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ELECTRIC CIRCUS, “CANICOLA” (NEW MODEL LABEL)

A voler cercare ‘simboli’ e significati nascosti ovunque, il fatto che a dedicare un disco alla ‘canícola’, intesa come il classico caldo agostano (con l’aggiunta dei significati ‘mistici’ attribuitigli dalle popolazioni antiche, dagli Egizi ai Romani) sia una jazz band originaria di Arco, provincia di Trento (non un posto eccezionalmente caldo, nemmeno in tempi di cambiamento climatico), offre una bella dose di spunti…

Forse, più semplicemente, il calore è quello che si respira lungo le undici composizioni – interamente strumentali – che compongono la terza uscita discografica della band, dopo un EP e un progetto interdisciplinare, in cui la musica incontrava le opere di una serie di artisti grafici / visuali.

È indubbio che il gruppo il caldo lo ‘vada a cercare’: anche solo scorrendo i titoli, si traccia una sorta di viaggi nei territori ‘caldi’: dall’Africa al Sud America fino alla Florida.

Il quintetto (nato come trio) si muove negli ampi spazi delle contaminazioni etnico-elettriche del jazz, con esiti spesso dilatati, l’idea del respiro un po’ affannato delle camminate sotto al sole o sulla sabbia, o della semplice ‘meditazione’ e ‘liberazione’ della mente di fronte al mare, fino a lambire i territori del sogno, con accenti psichedelici… Senza farsi mancare episodi più ‘accesi’, vaghe suggestioni rock o schegge (quasi) ‘impazzite’, parentesi blues, e una bella dose di funk, in un disco fortemente connotato da sapori mediterranei e cosparso di spezie prese qua e là per il globo.

Un lavoro che di volta in volta invita alla riflessione, ai ritmi lenti, ma anche al muoversi a lasciarsi andare muovendosi seguendo i suoni…

Coinvolgente.

SAVANA FUNK, “BRING IN THE NEW” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Terzo disco per il progetto portato avanti da Aldo Betto (chitarra), Blake C. S. Franchetto (basso) e Youssef Ait Bouazza(batteria e percussioni), con l’apporto – pur se solo in alcuni degli otto pezzi presenti – della voce di Chris Costa, ed è la novità più importante rispetto a una formula che rimane comunque saldamente ancorata alla sola espressione strumentale.

La proposta resta quella evocata dal nome del progetto: una sorta di ‘funk da spazi aperti’, che parte dal consueto inesausto pulsare del basso, accompagnato da chitarre che, conservando anch’esse un sapore tipicamente seventies, lanciano flirt con l’hard rock, a volte andando a lambire territori prog o space, accennando derive psichedeliche o escursioni in territori blues; resta costante, sotto traccia, l’attitudine jazzistica per le svolte improvvise, né si rinuncia a una corposa componente etnica, tra spezie mediterranee, africane e caraibiche, fino a sfioramenti dub.

Il pasto è insomma ottimo e abbondante, le portate dense di sapori, per un disco che sa rivelare a ogni ascolto dettagli precedentemente sfuggiti.

ALDO BETTO WITH BLAKE C.S. FRANCHETTO & YOUSSEF AIT BOUAZZA , “SAVANA FUNK”(BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE / LIBELLULA PRESS)

A circa un anno di distanza dal lavoro d’esordio, “Musica Analoga”, secondo disco per il trio capitanato da Aldo Betto, chitarrista dalla carriera ventennale.

“Savana funk” è un titolo che già di suo suggerisce qualcosa: un incontro di mondi, una mescolanza di sapori: ed è proprio questa la ‘ragion d’essere’ delle dodici composizioni – interamente strumentali – che danno vita al disco: il continuo incrociarsi e accavallarsi di suggestioni, in uno sgargiante melting pot sonoro.

Il Jazz è il punto d’incontro per i ritmi ammiccanti del funk, con tanto di chitarre con effetto wah, wah; le assolate distese desertiche, quelle della frontiera americana o degli immensi paesaggi africani; le radici del gospel e l’estro dell’avanguardia; una spruzzata di ritmi hip hop, una manciata di ambient, una passata di rock.

Guida la variegata tinta delle chitarre di Betto, pronto a passare dalla briglia sciolta delle parentesi più ‘seventies’ a momenti all’insegna di una compostezza dall’espressione quasi ‘grave’. I bassi di Franchetto elevano la temperatura, il calore avvolgente dell’ensemble, con suoni dalla corposità quasi tangibile; la batteria di Youssef Ait Bouazza è il perfetto complemento all’insieme sonoro. Un manipolo di ospiti arricchisce la pietanza, a partire dai synth, tastiere e piano di Nicola Peruch, per arrivare alle percussioni del maliano Kalifa Kone: il trio che diviene formazione aperta, gli spazi sonori che si fanno più ampi: Nord America, Europa, Africa.

