Posts Tagged ‘psichedelia’

NEUROMANT, “CYBERBIRDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Primo full length per i Neuromant, da Cannara (PG), già autori di un EP – “Commodore 64” – un paio di anni fa.

Titolo e nome della band lasciano almeno in buona parte pochi dubbi su climi, atmosfere e intenzioni del quartetto umbro: le coordinate ‘ideali’ del gruppo si fissano nei territori cyberpunk di William Gibson (il cui “Negromante” è riferimento diretto per il titolo del disco), nelle distopie di Philip Dick, nella fantascienza ‘sociologica’ di J. G. Ballard.

I ‘cyberbirds’ del titolo seguono la direzione dello ‘stormo’: cosa che in fondo fanno anche gli uccelli normali, ma in questo la differenza risiede nella ‘meccanicità e ripetitività’ del gesto, più che nell’istinto di sopravvivenza del gruppo. Una metafora dell’umanità dei tempi attuali, in particolar modo applicata alla pervasività del progresso tecnologico, la perdita d’identità del singolo, il rapporto conflittuale e per certi versi deleterio con la natura.

Così, se la ‘gente comune’ si divide tra chi si aggrega volentieri alla massa, finendo per disumanizzarsi (‘Emptiness’) , chi cede al conflitto interiore finendo preda delle proprie nevrosi (‘All the crazy voices)’ e chi cerca una strada per la salvezza, sia essa l’isolamento del mondo, con un’allegorica fuga nella profondità marine (‘Penguin’s Parade’), un tortuoso percorso di apprendimento ed evoluzione interiore (‘Cold wind fat world’) o la valorizzazione di ciò che, soprattutto nei legami affettivi, apparentemente privo d’importanza, la rivela solo una volta che lo si è perso (‘Lullabye’).

I Neuromant danno forma sonora al proprio bagaglio di idee in dieci brani, riconducibili al lato più riflessivo del brit pop: per chi se li ricorda, potrebbero venire in mente gli Embrace, anche se prevedibilmente il tentativo di cercare una maggiore profondità e articolazione stilistica porta prevedibilmente a incrociare i Radiohead.

Nonostante i riferimenti ‘cyber’ le derive psichedeliche, per quanto poco più che accennate, sono più frequenti rispetto alle atmosfere sintetiche, così come le parentesi più accorate e intense, prevalgono sulle parentesi post – industriali. L’esito è un disco che rivela tra le sue pieghe alcune idee interessanti e potenzialità da sviluppare da parte di una band che, ancora all’inizio del percorso, deve ancora inquadrare definitivamente il proprio stile.

VOLEMIA, “EH?” (NEW MODEL LABEL)

Una botta di arrembante ardore sonoro: è quella ci sferrano i tre giovani varesini Volemia, tre ventenni o giù di lì che suonano insieme da quando erano poco più che ragazzini.

Dieci brani, per poco meno di una quarantina di minuti, in cui i nostri danno libero sfogo all’energia e alla sfrontatezza dei vent’anni, attingendo a piene mani dal repertorio grunge / noise degli anni ’90, affiancato a parentesi più orientate al metal e di qualche vago sprazzo psichedelico, e fa una certa impressione pensare come band che all’epoca davano l’idea di una ‘novità’, oggi siano entrate a far parte del ‘materiale d’archivio’ al quale ispirarsi…

Un lavoro tutto costruito sui muri sonori delle chitarre, sostenute da una sezione ritmica compatta che svolge efficacemente il suo compito di ‘rinforzo’.

Testi interpretati con una foga che tradisce l’urgenza tipica di una certa età, costruiti su un affastellarsi di impressioni, immagini, considerazioni sparse, anch’esse all’insegna più di una certa ansia di comunicazione.

Un tipico disco d’esordio, insomma, che colpisce positivamente per la capacità del trio di sviluppare un sostanzioso volume sonoro, offrendo all’ascolto una ‘tirata’ senza pause; per il momento, tanto basti, in attesa di inquadrare e affinare meglio stile, idee e scrittura.

