Posts Tagged ‘funk’

FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.

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ALDO BETTO WITH BLAKE C.S. FRANCHETTO & YOUSSEF AIT BOUAZZA , “SAVANA FUNK”(BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE / LIBELLULA PRESS)

A circa un anno di distanza dal lavoro d’esordio, “Musica Analoga”, secondo disco per il trio capitanato da Aldo Betto, chitarrista dalla carriera ventennale.

“Savana funk” è un titolo che già di suo suggerisce qualcosa: un incontro di mondi, una mescolanza di sapori: ed è proprio questa la ‘ragion d’essere’ delle dodici composizioni – interamente strumentali – che danno vita al disco: il continuo incrociarsi e accavallarsi di suggestioni, in uno sgargiante melting pot sonoro.

Il Jazz è il punto d’incontro per i ritmi ammiccanti del funk, con tanto di chitarre con effetto wah, wah; le assolate distese desertiche, quelle della frontiera americana o degli immensi paesaggi africani; le radici del gospel e l’estro dell’avanguardia; una spruzzata di ritmi hip hop, una manciata di ambient, una passata di rock.

Guida la variegata tinta delle chitarre di Betto, pronto a passare dalla briglia sciolta delle parentesi più ‘seventies’ a momenti all’insegna di una compostezza dall’espressione quasi ‘grave’. I bassi di Franchetto elevano la temperatura, il calore avvolgente dell’ensemble, con suoni dalla corposità quasi tangibile; la batteria di Youssef Ait Bouazza è il perfetto complemento all’insieme sonoro. Un manipolo di ospiti arricchisce la pietanza, a partire dai synth, tastiere e piano di Nicola Peruch, per arrivare alle percussioni del maliano Kalifa Kone: il trio che diviene formazione aperta, gli spazi sonori che si fanno più ampi: Nord America, Europa, Africa.

Un disco che vive su una prima parte più ‘irrequieta’, mentre sul finale lascia spazio a una maggiore ‘riflessività’, reclamando fin dalle prime note l’attenzione dell’ascoltatore,  distogliendolo da ogni altra occupazione.

BRUNO BELLISSIMO, “BRUNO BELLISSIMO” (LOCALE INTERNAZIONALE)

Musica ‘prodotta’ e strumenti ‘reali’: la dance da una parte, il funk e lo swing dall’altra: un esperimento certo già effettuato, un matrimonio non sempre riuscito.

Stavolta si cimenta nell’impresa l’italo-canadese Bruno Bellissimo, qui all’esordio sulla lunga distanza, non a caso anche per lui una curriculum più o meno equamente diviso tra la carriera di DJ e producer e quella di polistrumentista, recentemente visto come bassista nel tour di Colapesce.

Nove composizioni, nelle quali Bellissimo ha proceduto per ‘sottrazione’, andando se vogliamo a raggiungere il ‘nocciolo ritmico’ della questione: lo swing appunto, chiamando poi Gaetano Santoro (collaboratore di lungo corso di Roy Paci) al sax e il fratello gemello Bonito alle percussioni, condendo il tutto con chitarre, tastiere e una manciata di campionamenti vocali presi qua e là, più o meno a caso.

L’esito è intrigante: i rimi sono piacevoli, invitano muovere la testa su e giù o a battere il piede; il suono – e questo forse è il miglio pregio del disco – è caldo e avvolgente; pur conservando la ripetitività ipnotica tipica della musica da dancefloor, il rischio della noia (almeno per gli ascoltatori non abituali di questi lidi sonori) è in gran parte evitato.

Il gioco dei rimandi e delle suggestioni sarà certo più facile per i più avvezzi al genere; qua e là emergono appaiono emergere sprazzi dell’epoca d’oro delle sonorizzazioni cinematografiche italiane degli anni ’60 e ’70.

Il matrimonio tra ‘suonato’ e ‘prodotto’ appare insomma stavolta riuscito, per un lavoro che potrebbe riuscire gradevole anche ai non appassionati del genere.

EMILY SPORTING CLUB (NEW MODEL LABEL)

Emily Sporting ClubPartono da Pier Vittorio Tondelli, e in particolare da “Altri Libertini”, gli Emily Sporting Club, nel loro disco di esordio.

