Posts Tagged ‘Dead Can Dance’

SPIRYT, “SPIRYT” (SEAHORSE RECORDINGS

Il francese (del sud) Jean-Luc Courchet riprende l’attività musicale dopo uno iato di ben 15 anni, alle spalle quasi un decennio di carriera nei No Answer (tra anni ’80 e ’90) e poi da solo fino ai primi anni 2000.

Disco interamente strumentale, in cui dominano atmosfere goticheggianti e ascendenze medievali, tra suggestioni da cattedrale e paesaggi incontaminati.

Incombe, e non potrebbe essere altrimenti, la presenza dei Dead Can Dance, a campeggiare su un panorama di riferimento che può includere tutta la scena storica scena gothic, o ‘dark’.

La scelta di dedicarsi ai soli strumenti non può che ricondurre a suggestioni da colonna sonora cinematografica, in 14 composizioni fortemente giocate sul lavoro percussivo, più o meno sintetico, sul quale si innestano fini tessiture di synth.

Le atmosfere avvolgono e coinvolgono, anche se in alcuni frangenti si ha l’impressione di trovarsi di fronte a composizioni per certi versi appena ‘abbozzate’, che con l’inserimento di qualche suono in più (archi soprattutto, ma anche qualche fiato) avrebbero potuto avere uno sviluppo più compiuto.

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.

FALLEN, “SECRETS OF THE MOON” (PSYCHONAVIGATION)

Torna The Child of A Creek, o meglio, allo stesso tempo, arriva Fallen: la scelta di usare un nome diverso dettata dall’esigenza di differenziare questo lavoro dai precedenti, forse l’apertura di una nuovo capitolo nella propria biografia musicale.

Una nuova fase, sebbene non completamente slegata da quanto ascoltato in precedenza: come nel recente “Hidden tales and other lullabies”, anche qui troviamo sei lunghe composizioni, interamente strumentali, dalle atmosfere suggestivamente oniriche; nelle intenzioni dichiarate, un lavoro che affonda le proprie radici nei ricordi di un passato più o meno distante, con un misto di rimpianto, malinconia, nostalgia.

Il punto di riferimento esplicito è l’ormai lunga tradizione delle sperimentazioni elettroniche, della musica ‘ambient’ e del minimalismo, dai Tangerine Dream a Brian Eno, passando per Klaus Schulze, ma nel corso del lavoro si fanno largo atmosfere gotiche che possono ricordare i suoni di Dead Can Dance e simili, con l’aggiunta di qualche sprazzo industriale; alla strumentazione elettronica e alle chitarre si affiancano piano ed oboe, all’insegna di una contemporaneità colorata di tinte classiche, in un insieme strumentale completato da arrangiamenti di archi e spesso scarne, dagli accenti quasi tribali.

L’esito è quello consueto per i lavori di questo tipo: “Secrets of the moon” finisce ben presto per mollare gli ormeggi, l’ancoraggio alle intenzioni ed al ‘vissuto’ dell’autore, per lasciarsi galleggiare nell’immaginario dell’ascoltatore, pronto ad accogliere le impressioni ed il ‘senso’ che i suoni lasciano scaturire in ognuno.

KATYA SANNA, “LA VIA DELLE STELLE” (AUTOPRODOTTO)

Avevamo avuto modo di ascoltare Katya Sanna già qualche anno fa, col suo “Cuore di vetro”; la ritroviamo oggi con questo suo nuovo lavoro, sempre nel solco della ricerca che già allora ne distingueva l’impronta stilistica.

Il titolo è più che mai indicativo: le dodici tracce che si dipanano lungo “La via delle stelle”  – ovvero La Via Lattea –  disegnano un viaggio siderale nelle profondità cosmiche: suoni rarefatti, riverberi, tappeti elettronici dal forte sapore ambient, scarne percussioni che accompagnano un’espressione canora all’insegna di vocalizzi dal sapore quasi lirico, erigono una cattedrale sonora dagli spazi ampi e suggestivi.

Un viaggio cosmico che però in alcuni frangenti (come nel più classico dei paradossi) sembra ricondurci a spazi più vicini a noi, come quelli, appunto, di una cattedrale gotica, con suoni ed atmosfere a tratti medievaleggianti, (ed infatti l’artista ricorda come la Via Lattea indicasse il cammino ai pellegrini verso Santiago del Compostela) che possono ricordare, alla lontana, certi episodi dei Dead Can Dance; in altri frangenti, complici le percussioni, ci si trova di fronte a sonorità dai toni orientaleggianti, come se ci si trovasse nell’intimità riflessiva di un giardino zen.

“La via delle stelle” è uno di quei lavori dei quali, onestamente, si può dire che si fa prima ad ascoltarli che non a parlarne: e questo non solo e non tanto per la loro ‘complessità’, quanto perché è proprio nella loro natura il toccare le corde ‘emotive’ dell’ascoltatore, suscitando così reazioni di volta in volta diverse (estasiate, affascinate, intrigate, talvolta magari annoiate): caratteristica certo comune a tutta la musica, ma che in dischi di questo tipo assume un peso decisivo.

Importante sottolineare, per questo, come il lavoro di Katya Sanna (coadiuvata da un manipolo di ospti trai quali, per ruolo anche in fase produzione, si distingue Fabio Franchini) sia liberamente ascoltabile online sulla piattaforma Bandcamp, mentre su Youtube è visionabile la video-installazione che accompagna il lavoro.