Posts Tagged ‘psichedelia’

ELECTRIC CIRCUS, “CANICOLA” (NEW MODEL LABEL)

A voler cercare ‘simboli’ e significati nascosti ovunque, il fatto che a dedicare un disco alla ‘canícola’, intesa come il classico caldo agostano (con l’aggiunta dei significati ‘mistici’ attribuitigli dalle popolazioni antiche, dagli Egizi ai Romani) sia una jazz band originaria di Arco, provincia di Trento (non un posto eccezionalmente caldo, nemmeno in tempi di cambiamento climatico), offre una bella dose di spunti…

Forse, più semplicemente, il calore è quello che si respira lungo le undici composizioni – interamente strumentali – che compongono la terza uscita discografica della band, dopo un EP e un progetto interdisciplinare, in cui la musica incontrava le opere di una serie di artisti grafici / visuali.

È indubbio che il gruppo il caldo lo ‘vada a cercare’: anche solo scorrendo i titoli, si traccia una sorta di viaggi nei territori ‘caldi’: dall’Africa al Sud America fino alla Florida.

Il quintetto (nato come trio) si muove negli ampi spazi delle contaminazioni etnico-elettriche del jazz, con esiti spesso dilatati, l’idea del respiro un po’ affannato delle camminate sotto al sole o sulla sabbia, o della semplice ‘meditazione’ e ‘liberazione’ della mente di fronte al mare, fino a lambire i territori del sogno, con accenti psichedelici… Senza farsi mancare episodi più ‘accesi’, vaghe suggestioni rock o schegge (quasi) ‘impazzite’, parentesi blues, e una bella dose di funk, in un disco fortemente connotato da sapori mediterranei e cosparso di spezie prese qua e là per il globo.

Un lavoro che di volta in volta invita alla riflessione, ai ritmi lenti, ma anche al muoversi a lasciarsi andare muovendosi seguendo i suoni…

Coinvolgente.

FRANCESCO MASCIO, “WU WAY” (NEW MODEL LABEL / FILIBUSTA RECORDS)

Classe ’81, laziale di Cassino, Francesco Mascio ha già compiuto un bel pezzo di strada assieme alle sue chitarre, accompagnando jazzisti del calibro di Tony Monaco, Fabrizio Bosso e Flavio Boltro e nel contempo portando avanti un’attività solista che ha già qualche sviluppo discografico all’attivo.

Il titolo del più recente, “Wu Way” è ispirato al concetto taoista di ‘Wu Wey’, una sorta di ‘inazione costruttiva’, volta alla riflessione e all’autoconsapevolezza.

Nove composizioni per chitarra solista, acustica ed elettrica (senza sovraincisioni, si sottolinea), a cavallo tra oriente e occidente, tra sonorità vicine a quelle del sitar (in episodi la cui matrice indiana è rafforzata dall’accompagnamento di percussioni caratteristiche) e sviluppi più vicini al jazz o alla musica da film.

Il mood è, prevedibilmente, improntato alla tranquillità, alla riflessione, con episodi che, se non ‘psichedelici’ in senso stretto, avvolgono comunque l’ascoltatore in atmosfere oniriche. Non mancano comunque capitoli più vivaci, in cui si fa più marcata l’impronta del jazz elettrico.

I pochi ospiti – Sanjay Kansa Banik alle percussioni, Gabriele Coen al sax soprano, Susanna Stivali nell’unico episodio in cui è presente la voce, pur con un’attitudine ‘strumentale’ – contribuiscono episodicamente ad arricchire un percorso sonoro esplicitamente mirato a stimolare riflessione e interiorità, ma che qua e là si colora di toni più vividi, perché in fondo ogni tanto c’è bisogno di ‘sgranchirsi’…

ARCANO 16, “XVI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Il nome – e il titolo del disco – l’hanno preso dai Tarocchi (il XVI Arcano – per chi se ne intende – è La Torre).

Questa del quartetto piemontese, qui al primo disco, così come la copertina, sembra rimandare vagamente al filone del prog italiano degli anni ’70, e in effetti qualcosa di ‘progressivo’, nei dieci pezzi presenti, si intravede, o meglio: ‘intrasente’.

Intendiamoci: nessuna ‘suite’ di stampo classico, né voli pindarici di sperimentazione; semmai una certa attitudine alla ‘complicazione’, alla non linearità di brani che si svolgono all’insegna di continui cambi di umore e andamento, con un alternarsi di quiete e ira non così prevedibile.

