RICKSON, “CHI TI AIUTERÀ” (THE BEAT PRODUCTION / LIBELLULA MUSIC)

Disco di esordio per questa band di Arezzo formatasi nel 2015, i cui componenti avevano comunque già avuto collaborato in precedenza.

Otto brani tra un passato ormai quasi remoto, quello del brit pop originale, degli anni 60 e delle conseguenti derivazioni beat nostrane e anni più recenti (vedi alla voce: Strokes), con qualche occasionale distorsione. Il nucleo del disco è comunque decisamente ancorato a un pop che cerca una veste elegante attraverso l’uso di piano e synth, mentre le chitarre trovano qua e là lo spazio per qualche assolo che rinforzi l’aspetto elettrico della faccenda. Atmosfere retrò nelle quali si respira aria di promesse estive di amore eterno, destinate a evaporare in autunno, i travagli sentimentali il filo conduttore, accompagnati da sprazzi esistenzialisti, una spolverata di spleen.

In copertina due bambini si arrampicano su un muretto, il booklet nella forma che ricorda il diario di un liceale: tutto più o meno riporta lì, a un passato per il gruppo forse più o meno biografico che trova la propria corrispondenza in riferimenti sonori dai tratti quasi vintage senza apparire troppo passatisti.

Un lavoro che scorre via leggero, forse un po’ troppo a dire la verità: un esordio che sembra ‘giocare sul sicuro’, in attesa che la band dia alla propria proposta un’impronta stilistica più decisa.

DAVIDE SOLFRINI, “VÈSTITI MALE

Un po’ più di un EP, un po’ meno di un full length: il nuovo lavoro di Davide Solfrini, romagnolo di Cattolica, si pone un po’ al confine, con i suoi sei brani e una mezz’ora circa di durata, arrivando ad arricchire un curriculum sonoro che conta già due lavori sulla lunga distanza arrivati a seguire altrettanti EP, pubblicati all’inizio del proprio percorso.

Il cantautore, classe 1981, dà vita a una galleria di personaggi, pretesti per parlare dell’oggi e della società, proseguendo discorsi già avviati nei lavori precedenti, a cominciare da quello sul mondo del lavoro, forte della sua esperienza come operaio. Solfrini affronta il tema con rabbia – trattenuta e amara ironia in parti uguali: alla fine la vera ‘stortura’ del sistema appare l’acquiescenza e l’incapacità delle ‘vittime’ di reagire, unico atto di possibile ribellione quello di ‘vestirsi male’, come cita il titolo. L’altra faccia della medaglia è l’introspezione, anche qui senza fare sconti.

Sotto il profilo sonoro, Solfrini – almeno rispetto a Muda, esordio sulla lunga distanza (recensito altrove qui) – sembra aver abbracciato con più decisione certe sonorità d’oltreoceano, in particolare con reminiscenze dei REM, continuando allo stesso tempo un discorso cantautorale che per certi momenti ironici continua a ricordare a tratti Ivan Graziani e Alberto Fortis nei momenti di maggiore asprezza.

Il nuovo tassello di una produzione che, almeno sotto il profilo quantitativo, comincia ad essere corposa; il limite forse in questo caso è proprio la durata: questi sei brani alla fine danno l’idea di un discorso non compiutamente concluso, come se alla fine si sentisse la mancanza di quei due / tre pezzi necessari a ‘chiudere il cerchio’.

ROSSO PETROLIO, “ROSSO PETROLIO EP” (AUTOPRODOTTO /LIBELLULA DISCHI)

Prima di Rosso Petrolio, c’è Antonio Rossi: romano, classe 1988, una ponderosa gavetta alle spalle, passata da un periodo di studio a Londra, la canonica attività dal vivo, non solo nella capitale, da solo e di spalla ad artisti affermati come Levante o Niccolò Fabi, varie esperienze e collaborazioni, un nuovo lungo soggiorno all’estero, stavolta in Portogallo. Più recente la definitiva ‘trasformazione’ in Rosso Petrolio cui, a stretto giro, segue la pubblicazione di questo EP.

Cinque brani – tre in italiano, due in inglese – all’insegna di un cantautorato contemporaneo, che attinge in pari misura al folk d’oltreoceano e a quello d’oltremanica, non disdegnano però atmosfere e suggestioni derivanti dalla meno tradizionale e di più recente affermazione scuola scandinava. Relazioni sentimentali in via di chiusura o dallo sviluppo complicato, riflessioni più ampie sul sé, lo svolgersi della vita tra incertezze e insicurezze, momenti cupi… Una proposta sonora scarna, tutta giocata su un’interpretazione accorata ma non troppo, affiancata da tessiture di chitarra dalla grana fine, ma pronte ad accendersi di frenesia.

