Posts Tagged ‘Baustelle’

TWOAS4, “MAREA GLUMA” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per la creatura del cantante e chitarrista Oscar Corsetti accompagnato da Alan Schiaretti e Luminita Ilie.

Si prendono le mosse dal precedente lavoro, “Audrey in Pain English” , e non solo da un punto di vista cronologico: la continuità, anche concettuale, è sancita dalla title – track, versione in rumeno del brano conclusivo del disco precedente.

Un lavoro che rappresenta la componente sonora di un progetto multidisciplinare che include la scrittura, attraverso il racconto incluso nel booklet, una sorta di taccuino di riflessioni e appunti ‘di vita’, forse un po’ difficile da fruire, viste la ridotta dimensione dei caratteri, e la grafica, con una serie di quadri – eseguiti con varie tecniche – che accompagnano quel testo.

Un disco stratificato, per un verso strettamente legato all’attività dal vivo della band, tra rielaborazioni del proprio repertorio, prime esecuzioni in studio di pezzi abitualmente suonati nei live e che per l’altro riprende idee e materiali anche abbastanza remoti.

Disco dalla gestazione in parte complicata – Schiaretti (batteria e tastiere) ha abbandonato il progetto, anche se dopo aver comunque suonato le proprie parti – in parte arricchita dalla partecipazione di alcuni ospiti esterni, a cominciare da Andrea Bergesio ( Ezio Bosso, Eskinzo, Marco Notari) e dal suo apporto essenziale in sede di elaborazione del materiale di partenza passando a Stefano Vivaldi, in passato bassista nei Baustelle, il cantante, musicista e videomaker londinese Jon Roseman (già al lavoro con Dylan, Rolling Stones, Queen).

Undici brani, caratterizzati da un approccio multilingue, tra inglese, italiano e il rumeno di Luminita Ilie, in cui si mescolano new wave e no wave, post punk e art rock; con un cantato che più volte si avvicina al parlato (vengono in mente i ‘soliti’ Massimo Volume e Offlaga Disco Pax) e che nel suo snodarsi trasmette l’impressione di trovarsi, più che di fronte a un semplice disco, a una sorta di installazione, di performance, in questo ricordando a tratti i primi CCCP.

Frustate elettriche, abrasioni, accenni industriali, passando per una cover obliqua di ‘I wanna be your dog degli Stooges’, e sfocando nella rilettura post apocalittica dell’’Ave Maria’ di Gounod.

Un lavoro che richiede attenzione, che tiene l’ascoltatore sulla corda, i cui mutamenti di registro linguistico costituiscono il primo elemento di stimolazione; un lavoro che vive sia nella sua autonoma identità sia nel suo essere parte del più ampio progetto che mescola suoni, parole e grafica.

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CESARE MALFATTI, “UNA CITTA’ ESPOSTA” (ADESIVA DISCOGRAFICA)

Sei capolavori (più uno) della storia dell’arte e sei luoghi scelti per la loro singolarità, o per il loro valore storico – culturale più recente, disseminati nel territorio milanese. I primi li ha scelti Alessandro Cremonesi, nell’ambito del progetto “Milano A Place To Be”, sorta di ‘braccio culturale’ dell’Expo all’interno del tessuto urbano milanese: sei opere, appunto, una per ogni mese di durata dell’Expo; poi, arriva l’idea di mettere in musica il tutto, coinvolgendo Cesare Malfatti (già compagno di avventure di Cremonesi nei La Crus), assieme ad un gruppo di eccellenze del cantautorato italiano contemporaneo.

Tredici brani, eseguiti da Cesare Malfatti partendo dai testi scritti da Paolo Benvegnù, Francesco Bianconi (Baustelle) e Kaballà, Luca Morino, Luca Gemma, Gianluca Massaroni, Luca Lezziero, Vincenzo Costantino Chinaski e lo stesso Alessandro Cremonesi; Cesare Malfatti interpreta e dà forma sonora ai pezzi.

Si potrebbe affermare che “Una città esposta” è un disco ‘discreto’: non nel senso del giudizio, ma in quello dell’approccio: del resto, quando si tratta di mettere in musica opere come il Cenacolo vinciano, la Pietà Rondinini, Il Bacio di Hayez o Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, non si può che farlo ‘in punta di piedi’, un po’ come il visitatore che si trova di fronte a questi capolavori.

Un disco rarefatto, in cui Malfatti più che cantare ‘sussurra’, o ‘sospira’: torna il paragone con lo spettatore che di fronte alle opere non può che esprimersi con un filo di voce, per non rompere ‘l’incanto’ della magnificenza visiva cui si trova di fronte.

Suoni sospesi tra elettricità, elettronica ed acustica: chitarre che ora tessono flebili trame, ora si esprimono attraverso sferzate elettriche, tappeti sintetici minimali con qualche vaga allusione ‘rumoristica’, una sezione ritmica in alcune parentesi composta e che procede quasi per ‘sottrazione’, ma che molto più spesso si snoda flirtando con climi funkeggianti: il contraltare ad un cantato che potrebbe definirsi quasi dimesso è insomma un campionario sonoro per lo più volto al ‘movimento’ o alla luminosità dei toni, pur mantenendo un atteggiamento ‘rispettoso’ e forse un po’ di ‘soggezione’ rispetto alle opere trattate.

