ECHO ATOM, “REDEMPTION EP” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per questo trio della Provincia di Roma, che nella struttura e nei suoni sembra, almeno in parte, voler rinverdire i fasti di una certa tradizione degli anni ’70.

Il termine, che può entusiasmare o far venire l’orticaria è: progressive. Le cinque tracce, interamente strumentali, che finiscono per essere ‘micromovimenti’ di un’unica ‘suite’; la formazione ‘canonica’ – chitarra, basso, batteri – va a dipingere uno scenario ‘coerente’, un flusso che si sussegue ininterrotto, dai tratti fortemente onirici, spesso psichedelici; lontano da certi eccessi virtuosistici, il progetto Echo Atom può ricordare certe evoluzioni del genere a cavallo degli anni ’80 e ’90 (leggi alla voce: Porcupine Tree), oltre che quel ‘calderone’ nel quale nel decennio successivo venne buttato praticamente chiunque cercasse di andare un filo oltre il ‘consueto’ e che andò sotto il nome di ‘post-rock’.

Una proposta affascinante, nel suo andare fuori dalle mode e dai ‘tempi correnti’, forse per cercare qualcosa di meno ‘immediato’, ma con radici più solide nei suoni e nelle idee.

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READY PLAYER ONE

In un non lontano futuro la popolazione terrestre, per fuggire da una realtà più o meno squallida, vive la maggior parte della propria vita connessa in rete, in un mondo virtuale – Oasis – in cui è possibile essere più o meno chiunque, costruendosi un’identità ispirata alle migliaia di personaggi creati nella storia dei fumetti, dell’animazione, del cinema, della tv e – ovviamente – dei videogiochi.
Tra le varie avventure che si possono vivere su Oasis, la più impegnativa è quella che James Halliday, defunto creatore di questo mondo, ha costruito su sé stesso e la propria vita e che come premio finale ha nientemeno che il potere assoluto sulla stessa Oasis.
Il giovane Wade, attraverso il suo alter ego Parzival, assieme ad un manipolo di compagni di avventura, si metterà alla ricerca della soluzione, per impedire che Oasis cada nelle mani di una multinazionale con pochi scrupoli, che replicherebbe anche su scala virtuale le differenze economiche della realtà, che qui vengono azzerate, o comunque stabilite dalla bravura dei giocatori, a prescindere dal loro livello sociale…
Steven Spielberg fa centro pieno: certo, gioca facile, colpendo al cuore della generazione che ha trascorso interi pomeriggi in sala giochi o davanti alle prime consolle attaccate ai televisori, ma anche a quella successiva, dei ‘millennials’ e dei giochi di ruolo online.
“Ready Player One”, più che da una storia ampiamente prevedibile, trae il 90% della sua linfa vitale dalla inesauribile sequenza di citazioni e ‘apparizioni’ che si susseguono senza un attimo di pausa, in un calderone che offre l’occasione di vedere insieme personaggi appartenenti ai vari reami della cultura pop destinati altrimenti a non incontrarsi mai.
E’ un film dal quale chi ama certi ‘mondi immaginari’, non può che uscire coi ‘capelli dritti’, emozionato e anche con un pizzico di commozione.
Il giovane cast, guidato da Ty Sheridan, svolge un ruolo marginale rispetto alle proprie controparti virtuali; Simon Pegg è un comprimario d’eccezione; Mark Rylance si farà ricordare nel ruolo del ‘demiurgo’ del mondo virtuale con proverbiali problemi di gestione dei sentimenti.
A Spielberg mi sento di muovere solo due appunti: il poco coraggio nell’esprimere il contrasto tra ‘reale e virtuale’, con la compagna d’avventura del protagonista caratterizzata solo da un difetto estetico trascurabile (il ‘grande pubblico’ forse non avrebbe gradito un/una protagonista ‘brutto/a), e il ‘pistolotto’ finale col quale, in modo un po’ scontato, si finisce per cantare le lodi della realtà rispetto all’immaginazione.
Questioni ‘filosofiche’ a parte, “Ready Player One” resta un memorabile esempio di gioco di prestigio grafico e visuale, una gioia per gli occhi e per il cuore.

 

FUMETTAZIONI 2/2018

Brevi (più o meno) recensioni di letture disegnate.

