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LONTANO DA QUI, “LONTANO DA QUI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio discografico per il trio dei Lontano Da Qui, alias la cantate toscana Elisa Castells e i romani Matteo Uccella e Michele Bellanova, già attivi da qualche anno nella scena live romana e non solo.

Un lavoro all’insegna di un folk in cui a radici locali – il classico stornello romano è dietro l’angolo – profumi mediterranei, spezie iberiche, una spruzzata di sudamerica. Intelaiatura sonora che fa da cornice a una vena cantautorale attraverso cui sono narrate storie da minimo quotidiano e una galleria di personaggi che lungo i dieci brani presenti passa attraverso loschi figuri che popolano lo Stivale, suore alle prese con travagli sentimentali, personaggi ossessionati dall’organizzazione di ogni minuto della propria esistenza, soggetti incatenati ai social e all’opposto, coloro che per caso o scelta si sono ritrovati a vivere ai margini ( ‘Il barbone’ è dedicata al personaggio di Mezza Piotta, scomparso l’anno scorso, che più o meno tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno abitato nei quartieri romani del Portuense e di Monteverde hanno conosciuto bene).

Il risultato, se vogliamo, è quello abbastanza ‘tipico’ di questi casi: un lavoro la cui efficacia nasce soprattutto dal contrasto tra il clima solare creato da suoni a tratti sgargianti e tematiche spesso serie, tra storie che veleggiano tra l’indignazione per un’omertà fin troppo diffusa e quella per l’altrettanto diffusa emarginazione, lasciando però spazio per la leggerezza, l’ironia dissacrante e il sarcasmo nei confronti di fissazioni e ‘dipendenze tecnologiche’.

I due chitarristi capitolini costituiscono il nucleo di un insieme sonoro al quale si aggiungono al quale si aggiungono di volta in volta archi, fiati, pianoforte, nella forma della classica ‘orchestrina’ / banda di paese. Elisa Castells interpreta con personalità (coadiuvata nel succitato ‘Il barbone’ da Rosso Petrolio), una ‘toscanaccia’ influenzata dal disincanto tipico dell’Urbe.

“Lontano da qui” è un lavoro efficace, frutto del lavoro di musicisti esperti – i tre sono del resto tutti diplomati al Conservatorio – che tuttavia rischia di scontare l’appartenenza a un genere ormai decisamente sovraffollato, a Roma e non solo tra ‘orchestre’, ‘orchestracce’, cantautori popolari più o meno indie: le potenzialità ci sono, ma per farsi largo tra la concorrenza servirà una buona dose di personalità e forse un filo di originalità in più.

RELATIVITY

Uno spettacolo teatrale dedicato alla Teoria della Relatività è un’idea originale e anche discretamente stuzzicante, dato che a dirla tutta fare incontrare scienza e letteratura è impresa discretamente ardua (per quanto già tentata in precedenza, a cominciare dalla Vita di Galileo di Brecht), perché a dirla tutta in genere i due mondi tendono a guardarsi discretamente in cagnesco…

In questo a caso a cimentarsi nell’impresa, portando in scena lo spettacolo scritto e diretto da Lorenzo Cognatti, sono i ragazzi del Teatro della Bottega, realtà che dà qualche anno cerca di offrire un luogo di aggregazione culturale a una zona di Roma – quella del Portuense – che soffre da anni di una cronina mancanza di strutture di questo tipo: per intenderci, l’unico cinema che avevamo a disposizione è chiuso e in stato di abbandono da anni.

Il tema non è facilissimo, anzi: a dirla tutta piuttosto complicato, poiché richiede all’uomo ‘comune’ un discreto sforzo di ‘astrazione’ e, come viene più volte sottolineato nel corso dello spettacolo, di fantasia e immaginazione; ,on si tratta certo di uno spettacolo con intenti pedagocici ed educativi: per quello basta recarsi nella più vicina libreria, se si è mossi da un’adeguata curiosità: il tentativo appare in realtà proprio quello di incuriosire lo spettatore, magari spingendo coloro frequentano meno certi temi ad approfondirli.

Così, un’esile traccia narrativa ci porta da Galileo ad Einstein passando per Newton, raccontandoci di uomini che, non accontendandosi delle verità imposte dall’Accademia (o dalla religione), scorgono delle falle in ciò che viene considerato come un dato acquisito, usando la propria immaginazione per escogitare nuove soluzioni.
I cambi di scena, il mostrare avvenimenti che si svolgono in contemporanea, induce lo spettatore a familiarizzare col concetto di “Relatività”, il cambio di prospettiva sui fatti in base all’osservatore.
Ampio ricorso a situazioni comiche, ma a farla veramente da padrone sono le musiche, da Rimskij Korsakov ai Pink Floyd, all’immancabile omaggio al Bowie di Space Oddity, passando per una manciata di brani storici della canzone italiana, coi testi rivisitati per l’occasione in chiave filosofico / scientifica; il tutto condito con alcuni momenti di danza e con una parentesi ‘metateatrale’, con i quattro attori (tre ragazzi e una ragazza) in scena che spesso e volentieri cercano, trovandolo, il contatto e il dialogo diretto col pubblico.