Nelle parole di Benvegnù, Il Quarto Stato non può che riaffermare la propria potenza nel continuare ad essere metafora del mondo del lavoro anche oggi, ad un secolo di distanza, dove allo sfruttamento si è aggiunta la dinamica del consumo a tutti i costi; lo stesso ex-Scisma scopre il mondo di passione e sensualità celato dietro al Bacio di Hayez, mentre Francesco Bianconi assieme ai Kaballa restituisce al Concetto spaziale di Fontana la sua potenza iconoclasta e libertaria, per poi viaggiare a ritroso per 2.000 anni e dare voce ai pensieri di Gesù durante l’Ultima Cena; Luca Morino esalta la tenerezza materna della Pietà Rondanini e Alessandro Cremonesi isola nello Sposalizio della Vergine di Raffaello il carattere di evento fatidico, quasi di snodo universale.

A questi sei capisaldi si aggiunge un tuffo nella contemporaneità: quello di L.O.V.E. di Cattelan, meglio conosciuto come il ‘dito che manda affanculo la Borsa”, per Luca Lezziero simbolo di una libertà di espressione – forse – tutta da riconquistare.

E poi ci sono i ‘luoghi’, caratteristici o simbolici: le strade dedicate al figlio di Mozart od Ho Chi Minh; la dedica a Bob Noorda, olandese trapiantato a Milano, quasi dimenticato autore dei marchi Coop, Feltrinelli, Mondadori, Agip, Touring Club Italiano; la memoria del Teatro Continuo di Burri, luogo di incontro e socialità restituito recentemente alla Città, e quella del Tombon de San Marc, un bacino ormai scomparso, a quanto pare luogo prediletto dei suicidi la strenua resistenza della Cascina Campazzo, simbolo di una provincia agricola che rischia di essere soffocata dal cemento (e qui in controluce si può forse leggere una critica allo stesso Expo).

Alla fine , “Una città esposta” diventa una sorta di omaggio alla Milano migliore, quella del passato più o meno remoto, quella degli anni ruggenti delle avanguardie, quella attuale che, con un’immagine un po’ scontata, si può dire rappresenti i paradossi e i controsensi dei primi decenni del millennio.

A dirla tutta, l’Expo milanese ci aveva rotto le scatole già sei mesi prima della sua inaugurazione; ha continuato a scassarci gli zebedei anche successivamente, col suo ampio campionario di ipocrisie legate all’alimentazione e al problema del nutrimento mondiale, mentre i visitatori hanno continuato a mettersi in coda per mangiare da McDonald o al padiglione Italia, come se per mangiare ‘italiano’ si avesse avuto bisogno dell’Expo e di Eataly, come se poi un bel pezzo di pizza bianca con la mortadella assemblata all’alimentari sotto casa oltre a costare di meno, non offra maggiore godimento e non sia poi così dannosa per la salute, specie se gustata dopo essersi fatti qualche chilometro camminando o di corsa).

A parziale indennizzo di questo monumentale attentato ai nostri attributi, arriva l’ultimo lavoro di Cesare Malfatti.

BOSCO, “ERA” (AUTOPRODOTTO)

“Era”: un imperfetto, o forse un sostantivo… Ad ascoltare i dieci brani che compongono l’esordio del quartetto romano, entrambe le definizioni possono calzare: un’era, non tanto storica, quanto di vita personale, la fotografia di un momento, fatto fatalmente non solo del proprio ‘vissuto’ attuale, ma anche di ricordi… e qui si inserisce l’era all’imperfetto… ‘era’, o ‘è stato’ così, fino a più o meno poco tempo fa, ma poi alla fine viene il momento di voltare pagina…

Relazioni sentimentali che si chiudono, cercando di evitare di annegare la sofferenza nella melassa dei ricordi; si coglie l’occasione, magari, per scappare all’estero, prendendo allo stesso modo le distanze da un’Italia in cui a volte l’unico ‘modus vivendi’ sembra essere quello di costruirsi un’oasi di tranquillità fatta di libri, film e tutto ciò che si ama, magari condendo il tutto con i ricordi estivi dell’adolescenza.

Ci si rende conto, o forse semplicemente lo si ammette a sé stessi, di stare ‘crescendo’ e che forse non è più il tempo di giocare a fare gli eterni ‘giovani’ continuando a replicare gli stessi ‘riti’, magari nel corso di estati trascorse troppo in fretta…

Sullo sfondo, Roma: vissuta, come da ogni comune cittadino, col classico rapporto di ‘amore / odio’: inevitabile, a pensarci, visto che alla fine Roma letta al contrario si legge pur sempre Amor.

