Posts Tagged ‘ambient’

JURI, “ESTETICA” (NEW MODEL LABEL – CONSORZIO ZDB)

‘Estetica’ come ‘esperienza emotiva’, in contrapposizione al, concetto oggi prevalente, di puro insieme di ‘dati formali’.

I non avvezzi alla filosofia potranno trovare ostico il concetto, tuttavia ogni tanto c’è anche bisogno che qualcuno rifletta sulle motivazioni del ‘fare musica’.

È il caso di Juri Panizzi, chitarrista e compositore con vari progetti e collaborazioni all’attivo (tra cui Gianni Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso).

Qui lo troviamo in quattro lunghe composizioni (in un caso si superano i 14 minuti ( per chitarra solista – elettrica e acustica – con isolati inserti si synth e piano, il ricorso alla loop station, l’utilizzo di registrazioni ‘d’ambiente’.

Varie le suggestioni di partenza: l’abbandono della macchina per immergersi nella natura, la forza dirompente del sopraggiungere di un’idea, la necessità che a volte si presenta di un taglio netto col passato e una storia d’amore, ispirata a “La leggenda di Olaf” di Roberto Vecchioni.

Disco dilatato, ‘ambient’ è termine abbastanza immediato, con allusioni blues e qualche reminiscenza prog.

Varie soluzioni tecniche – l’uso dell’archetto, l’alternanza tra i canali stereo, il ricorso ad accordature alternative – accrescono la varietà della grana sonora del disco.

Uno di quei lavori dai quali lasciarsi avvolgere ancora più che in altre occasioni, anche per dare compiutezza all’obbiettivo di ‘esperienza estetica’ voluto dall’autore.

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FALLEN, “WHEN THE LIGHT WENT OUT” (ROHS! RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, già attivo in passato col nome di The Child Of A Creek.

Le sei composizioni, che proseguono il discorso dei precedenti dischi, sono stavolta ispirate dalla paura del cambiamento, dalla tendenza umana a scegliere la via più facile…

Il titolo del disco offre un’idea dei contenuti di un lavoro che, come i precedenti si fonda su atmosfere notturne, silenziose, sospese.

Il campionario sonoro, tra piano, tastiere, elettronica, rumori di ‘ambiente’, dà vita a composizioni attitudine quasi ‘cinematografica’ (viene in mente, a tratti, Vangelis), che guardano allo stesso tempo ai ‘padri nobili’ dell’impressionismo classico.

Evocativo.

DANIELE BOGON,”17 ENCORES” (NEW MODEL LABEL)

Riedizione ampliata dell’esordio da solista del compositore padovano, dopo precedenti esperienze post-rock, uscito lo scorso anno solo in digitale, a nome Alley.

Stavolta Bogon si presenta col suo nome e arricchisce la versione ‘fisica’ del lavoro con cinque pezzi, quindici il totale.

Siamo dalle parti della musica d’ambiente, delle rarefazioni, dei tappeti sonori e delle suggestioni cinematografiche, costruzione di scenari, immersioni oniriche, melodie spesso appena accennate o comunque evanescenti affidate al pianoforte, o all’intervento di qualche arco, il resto tutto affidato alla costruzione di sfondi e sottofondi attraverso l’ampio uso di synth e il ricorso, non esagerato, all’elettronica.

Il risultato è, come spesso avviene in questi casi, suggestivo: certo è difficile offrire qualcosa di originale a un genere che, con i dovuti distinguo, può farsi risalire a Satie e Debussy, e che forse più di altri vive sull’incontro con la ‘disposizione d’animo’ dell’ascoltatore: musica d’ambiente, ma non di sottofondo, che richiede la disponibilità a farsene avvolgere…

 

 

 

 

 

 

ALBERTO NEMO, “DANTE VS NEMO” (NEW MODEL LABEL)

La sfida stavolta è di quelle ‘toste’: il confronto addirittura col padre della letteratura italiana, il ‘Sommo Vate’, Dante Alighieri e con la sua ‘Commedia’.

Alberto Nemo, ascendenze tra ‘dark’ ed elettronica, al quarto capitolo della propria biografia sonora compie un deciso passo in avanti costruendo un progetto ambizioso e allo stesso tempo emotivamente intenso.

Sei pezzi, ispirati ad altrettanti passi dell’opus magnum di Dante (quattro dall’Inferno), recitati nelle aperture da Marino Bellini.

Composizioni che riecheggiano atmosfere liturgiche, il canto gregoriano, gli inni sacri; un cantato dolente, sofferente, dai toni lirici, cui contribuiscono le voci di Sephine Llo e Claudia Is On The Sofa (Claudia Ferretti).

La grana sonora è più che mai rarefatta, dilatata, tra flebili tessiture di chitarra, echi di percussioni, sonorità d’ambiente che costruiscono scenari onirici come non poteva essere altrimenti, trattandosi della Divina Commedia.

Un dipinto di un altro ‘Dante’, Gabriel Rossetti, introduce un lavoro che ha già ottenuto i favori della critica (il brano di apertura, ‘Ancora’, ha ottenuto il “Premio Musicultura”), che offre un ascolto non agevole, che getta lo sguardo verso la cosiddetta ‘musica colta’, e che risulterà per i più curiosi un esperienza stimolante.

 

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.

FALLEN, “TOUT EST SILENCIEUX” (TRIPLE MOON RECORDS)

Beh, di certo non si può dire che ‘Fallen’ (già conosciuto come The Child Of A Creek) sia uno che se ne sta con le mani in mano, dato che è giunto al terzo lavoro in pochi mesi…

Stavolta, ‘tutto è silenzioso’: momenti di pace e tranquillità che, almeno leggendo le note, sono stati più che mai desiderati un periodo di grandi cambiamenti per l’autore.

La formula è quella a cui ‘Fallen’ ci ha abituato: composizioni – stavolta, sei, tutti i titoli in francese (forse chissà, a rievocare la stagione dell’impressionismo francese, Debussy, Satie…) – in cui strati sintetici fanno da supporto a labili trame di piano e chitarra, su uno sfondo continuamente variato dall’entrata di suoni d’ambiente: scricchiolii, crepitii, sciabordii. Insieme al solito suggestivo, onirico, a tratti quasi ipnotico.

Un disco che troppo facilmente potrebbe dirsi notturno, ma che in fondo fin dal titolo si propone come possibile sfondo alle parentesi silenziose che ognuno può trovare lungo lo scorrere di esistenze a volte volutamente fin troppo frenetiche.

FALLEN, “GLIMPSES” (CATHEDRAL TRANSMISSION)

Nuovo lavoro per il progetto Fallen, che dal 2015 ha proseguito il discorso cominciato dallo stesso autore con lo pseudonimo di The Child of A Creek.

Disco registrato per lo più in notturna, facendosi suggestionare dal clima esterno o dal fluire dei propri pensieri, “Glimpses”, come buona parte dei suoi predecessori è tutto giocato su atmosfere sospese e oniriche, sonorità dilatate, ambient e minimalismo.

Otto composizioni in cui chitarre dalle trame evanescenti, piano , celesta e sintetizzatori assortiti si mescolano a echi, scricchiolii, forse l’evocazione del picchiettare della pioggia sui vetri.

Come i suoi predecessori, anche “Glimpses” è un disco tutto affidato all’evocazione, che lascia all’ascoltatore il compito di ‘riempirlo’ di dargli un senso facendosene avvolgere e permettendo così di emergere al proprio personale vissuto, con riflessioni, pensieri e ricordi, magari sorseggiando un the in piena notte, volgendo lo sguardo verso il mondo circostante.