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ROAD OF KICKS, “BEFORE THE STONE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Dopo una la proverbiale ‘gavetta’, un video e un EP usciti ormai diversi anni fa, questa band originaria della provincia lombarda (Bergamo, supponiamo) giunge all’esordio sulla lunga distanza.

Una band cresciuta a pane-e-classici, a partire dal rock delle origini, riversando in questi 11 pezzi (più una ‘ghost track’ in chiusura), tutta la passione per quella stagione, con la grinta e l’attitudine dei tempi attuali.

Un disco ardente, dai toni accesi, tra blues ‘sporco’, attitudine garage, tinte southern. Dominano le chitarre, anche con qualche sprazzo virtuosistico, ma senza cadere nella trappola dell’esibizionismo.

La vocalità è sguaiata, a tratti un filo debordante; la sezione ritmica svolge il suo ‘sporco lavoro’ sullo sfondo…

“Before the stone” è un disco di rock vecchio stampo senza essere passatista, che torna alle origini perché ogni tanto, per capire dove andare, è bene ricordarsi da dove si arriva.

SPAGHETTI WRESTLERS – EP (VINA RECORDS)

Vabbè: visto il nome, la copertina con un tizio con la maschera di un gallo calcata in testa e i ‘nomi di battaglia’ dei protagonisti – John Doe, Al Purun e Super Nacho – non ci si può aspettare di certo uno di quei dischi di cantautorato ‘depressivo’ oggi tanto di moda…

Lo ‘scherzo’ continua con l’intro, tratto dal film “Nacho Libre” con Jack Black, ma poi si comincia a fare – più o meno – sul serio: con cinque pezzi al fulmicotone, all’insegna di un garage che guarda alla tradizione ma anche alle rivisitazioni più o meno recenti e di un punk rock analogamente sospeso tra vecchia e nuova scuola (vedi alle voci: Green Day, Offspring et similia), qualche spora ‘southern’.

Chitarre sferraglianti, sezione ritmica ‘quadrata’, cantato sguaiato ma non troppo, qualche coretto ‘anthemico’…

Gli Spaghetti Wrestlers (dietro ai quali si nascondono due componenti degli Invers e uno dei fondatori della Vina Records), danno insomma l’idea di uno di quei progetti nati in modo quasi estemporaneo, magari con nemmeno troppo impegno e una buona dose di ‘cazzeggio’, ma nel corso del quale ci si è accorto di poter fare le cose ‘sul serio’ e alla fine il tutto risulta un ascolto troppo breve.

THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI” (STORMY WEATHER / LIBELLULA MUSIC)

Nati su iniziativa di Alberto Fabi, già nei Cardio e ne Il testimone, i The Black Animals offrono nel loro esordio uno di quei dischi che ogni tanto, come dire ‘ci vogliono’. Diretti, compatti, privi di fronzoli, i dieci pezzi che compongono “Samurai” sono altrettante stilettate, schegge lanciate a 360° gradi dalla vena esplosiva del quartetto.

Nirvana e Foo Fighters i ‘numi tutelari’ citati esplicitamente dal gruppo, ai quali volendo si possono aggiungere i primi Marlene Kuntz, senza dimenticare la lezione degli anni ’70, con qualche spezia new wave e, per avvicinarsi ai giorni nostri, certi gruppi del revival garage di inizio millennio (vedi alla voce: Black Rebel Motorcycle Club).

Riferimenti a parte, “Samurai” è un disco godibile soprattutto nel suo essere potentemente ‘chitarristico’: che si tratti di un blues ipermuscolare, o di distorsioni, di frustate elettriche o di muri sonori, sono le chitarre a guidare le danze, a occupare la scena dall’inizio alla fine, accompagnate da una solida sezione ritmica e accompagnando una vocalità dall’attitudine arrembante, che al momento giusto non si tira indietro dallo sbraitare dietro al microfono.

Un lavoro per lo più introspettivo, che parla di mancanza di equilibrio e di paure, di vuoti (interiori) di cui liberarsi, di “troppe voglie e poca volontà”, di cambiamenti che trovano un ostacolo nei gusci rassicuranti che spesso ci si costruisce intorno.

Si finisce, insomma, per ripiegarsi in un proprio microcosmo esistenziale, ostaggio delle proprie paure, tramontato ogni sogno ‘comunitario’ di una “generazione che non sa che pesci pigliare”, la cui “rivoluzione s’è persa in un paese che non sa che fare”, “in questo paese che non sa e non sa superare ciò che era e che mai sarà”… L’ancora di salvezza risiede, alla fine, nei sentimenti e nell’amore, per quanto anch’esso tribolato e sospeso tra realtà e immaginazione.

