BRANDES, “MELTINGPOT” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un EP che alla fine è quasi un full length (nove brani, quasi mezz’ora di durata) è l’esordio di questo giovane quintetto milanese.

Il ‘Meltingpot’ del titolo rappresenta la volontà di mescolare i generi e i variegati riferimenti dei componenti della band. Il disco sembra però muoversi su due coordinate dominanti: da un lato un più immediato pop rock venato di indie, dall’altro una maggiore complessità fatta di riferimenti ‘classici’ che si spinge a sfiorare territori prog, e che più spesso ricorda certe soluzioni adottate dai Muse.

Giungere a una sintesi efficace non è facile, un particolare per una band agli inizi e qua e là la fusione appare un po’ forzata, come se certe digressioni strumentali siano quasi giustapposizioni, più che sviluppi organici. Qua e là c’è forse qualche ‘barocchismo’ di troppo. I testi sono volti per lo più interiorità:si parla di conflitti, ‘fughe’ (magari solo immaginate o sognate), momenti di maturazione. Lo sguardo verso il mondo esterno è affidato a brano dal sapore ambientalista.

L’obbiettivo non era facile,  l’uso di elementi ‘colti’ è sempre un’arma a doppio taglio: nell’esito si mescolano limiti e potenzialità.

PATTONI, “OCEANO, ORA” (VINA RECORDS)

Un esordio quasi casuale, la proverbiale situazione in cui si scrive e si suona se non solo per sé stessi comunque per ‘pochi intimi’ e grazie al passaparola si finisce per avere tra le mani il proprio primo disco.

Pattoni (che di nome fa Mattia, ma si presenta col solo cognome), propone così questi nove brani (tra i quali due strumentali) che risentono prevedibilmente della dimensione ‘domestica’ nella e per la quale sono stati concepiti.

Voce, chitarra e poco altro per un lavoro dominato da quella ‘poesia dell’ordinario’ che trae la propria suggestione da momenti all’apparenza trascurabili: di gioia verso la vita e malinconia, di solitudine e, immancabilmente di affetto, sia nello stare insieme che nella lontananza.
Centrale il cantato, essenziale e inserita con discrezione la quota strumentale, che a tratti può ricordare alla lontana i Coldplay più ‘intimisti’ e acustici.

Un esordio che, nato per un pubblico ristretto, quasi ‘casalingo’, si ‘affaccia al mondo’ in modo forse non totalmente voluto, conservando così una buona dose di veracità.

MEGANOIDI, “MESCLA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Settimo lavoro per i Meganoidi, a due anni di distanza da quel “Delirio Experience” che celebrava il ventennale della band.

Lavoro che s’inserisce nel solco della tendenza della band alla contaminazione: ‘Mescla’ è una parola portoghese che vuol dire ‘miscuglio’ e i 10 brani del disco, pur non sfociando nella ‘world music’, vivono sulla continua miscela di rock e funk che da sempre sono uno dei marchi del gruppo.

L’invito alla mescolanza e all’apertura mentale è uno dei temi del disco, che parla della capacità di uscire da momenti oscuri, di  responsabilità personale, dell’affetto  verso gli altri.

Un lavoro sempre vivo, dinamico, con ‘riffettoni’ di chitarra a tratta trascinanti e una vena funk che non può non invitare a muove

“A TUTTI PIACE FRED” (WARNER MUSIC ITALIA)

Cinque CD e oltre cento brani per omaggiare un grande fin troppo dimenticato della storia della musica italiana, nel 60° anniversario della scomparsa: Fred Buscaglione.

I primi tre dischi offrono un’ampia selezione della produzione dell’artista torinese; il quarto è una chicca per intenditori: una serie di pezzi introdotti dai commenti di Leo Chiosso, suo storico paroliere e collaboratore.

L’ultimo, offre una serie di cover, interpretate da alcuni esponenti delle nuove generazioni, da Brunori Sas a Lo Stato Sociale, con l’aggiunta di artisti più maturi come gli Statuto, Paolo Belli o Paolo Benvegnú, e gli interventi di Ornella Vanoni e ‘nientepopòdimenoche’ Mina.

A 60 anni dalla scomparsa, il ruolo di Fred Buscaglione nella storia della canzone e della musica popolare italiana è ancora privo del riconoscimento adeguato.

Dipende probabilmente dal fatto che quando preferisci i ‘gessati’ai maglioni a collo alto, lo swing agli chansonnier francesi e storielle divertenti a base di gangster sgangherati e ‘donne fatali’ ai

‘mille papaveri rossi’ e ‘i fari spenti nella notte’, già finisci per essere preso poco sul serio.

Così, Fred Buscaglione viene ricordato per la ‘piccola così’, il ‘dritto di Chicago’ o Porfirio Villarosa, dimenticandosi troppo facilmente tutto il resto.

Buscaglione appartiene a quella schiera di pionieri che nel secondo dopoguerra contribuirono a svecchiare una canzone italiana ancora legata ai modi del ‘bel canto’, arricchendola con le sonorità dello swing, del jazz, del rock provenienti da oltreoceano.

