Archive for gennaio 2017

GRAN BAL DUB, “GRAN BAL DUB EP” (AUTOPRODOTTO)

Il matrimonio tra suoni ‘moderni’ – in questo caso l’elettronica, in chiave dub – e la tradizione millenaria della musica occitana, dei trovatori, dei suonatori di ghironda.

Lo celebrano, in quello che è solo l’ultimo incontro di strade che si sono più volte incrociate in passato, due ‘pesi massimi’ della scena piemontese: da una parte Sergio Berardo, fondatore di quei Lou Dalfin che da trent’anni portano in giro per l’Italia prima e l’Europa poi, il vessillo e la tradizione della musica in lingua d’OC; dall’altra, Madaski, una lista interminabile di collaborazioni e produzioni tra le quali, per brevità, basta ricordare gli Africa Unite.

I due rinnovano dunque la propria collaborazione, nata a metà dei ’90 proprio con i Lou Dalfin, con questi sei brani in cui suoni e generi separati da secoli di storia trovano un territorio comune nel ballo, nel movimento: il titolo del progetto, non lasciava del resto molti dubbi; dai suonatori di strada e le feste popolari, ai ‘riti collettivi’ del dancefloor, la strada insomma e più breve di quanto si pensi.

La ghironda di Berardo, cui si il violino di Chiara Cesano e la fisarmonica di Roberto Avena, interpreta le varie tipologie di musiche da danza occitane: chapelesa, rondeaux, borreia, circle, branle; le macchine di Madaski le trasfigurano, vestendole di una veste dub che nonostante lasci invariata l’energia, l’allegria, l’impeto della danza collettiva, vi stende un velo di rilassatezza, momenti di dilatazione in cui l’aria si fa quasi rarefatta.

L’esito è un lavoro coinvolgente, sul quale non si può stare fermi, lasciandosi trascinare da questo sposalizio, più che mai riuscito, tra tradizione popolare e suggestioni moderne.

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LONTANO DA QUI, “LONTANO DA QUI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio discografico per il trio dei Lontano Da Qui, alias la cantate toscana Elisa Castells e i romani Matteo Uccella e Michele Bellanova, già attivi da qualche anno nella scena live romana e non solo.

Un lavoro all’insegna di un folk in cui a radici locali – il classico stornello romano è dietro l’angolo – profumi mediterranei, spezie iberiche, una spruzzata di sudamerica. Intelaiatura sonora che fa da cornice a una vena cantautorale attraverso cui sono narrate storie da minimo quotidiano e una galleria di personaggi che lungo i dieci brani presenti passa attraverso loschi figuri che popolano lo Stivale, suore alle prese con travagli sentimentali, personaggi ossessionati dall’organizzazione di ogni minuto della propria esistenza, soggetti incatenati ai social e all’opposto, coloro che per caso o scelta si sono ritrovati a vivere ai margini ( ‘Il barbone’ è dedicata al personaggio di Mezza Piotta, scomparso l’anno scorso, che più o meno tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno abitato nei quartieri romani del Portuense e di Monteverde hanno conosciuto bene).

Il risultato, se vogliamo, è quello abbastanza ‘tipico’ di questi casi: un lavoro la cui efficacia nasce soprattutto dal contrasto tra il clima solare creato da suoni a tratti sgargianti e tematiche spesso serie, tra storie che veleggiano tra l’indignazione per un’omertà fin troppo diffusa e quella per l’altrettanto diffusa emarginazione, lasciando però spazio per la leggerezza, l’ironia dissacrante e il sarcasmo nei confronti di fissazioni e ‘dipendenze tecnologiche’.

I due chitarristi capitolini costituiscono il nucleo di un insieme sonoro al quale si aggiungono al quale si aggiungono di volta in volta archi, fiati, pianoforte, nella forma della classica ‘orchestrina’ / banda di paese. Elisa Castells interpreta con personalità (coadiuvata nel succitato ‘Il barbone’ da Rosso Petrolio), una ‘toscanaccia’ influenzata dal disincanto tipico dell’Urbe.

“Lontano da qui” è un lavoro efficace, frutto del lavoro di musicisti esperti – i tre sono del resto tutti diplomati al Conservatorio – che tuttavia rischia di scontare l’appartenenza a un genere ormai decisamente sovraffollato, a Roma e non solo tra ‘orchestre’, ‘orchestracce’, cantautori popolari più o meno indie: le potenzialità ci sono, ma per farsi largo tra la concorrenza servirà una buona dose di personalità e forse un filo di originalità in più.

TWOAS4, “MAREA GLUMA” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per la creatura del cantante e chitarrista Oscar Corsetti accompagnato da Alan Schiaretti e Luminita Ilie.

Si prendono le mosse dal precedente lavoro, “Audrey in Pain English” , e non solo da un punto di vista cronologico: la continuità, anche concettuale, è sancita dalla title – track, versione in rumeno del brano conclusivo del disco precedente.

Un lavoro che rappresenta la componente sonora di un progetto multidisciplinare che include la scrittura, attraverso il racconto incluso nel booklet, una sorta di taccuino di riflessioni e appunti ‘di vita’, forse un po’ difficile da fruire, viste la ridotta dimensione dei caratteri, e la grafica, con una serie di quadri – eseguiti con varie tecniche – che accompagnano quel testo.