Durante l’ora e un quarto di durata si ride spesso e volentieri, ci si lascia trasportare dalle musiche e suggestionare dai momenti di danza, senza dimenticare che in fondo al di là dei gusti, è importante sostenere iniziative come questa, che cercano di tenere vivo un quartiere che, per quanto lontano dal degrado di certe periferie estreme, sotto il profilo culturale rischia spesso il letargo totale.

 

Relativity va in scena fino all’8 maggio nei fine settimana: il sabato alle 21.00, la domenica alle 18.30.

Il Teatro della Bottega è in via Leopoldo Ruspoli 87, al Portuense.

LA GRANDE SCOMMESSA

E’ il 2005 quando l’ex medico, ora manager, Michael Burry (Christian Bale) uno di quei pittoreschi personaggi che possono permettersi di andare al lavoro in pantaloncini e ascoltare metallo pesante a tutto volume in ufficio, semplicemente leggedo pagine e pagine di dati, capisce che il sistema finanziario americano, basato sul mercato immobiliare, sta per essere spazzato via.
La scoperta lo condurrà a cercare il massimo profitto dalla ‘grande scommessa del titolo’: puntare sul fallimento del mercato in un momento in cui tutti pensano che questo sia solido e destinato a restare tale per molto tempo ancora.

La ‘scommessa’ di Burry, per quanto singolare e apparentemente bizzarra, attrarrà l’attenzione di un gruppo di personaggi che, anch’essi coinvolti a vario titolo nel mondo della finanza, finiranno anche loro per puntare tutto, o quasi, sulla catastrofe imminente: l’investitore con pochi scrupoli (Ryan Gosling); il ‘trader’ idealista, reduce da un grave lutto famigliare (Steve Carell) e i suoi collaboratori; due ‘giovani rampanti’ che si affidano ad un più esperto ex banchiere (Brad Pitt), che ha mollato tutto dandosi all’ecologismo.
Giunto il momento della verità, il cataclisma assumerà delle dimensioni tali, da far rischiare anche ai protagonisti di perdere tutto…

Adam McKay, fin qui noto soprattutto per la numerosa serie di commedie con protagonista Will Ferrell (tra le altre, i due Anchor Man e I poliziotti di riserva), mette in scena una ‘piccola guida alla crisi finanziaria globale’, mostrandoci come tutto si è generato e soprattutto come, a voler bene guardare, tutto sarebbe stato ampiamente prevedibile… o almeno, ci prova.
Il fatto è che la finanza contemporanea, anche per gli esperti del settore, è talmente complicata che riuscirla a spiegare in poche parole è impresa quanto meno ardua. Il regista ci mostra le vicende dei protagonisti (emblematica la sequenza in cui alcuni di loro si ritrovano in un comprensorio residenziale semiabbandonato: forse sarebbe bastato staccarsi dal computer e farsi un giro fuori per capire che il mercato immobiliare stava per collassare…), inserendo qua e là una sorta di ‘schede informative semplificate’, illustrate rispettivamente da Margot Robbie (attrice australiana di bel fisico e belle speranze), lo chef Anthony Bourdain e la stella del pop Selena Gomez.

Il tentativo è lodevole, tuttavia forse non sufficiente: certo lo spettatore riesce a comprendere a grandi linee quello che è successo, ma non tutto risulta chiaro… del resto, ancora oggi molti sedicenti esperti del settore ancora devono capirlo, cosa sia successo: prova ne sia che certi prodotti finanziari stanno lentamente tornando a intossicare il mercato.
La conclusione, amara, è che prima o poi tutto questo è destinato a ripetersi e che forse l’unico modo di salvarsi è leggersi tutti i giorni la pagina della Borsa (tra le righe) per cercare la prossima ‘grande scommessa’ e mettere insieme una vagonata di soldi… Il finale del film – e non a torto – suggerisce l’acqua come l’investimento sicuro del futuro…

Le vicende dei singoli si fanno seguire, si comprende alla fine di come il sistema finanziario americano fosse preda di una sorta di euforia, del tutto simile a quella che prende uno scommettitore quando imbrocca una serie di risultati consecutivi (e io so bene di cosa si tratti), che lo porta fatalmente a sottostimare i rischi e, quando arriva il momento della batosta, a prenderla bella grossa e in pieno. Si riflette, soprattutto, sul fatto che un sistema finanziario diventato così complesso e annodato su sé stesso, fosse sostanzialmente animato da persone spesso completamente prive delle più elementari competenze di base, provenienti da ambiti totalmente diversi e che alla fine riducevano il tutto alla vendita di certi prodotti lungo una sorta di catena nella quale puntualmente a restare col cerino in mano sono stati gli ultimi anelli nella catena mentre ai piani alti i veri responsabili del caos generato non hanno pagato e anzi si sono ritrovati meglio di prima… bella m***a.

Il cast di prim’ordine porta un più che discreto contributo alla causa: se Ryan Gosling svolge tutto sommato un compito di ‘ordinaria recitazione’, Christian Bale è efficace nel portare sullo schermo per l’ennesima volta un personaggio che ha delle difficoltà a relazionarsi col prossimo, mentre a offrire un’intepretazione di prim’ordine è proprio Steve Carell, sempre più lontano dalla comicità para-demenziale di un tempo e sempre più attore completo (come già dimostrato, lo scorso anno, in “Foxcatcher”).

Nota di merito per la colonna sonora e non solo per le sfuriate ‘metallare’ che commentano costantemente le vicende di Burry / Bale (e vabbè, con me si sfonda una porta aperta).

“La grande scommessa” non è un film facile, perché a non essere facile era la sfida di portare questa storia sul grande schermo: alla fine risulta una versione meno plumbea e più corrosivamente ironica di “Margin Call” di qualche anno fa (altro film che narrava i prodromi della crisi finanziaria globale), magari mescolata con “American Hustle”, col quale condivide la puntuale descrizione dello ‘spirito dei tempi’.
Un film da vedere, comunque, perché alla fine ci mostra come alla fine, buona parte dei ‘genii’ della finanza mondiale nelle mani delle quali siamo, anche se involontariamente, sia costituita da perfetti idioti.

Postilla: ho visto “La grande scommessa” all’Alcazar, per chi la conosce, una piccola sala in quel di Trastevere… con tutta probabilità, è stato anche l’ultimo film che abbia mai visto in questa sala, visto che il cinema a fine gennaio ha chiuso: la proprietà, alla fine, ha dovuto alzare bandiera bianca.
L’Alcazar si aggiunge così alla lunga lista di piccoli cinema che nel corso degli anni hanno chiuso a Roma: in ordine sparso ricordo quello che per tanti anni fu l’Esperia, poi diventato Roma, fallito dopo una breve gestione di Carlo Verdone; l’Induno (poi Sala Troisi); il Metropolitan…
Al Portuense, a un tiro di schioppo da dove abito io, resta desolatamente inutilizzato l’ex cinema Missouri.
Quando un cinema chiude, resta sempre un po’ di tristezza: specie se a chiudere sono quelle sale vecchio stampo, in cui alla cassa non c’è un vetro che sa tanto di stazione ferroviaria, in cui si va per vedere proprio ‘quel’ film e non a ca**o di cane per decidere in quale delle venti sale andare, tanto uno vale l’altro; in cui si va al cinema e basta, non pure a mangiare, comprare gadget o giocare alle slot machine; in cui, soprattutto, compri il biglietto e poi decidi tu dove ca**o sederti, senza che ci sia qualcun altro a deciderlo. A me il cinema piace così, le Las Vegas le lascio volentieri al pubblico caprone.
Purtroppo però, il pubblico caprone è la maggioranza, e quindi le Las Vegas imperano e i cinema – cinema chiudono. A Roma resistono il Greenwich, il morettiano Nuovo Sacher, l’Intrastevere, per certi versi il Quattro Fontane, il Reale, che dà pellicole ‘di cassetta’ dove nell’intervallo gira ancora l’omino delle patatine e dei gelati.
Un mondo che purtroppo va scomparendo, sostituito dalla cialtroneria delle multisale e dei nauseabondi bicchieroni extralarge di pop corn e bevande gassate, luoghi dove la gente va spesso senza manco un obbiettivo: “boh, andiamo lì e poi decidiamo”: un modo di andare al cinema che mi fa ribrezzo: io quando esco per andare al cinema so già cosa andrò a vedere e diciamo che ho già il ‘cervello predisposto’, alla commedia, al film d’autore, al cinefumetto o a quello che volete voi; uscire dal cinema e fare due passi a Testaccio o Trastevere anziché trovarmi in mezzo al nulla, o quasi.
L’Alcazar chiude; io ci andavo una – due volte l’anno; sarei potuto andare più spesso, contribuire a salvarlo? Forse si, ma io mi sento già di contribuire al ‘cinema che mi piace’ cercando di evitare il più possibile i luna park; ma questo evidentemente non basta, rispetto ad una maggioranza di spettatori che si è lasciata sedurre senza batter ciglio dalle luminarie, dai lustrini, dagli ampi parcheggi e dalla robba da magnà.

DI QUARTIERI VUOTI E SERVIZI PUBBLICI CARENTI…

Faccio parte della minoranza degli ‘smacchinati’ ovvero: dei non automuniti. Non sto qui a spiegare tutti i perchè e i percome, vi basti sapere che la mia patente pur restando nel portafoglio, una volta presa non è servita fondamentalmente a nulla. Ergo faccio parte di coloro che d’abitudine usano i mezzi pubblici.  Se vi dico che abito a Roma, suppongo possiate immaginare cosa ciò significhi. Significa – e non è la prima volta che succede – uscirsene ad esempio nel primo pomeriggio di una bella domenica mattina per andarsene al cinema… e tornarsene a casa, dopo aver aspettato i mezzi un quarto d’ora buono. Attenzione: non ho detto ‘IL’ mezzo, ho detto ‘I’ mezzi: perché alla fermata dove prendo l’auto io, passano ben quattro linee, ognuna delle quali in questo caso era utile allo scopo (tanto poi avrei dovuto cambiare, per prendere il famoso Tram 8, la cui notorietà ha talvolta oltrepassato i confini cittadini). Sono romano, so come vanno le cose; tuttavia quando mi trovo in queste situazioni allucinanti non posso fare a meno di andare fuori di testa, inveendo contro Alemanno e chi l’ha preceduto: il disastro dei mezzi pubblici a Roma è cominciato almeno 20 anni fa, ai tempi di Rutelli, ed  è proseguito allegramente con Veltroni, Alemanno diciamo che ci sta mettendo del suo, con la ciliegina sulla torta dell’aumento del prezzo del biglietto…  Non ci si abitua mai, a questa situazione. Uno potrebbe anche dire: hai voluto la bicicletta, adesso pedala, ma è un fatto che il sistema del trasporto pubblico a Roma fa schifo; se a una fermata, dove passano 4 linee, in un quarto d’ora non si vede l’ombra di un autobus, c’è qualcosa che non va, e non mi si venga a dire che  ‘è domenica’: questa storia per cui a Roma di domenica il servizio è ridotto è una delle tante prese per i fondelli ai cittadini, visto che di domenica che gente che prende i mezzi è pieno, e vi garantisco che ho visto fermate sovrafollate in attesa di un autobus… Evidentemente però Alemanno e chi l’ha preceduto i mezzi pubblici non li prendono da un pò… Alle spalle però c’è anche un altro problema: il quartiere dove vivo è il Portuense. Intendiamoci, non è un brutto quartiere: ha le sue aree verdi, ospedali a un tiro di schioppo, raramente finisce sulle prime pagine per episodi di criminalità: un quartiere ‘popolare’, ma abitato anche da professionisti. Non ci si potrebbe lamentare, se non fosse che non esistono luoghi di aggregazione, se si escludono le aree verdi di cui sopra, e quale struttura per ragazzini: non cè un cinema, non c’è un teatro (avevano provato ad aprirne uno, di quelli dedicati a produzioni di nicchia, è rapidamente fallito), non un impianto sportivo né un posto dove poter andare ascoltare la musica, non una biblioteca e non parliamo di musei, o luoghi deputati all’arte … nulla, eccezion fatta per un centro anziani,  un paio di teatrini parrocchiali, e qualche sala scommesse / slot. Per il resto, nulla di nulla. Il punto è questo: che in un quartiere (peraltro discretamente popolato) come questo ci dovrebbero essere anche impianti di questo tipo: chi la sera, o nel fine settimana, volesse andare a svagarsi, non dovrebbe essere sempre costretto a usare la macchina (che magari usa tutti i santi giorni per andare e tornare dal lavoro) o affidarsi a un trasporto pubblico i cui standard probabilmente non raggiungono quelli di tante capitali del Terzo Mondo. Insomma, mancano i luoghi di aggregazione e quando si vuole ‘evadere’, spesso non se ne ha la possibilità: se ci fosse un trasporto pubblico efficiente, anche tanti di coloro che hanno la macchina ne usufruirebbero, perché magari nel fine settimana a uno piace pure ‘essere trasportato’, anziché stressarsi ai semafori… Certi servizi ci sono ovunque, non serve andare all’estero, credo che a Firenze, Bologna, Torino, Milano, Palermo, Napoli, Bari, la situazione sia diversa… A Roma, no… il risultato? Il risultato è che il cittadino alla fine è costretto a starsene a casa, davanti al televisore,  o  a uscire per andare a giocarsi i soldi sulle partite o alle slot machine… BENVENUTI NELLA CAPITALE D’ITALIA.