Archive for dicembre 2011

BILL SIENKIEWICZ – STRAY TOASTERS

Parlare di Stray Toasters è operazione complicata: è complicato perché mi rendo conto che si tratta di un’opera di nicchia; è complicato perché non è di facilissima reperibilità (per io l’abbia trovato in uno dei punti vendita di una grande catena, di cui non farò il nome); è complicato perché in Italia per quanto ci si provi, presentare un’opera a fumetti (o di narrativa disegnata, o di ‘arte sequenziale’, chiamatela come volete) come un qualcosa da mettere allo stesso livello (e anche oltre) della narrativa ‘scritta’ è compito difficile… Non ne parliamo poi, se l’opera in questione è di un americano che in genere aveva a che fare con i (orrore!!! esclamerà qualcuno) ‘supereroi’.
Bill Sinkievics è stato infatti verso la notorietà dalla Marvel: è per la ‘Casa delle Idee’ che a inizio anni ’80 lavora su Moon Knight (nel quale mostra di aver appreso a menadito la lezione di Neal Adams, l’autore che negli anni ’70 cominciò a ‘rinnovare’ il mito di Batman) ed è per la stessa Marvel che, in seguito, comincerà a effettuare le prime sperimentazioni sui Nuovi Mutanti. Nella seconda metà degli ’80, l’incontro con Frank Miller (autore del Ritorno del Cavaliere oscuro) diede alla luce “Elektra: Assassin”, prima e “Devil: Amore e Guerra” poi: sono due opere considerate i suoi capolavori, sicuramente il suo apice quando si tratta di storie che ruotano attorno a ‘giustizieri in costume’: il tratto di Sienkievics si fa ancora più sperimentale, mostrando i prodromi di ciò che poi culminerà, appunto, in “Stray Toasters”.
“Stray Toasters” non è, dunque, una storia di supereroi, per quanto molti dei personaggi che la animano non avrebbero sfigurato in quel contesto… Gli aggettivi da usare possono essere tanti: onirico, delirante, spiazzante… un detective alcolizzato appena uscito da una clinica psichiatrica; una serial killer di bambini; una psichiatra traumatizzata dalla perdita di un figlio; automi assassini, un bambino con una particolare propensione per gli apparecchi elettrici e altri strani personaggi, tutti legati da relazioni che, come in ogni thriller che si rispetti, risulteranno chiare solo nelle ultime pagine. Una storia che si svolge a scatti, con improvvisi cambi di scena, tra realtà, sogni (incubi),
soliloqui, flussi di coscienza: complicata da seguire in questo suo alternarsi di piani che trova analoghe variazioni dal punto di vista grafico: dalla caricatura all’Espressionismo, dal Surrealismo all’Iperrealismo.
Un turbine grafico che costringe l’attenzione a focalizzarsi su ogni vignetta, alla ricerca del particolare che finisce per essere decisivo ai fini della trama complessiva.
“Stray Toasters” finisce così per essere una di quelle opere che mostrano quali potenzialità possa avere il medium – fumetto nel suo coniugare testi e immagini, in una costante ed appagante stimolazione sensoriale del lettore.
Una lettura non facile, che potrà in certi momenti apparire addirittura confusionaria ai non avvezzi alla narrativa disegnata, o a coloro che sono abituati alla regolarità della scansione delle vignette, ma proprio per questo un’opera che spinge ad ‘andare oltre’.
L’edizione in questione è stata di recente curata dalle Edizioni BD, e rappresenta il ritorno dell’opera in Italia, dopo un primo tentativo avvenuto a inizio anni ’90 da parte dell’allora Comic Art… evidentemente i tempi non erano maturi, anche perché l’opera fu inserita in una rivista a tema prevalentemente supereroistico; ogni, questa nuova edizione in volume rende finalmente giustizia ad un lavoro che non dovrebbe mancare nella libreria di nessun appassionato lettore, di fumetti e non.

R.I.P. GIORGIO BOCCA (1920 – 2011)

Se ne va l’ultimo ‘grande’ della sua generazione, quella di Montanelli e di Brera (andatosene troppo presto). Purtroppo, mi pare che chi è venuto dopo non abbia saputo raccoglierne l’eredità: non a caso, il mondo del  giornalismo degli ultimi trent’anni si è progressivamente asservito alla politica, partendo sempre e comunque da posizioni preconcette;  di nuovi Bocca, Montanelli, Brera, non ne vedo all’orizzonte; certamente è molto più comodo impacchettare l’articoletto per far piacere al referente politico di turno…

BUON NATALE A TUTTI!!!!