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_3 EP” (AUTOPRODOTTO)

Terzo e ultimo Ep della serie “Settings”, a sua volta inserita in una trilogia avviata qualche anno fa con “Characters” e destinata a proseguire con “Stories”.

Il progetto è sempre quello curato da Micciola, Calandrino e Zanardi: come il titolo suggerisce, l’oggetto dei tre EP (gli altri due sono usciti nel corso del 2016), sono le ambientazioni, i ‘set’, se vogliamo usare un termine cinematografico, richiamando una dimensione che appare più che mai vicina e congeniale alla band di stanza a Bologna.

Tre pezzi (altrettanti ne conteneva ciascuno dei due precedenti capitoli) caratterizzati infatti da un grande impatto evocativo, climi e atmosfere che riconducono ad atmosfere da fantascienza anni ’60, tra viaggi interplanetari e futuri postapocalittici, i film di Antonio Margheriti e Luigi Cozzi e le sonorizzazioni che li accompagnavano: tra dilatazioni dai tratti psichedelici a saturazioni dal respiro industriale; brani ‘cantati’, nei quali l’elemento vocale tende a fondersi con quello sonoro, senza mai prendere il sopravvento.

Un terzo capitolo che appare avere una personalità più spiccata rispetto agli altri due – o forse è solo l’impressione data dal fatto di essere l’ascolto più ‘fresco’ – che permette di dare uno sguardo d’insieme al progetto, nel complesso efficace e cui forse la scelta – o la necessità – di un’uscita così dilazionata, ha tolto un po’ di ‘forza’.

CIRCOLO LEHMANN, “DOVE NASCONO LE BALENE” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nel 2011 il musicista Ghego Zola e lo scrittore Marco Magnone danno vita al primo nucleo del Circolo Lehmann, nome ispirato al “Il signor Lehmann”, libro dello scrittore tedesco Sven Regener; il progetto si caratterizza inizialmente per un mix tra reading, canzone d’autore, improvvisazioni; nel 2013, la mutazione definitiva in band, un trio formato dallo stesso Zola, e in seguito la stabilizzazione nell’attuale formula a cinque membri, che qui arriva all’esordio discografico.

Banalmente, dando seguito al titolo, si potrebbe affermare che le balene nascono nel mare… l’affermazione diventa forse un po’ meno anonima, considerando che il mare appare il filo conduttore di questi undici brani (uno dei quali ‘dono’ dell’amico- collega LoSburla): è un mare che di volta fa da teatro al minimo quotidiano di relazioni sentimentali, usato come metafora della condizione dell’animo umano, ed evocato, come una sorta di ‘altra dimensione’ nel lungo strumentale dedicato a Ulisse.

Insieme a ‘mare’, la seconda parola che forse meglio descrive il disco del Circolo Lehmann è ‘ellisse’: e non è forse un caso, se proprio questo termine è trai primi pronunciati nel disco: nello scorrere dei brani, spesso dedicati ai rapporti sentimentali, tra episodi di serenità e piccoli – grandi scontri quotidiani, si fa spesso strada l’impressione di non detto – accresciuta anche dal frequente ricorso a metafore, quando non ad allegorie – c’è sempre una sorta di spazio ‘bianco’, magari accecante come quello di certe case inondate dal sole, spazio il cui riempimento è lasciato alla libera interpretazione e sensibilità dell’ascoltatore….

Il paesaggio sonoro dipinto dal Circolo Lehmann è più che mai variegato: da momenti di ‘elettricità’, anche intensa, vicina magari allo shoegaze, a dilatazioni dal sapore psichedelico, sconfinamenti quasi ambient ed episodi caratterizzati da un’impronta più spiccatamente cantautorale; una varietà di paesaggi frutto dell’analoga ampiezza della gamma strumentale: chitarra, basso e batteria, con ampi interventi di piano, tastiere e fiati, il contributo occasionale della sezione di archi degli Archimedi, della voce femminile di Susy Amerio, del produttore Andrea Bergesio.