Un disco che vive su una prima parte più ‘irrequieta’, mentre sul finale lascia spazio a una maggiore ‘riflessività’, reclamando fin dalle prime note l’attenzione dell’ascoltatore,  distogliendolo da ogni altra occupazione.

FALLEN “NO LOVE IS SORROW” (AOSMOSIS RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, progetto portato avanti dall’artista precedentemente fattosi conoscere come The Child of A Creek.

Sei le composizioni presenti, come di consueto strumentali, formula più o meno invariata rispetto ai precedenti lavori dello stesso compositore: ci si addentra in territori al crocevia tra un filone che mescola rarefazioni ambienti e ripetizioni dai caratteri minimalisti con l’intensità di certe ispirazioni gotiche, in un insieme sonoro che affonda le proprie radici nella lezione impressionista.

Prevalgono le atmosfere dilatate, a tratti liquide, frutto di una strumentazione variegata in cui trovano spazio tappeti sintetiche, chitarre e batterie passate attraverso processi elettronici, la concretezza ‘materiale’ del pianoforte, l’afflato rasserenante, ma più spesso malinconico, dell’oboe, spezie dal lontano oriente apportate dai suoni del santoor o del koto.

Il titolo non lascia molto spazio all’immaginazione: le atmosfere sono dominate da un velo di malinconia che talvolta diviene un più pesante drappo; i titoli dei singoli brani vanno riportano suggestioni di sguardi verso l’infinito (Eyes like windows), sprazzi di luce (Shimmering), l’incontro tra elegia e carnalità (Soft Skin, Eternal Verses), fino al finale di un New Beginning che alla fine sembra comunque aprire la speranza alla fine di un percorso travagliato.

Un lavoro che come i precedenti ondeggia tra la difficoltà di una formula sonora che per la sua natura sperimentale richiede all’ascoltatore meno ‘pratico’ di tali territori uno ‘sforzo intellettuale’ in più, e la forza delle suggestioni che alla fine consentono più o meno a chiunque di lasciarsi andare.

LONTANO DA QUI, “LONTANO DA QUI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio discografico per il trio dei Lontano Da Qui, alias la cantate toscana Elisa Castells e i romani Matteo Uccella e Michele Bellanova, già attivi da qualche anno nella scena live romana e non solo.

Un lavoro all’insegna di un folk in cui a radici locali – il classico stornello romano è dietro l’angolo – profumi mediterranei, spezie iberiche, una spruzzata di sudamerica. Intelaiatura sonora che fa da cornice a una vena cantautorale attraverso cui sono narrate storie da minimo quotidiano e una galleria di personaggi che lungo i dieci brani presenti passa attraverso loschi figuri che popolano lo Stivale, suore alle prese con travagli sentimentali, personaggi ossessionati dall’organizzazione di ogni minuto della propria esistenza, soggetti incatenati ai social e all’opposto, coloro che per caso o scelta si sono ritrovati a vivere ai margini ( ‘Il barbone’ è dedicata al personaggio di Mezza Piotta, scomparso l’anno scorso, che più o meno tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno abitato nei quartieri romani del Portuense e di Monteverde hanno conosciuto bene).

Il risultato, se vogliamo, è quello abbastanza ‘tipico’ di questi casi: un lavoro la cui efficacia nasce soprattutto dal contrasto tra il clima solare creato da suoni a tratti sgargianti e tematiche spesso serie, tra storie che veleggiano tra l’indignazione per un’omertà fin troppo diffusa e quella per l’altrettanto diffusa emarginazione, lasciando però spazio per la leggerezza, l’ironia dissacrante e il sarcasmo nei confronti di fissazioni e ‘dipendenze tecnologiche’.

I due chitarristi capitolini costituiscono il nucleo di un insieme sonoro al quale si aggiungono al quale si aggiungono di volta in volta archi, fiati, pianoforte, nella forma della classica ‘orchestrina’ / banda di paese. Elisa Castells interpreta con personalità (coadiuvata nel succitato ‘Il barbone’ da Rosso Petrolio), una ‘toscanaccia’ influenzata dal disincanto tipico dell’Urbe.

“Lontano da qui” è un lavoro efficace, frutto del lavoro di musicisti esperti – i tre sono del resto tutti diplomati al Conservatorio – che tuttavia rischia di scontare l’appartenenza a un genere ormai decisamente sovraffollato, a Roma e non solo tra ‘orchestre’, ‘orchestracce’, cantautori popolari più o meno indie: le potenzialità ci sono, ma per farsi largo tra la concorrenza servirà una buona dose di personalità e forse un filo di originalità in più.