Così, semplicemente…

GEORGIA O’KEEFFE

MUSEO FONDAZIONE ROMA, FINO AL 22 GENNAIO 2012

A pensarci è quasi un paradosso. Come minimo, uno dei controsensi della nostra società.
Insomma l’arte si pregia di essere ‘altro’, rispetto alle ‘bassezze’ del quotidiano: qualcosa che si ‘eleva’ dalle nequizie quotidiane, una sorta di ‘isola felice’ per gli amanti delle belle cose… poi vai a vedere e… e alla fine concludi che quello dell’arte è uno dei settori più maschilisti dell’intera società.
Non è solo un discorso ‘storico’, ma anche contemporaneo: chiedete al primo che passa per strada di citarvi il nome di un’artista donna: con una buona approssimazione, 9 persone su dieci faranno scena muta e la rimanente vi citerà la ‘solita’ Artemisia Gentileschi, che beninteso è vissuta tre secoli fa e passa.
Certo, se allarghiamo il concerto di ‘arte’ alla musica e al cinema gli esempi abbondano… sebbene per dirne una, di registe veramente affermate ce ne siano poche (non a caso si è dovuto aspettare il 2010 per vedere un 0scar assegnato a una regista; lo stesso dicasi per quanto concerne le direttrici d’orchestra, ma sto divagando.
Rientriamo nelle ‘arti visive’ e ci accorgiamo della disarmante ‘penuria di genere’ che impera ancora oggi: evidentemente il ‘mondo delle gallerie d’arte’ è ancora molto ‘maschile’, e le cose non vanno meglio quando si tratta di (ri)scoprire artiste magari poco note in passato…
Tutto questo preambolo per dire che andare a vedere la Mostra di Georgia O’Keefe, longevissima (morta nel 1986 alle soglie dei cent’anni) pittrice del Wisconsin, appare quasi un ‘dovere’, una sorta di risarcimento per tutte coloro che negli anni non hanno avuto le stesse possibilità (l’unico altro esempio che mi viene in mente è quello della quasi coeva Tamara de Lempicka, peraltro anche lei protagonista quest’anno di un’esposizione personale al Vittoriano).
La mostra in corso al Museo Fondazione Roma si articola lungo il classico percorso biografico: dagli inizi, interamente dediti all’astrattismo, poi abbandonato in segno di reazione contro una ‘critica benpensante’ che tendeva a cercare ovunque significati nascosti e ‘freudiani’ (ovvero: sessuali), il ritorno a temi naturali, spesso e volentieri floreali (le celebri calle, gli iris, le petrunie), trasfigurati oltre il loro senso ‘materiale’ attraverso l’uso di colori sgargianti, incredibilmente vividi e di lievi deformazioni, fase questa cosa corrispondente al soggiorno newyorkese della O’Keefe e al periodo del suo matrimonio col pittore e gallerista Alfred Stieglits, suo ‘pigmalione’.
Ultima e corposa sezione, quella dedicata alle opere create nel corso della lunga e conclusiva fase di vita, trascorsa nel New Mexico, terra della quale la O’Keeffe subì la fascinazione: ed ecco allora i paesaggi assolati, le ‘mese’, i teschi di cavalli (da lei considerati non come testimonianze di morte ma al contrario segni della vitalità della terra), i quadri che ritraggono la casa dove la O’Keefe abitava… fino alle ultime, grandi opere, ispirate alle visioni sui cieli aperti dal finestrino degli aerei sui cui l’artista viaggiò soprattutto nell’ultima parte della sua vita.
Un percorso e un viaggio affascinante nel mondo della O’Keefe, che colpisce soprattutto per la vividezza e lo splendore dei colori che appaiono una delle cifre caratteristiche delle sue opere, sia che si parli di fiori ritratti in interno, che delle opere dedicati ai grandi spazi, alle pianure, alle colline e alle montagne del New Mexico.
Completano l’esposizione tre sculture (le uniche create dall’artista) dal sapore astratto e due brevi filmati che ripercorrono la carriera della pittrice, oltre che una vasta gamma di foto, ad accompagnare le varie sezioni della mostra.