Una sorta di tributo a uno dei loro punti di riferimento, in cui lungo i nove pezzi presenti testi originali della band si mescolano a stralci dello scrittore di Correggio, in una sorta di patchwork all’insegna di una poetica volta alla ricerca del riempimento del vuoto di senso che caratterizza il minimo quotidiano, tra relazioni interpersonali – sentimentali e non – vie di fuga immaginate o concretamente tentate, aspirazioni, (ir)realizzazioni personali.

Una consistenza irregolare, scomposta e un po’ precaria come quella di un mosaico o di un puzzle, che trova una corrispondenza sonora nel mescolarsi di ispirazioni sonore anche molto lontane tra loro, dalla new wave al prog, passando per sprazzi funkeggianti, in un insieme sonoro dove l’espressione vocale occupa spesso in modo preponderante la scena, talvolta riducendo i suoni a semplice contorno, all’insegna di un’interpretazione (per lo più in italiano, ma con alcuni episodi in inglese) a tratti fin troppo enfatica.

L’esito è per molti versi contrastato: l’impressione di fondo è che si, gli Emily Sporting Club ci sappiano fare; o meglio, ci saprebbero fare: il disco mette in luce discrete doti tecniche, si intravede la capacità di mettere insieme brani anche dal discreto appeal… ma forse il risultato finale ha pagato una certa ‘foga’ dell’esordio, un’eccessiva ‘istintività’, se vogliamo.

Il quartetto sembra aver voluto mettere troppa carne al fuoco, presentare tutto e subito il proprio campionario sonoro, con un risultato spesso un po’ ondivago; e forse un lavoro che mescola testi originali a brani del proprio scrittore di riferimento è un’operazione che sarebbe meglio riuscita a un gruppo già rodato e padrone dei propri mezzi (anche soprattutto in termini di scrittura), che non a una band all’esordio.

Gli Emily Sporting Club sembrerebbero insomma avere le carte in regola per proseguire il proprio percorso, ma in questo caso hanno forse fatto il classico passo più lungo della gamba, lasciando un po’ troppo spazio all’entusiasmo e all’ambizione tipica di ogni inizio.

CESARE MALFATTI, “UNA CITTA’ ESPOSTA” (ADESIVA DISCOGRAFICA)

Sei capolavori (più uno) della storia dell’arte e sei luoghi scelti per la loro singolarità, o per il loro valore storico – culturale più recente, disseminati nel territorio milanese. I primi li ha scelti Alessandro Cremonesi, nell’ambito del progetto “Milano A Place To Be”, sorta di ‘braccio culturale’ dell’Expo all’interno del tessuto urbano milanese: sei opere, appunto, una per ogni mese di durata dell’Expo; poi, arriva l’idea di mettere in musica il tutto, coinvolgendo Cesare Malfatti (già compagno di avventure di Cremonesi nei La Crus), assieme ad un gruppo di eccellenze del cantautorato italiano contemporaneo.

Tredici brani, eseguiti da Cesare Malfatti partendo dai testi scritti da Paolo Benvegnù, Francesco Bianconi (Baustelle) e Kaballà, Luca Morino, Luca Gemma, Gianluca Massaroni, Luca Lezziero, Vincenzo Costantino Chinaski e lo stesso Alessandro Cremonesi; Cesare Malfatti interpreta e dà forma sonora ai pezzi.

Si potrebbe affermare che “Una città esposta” è un disco ‘discreto’: non nel senso del giudizio, ma in quello dell’approccio: del resto, quando si tratta di mettere in musica opere come il Cenacolo vinciano, la Pietà Rondinini, Il Bacio di Hayez o Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, non si può che farlo ‘in punta di piedi’, un po’ come il visitatore che si trova di fronte a questi capolavori.

Un disco rarefatto, in cui Malfatti più che cantare ‘sussurra’, o ‘sospira’: torna il paragone con lo spettatore che di fronte alle opere non può che esprimersi con un filo di voce, per non rompere ‘l’incanto’ della magnificenza visiva cui si trova di fronte.