L’Italia degli anni ’50, che usciva dalla guerra e si dirigeva verso il ‘boom’ aveva del resto bisogno di leggerezza, di ridere: e Buscaglione, certo non da solo (al lato opposto dello ‘Stivale’ lo stesso faceva un altro grande poco riconosciuto, come Renato Carosone), non si tirò indietro, creandosi questo personaggio del gangster di serie B, cin l’animo del ‘conquistatore’, del ‘latin lover’ che finiva puntualmente ‘fregato’ da donne solo apparentemente inoffensive.

Prima dell’esistenzialismo cantautorale che svelava il lato oscuro del benessere degli anni del ‘boom’, prima dei ‘mal di pancia’ di Mogol e Battisti, Buscaglione e la sua generazione posero le basi di tutto ciò che venne dopo, traghettando la canzone italiana da Claudio Villa e Nilla Pizzi a Sinatra ed Elvis.

Il lascito di Buscaglione è insomma ampio e in qualche modo ancora da indagare, in larga parte sottovalutato a causa di questa maledetta tendenza a prendere poco sul serio chi si prende poco sul serio, che troppo spesso ha privato del necessario riconoscimento, chi avrebbe meritato più gloria, in vita e postuma.

FALLEN, “THE WORLD OUTSIDE” (ORGANIC INDUSTRIES)

Prolifico polistrumentista (una media di due lavori l’anno), Fallen apre il 2020 con otto composizioni che, pur evocando ‘il mondo fuori’, è frutto di un processo quanto mai ‘intimista’: una settimana passata in una casa di montagna, i contatti con l’esterno – ‘reali’ e ‘virtuali’, ridotti al minimo indispensabile.

Non è del resto una novità: il compositore predilige i momenti di solitudine, isolamento, silenzio, che offrono spazi per la riflessione e il contatto con le proprie emozioni.

Stavolta, l’autoisolamento ha portato a riguardarsi alle spalle, dall’infanzia alla vita adulta, in un processo che, nelle parole dell’autore, consente a cuore e anima di ritrovare una reale ‘casa’, sia pure solo a momenti, essendo più impossibile nascondersi e isolarsi da una realtà crudele.

Sintetizzatori, piano e piano elettrico, chitarre, tessono trame evanescenti, elemento consueto delle produzioni di Fallen, stagliandosi sullo sfondo di tappeti ed effetti sonori liquidi e dilatati.

Ambient,suggestioni siderali, impressioni ‘cinematografiche’ (con qualche rimando a Vangelis) si mescolano in un lavoro che si affida, come nello stile del compositore, soprattutto all’evocatività, ascolto ideale per i momenti di quiete che talvolta ci vengono offerti da una realtà circostante spesso frenetica.

Uno spazio per le emozioni in un mondo troppo spesso emotivamente dispendioso.

GIOVANNI ARTEGIANI, “LUNA” EP (AUTOPRODOTTO / ARTIST FIRST / LIBELLULA MUSIC)

A 23 anni, il perugino Giovanni Artegiani ha già pubblicato il proprio esordio, ottenuto buoni riscontri di critica, aperto i concerti di artisti come Brunori Sas e Dente.

Cinque brani compongono la sua nuova prova discografica, nel segno dei suoni che oggi vanno più o meno vanno per la maggiore tra la sua generazione.

A dire la verità è stato abbastanza spiazzante trovarmi di fronte a brani in cui dominano l’autotune e la batteria elettronica (pur non rinunciando a una più ‘tradizionale’ chitarra acustica): sarebbe facile consigliare al giovane cantautore di rinunciare ad effetti che tendono a rendere le voci tutte uguali, o di accrescere la componente acustica, ma ogni artista ha il proprio stile e fa le proprie scelte.

È un lavoro intimista, in cui si parla di sé, delle cose che non vanno e di ciò che consente di superare le difficoltà; si parla di sentimenti, c’è una chiusura dedicata a una ‘Dua Lipa’ che forse, più che una delle reginette del pop contemporaneo, finisce qui per essere una figura femminile idealizzata, ma soprattutto c’è il brano di apertura, il più convincente, un autentico inno alla vita che ti offre sempre quel ‘qualcosa’ necessario a superare i momenti di crisi.

La forma potrà non essere il massimo per i ‘tradizionalisti’, ma la sostanza non manca.

BLOOP, “SCHIACCIATEMPO” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Dopo un ‘demo’ pubblicato su Soundcloud, i milanesi Bloop sfornano questo primo EP di quattro tracce.

Il quartetto è autore di un rock dai tratti cantautorali e le venature ‘indie’, che possono richiamare band come Virginiana Miller o Baustelle.

Disincanto e sottile malinconia dominano testi che parlano di problemi nei rapporti con gli altri, insoddisfazioni personali, ‘ossessione per il controllo’.

Un buon inizio, in attesa di un lavoro più ‘corposo’.