni 2000 gli Stati Uniti hanno avuto un Presidente – Bush – mosso quasi esclusivamente dal conflitto irrisolto col padre e dalla smania di dimostrarsi migliore di lui: abbiamo visto i risultati…
Non vorrei facessimo il bis, ritrovandoci alla guida degli Stati Uniti una donna mossa da uno spirito di rivalsa nei confronti di un marito che l’ha cornificata.
Si dice fin troppo spesso che ‘il privato e pubblico’; troppo si dimentica che anche ‘il pubblico è privato’. Purtroppo.

VALE & THE VARLET, “BELIEVER” (A BUZZ SUPREME / DIGITALEA)

Vale & The Varlet, alias Valeria (Sturba, già collaboratrice di John de Leo e dei quasi impronunciabili OooopopoiooO) & Valentina (Paggio, già con i Duodeno): si incontrano, si piacciono, si ‘annusano’ e capiscono infine che su quella istantanea simpatia si può costruire qualcosa di artisticamente concreto. Un paio d’anni ed eccole qui: un disco ‘casalingo’, per pianoforte e percussioni.

Musica ‘da camera’ nel vero senso della parola, visto che il disco è stato ideato ed assemblato tra le proverbiali quattro mura: personalità e sensibilità che si incrociano, sovrappongono, uniscono.

Valentina ci mette la melodia, Valeria arricchisce con elettronica, scricchiolii, lo scorrere eccitato dell’archetto sulle corte del violino, talvolta pizzicate a mo’ di ukulele; oppure è Valeria a imbastire loop elettronici per i quali Valentina trova subito la soluzione melodia più adatta: efficace simbiosi.

Undici brani (cui contribuiscono un paio di ospiti) per un pop sghembo, un cantautorato obliquo, ninnananne per pargoli di un altro pianeta; citazioni colte (il Bolero di Ravel, la Carmen di Bizet), folk con vaghe folli accentazioni, blues dai contorni apocalittici, melodramma postatomico, cabaret intergalattico.

Un cantato a fasi alterne, tenerezza, parodie infantili, un filo di malinconia. Messaggi d’amore, richieste d’aiuto, storie minime, ordinario quotidiano: il mondo, visto da una stanza, lo sguardo che socchiude la porta di un infinito interiore…

Nonostante certe ‘schegge’, il terreno che a tratti si fa scosceso e accidentato, la summa di “Believe” è la dolcezza: un disco che trasmette tepore domestico, ideale da ascoltare in una giornata di pioggia, tè e biscotti, immaginando di essere lì, con Vale & Vale che nel frattempo affastellano e danno corpo alle loro idee.