TORIA, “NAKED IN A DRESS” (NEW MODEL LABEL)

Lettura fin troppo immediata, quella del titolo del disco d’esordio solista di Toria (alias Marco Torriani), una solida esperienza accumulata collaborando con altri (Bugo, ad esempio), che qui appare volersi mettere a nudo, svelare, almeno in parte, la propria interiorità.
Dieci brani, che evocano una dimensione raccolta, silenzi e notti serene, confronti col sé e viaggi (o fughe?) siderali…
I suoni ugualmente spogli: disco per lo più per chitarra e voce (un’armonica, archi e tastiere qua e là), per un cantautorato indie in cui prevale il semi acustico, con effetti che calano come una nebbia sottile, come se restasse un tanto di indistinto, di non detto.
L’interpretazione è sul filo della malinconia, una tristezza trattenuta sul filo del disincanto, forse della disillusione).
Emotivamente coinvolgente.

 

 

 

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CRANCHI, “L’IMPRESA DELLA SALAMANDRA” (NEW MODEL LABEL)

“Quod huic deest me torquet”: “Ciò che manca a costei mi tormenta”: è il motto che accompagna la figura della salamandra su una delle pareti di Palazzo Tè, dimora di Federico II Gonzaga, Signore di Mantova, fece la ‘costei’ è la ‘salamandra’.

L”Impresa’ del titolo ai tempi indicava questo insieme di simboli e motti: in questo caso, ciò che manca alla salamandra, è il ‘sangue caldo’, la passione amorosa che ‘tormenta’ Federico nei confronti della sua amata Isabella.

Non che il quinto disco del mantovano Cranchi sia un disco di ‘amore’, né dedicato esclusivamente alla storia della sua terra, per quanto il pezzo dedicato a Mantova sia messo al centro della lista degli otto pezzi presenti.

L’omaggio rappresenta forse l’idea delle origini, del radicamento a una terra e a una città, nel classico rapporto amore / odio.

Radici importanti soprattutto per chi la propria terra abbandona: torna il viaggio, filo conduttore non solo di questo lavoro: verso l’altra parte del mondo, tra il deserto di Atacama e Ushuaia, le migrazioni e la faticosa conquista di nuovi spazi; ci sono i ‘viaggi’ compiuti dai fiumi, La Boje e L’Eridano, simboli di una Natura che scorre ignara o incurante dei propri effetti sulla vita degli uomini; ci sono i viaggi intrapresi per andare in guerra, per obbligo o ideale, sull’Ortigara o in Russia.

Ci sono, infine, i viaggi mancati, i treni persi che, paradossalmente, possono diventare l’inizio di altri viaggi, ‘sentimentali’…

Quello che ‘resta’, in questo lavoro, è soprattutto la scrittura, intesa proprio come ‘quantità di parole’: Cranchi prende tutto lo spazio per dire ciò che vuole, i testi sono lunghi (Eridano si articola addirittura in quattro parti, seguendo le stagioni); è un particolare che salta all’orecchio, specie pensando che siamo appena usciti da tempi post sanremesi in cui vincono la pochezza di vocabolario, le quattro o cinque frasi buttate là quasi a casaccio, spesso senza una logica, in quelli che magari vorrebbero essere ‘flussi di coscienza ‘, ma che alla fine non sono altro che il frutto di una scarsa frequentazione coi libri, di scuola e non. Fine della polemica.

Assieme alle parole, i suoni, con panorami che cambiano, partendo da accenti quasi southern, attraversando scenari più scarni, dominati dalla dimensione acustica, prendendo svolte all’insegna di maggiore ruvidità, tornando poi su toni accesi: chitarre e pianoforte si passano spesso il testimone, la sezione ritmica, essenziale, a restare sullo sfondo.

Al quinto lavoro, Cranchi è ormai sulla strada della maturità artistica: sotto traccia, in disparte, un autore lontano dai riflettori e da scoprire.

ALBERTO NEMO, “DANTE VS NEMO” (NEW MODEL LABEL)

La sfida stavolta è di quelle ‘toste’: il confronto addirittura col padre della letteratura italiana, il ‘Sommo Vate’, Dante Alighieri e con la sua ‘Commedia’.