 

STARSLAMMERS
L’esordio di Walt Simson, che a inizio anni ’90 sarebbe diventato uno degli artisti di punta della Marvel, soprattutto grazie al suo lavoro su Thor.
Qui siamo nel 1983, la scrittura promettente ma per certi versi acerba, il tratto convincente, ma ancora non ‘personale’
La vicenda degli Starslammers, cacciatori di taglie che del ‘risolvere i problemi’ hanno fatto un business, ma diventati troppo potenti per essere lasciati in vita, tanto da trovarsi alle calcagna un esercito planetario, e del loro retaggio è un godibile esempio di sci-fi, per quanto un po’ confusionario.
Voto: 6,5

 

THE WALKING DEAD 51
Vabbè, ormai è l’ennesima volta che lo scrivo: inutile cercare di prevedere cosa farà Kirkman…
L’ennesimo numero dal finale spiazzante, che ti lascia con la mandibola a livello – suolo, e la conferma che ai personaggi di TWD, buoni o cattivi, conviene non affezionarsi.
Voto: 8

 

SANDMAN MISTERY THEATRE – LA FACCIA

Delitti efferati e una possibile guerra tra bande della criminalità cinese; sullo sfondo, i pregiudizi razziali e la difficoltà delle relazioni interetniche: siamo pur sempre nell’America degli anni ’30.
Sandman alla fine è quasi un comprimario, che cede il passo in una storia dai toni hard-boiled, in cui la scrittura di Matt Wagner si accompagna al tratto di John Watkiss.
Voto: 7

 

KILLRAVEN
Viaggiando attraverso una Terra fiaccata dall’invasione dei Marziani, Killraven è un giovane uomo che recita la parte del predestinato a salvare il poco che resta dell’umanità, insieme ad un manipolo di compagni di strada.
Un classico da riscoprire dello sci-fi a fumetti, firmato Don McGregor e Paul Craig Russell.
Voto: 7,5

 

INVINCIBLE 50

50 numeri: traguardo importante per la testata di una casa editrice non di primissimo piano (la Salda Press) che pubblica personaggi non appartenenti ai colossi dei supereroi americani.
Voluta la coincidenza della pubblicazione del numero 100 della serie, culmine di un trittico di storie in cui succede un po’ di tutto: catastrofi planetarie, scontri epici, dipartite apparenti e repentini ritorni.
Tutto offerto da Robert Kirkman, il miglior scrittore U.S.A. di fumetti ‘mainstream’ in attività e dal fido compagno di strada Ryan Ottley.
Voto: 7

 

SUPERBOXERS

In un futuro in cui i Governi sono stati soppiantati dalle multinazionali globali, il passatempo preferito da classi dominanti e abitanti dei bassifondi è un pugilato ‘evoluto’ grazie a tute potenziate e sostanze iperstimolanti. Ron Wilson, coadiuvato da due (all’epoca: siamo nel 1983) giovani John Byrne e Armando Gil, dà vita alla scalata di Max, dai combattimenti clandestini all’incontro per il Titolo, a metà strada tra la “Rocky” e “Rollerball”.
Voto: 8

 

THE FUTURIANS

Un futuro inimmaginabile – milioni di anni – in cui il sole viene usato come ‘arma di distruzione di massa’ da una delle due civiltà in lotta per il predominio sulla Terra; la lotta si trasferisce fino al presente (per noi oggi già il passato: siamo nel 1983), con lo scontro tra ‘bruti’ armati fino ai denti e un manipolo di ‘eroi loro malgrado’ geneticamente selezionati e successivamente superpotenziati.
Firma il tutto Dave Cockrum, autore spesso sottovalutato.
Voto: 7

 

UACK! PRESENTA: VITA DA PAPERI 2

Un numero di ‘trasferte’, firmate naturalmente da Carl Barks, per Paperino e nipotini: in Alaska prima, nelle Everglades poi e successivamente nel Grand Canyon; il tutto condito dai consueti riempitivi di Al Taliaferro; chiude Daan Jippes, con le Giovani Marmotte al salvataggio degli animali in versione ‘Noé’, sviluppando una storia già scritta e ‘abbozzata’ dallo stesso Barks.
Voto: 6

 

HEARTBURST

Storie d’amore interplanetarie, sogni premonitori, poteri paranormali, la ‘Teoria del Tutto’, satira politica e un apologo contro la guerra in questa storia bizzarra e dalle tinte psichedeliche partorita da Rick Veitch, una delle voci più originali del fumetto americano degli ultimi trent’anni in tempi in cui (siamo nella prima metà degli anni ’80), la Marvel non si risparmiava dal dare occasioni anche al fumetto meno ‘mainstream’.
Voto: 8

 

INVINCIBLE 51

Mentre il protagonista deve fare i conti con le conseguenze delle sue azioni e con un cambiamento se possibile ancora più epocale nel suo ‘quotidiano’ (Voto: 6,5),
si conclude in modo più che mai ‘aperto’ il terzo ciclo di storie di Wolfman (6)
e parte una nuova sequenza per Tech Jacket (6).
Appendice con una manciata di pagine da “Oblivion Song”, la nuova serie firmata da Robert Kirkman con gli italiani Lorenzo De Felici ai disegni e Annalisa Leoni ai colori (7).