I The Black Animals assemblano un disco diretto, viscerale nei suoni e nelle parole, a tratti addirittura sofferto: ancora una volta un lavoro che offre il ritratto di una generazione disorientata e, nuovamente, divisa tra il bisogno di fuga e il peso delle proprie insicurezze che le impedisce di spiegare le ali.

THE CHANFRUGHEN, “MUSICHE DA INSEGUIMENTO” (HIVE / GOODFELLAS)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio di Savona, dedito ad una sana miscela di garage – rock, psichedelia, funky e blues, conditi con vaghi accenni metallici e sottili allusioni ‘prog’; nulla di nuovo – si dirà – e in effetti è improbabile che i Chanfrughen (il nome, tra il dialettale e l’onomatopeico gli è stato ‘assegnato’ da una di quelle classiche figure che animano la vita di paese) passino alla storia per aver svelato chissà quali percorsi nei territori ormai battutissimi del rock.

Il discorso (valido alla fine per il 99 per cento delle band in circolazione), si sposta allora dal ‘cosa’ al ‘come’, e qui le cose cambiano: il trio ligure confeziona dieci brani viscerali, a tratti privi di grazia, che si muovono, incuranti delle conseguenze, tra chitarre a tratti lancinanti e una vocalità sbraitata, spesso esagitata (il termine l’ha usato mia madre passando di qua, mentre scrivevo questa recensione), con la batteria a fare il classico ‘lavoro sporco’ (l’essenzialità della sezione ritmica costituisce il miglior esempio del desiderio della band di andare al sodo), con le tastiere a fare capolino qua e là, nei momenti più ‘lisergici’ del disco.

Un ensemble strumentale al calor bianco che si accompagna a una scrittura frammentaria che va a dipingere una sorta di ‘riassunto’ socio-politico degli ultimi vent’anni, tra ispirazioni andreottiane (Il dromedario), omaggi a Gorbaciov che diviene il simbolo di certe ‘magnifiche sorti progressive’ puntualmente andate deluse, personaggi da reality, ridicoli se non inquadrassero tragicamente certi modelli ‘di successo’ della società (Osvaldo Paniccia) pseudo-citazioni dei poliziotteschi anni ’70 (La gladio spia e il commissario Rizzo scopre l’inghippo) e una dedica, riuscita, al Dalla degli inizi (Lucio).

Un disco che scorre ardente senza cali di tensione, per una band alla quale si augura di far presto parlare di sé.

Chi volesse farsi un’idea più chiara,  può ascoltare alcuni pezzi QUI

G-FAST, “GO TO M.A.R.S.” (LA FABBRICA / AUDIOGLOBE)

Si chiama Gianluca Fasterni, si fa chiamare G-Fast: dopo l’esordio, targato 2010, che lo vedeva armato, oltre che della sua voce, di una sola tre corde e di un pedal board, il cantautore milanese ritorna con un lavoro in cui, smessi almeno in parte i panni del ‘factotum’, si è fatto affiancare da Simone “Slim” Scifoni, ad occuparsi di batteria e percussioni, con aggiunta di wurlitzer, per dare maggiore sostanza alla componente ritmica dei propri brani.

“Go to M.A.R.S.” del tutto privi di ‘pretese’ che si fanno apprezzare nel loro essere semplici e diretti, senza inutili orpelli. Un rockaccio grezzo, ruvido e dalla consistenza sabbiosa, risultato di un mix riuscito di blues, suggestioni southern, ardori hard rock e trasandatezze garage, sabbiosità stoner, come se una coppia di biker dell’Alabama si fermasse a metà strada trai Black Rebel Motorcycle Club e i Motorhead.

Chitarre che fischiano, accompagnate da una sezione ritmica che dà maggiore peso e solidità al tutto, accompagnano un cantato dall’indole ostile e a tratti oscura, con brani dominati da una sgargiante solarità sulla quale però aleggia costantemente qualche ombra, come quelle di certi avvoltoi che sorvolano il deserto.

Senza dimenticare che, nonostante l’ampio spazio dato ai suoni, “Go to M.A.R.S.” è pur sempre il disco di un cantante – autore, che imbastisce testi che vanno dalle classiche fughe dall’esistente, come nellta title – track a immaginari dialoghi ‘sciamanici’ dall’atmosfera onirica, fino a più consuete affermazioni del ‘se’ rispetto ad una società omologante o agli immancabili episodi votati ai sentimenti.

Al di là di qualche limite (a cominciare forse da una sottile monotonia che si fa largo in particolare verso gli ultimi dei dieci brani presenti), “Go to M.A.R.S” è un disco che si lascia apprezzare, nel suo essere comunque ‘diverso’ da certi filoni ‘dominanti’ (come certo indie rock o il nuovo cantautorato) della musica ‘altra’ di casa nostra: uno di quei dischi dei quali ogni tanto c’è bisogno, per provare che in Italia si è capaci anche di suonare anche altro.