Alberto Nemo, ascendenze tra ‘dark’ ed elettronica, al quarto capitolo della propria biografia sonora compie un deciso passo in avanti costruendo un progetto ambizioso e allo stesso tempo emotivamente intenso.

Sei pezzi, ispirati ad altrettanti passi dell’opus magnum di Dante (quattro dall’Inferno), recitati nelle aperture da Marino Bellini.

Composizioni che riecheggiano atmosfere liturgiche, il canto gregoriano, gli inni sacri; un cantato dolente, sofferente, dai toni lirici, cui contribuiscono le voci di Sephine Llo e Claudia Is On The Sofa (Claudia Ferretti).

La grana sonora è più che mai rarefatta, dilatata, tra flebili tessiture di chitarra, echi di percussioni, sonorità d’ambiente che costruiscono scenari onirici come non poteva essere altrimenti, trattandosi della Divina Commedia.

Un dipinto di un altro ‘Dante’, Gabriel Rossetti, introduce un lavoro che ha già ottenuto i favori della critica (il brano di apertura, ‘Ancora’, ha ottenuto il “Premio Musicultura”), che offre un ascolto non agevole, che getta lo sguardo verso la cosiddetta ‘musica colta’, e che risulterà per i più curiosi un esperienza stimolante.

 

ELECTRIC CIRCUS, “CANICOLA” (NEW MODEL LABEL)

A voler cercare ‘simboli’ e significati nascosti ovunque, il fatto che a dedicare un disco alla ‘canícola’, intesa come il classico caldo agostano (con l’aggiunta dei significati ‘mistici’ attribuitigli dalle popolazioni antiche, dagli Egizi ai Romani) sia una jazz band originaria di Arco, provincia di Trento (non un posto eccezionalmente caldo, nemmeno in tempi di cambiamento climatico), offre una bella dose di spunti…

Forse, più semplicemente, il calore è quello che si respira lungo le undici composizioni – interamente strumentali – che compongono la terza uscita discografica della band, dopo un EP e un progetto interdisciplinare, in cui la musica incontrava le opere di una serie di artisti grafici / visuali.

È indubbio che il gruppo il caldo lo ‘vada a cercare’: anche solo scorrendo i titoli, si traccia una sorta di viaggi nei territori ‘caldi’: dall’Africa al Sud America fino alla Florida.

Il quintetto (nato come trio) si muove negli ampi spazi delle contaminazioni etnico-elettriche del jazz, con esiti spesso dilatati, l’idea del respiro un po’ affannato delle camminate sotto al sole o sulla sabbia, o della semplice ‘meditazione’ e ‘liberazione’ della mente di fronte al mare, fino a lambire i territori del sogno, con accenti psichedelici… Senza farsi mancare episodi più ‘accesi’, vaghe suggestioni rock o schegge (quasi) ‘impazzite’, parentesi blues, e una bella dose di funk, in un disco fortemente connotato da sapori mediterranei e cosparso di spezie prese qua e là per il globo.

Un lavoro che di volta in volta invita alla riflessione, ai ritmi lenti, ma anche al muoversi a lasciarsi andare muovendosi seguendo i suoni…

Coinvolgente.

IL PRIMO RE

Tremate. Questa è Roma.
Due fratelli guidano la fuga di un branco di disperati dalla prigionia ad Alba, prima di uno scontro che segnerà il primo passo verso la creazione di una città che segnerà la storia… un destino che potrà nascere solo dal sangue di un fratricidio…

Il Primo Re è un film ambizioso e per molti versi ‘difficile’: evitate di dare ascolto a chi sostiene che questo è un film italiano fatto ‘come un film americano’, o altre semplificazioni del genere: non siamo di fronte, per esempio, al “questa è Sparta” di “300”: non andate, insomma, a vedere questo film aspettandovi uno pseudo colossal targato Italia con l’ambizione di imitare quanto succede oltreoceano…

