Posts Tagged ‘Mark Lanegan’

ROSGOS, “CIRCLES” (BEAUTIFUL LOSERS)

‘Cerchi’, in questo caso quelli infernali.
Si scende nelle profondità di una relazione vissuta tra varie paure e insicurezze, perdersi, ritrovarsi…
Nove i brani, come i gironi infernali, titoli analoghi, nel segno di testi che traggono dai peccati puniti suggestioni ma che riportano tutto alla dimensione amorosa, spesso carnale, costantemente emotiva.
Amore passionale, quanto mai umano nelle sue debolezze…
Rock crepuscolare: Mark Lanegan è uno dei riferimenti dichiarati di un disco che spesso va a ‘lavare i panni’ nelle acque oscure degli anni ’80, tra gothic e post punk.
Il secondo lavoro di RosGos, alias Maurizio Vaiani, coinvolge per suoni ed emozioni.

THE GIANT UNDERTOW, “THE WEAK” (IN THE BOTTLE RECORDS)

E si torna ancora una volta a parlare della Pianura Padana come una sorta di contraltare italico alle grandi distese americane… spazi aperti, strade lunghe e dritte che sembrano non portare da nessuna parte, a tratti un paesaggio monotono che spinge la mente a ‘viaggiare’… fino a quando le lagune di Comacchio finiscono per non essere così distanti dalle paludi della Lousiana…Un ambiente che Lorenzo Mazzilli, alias The Giant Undertow, conosce bene, lui padovano di nascita e bolognese di adozione.

Il gioco delle ‘corrispondenze’ finisce laddove si incontra il vissuto: perché a leggerne la biografia, poi si scopre che Mazzilli ha iniziato, come tanti, con le cover di Neil Young, americano fino al midollo e nel frattempo lavorava in una più che mai italica cantina sociale…

Dopo la consueta gavetta, fatta di partecipazioni a vari e progetti ed esperienze dal vivo in Italia e fuori, arriva il grande passo del progetto personale: otto i pezzi che compongono “The Weak”, esordio di The Giant Undertow: folk, alt.country e quant’altro si può trovare nelle sonorità che nei tempi attuali continuano a omaggiare la tradizione d’oltreoceano; sonorità per lo più acustiche, cui si aggiunge qualche effetto elettrico qua e là; Mazzilli a curare gran parte della strumentazione, con un manipolo di collaboratori arrivati a dargli una mano. Chitarre e banjo, percussioni ridotte all’osso, ma anche tromba e fisarmonica, a contornare un cantato che può ricordare Mark Lanegan, ma anche Giorgio Canali.

Disco che guarda oltreoceano, ma che non poteva non riflettere le influenze di casa: e tra una ballata country, una deriva dal sapore desertico e una marcia vagamente funebre, si fanno strada echi lontani delle balere di casa nostra: ‘The Captivity Waltz’ è forse il brano che più di ogni altro chiude il cerchio della doppia anima del disco, col suo mescolarsi di sapori americani e di un ritmo di valzer che finisce per riportare le atmosfere da locale di liscio.

Un disco di esordio, ma anche il lavoro di un cantautore già sufficientemente rodato, in cui domina una costante atmosfera di sospensione, di ‘vago non detto’, che lascia forse all’ascoltatore il compito di dare il proprio senso compiuto.