Riconducibile, ma solo in parte, al nuovo cantautorato italiano – vedi alla voce The Niro e Le Luci della Centrale Elettrica – Rosso Petrolio appare però alla ricerca di un’impronta stilistica più personale, magari attenuando il proprio lato drammatico, evitando di cadere nel ‘manierismo depressivo’ dei succitati. Tirare in ballo il fado, seppur considerando l’esperienza portoghese del nostro, appare comunque inesatto: tuttavia alla lontana, in certi arpeggi di chitarra e nell’atmosfera di malinconia sospesa, il cantautore sembra aver assorbito qualcosa di quel mondo sonoro: uno dei brani, forse il migliore del lotto, riporta del resto a quell’esperienza, intitolato ‘Dall’altra parte dell’Oceano’.

Accompagna l’EP non un classico booklet, ma un libretto di poesie, intitolato “Cronache di un naufragio”, per quella che alla fine diventa un’opera dalla duplice natura.

STATO BRADO, “COSA ADESSO SIAMO” (NEW MODEL LABEL)

Seconda prova sulla lunga distanza per i livornesi Stato Brado, che raggiungono il traguardo a circa quattro anni dall’esordio, avendo nel frattempo pubblicato un EP.

“Cosa adesso siamo”: un ‘punto della situazione’, si potrebbe dire, affidato alla galleria dei protagonisti dei dieci brani presenti, spesso – anche se non sempre – fotografati in momenti particolari della propria esistenza: c’è chi è allergico alle responsabilità e sogna una fuga ‘definitiva’; chi quella fuga l’ha tentata, non avendo il coraggio di portarla fino in fondo e se ne sta tornando a casa, con più dubbi di prima; il chiamato alle armi che decide di opporsi a un destino già scritto.

Chi di spezzare le catene di un’esistenza apparentemente ‘normale’ non ha saputo immaginarlo, fino ad arrivare al ‘punto di rottura’ che l’ha portato nella cronaca nera dei giornali; lo scommettitore incallito che a uscire dalla sua situazione non ci pensa nemmeno, alla continua ricerca dell’emozione della vittoria.

Aleggia un’atmosfera di rimpianto, il filo conduttore di un tempo che passa senza fare sconti, al quale può resistere solo chi sa prendere realmente in mano le redini della propria esistenza; ma di fronte al quale l’uomo comune il più delle volte desiste. Un’amarezza che trova il suo compimento nel brano finale: l’attesa di una ‘svolta’ che non arriva mai che porta a perdere di vista le vere occasioni che capitano lungo il cammino, apparentemente trascurabili.

Gli Stato Brado sfruttano la loro consistenza ‘bandistica’ – sono in sette – per dare vita a un lavoro che se nelle parole induce a una riflessione agra, nei suoni spesso e volentieri si colora di toni luminosi e sgargianti, mentre il cantato volge spesso e volentieri il tutto verso l’ironia, il sarcasmo: non è un caso se nel lavoro trova spazio anche una dedica a Ivan Graziani, uno che del continuo contrasto tra la riflessione e lo sguardo ironico ha fatto un’arte.

Folk semiacustico e tradizione popolare, momenti di raccoglimento cantautorale e accenni da marching band jazzistica nel lavoro di un gruppo già rodato che fa pensare, con un sorriso.

MASSIMILIANO CREMONA, “L’INVERNO E’ PASSATO” (NEW MODEL LABEL)

Secondo capitolo discografico di Massimiliano Cremona, piemontese di Verbania, qui coadiuvato, in sede produttiva e non solo, da Giuliano Dottori (nome ricorrente nella scena ‘indie’ italiana, sia come cantautore, solista e negli Amor Fou che come produttore).

Non si può che partire dal titolo del precedente lavoro, “Canzoni dalla nebbia”: perché anche in questo caso il filo conduttore dei dieci brani presenti è una certa atmosfera ovattata, sospesa, all’insegna di una dimensione intima dalla quale non tutto viene lasciato filtrare.

Riflessioni, considerazioni, soliloqui, spesso e volentieri dedicati ai rapporti sentimentali, per lo più in momenti di crisi; dediche ad amici; il disincanto come stile di vita e via di fuga rispetto a un mondo dal quale non si vuole essere incasellati; il dolore della perdita.

Un racconto di sé che passa attraverso un cantautorato per lo più volto ad un’essenzialità acustica, ma che non disdegna ogni tanto di darsi una veste più orientata al rock, magari attingendo alla lezione degli anni ’70, tra un flauto che riporta a vaghe suggestioni prog e un banjo e un’armonica che mescolano le brume piemontesi a quelle d’oltreoceano.

Un lavoro che apparentemente scorre via in modo agevole, ma che con questa sua componente indistinta, poco inquadrabile a un primo ascolto così come lo sono certi panorami nebbiosi a prima vista, invita a soffermarvisi con più attenzione.

FUMETTAZIONI 1 / 2017

Brevi recensioni di letture disegnate.

 

I GRANDI CLASSICI DISNEY 12

Ultimo numero del 2016 all’insegna di un nucleo di storie classiche di ambientazione western, cui si aggiungono, tra le altre, l’esordio di Paperinika (alter ego di Paperina, nonché, ovviamente, corrispondente femminile di Paperinik) di Martina / Cavazzano e un mistero archeologico della serie delle Tops stories, firmato Pezzin / De Vita; tra gli altri italiani, i ‘soliti’ Scarpa, Cavazzano e Martina; Bradbury, Strobl e DeLara guidano la piccola pattuglia degli esteri.
Numero ‘mezzo e mezzo’, che sconta la mancanza di un vera e propria storia ‘memorabile’.
Voto: 6,5

 

I MIGLIORI ANNI DISNEY – 1973

Si comincia con la storica “Zio Paperone e l’invasione dei Ki-Kongi” di Cimino e Cavazzano, per proseguire con “Topolino e l’infernale Mini-Maxi” firmata da Dick Kinney e Romano Scarpa, due discese in territori sci-fi, la prima a base di invasioni aliene, la seconda di invenzioni dalle conseguenze imprevedibili. Segue una serie di riempitivi, prima del finale in cui Qui, Quo e Qua, con l’aiuto degli zii devono vedersela con una strega: Jerry Siegel (già uno degli inventori di Superman) scrive, Massimo De Vita disegna.
Voto: 7

 

RAT-MAN 118

Numero in cui succede poco o nulla, qualche battuta ben riuscita, anche se sul terreno ‘facile’ della religione, assieme a qualche ‘rivelazione’ di stampo marvelliano.
Ortolani prosegue la ‘sua ultima saga’ (ma sarà veramente così?).
Voto: 6

 

UACK! 29

Una lunga avventura ‘artica’, giocata sulla classica contrapposizione tra lo scalognato Paperino e lo stra-fortunato Gastone è l’unica storia di un numero tutto sommato debole.
Ampio spazio, come di consueto, a Carl Barks; assieme a lui, Don Rosa, Al Taliaferro, Ted Osborne e Bob Karpe tra gli altri.
Materiale comunque eccelso e da intenditori, ma per chi rispetto alle disavventure famigliari dei paperi preferisce le storie a più ampio respiro, resta un numero poco allettante.
Voto: 6

 

INVINCIBLE 37

Prende il via col ‘botto’ il ciclo di storie in cui il protagonista dovrà fare definitivamente i conti col suo retaggio. L’antipasto è lo scontro decisivo con il ‘supercattivo’ Conquest, apparentemente sconfitto in passato, ma tornato grazie alla stupidità di chi pensava di poterne ‘gestire’ le spoglie.
Voto: 6,5

In appendice, si concludono le vicende di Brit, con una classica storia di ‘origini segrete’.
Voto: 6

VOLEMIA, “EH?” (NEW MODEL LABEL)

Una botta di arrembante ardore sonoro: è quella ci sferrano i tre giovani varesini Volemia, tre ventenni o giù di lì che suonano insieme da quando erano poco più che ragazzini.

Dieci brani, per poco meno di una quarantina di minuti, in cui i nostri danno libero sfogo all’energia e alla sfrontatezza dei vent’anni, attingendo a piene mani dal repertorio grunge / noise degli anni ’90, affiancato a parentesi più orientate al metal e di qualche vago sprazzo psichedelico, e fa una certa impressione pensare come band che all’epoca davano l’idea di una ‘novità’, oggi siano entrate a far parte del ‘materiale d’archivio’ al quale ispirarsi…

Un lavoro tutto costruito sui muri sonori delle chitarre, sostenute da una sezione ritmica compatta che svolge efficacemente il suo compito di ‘rinforzo’.

Testi interpretati con una foga che tradisce l’urgenza tipica di una certa età, costruiti su un affastellarsi di impressioni, immagini, considerazioni sparse, anch’esse all’insegna più di una certa ansia di comunicazione.

Un tipico disco d’esordio, insomma, che colpisce positivamente per la capacità del trio di sviluppare un sostanzioso volume sonoro, offrendo all’ascolto una ‘tirata’ senza pause; per il momento, tanto basti, in attesa di inquadrare e affinare meglio stile, idee e scrittura.