FASE 39, “IMPERFETTO” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

A qualche anno di distanza dall’esordio, fortemente imbastito su sonorità elettroniche, i torinesi Fase 39 tornano con questi cinque brani, che segnano un parziale di rotte sonore.

Nato dalla collaborazione col cantautore Daniele Libassi, il disco si muove tra spunti autobiografici e qualche momento d’introspezione e più ampie riflessioni sul ‘mondo circostante’ a partire dalla deriva dei ‘social’.

Sotto il profilo sonoro, pur non perdendo di vista i loro trascorsi ‘elettronici’, la band introduce elementi pop, momenti di essenzialità semiacustica, qualche accenno hip hop ed r’n’b nel quadro di una proposta dai forti tratti cantautorali.

Un disco che si lascia ascoltare, con la title track ad essere il brano più convincente del lotto.

AMANDLA, “NON CI PENSARE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio sulla lunga distanza per questo quartetto di Como, dopo aver pubblicato un EP qualche anno fa.

“Non ci pensare” appare in fondo l’invito a non farsi ‘travolgere’ dal catalogo di debolezze, fragilità emotive, complicazioni sentimentali e quant’altro che si affastellano negli otto pezzi che compongono il disco.

Non che si sia di fronte a un lavoro ‘plumbeo’ o ‘depressivo’, anzi: la formula è quella di pop – rock di discreta fattura: energico senza esagerare, con almeno due / tre pezzi che invitano al ‘movimento’, l’immancabile ‘ballata’ un po’ accorata.

Traversie sentimentali, difficoltà di comunicazione, la depressione e la necessità di sostenersi a vicenda, la paura per il futuro: problemi comuni alla generazione dei trentenni, che gli Amandla affrontano con un vivace e a tratta grintoso, suggerendo appunto di non stare troppo a pensarci su, ma magari di esorcizzarli, nel loro caso attraverso la musica.

MATERIANERA, “ABYSS” (TAINTED MUSIC)

Ottenuto un ottimo riscontro con l’EP di esordio “Supernova”, per i Materianera giunge l’importante momento del primo lavoro sulla lunga distanza.

“Abyss”, abisso: da intendersi come ‘profondità’, esplorazione dell’animo umano, delle emozioni, dei rapporti famigliari e interpersonali; ricerca o ritorno alle proprie radici, come quella che ha riportato la vocalist Yendry Fiorentino nella terra caraibiche (Repubblica Dominicana) di origine, anche a contatto con i suoi problemi sociali e contraddizioni.

Gli undici brani di “Abyss” finiscono così per oscillare continuamente tra spirito e materia, interiorità e mondo reale, in un lavoro in cui la potenza della natura e la comunione con ‘l’altro’ si affiancano a riflessioni sulla pervasività dei media o sulla piaga dei bambini – soldato.

I suoni riprendono e ampliano quanto già proposto in precedenza: nella tela tessuta Alan Diamond e Davide ‘Enphy’ Cuccu, beat elettronici e i tappeti sintetici tessuti si immergono in atmosfere r’n’b e pop, con qualche rimando a sperimentazioni anni ’70 e ’80, con ampi ‘respiri’caraibici, tra dub e territori adiacenti, qualche escursione ai confini del ‘dancefloor’.

L’interpretazione (in inglese) di Yendry Fiorentino, intensa ma mai esagerata, ‘pop’ ma mai ammiccante, ‘decisa’ quando necessario fa il resto.

“Abyss” conferma quanto i Materianera avevano proposto in precedenza, confermando un progetto nel solco delle attuali tendenze del pop internazionale, che riesce a non vedere eccessivamente alla ‘facilità d’ascolto’.

ALBERTO NEMO, “6 X 0” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Come suggerisce il titolo, sei brani compongono il secondo lavoro del cantante / compositore veneto Alberto Nemo.

Siamo in territori al confine tra musica elettronica, colonne sonore, classica contemporanea: composizioni ‘palindrome’, composte in un verso e registrate all’incontrario, sull’esempio di quanto a suo tempo ideato da Jocelyn Pook per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”.

Un lavoro dal sapore sperimentale, con suggestioni ‘avanguardistiche’, accompagnato dal cantato ‘lirico’ e dolente di Nemo, che si staglia su tappeti ‘ambientali’ che possono evocare fabbriche abbandonate, cattedrali gotiche da archeologia post-industriale.

Un ‘esercizio di ascolto’ che offre un’esperienza diversa dal ‘consueto’; la brevità del lavoro (una ventina di minuti) e delle singole composizioni evitano l’effetto ‘prova di resistenza’ offrendo un’esperienza che, se avvicinata con curiosità, può affascinare.