“Dove nascono le balene” è uno di quei dischi che cresce al susseguirsi degli ascolti: rivelando progressivamente nuove sfumature, sia sonore che di senso; un disco evocativo, il cui pregio maggiore è forse quel richiedere uno sforzo in più, un contributo all’ascoltatore, portato in più di un occasione a dare ai brani il proprio significato, al propria lettura emotiva.

THE INCREDULOUS EYES, “RED SHOT” (AUTOPRODOTTO)

Protagonisti della scena indipendente abruzzese a cavallo tra gli anni ’90 e gli ’00 con la loro creatura Bebe Rebozo, i fratelli Claudio e Danilo di Nicola hanno in seguito proseguito il loro cammino sonoro, continuando nell’esplorazione di territori poco agevoli, all’insegna di sperimentazioni rumoristico – psichedeliche.

Prima o poi nella vita di un’artista viene la voglia di cimentarsi con qualcosa di diverso: senza snaturarsi, sia chiaro, ma comunque cercando di allontanarsi almeno un po’ dal porto in cui si è buttata l’ancora: mollare gli ormeggi, insomma, andare a vedere se, al di là del promontorio più vicino, ci sia qualcosa di interessante da vedere.

Gli Incredulous Eyes nascono un po’ così, dalla necessità di vedere se per caso, mettendo tra parentesi lo sperimentalismo e spostando un po’ il focus dalla propria identità noise, si potesse magari combinare qualcosa avvicinandosi maggiormente alla forma – canzone, alla ballad e, mettendo da parte un po’ di diffidenza, anche al ‘pop’. Ecco allora “Here’s Tempo”, primo capitolo del progetto, che vede coinvolto anche Andrea Stasi al basso e, dopo tre anni passati tra scrittura e attività dal vivo, il successore “Red Shot”.

Curioso notare come il significato delle parole cambi a seconda del contesto: prendiamo ad esempio il ‘pop’: per i fratelli Di Nicola, gli Incredulous Eyes hanno rappresentato un avvicinamento alla canzone – pop… il fatto è che poi se al termine si dà il significato comune di ‘brani di facile consumo atti a dominare le classifiche’, “Red Shot” è tutto fuorché un disco – pop, anzi: qualcuno potrebbe venire seriamente urtato da questi tredici brani dominati da chitarre sferraglianti, ritmiche sincopate e un cantato che spesso e volentieri non la manda a dire… pensando: se questo per loro è avvicinarsi alla pop song, figurarsi cosa facevano prima…

Insomma, è interessate notare come per il progetto dei Di Nicola e Stasi, mutare in un certo senso pelle abbia dato vita ad un formula sonora che ricorda da vicino certo post-hardcore newyorkese degli anni ’90 (leggi alla voce: Fugazi), con una spolverata dello sperimentalismo dei Tortoise e l’ombra lunga di Lou Reed ad aleggiare lungo tutto il lavoro; suggestioni blues, in controluce, qua e là la tentazione della deriva psichedelica.

Efficace nella sua compattezza – i pezzi raramente superano i quattro minuti: in questo si: l’attitudine pop è pienamente rispettata – “Red shot” offre all’ascoltatore una quarantina di minuti di ascolto avvolgente e a tratti trascinante: magari tutto il pop fosse così…

 

 

ENDLESS TAPES, “BRILLIANT WAVES” (AUTOPRODOTTO)

Primo lavoro sulla lunga distanza per il progetto di Colin Edwin ed Alessandro Pedretti: più noto – anche a livello internazionale – il primo, se non altro per aver militato in quei Porcupine Tree che in Italia hanno raggiunto uno status di gruppo di culto tra gli amanti del progressive; forse meno conosciuto il secondo, anche se i più attenti lo ricorderanno forse negli SDANG! o a fianco di Ettore Giuradei.