Suoni sospesi tra elettricità, elettronica ed acustica: chitarre che ora tessono flebili trame, ora si esprimono attraverso sferzate elettriche, tappeti sintetici minimali con qualche vaga allusione ‘rumoristica’, una sezione ritmica in alcune parentesi composta e che procede quasi per ‘sottrazione’, ma che molto più spesso si snoda flirtando con climi funkeggianti: il contraltare ad un cantato che potrebbe definirsi quasi dimesso è insomma un campionario sonoro per lo più volto al ‘movimento’ o alla luminosità dei toni, pur mantenendo un atteggiamento ‘rispettoso’ e forse un po’ di ‘soggezione’ rispetto alle opere trattate.

Nelle parole di Benvegnù, Il Quarto Stato non può che riaffermare la propria potenza nel continuare ad essere metafora del mondo del lavoro anche oggi, ad un secolo di distanza, dove allo sfruttamento si è aggiunta la dinamica del consumo a tutti i costi; lo stesso ex-Scisma scopre il mondo di passione e sensualità celato dietro al Bacio di Hayez, mentre Francesco Bianconi assieme ai Kaballa restituisce al Concetto spaziale di Fontana la sua potenza iconoclasta e libertaria, per poi viaggiare a ritroso per 2.000 anni e dare voce ai pensieri di Gesù durante l’Ultima Cena; Luca Morino esalta la tenerezza materna della Pietà Rondanini e Alessandro Cremonesi isola nello Sposalizio della Vergine di Raffaello il carattere di evento fatidico, quasi di snodo universale.

A questi sei capisaldi si aggiunge un tuffo nella contemporaneità: quello di L.O.V.E. di Cattelan, meglio conosciuto come il ‘dito che manda affanculo la Borsa”, per Luca Lezziero simbolo di una libertà di espressione – forse – tutta da riconquistare.

E poi ci sono i ‘luoghi’, caratteristici o simbolici: le strade dedicate al figlio di Mozart od Ho Chi Minh; la dedica a Bob Noorda, olandese trapiantato a Milano, quasi dimenticato autore dei marchi Coop, Feltrinelli, Mondadori, Agip, Touring Club Italiano; la memoria del Teatro Continuo di Burri, luogo di incontro e socialità restituito recentemente alla Città, e quella del Tombon de San Marc, un bacino ormai scomparso, a quanto pare luogo prediletto dei suicidi la strenua resistenza della Cascina Campazzo, simbolo di una provincia agricola che rischia di essere soffocata dal cemento (e qui in controluce si può forse leggere una critica allo stesso Expo).

Alla fine , “Una città esposta” diventa una sorta di omaggio alla Milano migliore, quella del passato più o meno remoto, quella degli anni ruggenti delle avanguardie, quella attuale che, con un’immagine un po’ scontata, si può dire rappresenti i paradossi e i controsensi dei primi decenni del millennio.

A dirla tutta, l’Expo milanese ci aveva rotto le scatole già sei mesi prima della sua inaugurazione; ha continuato a scassarci gli zebedei anche successivamente, col suo ampio campionario di ipocrisie legate all’alimentazione e al problema del nutrimento mondiale, mentre i visitatori hanno continuato a mettersi in coda per mangiare da McDonald o al padiglione Italia, come se per mangiare ‘italiano’ si avesse avuto bisogno dell’Expo e di Eataly, come se poi un bel pezzo di pizza bianca con la mortadella assemblata all’alimentari sotto casa oltre a costare di meno, non offra maggiore godimento e non sia poi così dannosa per la salute, specie se gustata dopo essersi fatti qualche chilometro camminando o di corsa).

A parziale indennizzo di questo monumentale attentato ai nostri attributi, arriva l’ultimo lavoro di Cesare Malfatti.

MARDI GRAS, “PLAYGROUND” (AEREOSTELLA)

Al terzo disco sulla lunga distanza, i romani Mardi Gras consolidano la propria esperienza e fissano la propria impronta stilistica: un rock dalla forte impronta chitarristica, frutto dell’apprendimento della lezione dei maestri d’oltreoceano, ma che non dimentica del tutto le radici del folk irlandese, primo punto di riferimento, qui rappresentate dalla collaborazione con Mundy, uno dei songwriter di punta dell’attuale scena dell’Isola di Smeraldo.