I Bosco rileggono tematiche tutto sommato ‘consuete’ – i ‘momenti di passaggio’, la fine di un amore, la presa di coscienza del proprio ‘essere adulti’ – in maniera tutto sommato discretamente personale, con sonorità in cui si mescolano allusioni all’elettropop degli anni ’80, alle atmosfere sognanti dei ’90 (vedi alla voce Belle & Sebastien) e magari strizzando l’occhio a più recenti esperienze ‘indie’ di casa nostra: i primi a venire in mente, specie negli episodi in cui voce maschile e femminile si affiancano efficacemente, sono i Baustelle.

Un buon disco di esordio, in cui i riferimenti sonori sono ancora abbastanza ‘scoperti’, ma in cui si avverte che la ricerca di stile e personalità più marcati è già a buon punto.

KOZMINSKI, “IL PRIMO GIORNO SULLA TERRA” (NEW MODEL LABEL)

Di stanza a Milano (ma di varia provenienza), i Kozminski giungono alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i buoni riscontri dell’esordio di ormai quasi cinque anni fa, forti di una collaborazione ormai consolidata con Amerigo Verardi (Afterhours, Baustelle, Virginiana Miller), per un lavoro alla cui gestazione ha partecipato, tra gli altri, anche Giuliano Dottori (Amor Fou).

Credenziali che sembrano offrire già in partenza una marcia in più alla band, che in effetti apre il lavoro all’insegna di un tirato pezzo di matrice post-punk… premessa di un disco che, nel suo scorrere, si muove all’insegna di una certa varietà di coordinate: restano, costanti, certe reminiscenze eighties, ma si sentono anche l’influenza del rock ‘alternativo’ (o indipendente, o chiamatelo voi come volete) e in parte del cantautorato italiano, in aggiunta, se si vuole, a quelle che sembrerebbero apparire lievi influenze dei Coldplay (negli episodi più accorati) o dei Muse (in certi frangenti in cui la band sembra essere sul punto di addentrarsi in territori siderali). Testi (cantati in italiano) in cui il quotidiano, i sentimenti, la riflessione su se  sono filtrati attraverso lenti talvolta oniriche o lievemente immaginifiche, procedendo per immagini, frammenti di pensiero, stralci di flusso di coscienza, come se l’osservazione della realtà avvenisse sempre con un leggero  ‘scarto’, di lato o in controluce, a rivelarne aspetti non immediatamente evidenti.

Gli undici brani presenti ci mostrano innanzitutto un quintetto che ha già raggiunto una certa perizia, capace di impostare brani che riescono ad ‘attirare’, pur senza volersi far piacere a tutti i costi; tuttavia, nel procedere del disco, si ha l’impressione che non tutto funzioni fino in fondo: è come se, singolarmente presti, i pezzi avessero comunque una loro efficacia, ma nell’insieme mancasse qualcosa.

Si sente, forse, l’assenza di un’impronta stilistica più marcata: nel succedersi delle tracce,  la band rimanesse sempre in bilico tra le proprie influenze, senza abbracciarne direttamente nessuna… che se vogliamo sarebbe anche un pregio, ma che stavolta porta ad esiti che non convincono fino alla fine.

BANDA FRATELLI, “L’AMORE E’ UN FRIGO PIENO” (CONTRORECORDS /AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i cuneesi Banda Fratelli, che già col precedente lavoro avevano ottenuto una certa attenzione da parte della critica, oltre a un discreto riscontro radiofonico.

Novità da punto di vista della formazione, con l’arrivo del tastierista Enrico Gallo, ad aggiungersi al nucleo originario, guidato dal cantante e chitarrista Andrea Bertolotti (anche autore dei testi), con Matteo Bonavia al basso e Carlo Banchio alle percussioni.

La formula è quella di un rock – pop abbastanza ‘canonico’, spruzzato qua e là di funk e in qualche episodio di qualche vaga abrasione, ma sempre teso a smussare ogni angolo, affidando gran parte delle sorti del disco al lato melodico della questione, dando risalto ai testi dagli accenti cantautorali.

Gli otto brani del disco si muovono in un mondo fatto di minima quotidianità, tra personaggi che sognano di evadere definitivamente, od almeno per una volta, dal proprio grigiore esistenziale, con esiti a cavallo tra il fantastico dell’apertura, con una fuga affidata ai palloncini e il realistico di un detenuto che sogna il ritorno a casa; in mezzo, l’uscita da una quotidianità immutabile è affidata ad improbabili amori mercenari.

Non mancano le parentesi più squisitamente volte ai sentimenti, con qualche episodio dall’afflato più simbolico. Il risultato è un disco che scorre via leggero (e veloce, anche considerando il numero contenuto di pezzi)… anche troppo, verrebbe da dire: è il classico disco più o meno impeccabile sotto il profilo produttivo (del quale si è occupato Fabrizio ‘Cit’ Chiappello, già collaboratore di Baustelle e Subsonica), caratterizzato da una buona tecnica e da una discreta scrittura, con più di un brano dal discreto appeal radiofonico.

Tuttavia paradossalmente tutto sembra funzionare fin troppo ‘bene’ e concluso l’ascolto si avverte la mancanza di un’impronta stilistica – soprattutto sonora – più decisa e se vogliamo ‘individuabile’.

Chi volesse, comunque, può ascoltare il disco qui