MONICA PINTO, “CANTHARA” (MAXSOUND)

Un quarto di secolo di carriera, dagli E’Zezi agli Spaccanapoli, le aperture dei concerti di Peter Gabriel e Manu Chao, il cinema (“Passione” di Turturro), il teatro, fino allo studio dello yoga applicato al canto.

Monica Pinto di strada ne ha percorsa decisamente parecchia, prima di approdare a un esordio solista che visto il corposo curriculum forse giunge anche un po’ in ritardo sui tempi.

“Canthara”, fusione di ‘canto’ e ‘hara’, termine che definisce la propria essenza, il centro dell’esistenza… il canto come mezzo di ricerca ed espressione del proprio ‘io’, dunque, ma non per questo “Canthara” è un disco ripiegato su sé stesso, di difficile comprensione: la cantautrice vi riversa certo le proprie esperienze, fino ad inserire due brevi intermezzi in cui si dà forma sonora a certe pratiche di respirazione yoga, ma senza che il lavoro assuma un’attitudine ermetica.

I temi trattati vanno dall’universale – l’incontro immaginato con la propria morte – allo sguardo sulla società, dalle crescenti disparità tra il ‘nord’ e il ‘sud’ del mondo, all’onnipresenza della televisione e dei ‘modelli’ da questa imposti, tra citazioni di Dostoevskij e un’esortazione alle donne a vivere con pienezza la propria esistenza, a partire dall’aspetto sessuale.

Domina la vocalità sinuosa, a tratti cristallina, della cantautrice, intensa ma mai sopra le righe, classe ed emotività, su un forma di ‘chanson elettronica’, in cui certo l’elemento ‘sintetico’ costruisce scenari e stende tappeti avvolgenti, ma sul quale s’innestano strumenti della tradizione classica (violoncello), popolare (fisarmonica, percussioni) e pop / rock (chitarre, bassi, tastiere), tra cantautorato, folk, spezie orientali, profumi mediterranei, col contributo, tra gli altri, di Fausto Mesolella (Avion Travel).

Dodici pezzi che ci mostrano una cantautrice nel pieno della maturità artistica.

ARTUROCONTROMANO, “PASTIS” (autoprodotto / Libellula Dischi)

I torinesi Arturocontromano sono in giro ormai da oltre quindici anni; “Pastis” è il loro quarto disco: “Pastis”, termine che evoca l’italiano ‘pasticcio’, un piatto all’apparenza raffazzonato, miscela di elementi talvolta casuali, ma che al palato risulta più che mai gustoso… “Pastis”, che ai più attenti o appassionati non può che evocare certe parentesi di tranquillità vissute dai protagonisti dei libri di Jean Claude Izzo in quel di Marsiglia…

Banalmente, gli Arturocontromano mostrano tutto il loro essere musicalmente torinesi, figli di una città apparentemente seria, sobria e compassata, ma capace di dare i natali a un maestro dell’ironia e dello sberleffo come Fred Buscagliene; città spesso immaginata come fredda e plumbea, ma capace di partorire i Mau Mau, una delle band più calorose e sgargianti che abbiano percorso i paesaggi sonori dello stivale.

Gli Arturocontromano proseguono questa tradizione di ‘reazione’ a una geografia e un clima che si vorrebbero poco ‘accoglienti’: negli otto pezzi di “Pastis” mescolano jazz, swing, cantautorato ‘ludico’, suggestioni tzigane, folk, parentesi mariachi, e – perché no? – un filo di pop, di quello ‘elegante’, che non basta.

Un’attitudine che per un gruppo di sette elementi non si può che definire ‘bandistica’, al crocevia tra le fanfare paesane, le orchestrine di strada in stile New Orleans, i gruppi swing da fumoso locale dei ‘bassi’.

Fughe da fermo’ solo immaginate, nate e concluse sprofondati sul divano, un atteggiamento compassato, all’insegna di un disincanto rassegnato che cerca di cogliere il lato ironico e paradossale delle difficoltà della vita, alle quali è sempre complicato dare un senso; i rapporti sentimentali (ovviamente complicati)… Tematiche all’insegna di un campionario tutto sommato ‘canonico’…

Gli Arturocontromano, a dirla tutta, non suonano – né dicono – nulla di straordinariamente nuovo: eredi espliciti di una tradizione, inseriti in un ‘filone stilistico’ che ormai conta un ampio numero di esponenti… Il fatto è che far suonare in modo efficace sette persone non è comunque così facile, immediato; la band torinese raggiunge in pieno l’obbiettivo, donandoci un disco del quale certo non si sbaglia nel dire che è ‘l’ennesimo esempio di mix di jazz, folk, musica popolare e spezie etniche’, ma che alla fine riesce comunque a essere coinvolgente, a riscaldare l’ascoltatore, fargli fare una risata e magari anche a suscitare qualche riflessione dal retrogusto vagamente amaro.