Un disco stratificato, per un verso strettamente legato all’attività dal vivo della band, tra rielaborazioni del proprio repertorio, prime esecuzioni in studio di pezzi abitualmente suonati nei live e che per l’altro riprende idee e materiali anche abbastanza remoti.

Disco dalla gestazione in parte complicata – Schiaretti (batteria e tastiere) ha abbandonato il progetto, anche se dopo aver comunque suonato le proprie parti – in parte arricchita dalla partecipazione di alcuni ospiti esterni, a cominciare da Andrea Bergesio ( Ezio Bosso, Eskinzo, Marco Notari) e dal suo apporto essenziale in sede di elaborazione del materiale di partenza passando a Stefano Vivaldi, in passato bassista nei Baustelle, il cantante, musicista e videomaker londinese Jon Roseman (già al lavoro con Dylan, Rolling Stones, Queen).

Undici brani, caratterizzati da un approccio multilingue, tra inglese, italiano e il rumeno di Luminita Ilie, in cui si mescolano new wave e no wave, post punk e art rock; con un cantato che più volte si avvicina al parlato (vengono in mente i ‘soliti’ Massimo Volume e Offlaga Disco Pax) e che nel suo snodarsi trasmette l’impressione di trovarsi, più che di fronte a un semplice disco, a una sorta di installazione, di performance, in questo ricordando a tratti i primi CCCP.

Frustate elettriche, abrasioni, accenni industriali, passando per una cover obliqua di ‘I wanna be your dog degli Stooges’, e sfocando nella rilettura post apocalittica dell’’Ave Maria’ di Gounod.

Un lavoro che richiede attenzione, che tiene l’ascoltatore sulla corda, i cui mutamenti di registro linguistico costituiscono il primo elemento di stimolazione; un lavoro che vive sia nella sua autonoma identità sia nel suo essere parte del più ampio progetto che mescola suoni, parole e grafica.

CÈ, “DI VITA, MORTE E MIRACOLI” (LIBELLULA MUSIC)

Terzo disco solista per Cesare Isernia, alias, artista che dopo una prima parte di carriera, sul finire degli anni ’90, ha abbandonato l’attività musicale per poi farvi ritorno nel 2012, con l’esordio di “Anime”, seguito due anni dopo da “Sono laureato in Economia”.

“Di vita, morte e miracoli” è un titolo discretamente ‘impegnativo’, accompagnato da una copertina su cui campeggia una macchina che sembra aver sbattuto contro un muro, oppure sono dei mattoni ad esserle piovuti sul cofano? Metafora, forse, delle avversità della vita, dei muri contro cui inevitabilmente si va a cozzare o delle avversità pronte a piovere addosso improvvisamente.

Nove pezzi in cui il cantautore, coadiuvato da una band di altri tre elementi –a cominciare da Massimo De Vita, che del disco è anche produttore – cui si aggiunge un ulteriore manipolo di ospiti, affronta vari ‘massimi sistemi’, a cominciare da quello più ricorrente dell’amore, più o meno contrastato, per passare all’attitudine nei confronti della vita, riflessioni su sé stessi e terminare con un brano che immagina il trapasso appena avvenuto.

Una proposta sonora alquanto variegata, il cui incipit getta l’ascoltatore in territori ai confini del punk, ma che nel proseguimento apre ampi spazi alla dimensione acustica e a sonorità che strizzano l’occhio a un pop dall’inclinazione ‘indie’, cercano di mantenere lungo tutta la durata del disco una certa vena cantautorale.

L’esito appare per la verità un po’ sospeso: certo Cè si mostra in grado di giostrare tra i generi, di costruire pezzi che mantengono un discreto appeal senza mostrarsi troppo ‘piacioni’, ma qua e là si avverte l’impressione di un lavoro un po’ ‘slegato’, forse la mancanza di un’impronta stilistica più marcata. Un disco che finisce per scorrere via fin troppo facilmente, facendo forse sentire la mancanza di qualche ‘sussulto’ in più.

TOP 10 2016 – CINEMA

1)  Lo chiamavano Jeeg Robot

2) Indivisibili

3) Veloce come il vento

4) The Hateful Eight

5) La grande scommessa

6) Fuocoammare

7) Dio esiste e vive a Bruxelles (2015)

8) Creed

9) Batman contro Superman

10) Tommaso

TOP 10 2016 – MUSICA

La mia Top 10 dei migliori dischi dell’anno appena concluso, tra quelli recensiti qui sul blog.

1) VALE & THE VARLET, “BELIEVER”

2) SUPERMARKET, “PORTOBELLO”

3) DISTINTO, “C’EST LA VIE”

4) BEA ZANIN, “A TORINO COME VA”

5) THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI”

6) THE INCREDULOUS EYES, “RED SHOT”

7) DIECICENTO35, “IL PIANO B”

8) CIRCOLO LEHMANN, “DOVE NASCONO LE BALENE”

9) FRATELLI TABASCO, “THE DOCKS DORA SESSION”

10) FABRIZIO TAVERNELLI, “FANTACOSCIENZA”

LA PLAYLIST DI DICEMBRE

Dunes    Asymmetry

Baci vs Morsi    Big Bang Muff

Who’s gonna drive    John Strada

Sul bordo di una scatola    Natura Surf

Angeli Fantasmi     Umberto Ti.

Marinaleda    Via Lattea

Salgo a prendermi una stella    Massimo Torresi

La galleria del vento Antonio    Firmani

La spesa    Distinto