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DEAR, “NEW ROARING TWENTIES / HUMAN DECISION REQUIRED” (NEW MODEL LABEL)

Due dischi (da qui i due titoli), 34 tracce, quasi 160 minuti di durata.

Bastano forse questi dati a inquadrare il nuovo lavoro di Davide Riccio, alias DeaR, musicista, polistrumentista, scrittore con 40 canni di carriera alle spalle.

Una di quelle storie sconosciute, restate nell’ombra, lontano dai riflettori, eppure andate avanti per decenni.

Non un lavoro ‘facile’, perché contraddice tutti o quasi gli ‘imperativi’ odierni: nell’epoca dei brani centellinati sulle piattaforme digitali, dei dischi ‘lunghi’ fatti uscire spesso col contagocce e mille ripensamenti, della vellocità e del ‘tutto-e-subito’, il progetto DeaR è un mastodonte, un leviatano che chiede, per certi versi ‘pretende’ addirittura, l’attenzione dell’ascoltatore.

Una maratona in due parti, un esercizio di pura ‘resistenza’, una sfida con pochi compromessi, per un progetto che ci riporta – e non solo per la ‘struttura’, agli anni ’70, regno dei concept album e degli ascolti interminabili.

Decenni di acqua sono passati sotto i ponti e anche i più avvezzi, i più abituati, i più ‘aperti’ finiscono per essere in un certo senso ‘disorientati’, semplicemente perché ormai manca l’abitudine a questo tipo di progetti e insomma, non è che per esempio si ascolti tutti i giorni “Ummagumma” dei Pink Floyd.

Il piatto, oltre a essere abbondante, se non ottimo, è ben più che discreto: le suggestioni sono tante: David Bowie su tutti (fino a un pezzo esplicitamente dedicato, tra i migliori del lotto), assieme a Lou Reed, David Sylvian (anche quello di certe ‘escursioni orientali’), gli stessi Pink Floyd, mescolati con un’ampia dose di elettronica che può rimandare alle vivaci stagioni degli anni ’70 e ’80.

Su tutto si staglia la vocalità di Riccio, il cui ‘vissuto’ è evidente in ogni pezzo, restituendo intensità.

Un disco senza compromessi, un ascolto che potrà essere estremamente o all’opposto diventare addirittura estenuante, ma in ogni caso una sfida, pronta ad essere accolta da chi ha curiosità e soprattutto disponibilità a dedicare alla musica un’attenzione che vada ben oltre ciò che oggi spesso e volentieri è semplice ‘sottofondo’.

GENOMA, “MOSTRI, PARANOIE E ALTRI ACCADIMENTI” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i romagnoli Genoma: sei pezzi per un disco a metà strada tra un EP e un full length, che sancisce l’importante passaggio dall’inglese all’italiano.

Quasi una seduta di autoanalisi, a partire dal rapporto con la memoria del proprio vissuto e quello con la propria ‘anima’, che talvolta è necessario lasciare andare, forse liberandola da troppe costrizioni quotidiane, fino al confronto con le proprie fragilità, le paranoie e i ‘mostri’ del titolo che forse vanno accettati come parte di noi e con questo placati senza cercare di eliminarli a tutti i costi.

Temi tradotti in una formula sonora suggestiva, in cui la voce di Angela Piva, che può rimandare a certo cantautorato ‘intimista’ (vedi ad esempio Suzanne Vega), si accompagna ad un ensemble strumentale non scontato, privo di chitarre, in cui a prendere la scena è spesso il basso fretless di Nicola Farolfi, cui si mescolano il violoncello di Elisa Cagnani, tastiere assortite e tappeti sintetici (Enrico Coari), batteria (Stefano Lelli) e percussioni (Bobo Raggi).

Domina un’atmosfera eterea, sfumata, che a tratti sembra quasi dilavare in liquidità ambient con qualche suggestione psichedelica, nelle quali ci si lascia volentieri galleggiare.

Chiude il disco una cover di ‘Heroes’ di David Bowie, ‘azzardo’ tutto sommato riuscito.

R.I.P. DAVID BOWIE (1947 – 2016)

Inopinatamente scomparso solo pochi giorni dopo la grancassa suonata per il suo ultimo disco, che ora assume il sapore di un ‘testamento’, David Bowie è stato, almeno per me, un musicista in buona parte ‘controverso’.

Una carriera durata quasi mezzo secolo, una trentina di dischi, una mezza dozzina innalzati, giustamente, al ruolo di ‘capolavori’, altri decisamente dimenticabili, Bowie è stato una grande manager e ‘venditore’ di sé stesso.

Bowie, nel bene e nel male, ha sancito quella inscindibilità tra il ‘puro fatto musicale’ e  il contorno di immagine, costruzione del (o dei) personaggi, apparenza e via dicendo che con gli anni è diventata un tratto distintivo della ‘popular music’. Indiscutibile la sua capacità di scrivere canzoni, altrettanto indiscutibile il suo aver capito di poter fare notizia anche e soprattutto con la sua immagine e le sue ‘maschere’. Positiva se vogliamo questa sua ‘crossmedialità’ ante – litteram, decisamente negative le innumerevoli imitazioni cui ha dato luogo  lungo i decenni.

Altra questione quella della sua ‘genialità’ musicale: eccezionale anticipatore per alcuni, ‘modaiolo per altri’… Su questa ‘genialità’, ho dei dubbi: se penso alla sua mitologica ‘trilogia berlinese’, penso soprattutto all’incontro con Brian Eno, uno che forse genio può essere definito più a ragion veduta… Bowie? Più che di genio, parlerei di ‘intuito’… Bowie, più che un anticipatore, ha avuto secondo me un fiuto eccezionale nell’intuire cosa, nel mare magnum di trend – sonori e non solo -nascenti stesse per trasformarsi in moda, ed è stato bravissimo a ‘scommetterci’ su, il più delle volte azzeccandoci, spesso e volentieri finendo lui stesso per passare da anticipatore, anche se su questo, ripeto, ho qualche dubbio.

Dubbi non ce ne sono, invece, sulla capacità di applicare a certe ‘idee sonore’, capacità che gli hanno spesso e volentieri permesso di dare vita a dei capolavori; la capacità, soprattutto, di circondarsi di musicisti di livello a dare forma sonora a testi che in molte occasioni resteranno – e a ragione – nella storia del rock.

Un genio? Forse no. Un grande della storia del rock, sicuramente.