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MASSIMO TORRESI, “POSSIBILITA'” (EGEMONIA SPARTANA DISCHI / LIBELLULA DISCHI)

“Possibilità”: la parola in sé già contiene un nugolo di significati, aperta, appunto, ad ogni opzione, ma quando si parla di scelte, legate alla vita, alle relazioni, alla realizzazione di sé, le possibilità possono, ridursi a due grandi categorie: in negativo, quelle alle proprie spalle che in qualche modo ci sono state, o meglio, ci si è, negati, e sulle quali non si può che recriminare; e quelle che, pur con tutte le incognite del caso, sono ancora destinate ad aprirsi lungo la strada.

Questo appare essere il concetto di fondo dell’esordio solista del marchigiano Massimo Torresi, varie esperienze all’attivo, degna di nota quella coi Bluff, assieme a Fabio Verdini, ora tastierista dei Tiromancino, qui giunto a dare una mano all’ex compagno di strada.

Due parti: la prima, più volta ad una certa sottile amarezza: le occasioni perse perché si è preferito l’abbraccio di una certa indolenza, come se certi sforzi non valessero in fondo la pena, i ‘mulini a vento’ di donchisciottesca memoria divenuti pale eoliche; l’autocommiserazione, il darsi sconfitti in partenza per non rischiare, in un contesto in cui ‘l’avere’ diviene spesso l’unico metro di giudizio per definire successi e fallimenti; la nostalgia per ciò che si poteva e non si è dato nelle relazioni interpersonali, non solo sentimentali.

La seconda più volta all’ottimismo, a prendere la vita – se non di petto – almeno con un certo entusiasmo, magari con quel filo di leggerezza in più capace di rendere di addolcire le possibili delusioni e quindi di rendere più accettabile il rischio.

Certo non è detto che tutto fili liscio: i ‘soliti’ rapporti sentimentali rappresentano un buon modello di ciò che potrebbe succedere, ostacolati da egoismi o ‘ingerenze esterne’, ma se si parte con l’atteggiamento di chi non aspetta che il ‘dovuto’ gli arrivi dal cielo, andando a prendersi la propria stella, allora la possibilità di una rinascita, di evadere dalle secche dell’apatia aumentano.

Massimo Torresi racchiude questo percorso in undici pezzi, la maggior parte dei quali dal piglio decisamente solare (ad eccezione forse dell’incipit dal clima plumbeo, adatto a descrivere una situazione di partenza più che mai bigia), all’insegna di un pop / rock dalle frequenti venature elettroniche, che mescola suggestioni cantautorali, italiane e transalpine, echi del brit pop dei primi Blur, momenti dal piglio decisamente ballabile; chitarra, basso e batteria accompagnate di volta sintetizzatori e piano, batterie e drum machine, talvolta un violoncello, occasionalmente una fisarmonica.

La leggerezza, la tentazione frequente di battere il piede e non restare fermi, la dote principale di un disco che in fondo induce al guardare alla vita, in tempi spesso non facili, con un pizzico di positività in più.

CALAVERA, “FUNERALI ALLE HAWAII” (LIBELLULA DISCHI / AUDIOGLOBE)

Quello di Valerio Vittoria è un nome che non risulterà probabilmente nuovo ai più assidui frequentatori della scena musicale ‘indipendente’ siciliana: il chitarrista, classe ’82, può infatti vantare nel suo curriculum la ‘militanza’ nei Matilda May e nei Froben, oltre alle collaborazioni con Colapesce e Alessandro Fiori.

Calavera è il invece il nome scelto per la sua prima esperienza solista, della quale “Funerali alle Hawaii” costituisce l’esordio discografico. Proprio un evento luttuoso, come la dipartita della propria madre, costituisce il fulcro, il punto di partenza su cui si fondano questi nove brani includendo i brevi intro e finale, il cui filo conduttore sembra essere quello di una certa instabilità, di mancanza di sicurezze: come se appunto il venir meno di un punto fermo come la presenza materna portasse l’autore a fare i conti con tutte le proprie insicurezze, le ansie, anche le incertezze dei rapporti sentimentali all’apparenza più consolidati.

Un’esperienza personale, certo, ma che accomunando l’autore alla stragrande maggioranza dei potenziali ascoltatori del disco, diventa presto universale… e non è probabilmente un caso se incipit e finale del lavoro sono dedicati proprio a quelle ‘cose non risolte’ con le quali, specie in occasioni di certi eventi definitivi e traumatici, volenti o nolenti si finisce per fare i conti.

Il cantante e chitarrista svolge queste tematiche attraverso una formula cantautorale che, pur ancorata ai tempi attuali (per certi tratti interpretativi e le grana vocale, può forse venire in mente Zampagliene dei Tiromancino), appare guardare indietro, ma non troppo: in più di un’occasione, soprattutto agli anni ’80, per i suoni, caratterizzati in qualche occasione da striature new wave, ma anche per le parole: la presenza nel lotto della riproposta di “Le case d’Inverno” di Luca Carboni, mostra come Vittoria / Calavera, per  motivi squisitamente anagrafici, si senta naturalmente più vicino a certi autori (spesso tra l’altro un po’ snobbati) dell’epoca ‘del riflusso’, più che alla precedente più consolidata tradizione cantautorale italiana.

“Funerali alle Hawaii” appare un lavoro profondamente autobiografico, la risposta a certe ‘necessità esistenziali’ che divengono evidenti solo in determinati frangenti; ma al di là di questo, il lavoro l’esordio promettente di un autore in possesso delle potenzialità necessarie a proseguire il percorso.