Intendiamoci, ci sono elementi tecnici (il montaggio, le scene di lotta e battaglia) che riecheggiano certi prodotti (potrebbe forse venire in mente, molto alla lontana, “Spartacus”), ma il punto centrale è che Matteo Rovere (che già aveva ottenuto un ottimo riscontro con “Veloce come il vento”) certe cose le conosce, probabilmente le ha pure studiate negli anni della scuola e le ha maneggiate con il rigore di chi ha la piena coscienza di stare parlando della leggenda della nascita della città più importante della Storia, non di chi, con tutto il rispetto, pensa che l’antichità classica sia fatta di corpi scultorei e donne scollacciate.

Nulla di tutto questo: piuttosto, una sorta di tentativo di ‘ricostruzione storica credibile’ di ciò che per molti versi è destinato a restare avvolto nella leggenda, nonostante decenni di studi approfonditi sulle origini di Roma; una ricostruzione storica, sulla quale sono inseriti elementi quasi ultraterreni, e forti rimandi alla tragedia greca.

“Il Primo Re” ci butta in un mondo arcaico, in cui l’uomo sta cercando una via di mezzo tra il lasciarsi governare dagli elementi e imporre su di essi il proprio dominio: è Remo che, protagonista di gran parte del film, si assume il compito e arroga il diritto di essere “Il Primo Re”, ma facendo questo, giunge all’eccesso di negare la presenza di qualsiasi ‘potere superiore’, sfociando in quella ‘ubris’ (l’arroganza contro gli dei) che è uno dei grandi fili conduttori dei miti e delle tragedie classiche; dall’altro lato, è Romolo invece che basa il suo potere anche sul rispertto e l’investitura ‘dall’alto’; e ancora: da una parte la pura forza bruta e militaresca di Remo, volta all’annientamento del nemico; dall’altra, l’atteggiamento già ‘politico’ di Romolo, il qualche intuisce la necessità di incorporare gli sconfitti per aumentare la forza del gruppo, in quella che sarà una delle ragioni del trionfo e della durata millenaria dell’impero romano.
Tutto questo in scenari sospesi, con ambientazioni e panorami che ancora oggi nonostante tutto è possibile andare a cercare e trovare attorno al Tevere e in giro per il Lazio, non lontano dalla metropoli che in duemila e passa anni è sorta attorno a un villaggio di capanne nato per accogliere fuggiaschi, esuli e gente in cerca di un riscatto e forse di una ‘missione’ più grande.

Tutto questo fa di “Il Primo Re” un film ambizioso, ribadisco: non nel senso dell’imitazione dei film americani, ma di una narrazione che finalmente nasca dalla voce di chi per certi versi ha più diritto di altri di raccontare certe vicende; insomma: ma perché noi italiani che ancora oggi studiamo il latino, possiamo aggirarci tra le rovine di Roma e sentire ‘nostre’ certe leggende, dobbiamo farcele sempre raccontare da altri?
Tanto ambizioso il film, da poter risultare in effetti difficile: “Il Primo Re” è un film ‘lento’, come lenti erano i ritmi di quell’epoca arcaica, strettamente legati ai cicli della natura e del clima, spesso scanditi da ritualità anche complesse e spesso spezzati da lotte e scontri ai limiti dell’animalesco (niente o quasi ci viene risparmiato: non sono duelli da ‘cappa e spada’ ma autentiche risse, con tanto di bastonate, occhi cavati e carne strappata a morsi); e soprattutto, la maggiore avvertenza: il film è interamente parlato in una sorta di latino arcaico, con tanto di sottotitoli. Sono due elementi che vanno tenuti ben presenti se si decide di andarlo a vedere, perché in più di due ore di durata potrebbero diventare pesanti, ma sono l’ulteriore segno del fatto che Matteo Rovere non ha ceduto compromessi portando fino in fondo l’idea di un film ambientato in un passato pre-storico, e se penso che a tanti la scelta sembrerà pesante, in fondo il tutto può risultare affascinante e rende ancora più credibile la costruzione.