Non viene lasciata fuori dalla porta una certa sensibilità pop che permette alla band, pur in una proposta non certamente ‘easy listening’ , di mantenere vivo il contatto con l’ascoltatore.

Un disco dai tratti psichedelici, schegge di furore elettrico, elettronica post-industriale, parole spesso gridate a dare voce a incomunicabilità e disorientamento, in quello che alla fine risulta uno strano ibrido, come se il Bugo degli inizi avesse guidato i primi Bluvertigo.

Lavoro obliquo, che procede per vie traverse, preferendo vicoli dal fondo sconnesso e le mura sbrecciate a strade lastricate di fresco.

Proposta che incuriosisce e si fa apprezzare in questo suo voler evitare percorsi ‘facili’.

DANIELE CASTELLANI, “ARRIVEDERCI EMILIA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo alcune esperienze in un paio di band, Daniele Castellani emiliano di Scandiano (RE) si cimenta col suo primo disco solista.

Sette pezzi (tra cui uno strumentale) scelti tra la produzione non troppo ampia di un autore che “scrive solo quando ha qualcosa da dire”, in cui prevale l’elemento biografico, tra ricordi d’infanzia, riflessioni su momenti di crescita, il progressivo mutamento del paesaggio (fisico, ma forse anche umano), le immancabili traversie sentimentali…

Lo sguardo appare disincantato, velato di un’ironia che sfiora il cinismo, sotto traccia forse un filo di rabbia, l’ombra di certi rimpianti e recriminazioni, con modi che a tratti possono ricordare Ivan Graziani.

Interessante l’aspetto sonoro della faccenda, all’insegna di un rock che cercando di evitare certe scelte ‘scontate’ (dopo tutto, siamo sempre in Emilia), finisce per rifugiarsi negli anni ’70 e nei primi ’80, tra vaghi richiami prog, allusioni psichedeliche, accenni reggae.

SAVANA FUNK, “BRING IN THE NEW” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Terzo disco per il progetto portato avanti da Aldo Betto (chitarra), Blake C. S. Franchetto (basso) e Youssef Ait Bouazza(batteria e percussioni), con l’apporto – pur se solo in alcuni degli otto pezzi presenti – della voce di Chris Costa, ed è la novità più importante rispetto a una formula che rimane comunque saldamente ancorata alla sola espressione strumentale.

La proposta resta quella evocata dal nome del progetto: una sorta di ‘funk da spazi aperti’, che parte dal consueto inesausto pulsare del basso, accompagnato da chitarre che, conservando anch’esse un sapore tipicamente seventies, lanciano flirt con l’hard rock, a volte andando a lambire territori prog o space, accennando derive psichedeliche o escursioni in territori blues; resta costante, sotto traccia, l’attitudine jazzistica per le svolte improvvise, né si rinuncia a una corposa componente etnica, tra spezie mediterranee, africane e caraibiche, fino a sfioramenti dub.

Il pasto è insomma ottimo e abbondante, le portate dense di sapori, per un disco che sa rivelare a ogni ascolto dettagli precedentemente sfuggiti.

ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

CUBE, “CUBE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per i catanesi Cube, nati dalla precedente esperienza degli Stereonoises: sostanzialmente un duo, formato da Andrea Di Biasi, autore di testi e musiche, nonché voce del gruppo, e Antonio Gangemi; il primo, artefice della consistente componente elettronica, il secondo a occuparsi di batterie e percussioni; con loro, un manipolo di musicisti ‘ospiti’, chiamati a curare chitarre e bassi.

Un disco gradevole, pur nel suo evidente ripercorrere strade ampiamente battute: dall’elettropop degli anni ’80, al matrimonio – celebrato soprattutto in quel di Manchester – tra rock e dance, con qualche accenno di psichedelia.

Efficace la scelta di giostrare tra italiano e inglese, con una scrittura per lo più volta all’introspezione e ai rapporti sentimentali; mood per lo più malinconico, senza esagerazioni e comunque accompagnato da una certa vivacità nei suoni.

Un disco che si lascia ascoltare, pur con qualche incertezza, forse ancora troppo vincolato alle band di riferimento, ma che comunque presenta un gruppo con delle potenzialità.