NEKO AT STELLA (DISCHI SOVIET STUDIO / AUDIGLOBE)

Sono in due, fanno casino per quattro: i Neko At Stella vengono da Firenze e, attivi dal 2009, sembrano aver trovato finalmente una stabilità di formazione nell’accoppiata tra Glauco Boato, originario di Cittadella – PD – e Jacopo Massangioli, cresciuto nella provincia toscana.
I dieci brani che vanno a comporre questo omonimo esordio sono una staffilata destinata a farsi ricordare, raccolta tra l’incipit ‘marziale’ di As loud as hell (singolo di lancio, con tanto di video) e la chiusura di Come back blues che finiscono per essere, oltre che gli estremi del disco, anche la una fedele rappresentazione dei ‘poli sonori’ attraverso i quali l’ascoltatore viene fatto viaggiare… ‘viaggio’ peraltro risulta un termine più che azzeccato per un disco che, nel suo snodarsi, finisce per avere un andamento ondeggiante, altalenante, vagamente psichedelico.
Il duo veneto – toscano (cui a dire il vero si aggiungono un paio di occasionali partecipazioni esterne) appare muoversi in un immaginario sonoro che mescola le suggestioni del glorioso post punk degli ’80 (Joy) gli anni ’90 dei caracollanti Pavement, gli arrembaggi pseudo-garage di primi anni 2000 (vedi alla voce Black Rebel Motorcycle Club), senza disdegnare di buttarsi anima e corpo in territori southern o riproporre, a proprio modo, la mai superflua lezione del blues, fino ad un’escursione in territori seventies, con la cavalcata da ‘stoner ante litteram’ di Psycho Blues.
Un catalogo sonoro che accompagna testi in inglese (fa eccezione lo strumentale e ‘tautologico’ Intermission) incanalati sui classici filoni della riflessione interiore, dei rapporti umani (Now I Know, Small Place) e dell’osservazione del mondo che gira intorno (The Flow) tra Disillusione (come recita il titolo di uno dei brani) e critica corrosiva (Drop The Bomb, Exterminate Them All, in una citazione da Apocalypse Now), fino a momenti che rasentano un lirismo immaginifico e vagamente lisergico (Like Flowers, Psycho Blues).
Un disco, insomma, da far ricadere sotto la classica categoria degli ‘esordi convincenti’, forse per ceriti versi più grazie alla mole sonora sviluppata che per l’originalità, mancando forse ancora un’impronta stilistica pienamente delineata.

HUMAN TANGA, “PORNOGRAFIA APOCALITTICA” (BLACK FADING)

Risorti un paio di anni fa da un’esperienza precedente (un gruppo garage punk che ai tempi aveva calcato i palchi a fianco di band come One Dimensional Man, Nashville Pussy e… Skid Row), gli Human Tanga, coadiuvati da Cristiano Santini (ex Disciplinatha e, più recentemente, produttore dei Luminal), tornano oggi con questo nuovo punto di partenza. La matrice della band è evidente fin dalle prime note: in effetti, negli undici brani presenti, il quartetto non la manda certo a dire, né sotto il profilo sonoro, né su quello testuale.

Al centro del disco (con un titolo che rimanda a certi documetari degli anni ’70, vedi alla voce Jacopetti, e non è un caso che uno dei brani si intitoli proprio Mondo Cane), il ‘mondo che gira intorno’, filtrato attraverso lenti costantemente rabbiose, talvolta sul filo della follia o dell’incubo a occhi aperti.

Lo sguardo cinico e talvolta corrosivo sul lento scivolare della società lungo i piani inclinati dell’alienazione, rapporti sentimentali sull’orlo dell’abisso, l’immancabile (ricorrente in lavori come questo), ‘tirannia del tubo catodico’ sono alcuni degli elementi distintivi di un disco la cui scrittura riesce, grazie a un’impronta stilistica decisa e soprattutto a quella che potrebbe chiamarsi ‘attitudine’ a scampare il rischio della scontatezza, sempre lì dietro l’angolo quando ci si dedica ad osservare la realtà circostante.

Sul piano squisitamente musicale, il disco è una continua bordata: se si esclude un breve incipit pianistico (pausa quasi straniante in questo contesto), il disco è un continuo e furioso attacco ai timpani dell’ascoltatore. Il passato della band riemerge in tutta la sua prepotenza, tra chitarre sferraglianti e una sezione ritmica in cui soprattutto la batteria non appare conoscere momenti di quiete, con momenti in cui una vena punk-rock (con qualche profumazione garage) flirta, a volte sposandosi felicemente, con palesi contaminazioni metalliche. Un disco tutto puntato sull’impatto, sulle sberle cordialmente riservate al pubblico: in questo, una lavoro riuscito ed efficace.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY