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POVEROALBERT, “MA E’ TUTTO OK” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ma è tutto ok” è ciò che in genere si dice quando ‘tutto ok’ proprio non è: una frase autoconsolatoria, talvolta un modo per esorcizzare, con sé stessi e con gli altri, ciò che non va, magari rimandando questioni in sospeso, nodi da sciogliere. Il fatto è che prima o poi i nodi bisogna affrontarli e prima o poi la facciata del ‘tutto ok’ si sgretola, lasciando il posto all’espressione dei propri sentimenti repressi.

I nove pezzi (incluso l’intro strumentale) che compongono il disco d’esordio dei campani Poveroalbert arriva dopo una gavetta quasi decennale, partita sotto altro nome e con cover dei Radiohead, inizio di un flirt mai interrotto con certe sonorità d’oltremanica, un insieme di riferimenti sonori che mescola accenni a rumorismi shoegaze, sprazzi dilatati a cavallo tra il dreampop e la sperimentazione dei Mogway, allusioni più o meno marcate all’ondata neo-new wave di Interpol, Editors e soci, una spolverata di elettronica.

Il risultato è un disco che procede a cavallo tra rabbia e rassegnazione volta al disincanto; un lavoro di cui lo stesso quintetto nega la ‘tristezza’, ma che sembra portare in se la sofferenza tipica di ogni momento in cui si affrontano, tutti insieme, determinati nodi.

Una scrittura mai del tutto esplicita, che procede per idee, pensieri, appunti giustapposti, tutto incentrato sul rapporto con il sé e con gli altri, scendendo spesso sul terreno accidentato di vicende sentimentali complicate o definitivamente concluse, con consueto campionario di recriminazioni e rimpianti su cose non successe, gesti non compiuti, parole non dette, in una sorta di seduta di auto-analisi sonora.

I Poveroalbert riescono così a coniugare il bisogno di dare libero sfogo senza filtri a sentimenti dalla grana abrasiva, quasi urticante e la necessità di tradurli in una forma sonora compiuta, attraverso sintesi e compattezza (il disco non arriva alla mezz’ora di durata complessiva) in un esordio che convince.

GENOMA, “STORIES” (NEW MODEL LABEL)

Pop – rock dalle forme eleganti e modi per certi versi ‘sofisticati ‘ per questo sestetto proveniente da Ravenna.

Cinque pezzi, eseguiti usando una strumentazione non del tutto ‘canonica’: Seabord (un particolare tipo di tastiera midi, basso fretless , il violoncello di Elisa Cagnani, piano, tastiere e percussioni assortite; si rinuncia alle proverbiali chitarre: non che se ne senta la mancanza, in un lavoro tutto fondato atmosfere ovattate, con un che di sospeso, come in certi panorami seminotturni, illuminati dalla luce rarefatta dell’alba, completate dall’interpretazione di Angela Piva, che canta per lo più in inglese, ad eccezione di una parentesi in italiano.

Si respira quasi un’aria da club, da ‘fase di decompressione’ nel procedere calmo e senza sussulti di un disco dai battiti rallentati, chiuso da una cover di Atmosphere dei Joy Division quasi straniante, nel suo essere privata dei lati più sofferti, per diventare quasi un’eco distante dalla consistenza onirica; tra i pezzi originali, si fanno apprezzare ‘Pink Astronaut Story’ e il pezzo in italiano, ‘Remember Me’.

Un lavoro che appare volto – forse un filo troppo – alla ricerca di una certa perfezione formale, di una compostezza di modi il cui esito a pare a tratti forse un po’ ‘freddino’.

GIUSEPPE FIORI, “SPAZI DI VITA SCOMODI” (DISCIPLINE / AUDIOGLOBE)

Dopo aver partecipato al progetto Rezophonic (una ‘All-Star’ benefica che raccoglie nomi del calibro di Caparezza, Roy Paci e Cristina Scabbia, giunta al terzo disco) ed essere entrato a far parte degli Egokid, il ‘bassista e non solo’ Giuseppe Fiori si cimenta nella prima prova solista.

Gli “Spazi di vista scomodi” sono quelli con cui più o meno tutti prima o poi hanno a che fare: le delusioni e insoddisfazioni quotidiane, i rimpianti, il disagio più o meno accentuato derivante da modi, stili, dinamiche di vita ‘subite’ o forse ‘accettate’ fin troppo supinamente, senza dimenticare le piccole / grandi traversie sentimentali; il contrasto, in fondo, tra ciò che si è come si vive e come in fondo si vorrebbe, che spesso produce – come mostra la copertina firmata Roberta Maddalena Bireau – una mente e un’esistenza ‘a compartimenti stagni’ in cui spesso la ‘facciata’ non corrisponde all’interno.

Prima o poi i nodi vengono al pettine, qualcosa si rompe, ed è necessario pervenire a un cambiamento: la soluzione è allora la fuga, mentale o fisica, immaginaria o reale; affidarsi al Caso, abbracciare fino in fondo una scelta – in questo caso quella di suonare, allo stesso tempo giocando (partendo dal duplice significato del verbo inglese ‘to play’); e anche in questo caso, l’amore può costituire uno stimolo, una spinta verso il cambiamento.

Temi per lo più ‘universali’, almeno in questa fase ‘sociale’, in cui il senso di ‘indefinitezza’ riguarda tanti 30 – 40 enni, cresciuti più o meno loro malgrado con una certa idea di futuro… solo che quando il ‘futuro’ è arrivato, quelle ‘idee’ e quei ‘disegni’ si sono rivelati più o meno erronei.

Divagazioni socio – storiche a parte, Giuseppe Fiori dà a questi concetti una veste tendente a un rock abbastanza ‘tradizionale’, a tratti discretamente sanguigno (qua e là con qualche accentazione new wave) cercando qua e là, nello scorrere dei dieci brani presenti, di dare un certo risalto al lato cantautorale della faccenda e senza dimenticare qua e là una certa gradevolezza pop.

Coadiuvato da un manipolo di collaboratori, tra i quali Lele Battista, qui anche in veste di produttore, Andy dei Bluevertigo e il thereminista Gak Sato, già al lavoro con Vinicio Capossela, Giuseppe Fiori assembla un disco lungo il quale a tratti si cerca forse di smussare un po’ troppo certi spigoli, mentre a mostrare maggiore efficacia sono proprio i brani più ‘tirati’

CRNG, “QUALCOSA A CUI CREDERE” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quartetto fiorentino dei CRNG , che starebbe per ‘carnage’, ma intendiamoci: qui niente ‘splatter’ o sangue a fiumi…

Disco dalla lunga gestazione, iniziata addirittura prima dell’esordio, su cui ha inciso tutto ciò che è venuto dopo, soddisfazioni, delusioni, sogni realizzati, speranze rimaste in sospeso; in mezzo, una sorta di ritiro tra le montagne abruzzesi, per focalizzare meglio il tutto.

La formula è tutto sommato confermata: un rock arrembante che mescola spezie di varia provenienza, cercando magari di mollare maggiormente gli ormeggi, abbandonare i ‘rassicuranti’ lidi dei propri riferimenti – soprattutto ‘eighty’ – e cercare un’impronta stilistica maggiormente autonoma. Non che certi accenti new wave, post punk e a tratti post hardcore siano del tutto assenti, anzi; ma in questo caso si avverte la volontà di farsene meno ‘trainare’, di ‘maneggiarli’ meglio.

Undici brani: più frequenti certe ‘tirate’, compatte e decise, all’insegna dei classici ‘tre minuti o poco più’, ideali per qualche passaggio radiofonico, ma spazio anche per episodi un po’ articolati, che si prendono più tempo e danno l’idea che il gruppo quanto meno provi ad esplorare terreni un po’ meno ‘agevoli’.

Tentativi di ‘avanzamento’ che si riflettono anche sulla scrittura – nuovamente, in italiano – con testi che appaiono maggiormente improntati alla riflessione, pur conservando a tratti una certa immediatezza ‘viscerale’, pilotata da una certa ‘ansia di comunicazione’.

Molta introspezione, tra incognite e indecisioni sul futuro, la ricerca del proprio ‘posto nel mondo’ – indicativo il titolo del disco – è più che mai indicativo, che inevitabilmente coinvolge anche le relazioni personali e sentimentali.

I CRNG appaiono insomma a metà del guado: decisi a dare alla propria proposta una maggiore ‘identità’ e a dotarsi degli strumenti tecnici e creativi necessari allo scopo; un percorso ben avviato, ma con della strada ancora da fare.

TWOAS4, “MAREA GLUMA” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per la creatura del cantante e chitarrista Oscar Corsetti accompagnato da Alan Schiaretti e Luminita Ilie.

Si prendono le mosse dal precedente lavoro, “Audrey in Pain English” , e non solo da un punto di vista cronologico: la continuità, anche concettuale, è sancita dalla title – track, versione in rumeno del brano conclusivo del disco precedente.

Un lavoro che rappresenta la componente sonora di un progetto multidisciplinare che include la scrittura, attraverso il racconto incluso nel booklet, una sorta di taccuino di riflessioni e appunti ‘di vita’, forse un po’ difficile da fruire, viste la ridotta dimensione dei caratteri, e la grafica, con una serie di quadri – eseguiti con varie tecniche – che accompagnano quel testo.

Un disco stratificato, per un verso strettamente legato all’attività dal vivo della band, tra rielaborazioni del proprio repertorio, prime esecuzioni in studio di pezzi abitualmente suonati nei live e che per l’altro riprende idee e materiali anche abbastanza remoti.

Disco dalla gestazione in parte complicata – Schiaretti (batteria e tastiere) ha abbandonato il progetto, anche se dopo aver comunque suonato le proprie parti – in parte arricchita dalla partecipazione di alcuni ospiti esterni, a cominciare da Andrea Bergesio ( Ezio Bosso, Eskinzo, Marco Notari) e dal suo apporto essenziale in sede di elaborazione del materiale di partenza passando a Stefano Vivaldi, in passato bassista nei Baustelle, il cantante, musicista e videomaker londinese Jon Roseman (già al lavoro con Dylan, Rolling Stones, Queen).

Undici brani, caratterizzati da un approccio multilingue, tra inglese, italiano e il rumeno di Luminita Ilie, in cui si mescolano new wave e no wave, post punk e art rock; con un cantato che più volte si avvicina al parlato (vengono in mente i ‘soliti’ Massimo Volume e Offlaga Disco Pax) e che nel suo snodarsi trasmette l’impressione di trovarsi, più che di fronte a un semplice disco, a una sorta di installazione, di performance, in questo ricordando a tratti i primi CCCP.

Frustate elettriche, abrasioni, accenni industriali, passando per una cover obliqua di ‘I wanna be your dog degli Stooges’, e sfocando nella rilettura post apocalittica dell’’Ave Maria’ di Gounod.

Un lavoro che richiede attenzione, che tiene l’ascoltatore sulla corda, i cui mutamenti di registro linguistico costituiscono il primo elemento di stimolazione; un lavoro che vive sia nella sua autonoma identità sia nel suo essere parte del più ampio progetto che mescola suoni, parole e grafica.

VIA LATTEA, “QUESTA TERRA ” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Una band che si è data come nome ‘Via Lattea’, ma che dedica il suo primo lavoro sulla lunga distanza (preceduto da un EP omonimo lo scorso anno): forse è solo un caso, ma appare se vogliamo sintomatico: come se si assistesse dall’esterno alle vicende poco edificanti di questo pianeta, o si aspirasse in qualche modo a una dimensione ‘cosmica’ per separarsene…

‘Questa terra’ non è in effetti un posto granché ospitale, al momento: guerre, guerre e guerre, dalle quali si cerca di scappare solo per andare a sbattere contro muri d’indifferenza che non di rado si trasformano in barriere fisiche; mentre al di qua dei ‘muri’ le persone hanno a che fare con urgenze meno legate ai ‘bisogni primari’, ma che hanno più a che fare con la soddisfazione delle proprie necessità interiori, l’affermazione di sé, l’incertezza riguardo un futuro che magari almeno in parte poggiava su un ‘sogno europeo’che sta andando in frantumi e qui tutto sembra saldarsi, in ‘Questa terra’ in cui i ‘potenti’ con le proprie decisioni finiscono per condizionare non solo i grandi movimenti della ‘Storia’ e, a valle, le esistenze dei singoli.

Il quintetto senese, nato nel 2014, dà vita a un lavoro per molti versi plumbeo, che getta uno sguardo d’insieme non proprio edificante sul mondo che ci circonda; quello della Via Lattea appare essere non tanto un pessimismo cosmico, quanto una semplice presa d’atto, caratterizzata, da una profonda amarezza, come se in fondo ci si volesse chiedere come si è arrivati e cosa si potrebbe fare per cambiare la situazione, ma poi queste domande restassero sempre senza risposta, il tempo per la riflessione occupato dal continuo emergere di nuove crisi.

Un cantato – quello di Giovanni Ravanelli, qui anche alle chitarre – che per toni e timbro ricorda l’Enzo Jannacci più amaro e meno ironico, accompagna un ensemble sonoro che mescola elettricità ed elettronica, ascendenze new wave, suggestioni più genericamente rock e momenti in cui – e visto il nome non poteva essere altrimenti – la band sembra pronta a partire verso territori più ‘cosmici’.

Ulteriori chitarre, quelle di Savino Minerva e Giovanni Coiro, addensano ulteriori i suoni; Andrea Pennatini e Luca Milano danno vita ad una sezione ritmica efficace.

Disco che ci mostra una band dalle idee discretamente chiare, pur se con qualche prevedibile incertezza, nel cercare una soluzione che concili l’evocatività dei suoni e un’impronta più cantautorale.

NATURA SURF, “CONTRO NATURA” (NEW MODEL LABEL)

Prima prova discografica per il progetto nato dall’incontro del batterista Davide Miano e del trombettista (anche se qui di fiati non c’è traccia) Andrea Collini, poi rapidamente divenuto un quartetto.

Un mix di rock – dalle venature indie – e pop, sonorità sintetiche e sferzate elettroniche ad accompagnare testi dalle venature sci-fi, atmosfere oniriche, sul filo del nonsense. Dodici pezzi , a quanto suggeriscono le affermazioni della band scritti ed eseguiti in modo abbastanza istintivo, immediato, senza partire da idee troppo focalizzate, ma lasciandosi ispirare di volta in volta dall’atmosfera del momento. Si viaggia tra pop sghembo, accenni new wave, frammenti noise, suggestioni da colonna sonora da fantascienza di serie B, mentre si parla della devastazione della natura, di alieni teledipendenti, dell’idiozia dell’uomo medio, mostri direttamente usciti dagli incubi dell’infanzia. Un disco ‘strano’, per certi versi molto altalenante, in cui brani più ‘strutturati’ si alternano a pezzi che partendo da un’idea semplice (quasi banale) lì si fermano. I testi sono dominati da un susseguirsi di immagini, di suggestioni, talvolta ai limiti – e oltre – il flusso di coscienza, a tratti forse anche troppo evanescenti…

L’esito è ondivago: si ascolta questo disco una volta e ti sembra una mezza genialata, quella successiva sembra scorrere via senza sussulti, abbastanza anonimo, quella dopo ancora rivela spunti sfuggiti… come quando spinti dal solo entusiasmo ci lancia in una corsa a rotta di collo, ma dopo qualche decina di metri la mancanza di allenamento si facesse sentire.

I Natura Surf sembrano avere a loro favore una certa originalità, la predisposizione a scavallare tra i generi, un approccio alle parole non scontato e con un certo retrogusto ludico (potrebbe venire in mente il primo Tricarico, per chi se lo ricorda); le idee ci sono, l’attitudine anche, ma l’impressione è che per dargli forma compiuta e giungere a risultati apprezzabili serva maggiore rodaggio e un ulteriore accumulo di esperienza.