 

SCARLETT THOMAS – IL NOSTRO TRAGICO UNIVERSO

Pubblicato nel 2010, l’ottavo romanzo di Scarlet Thomas, risulterà in un certo senso spiazzante, rispetto a ciò a cui la scrittrice di Hammersmith aveva abituato i propri lettori.Stavolta, nessuna cospirazione sotterranea come in “PopCo”, nè viaggi in altre dimensioni – come avveniva in “Che fine ha fatto Mr.Y” – né vicende misteriose e paradossali, come ne “L’isola dei segreti”.
Piuttosto, chiuso il libro, sembra che le vicende della protagonista Meg Carpenter siano quasi un pretesto che la Thomas usa per quello che è una sorta di atto d’amore nei confronti della letteratura e, soprattutto, della lettura.
Meg Carpenter si barcamena tra lo scrivere recensioni di improbabili libri di ‘aut-aiuto’ o di scienza ‘alternativa’ (in Giacobbo – style, per intenderci), tirando avanti la solita relazione stantia con il ‘bamboccio mai cresciuto’ da un lato, sognando di coronare la propria storia d’amore per un uomo molto più ‘maturo’ di lei, mentre attorno le si muove una serie di personaggi tutti più o meno legati tra di loro, da rapporti ora esili, ora più profondi.
A turbare questo stato di ‘quotidiana banale insoddisfazione’ interverrà la lettura di un libro (finitole misteriosamente in mano) che con la sua visione particolare del cosmo e del significato della vita darà alla protagonista la spinta necessaria per uscire dal torpore e dare una svolta alla sua vita, fino a un finale più che mai sospeso ed enigmatico.
Un libro spiazzante che, forse, potrà riuscire anche un pò irritante, specie a coloro che con la Thomas non hanno alcuna consuetudine: in realtà, a voler essere duri, “Il nostro tragico universo” narra una vicenda a prima vista banale, con personaggi che ormai ai giorni nostri appaiono un tantino stereotipati (la protagonista insoddisfatta, il compagno indifferente, il potenziale amante maturo), una storia che peraltro si trascina avanti sembrando promettere chissà cosa, che vede snodarsi vicende sullo sfondo che sembrano essere destinate a collidere in un finale fragoroso, ma che in realtà restano lì, finite come cominciate, prive di qualsiasi spiegazione. Il tutto infarcito con una serie di dialoghi senza fine che toccano i più vari aspetti dello scibile umano, dalla filosofia, alla teoria narrativa, passando per… la cura con le erbe.
In effetti, a pensarci, il libro della Thomas sembra avere un intento quasi esclusivamente metaletterario: spesso e volentieri la protagonista del libro si inoltra assieme ai suoi amici in lunghe conversazioni attorno alle ‘storie’, alla loro riconducibilità a un ristretto numero di schemi, e alla possibilità di riuscire a evaderne: e forse il senso di questa storia rappresenta proprio il tentativo esperito dalla stessa Thomas di evadere da questo schematismo, scrivendo un libro che appare una sorta di esercizio di stile: scrivere di una vicenda che in fondo finisce per non andare da nessuna parte.
Un esercizio che sicuramente potrà risultare interessate a chi ama la teoria delle strutture narrative, agli addetti ai lavori e magari anche ai semplici appassionati, ma che non potrà non deludere coloro  che aprendo un libro si aspettano una ‘storia-storia’ e forse anche gli appassionati della stessa Thoams, abituati ai colpi di scena, alle svolte improvvise e ai finali spiazzanti… e in fondo alla fine, il ‘colpo di teatro’ qui c’è: la Thomas gioca coi suoi lettori affezionati tirandogli il collo suscitando tante ipotesi, facendo sorgere dubbi su dove si vada a finire, e poi… poi, sostanzialmente, non succede nulla. Più spiazzante di così.

GEORGIA O’KEEFFE

FINO AL 22 GENNAIO, FONDAZIONE ROMA MUSEO

                                                                    RED MESA

 

                                                    BLACK MESA LANDSCAPE

 

                                            NEW YORK CITY STREET WITH MOON

 

                                                               GIORNI ESTIVI

 

                                                                     PLAINS

 

            AUTUMN TREES

 

