Posts Tagged ‘psichedelia’

ECHO ATOM, “REDEMPTION EP” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per questo trio della Provincia di Roma, che nella struttura e nei suoni sembra, almeno in parte, voler rinverdire i fasti di una certa tradizione degli anni ’70.

Il termine, che può entusiasmare o far venire l’orticaria è: progressive. Le cinque tracce, interamente strumentali, che finiscono per essere ‘micromovimenti’ di un’unica ‘suite’; la formazione ‘canonica’ – chitarra, basso, batteri – va a dipingere uno scenario ‘coerente’, un flusso che si sussegue ininterrotto, dai tratti fortemente onirici, spesso psichedelici; lontano da certi eccessi virtuosistici, il progetto Echo Atom può ricordare certe evoluzioni del genere a cavallo degli anni ’80 e ’90 (leggi alla voce: Porcupine Tree), oltre che quel ‘calderone’ nel quale nel decennio successivo venne buttato praticamente chiunque cercasse di andare un filo oltre il ‘consueto’ e che andò sotto il nome di ‘post-rock’.

Una proposta affascinante, nel suo andare fuori dalle mode e dai ‘tempi correnti’, forse per cercare qualcosa di meno ‘immediato’, ma con radici più solide nei suoni e nelle idee.

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GENOMA, “MOSTRI, PARANOIE E ALTRI ACCADIMENTI” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i romagnoli Genoma: sei pezzi per un disco a metà strada tra un EP e un full length, che sancisce l’importante passaggio dall’inglese all’italiano.

Quasi una seduta di autoanalisi, a partire dal rapporto con la memoria del proprio vissuto e quello con la propria ‘anima’, che talvolta è necessario lasciare andare, forse liberandola da troppe costrizioni quotidiane, fino al confronto con le proprie fragilità, le paranoie e i ‘mostri’ del titolo che forse vanno accettati come parte di noi e con questo placati senza cercare di eliminarli a tutti i costi.

Temi tradotti in una formula sonora suggestiva, in cui la voce di Angela Piva, che può rimandare a certo cantautorato ‘intimista’ (vedi ad esempio Suzanne Vega), si accompagna ad un ensemble strumentale non scontato, privo di chitarre, in cui a prendere la scena è spesso il basso fretless di Nicola Farolfi, cui si mescolano il violoncello di Elisa Cagnani, tastiere assortite e tappeti sintetici (Enrico Coari), batteria (Stefano Lelli) e percussioni (Bobo Raggi).

Domina un’atmosfera eterea, sfumata, che a tratti sembra quasi dilavare in liquidità ambient con qualche suggestione psichedelica, nelle quali ci si lascia volentieri galleggiare.

Chiude il disco una cover di ‘Heroes’ di David Bowie, ‘azzardo’ tutto sommato riuscito.

SNOWAPPLE, “WEXICO” (AUTOPRODOTTO)

Prendete tre ragazze olandesi con trascorsi tra lirica, jazz e gospel; portatele al sole del Messico, facendole incontrare con le sgargianti tinte sonore del luogo: se riuscite a immaginare questo matrimonio sonoro, riuscirete a farvi un’idea delle Snowapple, qui al quarto capitolo della loro vicenda discografica.

Otto pezzi dalla consistenza cangiante, con suoni certo fermamente radicati nella tradizione messicana (qualche suggestione rock,vagamente indie e psichedelica) tra percussioni, qualche ‘corda’ e occasionali fiati facenti alla musica popolare del luogo, ma che si mescolano con un cantato (tra inglese e spagnolo) frutto delle diverse esperienze delle tre, tra cori con qualche accento spiritual, eleganza jazz, spunti da trio vocale anni ’40 e qua e là qualche acuto ‘lirico’.

Il risultato è divertente, coinvolgente, all’insegna di toni accesi, ma senza negarsi qualche episodio più riflessivo, e parentesi quasi esclusivamente cantate ‘a capella’.

Un disco per lo più allegro, i cui ritmi ‘saltellanti’, da orchestrina mariachi e la cui luminosità fanno quasi spontaneamente nascere un sorriso.

STATE LIQUOR STORE, “NIGHTFALL AND AURORA” (LIBELLULA DISCHI)

Nati nel 2013, gli State Liquor Store giungono al traguardo del primo disco sulla lunga distanza dopo varie vicissitudini, tra attività dal vivo, cambi di formazione e la pubblicazione di un EP.

“Nightfall and Aurora” ci porta nei territori di quella che da ormai almeno un decennio è stata battezzata ‘americana’: ovvero la rilettura, attualizzata nei suoni, dell’ampio patrimonio folk / country e popolare d’oltreoceano. Tendenza che ben presto ha varcato i confini americani, come mostrano anche gli State Liquor Store.

Le nove tracce presenti sono dominate dalla presenza piena, corposa, densa delle chitarre, con toni sgargianti e suggestioni assolate, la sezione ritmica a fare da contorno solido sullo sfondo e un cantato vivace, pur senza eccessi, che contribuisce alla grande sensazione di vitalità trasmessa nel corso di tutto il disco.

Come in certa tradizionale letteratura americana, è un disco di storie, pur se solo abbozzate, di emozioni, di personaggi, idealmente incrociati percorrendo gli spazi sconfinati come quello che domina la copertina.