Il ‘campo da gioco’ dei Mardi Gras è corposo: 14 brani (cantati in inglese) per oltre un’ora di durata, trainati dall’interpretazione vocale di Claudia Loddo e dalle corpose chitarre di Simone Sammarone (elettrica) Fabrizio Fontanelli (acustica), a cavallo tra hard rock, AOR, ispirazioni country e qualche suggestione ‘metallara’.

A dispetto del titolo, il sestetto capitolino confeziona un lavoro sui cui è posato un alone di tristezza e di rimpianto: il tema ricorrente è quello dell’amore infelice, perché finito male o finito e basta, perché in una fase burrascosa, perché lontano o perché caduto in oscuro abisso di violenza.

Ci si guarda dentro, cercando di tracciare i contorni della propria identità; ci si guarda intorno, giunti a un punto cruciale della propria esistenza; ci si guarda alle spalle, quando coscienti di essere giunti al termine della propria vicenda terrena, buttando uno sguardo sul percorso compiuto.

Dr.Jekyll e Mr Hyde, John Fante, i Vangeli tradotti dai monaci irlandesi, allusioni a Foscolo e citazioni dei “Superamici” degli anni ’80, all’insegna del classico immaginario che mescola cultura ‘alta’ e ‘popular’, sacro e profano, inserendo con ‘Are we ready for the sun’, una parentesi di sensibilità ecologista.

Un piatto ottimo e abbondante, si potrebbe dire, anche se alla lunga il ricorso alla classica forma della ‘ballad’, per quanto corroborata da momenti di più spiccata personalità, appare un po’ troppo insistito: tirando le somme i momenti migliori finiscono per essere quelli che più si distanziano dal mood dominante del disco: l’escursione ‘metallica’ di ‘Painlover’ e il trascinante groove funk di “Superfriends’.

Nonostante qualche calo di tensione, comprensibile in oltre una dozzina di brani, “Playground” ci dà la conferma di un gruppo in salute, tra le proposte più interessanti del panorama rock capitolino.

LESIGARETTE!!, “2+2=8” (AUTOPRODOTTO /ZIMBALAM)

2+2=8: la vita non è una scienza esatta e quando si trova un momento per fare i conti, raramente questi tornano. Spesso costretti a fare i conti con situazioni spiacevoli – riti, etichette, consuetudini – anche in quel mondo musicale spesso visto dall’esterno come il classico ‘paradiso di libertà artistica’, con vite stressanti attraverso le quali ci si deve barcamenare come dei funamboli, col rischio di vivere esistenze ai limiti – ed oltre – la nevrosi, la via per la salvezza risiede nei rari momenti in cui ci si riesce a tagliare attimi di serenità (magari al mare), in aneliti naturalistici (vivere come un albero), o più semplicemente nel fare definitivamente i conti con sé stessi, cercando magari approcci differenti, più rilassati e ironici all’esistenza.

Jacopo dell’Abate e Lorenzo Lemme la strada dell’ironia l’hanno scelta fin da quando hanno battezzato il proprio progetto musicale: il secondo frega le sigarette al primo, che tra l’altro vuole smettere, l’esclamazione è la prevedibile conseguenza: LeSigarette!! Il duo romano, voci, chitarra e batteria, dà vita ad un disco essenziale quanto virulento: nevrotico come la vita quotidiana, all’insegna di un post-hardcore dai ritmi frastagliati, che procede continuamente a strattoni, tra episodi debordanti e parentesi più dilatate, ascendenze funk e momenti dalla consistenza metallica. Essenziale nella strumentazione, arrembante negli esiti: sono in due e fanno casino per quattro…

Un lavoro ironico, che prende di mira le piccole – grandi psicopatologie della vita quotidiana, dando la sua personale lettura del classico tema del quanto tempo si perda appresso a futilità, quanto ci si roda il fegato appresso a problemi tutto sommato superflui… la migliore arma di difesa è prendere atto di quanto tutto ciò sia inutile e farci una risata sopra, magari sbraitando dietro ad un microfono e maltrattando gli strumenti.