                                                               CALLA LILIES

TIMIDI CONSIGLI…

… non richiesti e, temo, destinati a restare inascoltati… Ordunque, io sono tra coloro che ha firmato a Monti una sorta di ‘cambiale in bianco’: quando è arrivato il nuovo Governo, non sapevo onestamente cosa aspettarmi… certo, la rivalutazione degli estimi (che prima o poi bisognava effettuare, a oltre dieci anni dall’ultima volta) è stata una bella ‘botta’… Il classico provvedimento della serie: ‘tutto insieme in una volta sola’, quando per rendere meno pesante la cosa, sarebbe stato molto meglio creare un meccanismo automatico: insomma la rivalutazione degli estimi è un pò il simbolo di questa ‘manovra’ che deve provvedere improvvisamente a quanto non si è fatto negli ultimi vent’anni: altro che abolizione dell’ICI… Tuttavia, a ben vedere, si poteva fare di più, e meglio: e se a dirlo non è solo ‘l’uomo della strada’, ma anche l’ISTAT, che ieri ha affermato esplicitamente che la manovra è squilibrata e avrà elementi recessivi, l’impressione trova almeno una conferma autorevole. In questi giorni girano proposte serie e che mostrano di essere assoluto buon senso. Sgombriamo subito il campo, c’è una questione che a questo punto è assolutamente dirimente: quella delle frequenze del digitale terrestre: qui davvero nun ce sò santi, come si dice a Roma: se il Governo non procederà all’asta, raccogliendo quei due – tre miliardi che una stima prudenziale suggerisce possano arrivare dalla vendita, perderà di ogni tipo di credibilità: io capisco la necessità di ‘fare cassa’, ma non si può ‘fare cassa’ non utilizzando delle fonti di approvigionamento sicure. Si usino quei soldi per accrescere la soglia di indicizzazione delle pensioni, e via. Gli altri provvedimenti che si possono prendere servono a riequilibrare un pò la situazione, a prendere più a chi ha di più, e soprattutto a chi ha pagato poco, o non ha pagato proprio: se il prelievo del solo 1,5 per cento sui capitali scudati ha permesso di elevare la soglia dell’indicizzazione delle pensioni, allora mi chiedo se non si possa portare tale quota al 3 – 3,5 per cento. Sempre sotto il profilo dei capitali portati all’estero, è assolutamente necessario concludere con la Svizzera un accordo simile a quello che ha concluso la Germania, per poter tassare i capitali lì esportati. C’è poi la questione dell’ICI alla Chiesa, della quale si è già abbondantemente parlato. Per conto mio, credo che un’una tantum sui redditi IRPEF più elevati, diciamo oltre i 120.000 euro, non sarebbe uno scandalo; infine, abbassare la soglia per l’uso del contante a 500 euro; insieme a questa misura, permettere la detrazione di una quota delle spese per la manutenzione della casa e degli elettrodomestici ‘bianchi’ per far si che tali lavori vengano regolarmente fatturati. Sarebbe poi apprezzabile un prelievo elevato e strutturale sugli stipendi e le megaliquidazioni di manager pubblici e privati; e per finire, un taglio retroattivo ai contributi elettorali, obbligando partiti e formazioni politiche a restituire almeno una piccola percentuale di quanto ricevuto nelle ultime elezioni. Se poi è vero che si stanno per acquistare circa 130 jet militari per un costo complessivo di 18 miliardi di euro, lascio a voi ogni considerazione: fermo restando che il sistma difensivo italiano va comunque mantenuto efficiente, ad occhio e croce comprandone solo un centinaio si risparmierebbero sui 4 miliardi; e c’è anche la vecchia questione dei debiti contratti dalle società concessionarie dei giochi come slot machine e affini per le multe per il mancato collegamento delle macchine al sistema informatico nazionale, del quale nessuno parla più… Molti di questi provvedimenti non hanno grandi effetti in valore assoluto, ma sono comunque simbolici; altri invece hanno la possibilità di impattare in modo significativo sui saldi complessivi della manovra, riducendone l’effetto sui meno abbienti: ho l’impressione comunque che i soldi per maggiori indicizzazioni e per la riduzione dell’ICI sulla prima casa si possano trovare. Il punto però è un altro: Monti e i suoi sono persone intelligenti, che conoscono il ‘sistema’: ho la netta impressione che i provvedimenti qui sopra li abbiano considerati, ma li abbiano scartati, perché di difficile attuazione (certo far pagare più tasse è più rapido) e, temo, anche per scelta… Attendo gli sviluppi, ma ribadisco un punto: un Governo che non accrescesse le pensioni, ma che allo stesso tempo buttasse nel cesso quattro miliardi per la mancata vendita delle frequenze digitali sarebbe destituito di qualsiasi credibilità.