Un rock che trae linfa dalla tradizione, ma non rinuncia a usare riferimenti pi recenti, tra episodi che possono ricordare i primi REM e qualche accento psichedelico, per un lavoro che a tratti assume tinte vagamente oniriche.

Un esordio efficace, per una band che può conquistare.

SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

FENRIVER, Δ EP – RIVERWEED, FULL MOON EP (NEW MODEL LABEL)

Raramente recensisco Ep: pur essendo talvolta efficaci ‘biglietti da visita’, più spesso finiscono per non esaurire le idee di band o singoli: magari si grida al miracolo per pochi pezzi, quando poi sulla lunga distanza non si regge, o all’opposto ci si accorge che un pugno di brani poco convincenti nascondeva invece ben più spiccate qualità.

Stavolta, tuttavia, mi sono trovato di fronte ai brevi lavori di due gruppi simili come suono e ispirazione e allora ho optato per i classici ‘due piccioni con una fava’.

Iniziamo dai Fenriver, che nel nome e nel titolo del disco, “Δ”, omaggiano le loro origini, appunto quelle del ‘delta’ del Po.

Quattro brani ariosi, arrembanti, con evidenti richiami al rock ‘alternativo’ dei ’90, da quello più conosciuto di Seattle (leggi alla voce: Soundgarden) a quello più di nicchia, con lo stoner rock di Kyuss e simili e ascendenze che ovviamente salgono su fino ai Black Sabbath , ‘padri putativi’ di entrambi, all’insegna di sonorità spesso ‘metalliche’, suggestioni psichedeliche, sprazzi hardcore, riuscendo ad essere efficaci anche quando si sceglie il cantato in italiano. Quattro brani non sono certamente sufficienti a dare la dimensione esatta di una band, si aspetta quindi una prova più ampia per una più compiuta impressione.

I Riverweed – anche qui casualmente c’è di mezzo un fiume – vengono da Sile (provincia di Treviso) e sono in due: Alessandro Cocchetto e Filippo Ceron: elemento distintivo, e non potrebbe essere altrimenti, vista la struttura, ridotta all’essenziale, è un suono compatto, per certi versi scarno: monolitico, talvolta ipnotico, ma allo stesso tempo granitico: la migliore qualità del duo, che riesce a produrre un volume sonoro degno di una formazione a più elementi.

I sei brani di “Full Moon”, cantati in inglese, affondano le radici nell’hard rock lisergico, denso e ruvido degli anni ’60 e ’70, ricordando magari band come i Blue Cheer, un blues trasfigurato attraverso una consistenza scabra e sonorità sabbiose, con una certa quota di acidità.

Il disco ovviamente risente anche di influenze più recenti, ascrivibili a certo indie / alternative rock degli anni ’90 e successivi, con qualche accento noise, climi ‘desertici’.

Lavoro nel complesso convincente, che lascia intatta la curiosità per una prova su una più lunga distanza.

NEUROMANT, “CYBERBIRDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Primo full length per i Neuromant, da Cannara (PG), già autori di un EP – “Commodore 64” – un paio di anni fa.

Titolo e nome della band lasciano almeno in buona parte pochi dubbi su climi, atmosfere e intenzioni del quartetto umbro: le coordinate ‘ideali’ del gruppo si fissano nei territori cyberpunk di William Gibson (il cui “Negromante” è riferimento diretto per il titolo del disco), nelle distopie di Philip Dick, nella fantascienza ‘sociologica’ di J. G. Ballard.

I ‘cyberbirds’ del titolo seguono la direzione dello ‘stormo’: cosa che in fondo fanno anche gli uccelli normali, ma in questo la differenza risiede nella ‘meccanicità e ripetitività’ del gesto, più che nell’istinto di sopravvivenza del gruppo. Una metafora dell’umanità dei tempi attuali, in particolar modo applicata alla pervasività del progresso tecnologico, la perdita d’identità del singolo, il rapporto conflittuale e per certi versi deleterio con la natura.

Così, se la ‘gente comune’ si divide tra chi si aggrega volentieri alla massa, finendo per disumanizzarsi (‘Emptiness’) , chi cede al conflitto interiore finendo preda delle proprie nevrosi (‘All the crazy voices)’ e chi cerca una strada per la salvezza, sia essa l’isolamento del mondo, con un’allegorica fuga nella profondità marine (‘Penguin’s Parade’), un tortuoso percorso di apprendimento ed evoluzione interiore (‘Cold wind fat world’) o la valorizzazione di ciò che, soprattutto nei legami affettivi, apparentemente privo d’importanza, la rivela solo una volta che lo si è perso (‘Lullabye’).

I Neuromant danno forma sonora al proprio bagaglio di idee in dieci brani, riconducibili al lato più riflessivo del brit pop: per chi se li ricorda, potrebbero venire in mente gli Embrace, anche se prevedibilmente il tentativo di cercare una maggiore profondità e articolazione stilistica porta prevedibilmente a incrociare i Radiohead.

Nonostante i riferimenti ‘cyber’ le derive psichedeliche, per quanto poco più che accennate, sono più frequenti rispetto alle atmosfere sintetiche, così come le parentesi più accorate e intense, prevalgono sulle parentesi post – industriali. L’esito è un disco che rivela tra le sue pieghe alcune idee interessanti e potenzialità da sviluppare da parte di una band che, ancora all’inizio del percorso, deve ancora inquadrare definitivamente il proprio stile.