Dopo un Ep di assaggio, ecco dunque che il due anglo-italiano mostra quante e quali frecce può scoccare dal suo arco: otto brani, più l’appendice di una ‘ghost track’, risultato di un anno e mezzo di collaborazione a distanza, tra l’Inghilterra di Edwin e la residenza bresciana di Pedretti.

I due, con l’ausilio del chitarrista Nicola Panteghini in due episodi, fanno scorrere le loro ‘onde splendenti’ (quasi del tutto strumentali) all’insegna di sonorità che, pur flirtando con l’ambient, non abbracciano mai del tutto certe dilatazioni monolitiche tipiche del genere, preferendo più spesso snodarsi all’insegna di un continuo mutare di umori e stili, tra un capitolo e l’altro e all’interno delle singole composizioni.

L’inventario dei riferimenti e delle suggestioni è di conseguenza variegato: prevedibilmente, si fa sentire lo stile del basso di Colin Edwin, con vaghe suggestioni della principale band di appartenenza, ma lungo il fluire del disco si avvertono intarsi trip-hop, riferimenti new wave – nei momenti in cui si fa più marcata una certa ‘impronta elettrica’, comunque costante in tutto il disco – allusioni prog, derive psichedeliche appena accennate, suggerimenti ‘avanguardistici’, una spolverata di crepitii elettronici e qualche rumorismo; oltre al basso, piano e synth la fanno da padrone, effetti elettronici in abbondanza, batteria a completare, in modo raccolto, la sezione ritmica ed episodici inserimenti di chitarre.

Un disco che vive su climi da fine estate diciamo, la luce che fronteggia l’avanzata delle ombre autunnali; analogo l’umore: non plumbeo, ma caratterizzato da una certa qual malinconia, una serenità appena offuscata da un filo di rimpianto.

“Brilliant Waves” appare il progetto di due musicisti che, nello sperimentare la propria collaborazione, sembrano però non perdere mai di vista la necessità di comunicare con l’ascoltatore, evitando dunque che tutto si trasforma in un dialogo tra loro, magari una ‘gara’ in cui al pubblico non resta che assistere; il rischio c’era, come troppo spesso avviene in progetti di questo tipo; non è questo il caso, per un lavoro che appare invece puntare a coinvolgere costantemente chi sta dall’altra parte, qualunque sia lo strumento utilizzato per l’ascolto.

THE CHILD OF A CREEK, “HIDDEN TALES AND OTHER LULLABIES” (METAPHYSICAL CIRCUITS)

Periodo di intensa prolificità per The Child Of A Creek, che ha sfornato due dischi quasi in contemporanea: dopo “Quiet Swamps”, ecco “Hidden tales and other lullabies”, anche se a a voler essere precisi l’esatto ordine di uscita è inverso.
A differenza del suo ‘gemello’, “Hidden tales…” è un lavoro interamente strumentale: sei tracce di lunghezza medio – lunga (costantemente attorno ai sei minuti di durata), che porta avanti uno dei filoni del discorso musicale avviato dall’autore livornese fin dall’inizio della propria biografia musicale.
Un disco all’insegna dei tempi dilatati e delle sonorità rarefatte, in cui tinte gotiche si sposano ad una certa attitudine ambient, scorgendo, in filigrana, la lezione impressionista dei maestri Satie e Debussy.
Tappeti sonori che disegnano paesaggi suggestivi sui quali si stagliano le scarne melodie disegnate di volta in volta da piano, chitarra, sintetizzatori vari; il ripetersi ciclico degli stessi gruppi di note, all’insegna di modi minimalisti garantisce l’afflato onirico, alla lunga vagamente lisergico, delle singole composizioni.
Un lavoro efficace, nuova tappa di un percorso sonoro ormai decennale.