Le ultime parole sono per i protagonisti: Alessandro Borghi è un Remo che se da un lato rappresenta la forma della pura violenza, dall’altro si pone come una sorta di Prometeo, non più ‘schiavo del fuoco’ ma suo dominatore, che vorrebbe affrancare gli uomini dalla tirannia degli elementi e quindi degli dei; Alessio Lapice è Remo, che invece porta l’idea della necessità di tenere presente un potere superiore e forse, più in fondo, quella che proprio nel rispetto delle ‘usanze’ e delle ‘tradizioni’ si può trovare un ‘terreno comune’, superando il conflitto e aggregandosi per essere più.
Meritevoli di citazione, infine, le musiche di Andrea Ferri, spesso un ‘qualcosa in più’ in quanto a epicità.

UMBERTO T., “ALASKA” (TIKKA MUSIC / NEW MODEL LABEL”

A due anni di distanza dall’EP “Cielo Incerto”, Umberto T. (che sta per Tramonte) si cimenta sulla media distanza con questi nove pezzi.

L’Alaska e i suoi ghiacci diventano metafora di uno stato d’animo, specie legato alle relazioni amorose: il disco è interamente dedicato alle questioni sentimentali, attraversando fasi ed età: dalla gioventù alla piena maturità, dalle storie vissute cercando posti appartati a quelle che diventano ‘importanti’, attraverso la costruzione di una dimensione ‘domestica’, fino a quelle concluse, lasciando ricordi e rimpianti.

È un lavoro che parla di stati d’animo, di incertezze, di un amore in cui il lato ‘fisico’ diventa il modo per superare, o magari dimenticare o ignorare, problemi e difficoltà.

Il freddo dell’Alaska appare così rappresentare quel tanto di ‘gelido’ che ognuno sembra portarsi dentro anche nelle situazioni più ‘calde’, rappresentato dagli accenti a tratti malinconici, disincantato, che qualche volta cedono vagamente alla rabbia.

Un cantautorato inserito in una dimensione semiacustica e raccolta, che qua e là diviene più ruvida, in qualche episodio strizza l’occhio al rock d’oltreoceano e non disdegna parentesi apparentemente volte una gradevolezza ‘pop’ senza eccessivi ammiccamenti.

Umberto T. compie il secondo passo con cautela, portando avanti con efficacia il proprio percorso.

FRANCESCO MASCIO, “WU WAY” (NEW MODEL LABEL / FILIBUSTA RECORDS)

Classe ’81, laziale di Cassino, Francesco Mascio ha già compiuto un bel pezzo di strada assieme alle sue chitarre, accompagnando jazzisti del calibro di Tony Monaco, Fabrizio Bosso e Flavio Boltro e nel contempo portando avanti un’attività solista che ha già qualche sviluppo discografico all’attivo.

Il titolo del più recente, “Wu Way” è ispirato al concetto taoista di ‘Wu Wey’, una sorta di ‘inazione costruttiva’, volta alla riflessione e all’autoconsapevolezza.

Nove composizioni per chitarra solista, acustica ed elettrica (senza sovraincisioni, si sottolinea), a cavallo tra oriente e occidente, tra sonorità vicine a quelle del sitar (in episodi la cui matrice indiana è rafforzata dall’accompagnamento di percussioni caratteristiche) e sviluppi più vicini al jazz o alla musica da film.

Il mood è, prevedibilmente, improntato alla tranquillità, alla riflessione, con episodi che, se non ‘psichedelici’ in senso stretto, avvolgono comunque l’ascoltatore in atmosfere oniriche. Non mancano comunque capitoli più vivaci, in cui si fa più marcata l’impronta del jazz elettrico.

I pochi ospiti – Sanjay Kansa Banik alle percussioni, Gabriele Coen al sax soprano, Susanna Stivali nell’unico episodio in cui è presente la voce, pur con un’attitudine ‘strumentale’ – contribuiscono episodicamente ad arricchire un percorso sonoro esplicitamente mirato a stimolare riflessione e interiorità, ma che qua e là si colora di toni più vividi, perché in fondo ogni tanto c’è bisogno di ‘sgranchirsi’…